di Stefano Raimondi

 

[Esce in questi giorni la riedizione di un classico della poesia italiana dei primi anni 2000: La città dell’orto di Stefano Raimondi, edito la prima volta nel 2002 con la prefazione di Umberto Fiori ed ora reso nuovamente disponibile da La vita felice. Pubblichiamo una scelta di testi, tratti dalla terza sezione eponima, e la prefazione di Tommaso Di Dio.]

 

Sei tu, per me, Milano.

  

L’abitudine che hai di morire

ora, non ci stupisce più.

Il centro, per te, viene da fuori

dai bastioni.

 

*

 

Fai fare a tutto

un via vai che trema

… e dove non c’è che questo

tu mi basti.

 

Si poteva stare per ore

con i desideri freschi nelle ossa

fino all’ultimo campo di casematte

sdraiate con il cielo in basso

e sul cuscino un tetto

che tiene tutti.

Tutti, senza una bugia.

 

*

 

“Sui tetti fitti al Garibaldi

si andava dopo aver rubato gli occhi

agli anni e un po’ di chiaro”.

 

 

Sanno di te fino a non so dove.

Fino all’ultimo millimetro

messo a piombo dentro i sogni.

 

Il tuo nome spacca le promesse

discosta poco il vero dai ricordi

il pane secco tolto alla memoria.

 

È un battesimo domestico questo:

“A Porto di Mare si stava tutti

inginocchiati a giocare.

Si aspettava, così, che Milano finisse

così, diventando più grandi dell’acqua”.

 

*

 

Giro giro tondo

casca il mondo

casca la terra

tutti giù

 per terra.

Sono forse questi gli anni per star bene

gli anni della miglior seminagione

quelli che tra una piastrella e l’altra

si cresce in ombre e aria.

 

 

Ci sono dei bambini

che giocano ad aver paura.

 

E l’hanno davvero nelle urla.

 

Vedessi che scappate che hanno

e che silenzi: alla fine non sanno

se ridere o piangere davvero.

Vederli, qui, dal parco diventare

grandi, fa star bene …

 

*

 

Alla notte tutti s’addormentano

addosso a una pietà indurita.

 

C’è una pianta dove, sui rami

sembra ci crescano i bambini.

S’intrecciano tra loro come

fossero già grandi. S’incrociano

gridando appesi, i sogni, i baci

i folli abbracci storti dei dormienti

e saltano nell’ombra senza genitori

dondolandosi sudati, senza scarpe

nudi, col sesso ritto, da impiccati.

 

*

 

Da qui non s’indovinano i perdoni.

Solo la luce rasa tiene

il conto dei tetti risparmiati,

delle cantine tenute premute

con il buio bendato alle porte

rifugiato dentro.

 

                               A Milano

ci si accorge subito quando

c’è un diroccamento, un’asse

messa di traverso, dei rottami falciati

e un cielo scaricato dentro le macerie.

 

È come stare vicino al cerchio vuoto

di un lago in preda ai sassi. Tutto sponde.

 

Dentro non vedi che pezzi di cocci

colori strappati alle piastrelle e grumi

d’intonaco che sembrano

ancora chiudere a pranzo i mezzogiorni

i chiaroscuri degli stipiti sul letto.

Ma poi, ti viene addosso il resto

che s’impiglia nella scena:

un sasso scaraventato ai vetri, uno squarcio

un essere fuori da lì per forza

una maceria che preme dal quaranta

in poi e tutto il resto che fa paura.

 

Via Pietrasanta tutta

una cosa sola, franata

tutta: costato di calcine.

 

*

 

Hai voluto condividere con me

ogni cosa. Ora tieniti tutto

come fossi solo tu chi fugge

chi ha ucciso.

 

Un padre non lo si ama

che per dettagli, per strappi e mai

troppe sono le carezze.

 

… e in questo campo di girasoli

ciechi, finiamo per stordirci

a colpi di segreti, come

due nuche cave che rimbombano

nel fondo dello stesso sangue.

 

*

 

 

                                 Milano finisce qui.

 

Non va più avanti e oltre che da noi

da questi abbracci d’osso

da questo giro a ponte alto del Corvetto.

e il dolore viene come una strettoia

come una nebbia lenta d’autostrada

che da lontano tenta di indicare

qualcosa, come quando

si prova a dire la via a qualcuno

che viene da fuori e non la trova.

Se sbagli chissà dove lo mandi

e cosa trova…

… vorresti voltarti e corrergli vicino

e dirglielo veloce il vero.

Ma è lontano. Dovrà

richiedere a qualcuno.

 

Milano malabolgia è fatta a cerchio:

arriverà.

