di Bianca Sorrentino

 

[Presentiamo un brano da Pensare come Ulisse. Che cosa gli antichi possono insegnarci sulla nostra vita, uscito per i tipi del Saggiatore nelle scorse settimane]

 

Felice chiunque abbia i propri luoghi della durata!

Egli, anche se venisse portato lontano

senza prospettive di ritorno nel suo mondo,

non sarà più un esule.

 

Peter Handke

 

Passeggiare lungo via dei Fori Imperiali, nella luce irrevocabile di Roma, così arcana, così netta, è già compiere un viaggio. Nelle giornate più fredde, in cui il cielo giganteggia e non lascia scampo, percorrere il cammino che dal Colosseo conduce a piazza Venezia significa attraversare una parentesi di bellezza nella quale persino le rovine diventano sinonimo di splendore; la Storia pare offrirsi senza veli allo sguardo del passante, in un continuo fluire, dai gloriosi fasti dell’antico alla spiritualità che le cupole delle Chiese barocche sembrano suggerire, dalla celebrazione degli ideali legati alla Patria fino alle fitte ombre del Novecento – estremo monito con cui è ancora necessario fare i conti, nonostante il rischio di negligenti dimenticanze. Neanche le gru, che con il loro gelido ferro sovrastano il cantiere della metropolitana in costruzione, sanno svilire l’energia che dal Foro promana, perché, seppure in maniera distonica rispetto alla grandiosità circostante, dicono del tempo in divenire, che talvolta si attarda, ma non si ferma mai, come le nostre piccole vite, talora in affanno, talora sospese.

 

Nel vortice rumoroso dei giorni, alcuni luoghi, come questi in cui ci si imbatte continuamente nella capitale, custodiscono ancora la radice dell’umano, interrompono la pazza rincorsa delle lancette e sospendono in un eterno presente i segni del comune sentire. E se alle metropoli tocca fare i conti con il turbinio inarrestabile del tempo che travolge ogni cosa, se i grattacieli simbolo del progresso devono accettare il lento opacizzarsi del loro originario smalto, se le smart city del domani sono già condannate a divenire archeologia industriale, esistono oasi segrete in cui si avvera il miracolo della durata.

 

Chi attraversa questi spazi si sente ricongiungere alla propria essenza più profonda e, insieme, avverte la sensazione di essere parte di un flusso inesorabile, come ha scritto il premio Nobel Peter Handke in un poemetto del 1986, Canto alla durata:

 

Quando mi avvicino a questo luogo,
(…) posso sperare nell’incanto
in cui ogni mio rimuginare si dissolve
e il mio pensare diviene un puro riflettere sul mondo.
Le chiacchiere dentro di me,
un tormento fatto di molte voci,
lasciano il campo alla meditazione,

una sorta di silenzio redentore.

(…)

Porto sulle mie spalle i miei predecessori e i miei successori,

un peso che mi eleva.

 

Risalendo ai secoli lontani in cui altri hanno abitato quei posti, e proiettandosi verso un futuro dai contorni ancora imprecisi – in cui passi differenti percorreranno il medesimo cammino –, colui che accoglie la grazia della durata riesce a trovare un inedito riscatto alla prigionia della solitudine, e ad accorgersi che ogni luogo è abitato da moltitudini di spettri già passati di qui o che, presto, di qui passeranno.

Assecondando l’ispirazione del Canto di Peter Handke, si potrebbero immaginare i classici proprio come «luoghi della durata»: spazi immortali di un sentimento che ci affratella e che di generazione in generazione si tramanda come un racconto intorno al fuoco, vincendo la patina del tempo e l’ostilità delle mode passeggere destinate a tramontare.

 

Sarà opportuno tuttavia mettere in guardia il lettore: se l’idea di un’eredità incorruttibile può infondere coraggio in questo tempo liquido e impastato di precarietà, non bisogna credere che il patrimonio classico sia un pedissequo portatore di certezze incrollabili. Il lascito degli antichi è, contrariamente alle aspettative di molti, materia viva e, in quanto tale, generatrice di dubbi e inquietudini. È un magma che, mentre ribolle, agita le nostre irriducibili contraddizioni.

Non è possibile – né gioverebbe farlo – ricomporre la complessità dell’antico o appiattirne gli slanci e gli spigoli; anzi, ammirare il caleidoscopio di visioni luminose e figure d’ombra che da quell’universo proviene permette di apprezzarne la vitalità e di cogliere tutte le inaspettate somiglianze che ancora ci avvicinano agli antichi.

 

Sebbene il gusto evolva, accordandosi allo spirito dei tempi, e nuove, urgenti istanze impongano una meditazione lucida su ciò che ormai avvertiamo come lontano, è innegabile l’esistenza di una sostanziale prossimità tra quel che siamo e quel che siamo stati: al netto delle distanze insanabili, cioè, il modo in cui pensiamo, agiamo, osserviamo il mondo non è altro che il riflesso di una tradizione brulicante di miti, simboli e racconti che hanno fecondato un terreno fertile e hanno generato frutti che non sanno marcire.

Chiunque si specchi negli eroi (e negli antieroi) dell’epica greca, per esempio, non potrà fare a meno di riconoscersi nelle debolezze, negli eccessi, nelle doti risolutive, insomma nei tratti che li rendono visceralmente umani. Talvolta ai personaggi che popolano le storie dell’antico è concesso di evadere dalle pagine dei manoscritti e di stabilire nelle terre del visibile una durevole dimora: accade così che le petrose regioni della Grecia, i vulcanici promontori siciliani, le coste assolate del Lazio ospitino l’incanto del mito, restituendone una tangibile geografia.

 

E se il teatro ateniese non smette di suggerirci riflessioni intorno alle urgenti questioni della democrazia e della giustizia, Delfi ci esorta a ripensare il senso del sacro, che da qualche parte abbiamo smarrito; le isole che come luminose costellazioni affiorano nell’Egeo suscitano considerazioni sulla solitudine, il male del nostro tempo, e sul significato autentico di comunità; infine la riviera di Ulisse, su cui aleggia la presenza spettrale di Circe, fa da scenario a un discorso estremamente attuale sull’identità, sulla consapevolezza del sé quando si relaziona con l’altro.

 

Questo nostro stare sulla soglia dell’eterno ci permette così di frequentare due mondi, di coglierne il dialogo silenzioso e duraturo, di rintracciare antiche ferite e memorie nei luoghi delle nostre modernissime e vive inquietudini.

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