 

*

Prefazione 

di Tommaso Di Dio

La città, la morte, il padre: inseguita da questi tre fantasmi, la poesia di Stefano Raimondi trova il suo battesimo. Sebbene il libro d’esordio, Invernale, preceda di poco, è solo con questa opera del 2002 che emerge pienamente il tono inconfondibile della sua scrittura. Ritrovarlo oggi, a distanza di quasi vent’anni, è un’occasione felice per tornare ancora una volta ad immergersi in questo libro insieme oscuro e luminoso, fatto di ritorni ossessivi e grandi architetture. La città dell’orto è un libro che continua ad essere poroso, pieno di intercapedini, pronto a sorprendere il lettore per la sua rigorosa disposizione orizzontale. È come se le continue immagini di piazze e strade e parchi pubblici disseminate ovunque fra le pagine abbiano il potere di diventare, da oggetti rappresentati, modi per abitare questo libro, che chiede di essere attraversato e perlustrato anche nell’oscurità delle sue darsene e negli scorci intravisti da dietro una porta socchiusa, lì dove ogni attimo ha «il peso di un foglio girato».

 

Due sono gli elementi fra loro connessi che hanno contribuito a fare de La città dell’orto un piccolo classico della poesia dei primi anni duemila: da un lato l’evocativa stratificazione di doppi su cui è costruito, dall’altro il loro dipanarsi quasi narrativo, che ci lascia vivere un’esperienza di lettura immersiva, tutta d’un fiato. Di coppia in coppia, il libro infatti espande i propri confini e simultaneamente procede nelle sue tre sezioni, ognuna delle quali sembra ricapitolare il procedimento di ciascuna. Incontriamo allora il padre e il figlio, l’abbraccio, la paura; ma subito queste maschere si sovrappongono e diventano altro: la prima si fonde con l’immagine di una città molteplice, intreccio di memoria storica e corale; l’altra incarna sempre più la dimensione irredimibile del nome proprio, segno di una vita biologica, individuale. Ecco che la veduta d’insieme e il più piccolo dettaglio domestico si fronteggiano, la storia si fa mito: Milano, Tebe e Gerusalemme confondono le proprie mura e tutte sono come trascinate in un movimento unico che le attraversa e le annoda, le lega e le scioglie facendo sì che restino exempla di una vita capace, nelle sue spine più vive, di trasformare ciascuno di noi, farne altro. C’è infatti una sensazione che pervade ogni verso: questo è un libro di formazione, questo è un libro di trasformazione.

 

All’inizio c’è un figlio e il suo desiderio di giovinezza infinita. Si apre e si diffonde nello spazio circostante e sembra non volere aver limiti. In questo processo di espansione, incontra il suo principio opposto, incontra un ostacolo, un muro: «Ma si dice che in estate/ si muoia anche qui». Al picco meridiano della stagione, un punto solo viene ad arenare tutta la frase. Ed è la scoperta di questo arresto al cuore dello slancio che fa nascere la forza di questo libro che vuole essere un piccolo poema, una minuscola e disperata Telemachia: un figlio è alla ricerca del proprio padre morto. Lo cerca nella memoria di gesti minimi, nel gioco confuso delle affinità e delle somiglianze; ma dapprima lo trova soltanto in una «invasione spigolosa», ognuno sembra rimanere nella distanza incolmabile, chiuso in sé, «ognuno nel proprio nome»; e anche il segnale minimo della vita crea ansia e distruzione: «Il tuo fiato è un fenomeno strano/ distrugge i respiri», così dice il figlio del padre. Eppure, questa aperta conflittualità che Raimondi dispone in apertura di libro non prelude ad un agone tragico; trova invece, dinanzi al morire, il modo di sciogliersi e diventare il mezzo per definire un nuovo regime del rapporto. Il conflitto si fa corsa verso una nuova configurazione: «perdona il perdono/ fallo diventare di pietra», chiede la voce della poesia, con un apparente paradosso. È qui, in questo passaggio etico prima che poetico, che Raimondi trova la definizione del suo «orto». Non luogo protetto dal conflitto, luogo fuori dalla storia, luogo di una separazione fra le generazioni e anestetico di ogni violenza, ma invece geografia lunare dove le anime, riposte e prossime come in una serra, come in una «grotta di crune e silenzi», possono trovare la forza di sbocciare in pieno inverno e toccarsi, così, agli estremi: «siamo due estremi di carezza/ mai abbastanza vicini/ mai dissuasi dal giorno».

 

A questo punto il libro ha una svolta, una congrua apertura. La terza sezione, eponima, la più lunga e vero e proprio cuore del libro, non cambia i termini della relazione, ma li espande. Raimondi scrive: «Sei tu, per me, Milano». Il padre diventa letteralmente la città: ne incarna il corpo, i sentimenti, gli stati d’animo. È come se ogni elemento dello scenario urbano assumesse il compito di proseguire il dialogo che la morte ha interrotto, ma solo per una breve stagione. Il corpo del padre si fa corpo della città e così, mossi da quella lacuna mortale, si allargano i cerchi nell’acqua di questo libro concentrico: il padre vive nelle parole della poesia che vive nella città che incarna il padre. Ogni parte del libro vive di questa commossa circolazione tautologica. Dal corpo del padre al corpo della città, dal corpo della parola al corpo dell’immagine, La città dell’orto si trasforma in una quête in cui il figlio vaga per le vie, lungo i navigli, si avvicina alle cantine e ai tombini e agli angoli più diroccati della città perché sente che lì si apre lo spazio per la trasmissione, per la continuazione di quel dialogo con il padre a cui la morte aveva dato la fine. È questa la concreta metafisica del padre, come recita il titolo di una sottosezione. La città di Milano diventa allora il luogo di un dialogo segreto, di un innamorato conflitto, di un continuo appuntamento ad un’ora insolita, per dirla con Vittorio Sereni a cui tanto deve questa poesia. Del resto, scrive Raimondi «un padre non lo si ama/ che per dettagli, per strappi»; ed è così che i palazzi distrutti dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale dicono del vivo dolore di un padre che muore, sono il suo costato: «Via Pietrasanta tutta/ una cosa sola, franata/ tutta: un costato di calcine».

 

Quello che nelle prime due sezioni era un monologo per voce sola – il padre taceva – ora si trasforma e trova una nuova struttura formale. In questo libro per la prima volta la poesia di Raimondi matura l’uso di un espediente che sarà una costante di tutta la sua produzione successiva. Non c’è solo l’alternanza di prose poetiche ai versi, ma le poesie adesso si aprono sulla pagina e si danno una struttura a due fuochi. Quasi ogni testo è anticipato da un esergo in carattere minore, ma non è una citazione come spesso avviene: è un vero e proprio testo altro, che nondimeno fa parte del testo che segue, pur essendone separato. È come se fosse un’antifona, una voce che proviene dallo sfondo, corale; un’invocazione e insieme l’accoglienza nella pagina di un’alterità che prepara e costruisce il tono necessario ad entrare nella voce in prima persona. Sia che questo testo a minore accolga una riflessione fulminante, di carattere gnomico o proverbiale («Alla notte tutti si addormentano/ addosso a una pietra indurita»), sia che dia spazio ad una confessione che vive solo in un filo di voce («… ti curo come fossi il mio alfabeto»), esso rappresenta sempre la possibilità di dare al testo maggiore il suo controcanto, di spaziarlo, di assegnarli un luogo di alterità e di provenienza, di oltrepassamento; come se – Raimondi sembra dirci – la parola della poesia si costituisca in questa divaricazione che riunisce, senza sovrapporli, i vivi e i morti in un momento solo, in una pagina sola. La poesia, infatti, tiene «cucite frasi e sangue», passato sapienziale e vita dell’istante. In questo senso, Raimondi pone la sua Milano accanto a quella di Sereni e di Pagliarani, di Cucchi, De Angelis e di Fiori: città pedagogica, dura, capace nondimeno di assegnare un compito di salvezza e luce, perché sì accoglie la vita della memoria, ma chiede di essere guardata per quello che è, fuori da ogni Eden: custodisce il bene insieme a «tutte le ombre/ tutte le solitarie guerre dei respiri».

 

Non è allora certo una sorpresa se in questa città «di pietà e di pietra» si parli apertamente di resurrezione. Su questo Raimondi sembra riprendere l’ultima lezione di uno degli autori a cui deve di più, Antonio Porta, quella del Giardiniere contro il Becchino e del suo, purtroppo, incompiuto romanzo Los(t) Angels. Milano è «fatta a cerchio» e chi vi si immette è destinato a tornare sul proprio punto. Come fu per Porta, la memoria cristiana è riletta da Raimondi in chiave totalmente laica, tenendo fede semmai all’intensità conoscitiva che quelle figure veicolano da millenni. Troviamo scritto quasi all’ultime pagine: «E lo spezzò e disse:/ “sarete voi i promemoria, voi/ ora così ripetuti, così figli”». Il padre infine risorge perché è già risorto. Senza miracolo, il miracolo si compie. Nell’essere compiutamente figlio, il padre perduto rinasce ad ogni istante. Si tratta solo di sentirsi figli, pienamente; assolvere a questo passaggio, sapendosi eredità di qualcuno e quindi dono possibile. Ed è così che, tanti anni fa, sulla soglia dei miei vent’anni, io stesso ho incontrato questo libro per la prima volta, a Milano, sullo scaffale della libreria universitaria. Dopo averlo letto e dopo essermi riconosciuto in quei versi, chiesi chi fosse l’autore. Mi indicarono uno sguardo azzurro, vestito in abiti scuri: era la prima volta che vedevo un poeta contemporaneo; era la prima volta che incontravo la poesia nel corpo vivo del suo autore. Fu difficile parlargli, difficile crederlo vero. Ma la poesia passa da questo gesto, da questa etica del figlio, erede che si dona al padre, come La città dell’orto è capace di mostrare con insuperata forza. E per ogni atto di generosità, come accade per la vera poesia, ciò che conta è lo sguardo che segue al silenzio, quando, concluso il testo, si alza la testa dalla pagina, vagano gli occhi in là e non si vede nulla, nulla di preciso; si rimane in una strana attesa, un presagio, una riconoscenza: lì dove tutte le figure del mondo «ancora danzano su parole mute/ che gridano di bene».

 

[Immagine: Porta Nuova 2012 © Gabriele Basilico Archivio Gabriele Basilico, Milano].

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