di Niccolò Bertuzzi

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

 

Letto nel 2021 durante la pandemia da Covid-19, il libro Clima, capitalismo verde e catastrofismo (Eleuthera 2021) di Philippe Pelletier acquista un rinnovato interesse. L’edizione originale, in francese, risale al 2015; solo quest’anno ne è stata pubblicata una traduzione italiana, per la quale bisogna rendere estremo ringraziamento a Elèuthera. Si tratta infatti di un testo forte, divisivo, sicuramente problematico, ma fondamentale nel dibattito contemporaneo sulla governance climatica

 

Perché quindi un libro simile dovrebbe suonare così interessante nella congiuntura pandemica? Non si tratta (o comunque non direttamente) delle riflessioni, avanzate da molte/i negli scorsi mesi, rispetto alle connessioni fra le due crisi. La ragione principale è un’altra, legata all’argomento di fondo sostenuto dall’autore: la narrazione, e per conseguenza la gestione, di fenomeni così rilevanti e centrali quali il cambiamento climatico (e oggi potremmo dire la pandemia) dev’essere inquadrata nella sua complessità, oltre le rappresentazioni dominanti offerte nel dibattito mediatico ma anche presso la “comunità scientifica”, espressione che Pelletier definisce come “formula cosmetica” funzionale a “nascondere le dinamiche di potere (economico, politico, simbolico) esistenti fra ricercatori, paesi e discipline” (p. 217).

 

Sullo sfondo di questo assunto, il volume condensa in 230 pagine una considerevole quantità di riferimenti, episodi ed eventi fondamentali nello sviluppo dell’attuale registro discorsivo che informa la lotta ai cambiamenti climatici, denunciandone in modo estremamente documentato intrecci geo-politici e interessi di natura economica. Senza usare giri di parole, è un libro che alcune/i potrebbero definire complottista. Utilizzo il termine colorandolo in questo caso di un’accezione positiva, e convinto che lo stesso Pelletier si potrebbe riconoscere nell’etichetta, a patto di non liquidarla, come spesso avviene, quale posizione di qualche squinternato/a, ma come una riflessione critica sui discorsi dominanti che si impongono nell’agenda setting, diventando egemonici e nascondendo trame poco evidenti ma imprescindibili per leggere il presente. D’altra parte, la critica della “narrazione dominante” è un esercizio fatto anche da diverse aree politico-sociali durante la pandemia. Si tratta di un esercizio che può condurre a derive negazioniste o riduzioniste, ma può anche rivelarsi un imprescindibile baluardo rispetto a un’esecuzione corale e acritica di uno spartito calato dall’alto. Le parole di Pelletier, infatti, sarebbero sottoscritte da molti/e fra coloro che hanno criticato la gestione pandemica: “l’accusa di «scetticismo climatico», subito lanciata contro chi vuole aprire una discussione, offusca ogni serio dibattito scientifico ricorrendo a una forma di terrorismo intellettuale. Ma un tale atteggiamento rappresenta una grave sfida per la scienza moderna, il cui principio si basa proprio sulla messa in discussione e sul dubbio metodico” (p. 206). Lo stesso Pelletier condanna le derive negazioniste; tuttavia, a onor del vero, queste aleggiano costanti soprattutto nella prima parte del libro. Ciò si deve alla capacità espositiva dell’autore, che gioca in modo sapiente con la possibilità di risultare eccessivamente scettico verso alcune fonti ufficiali, al punto da oltrepassare la linea della critica all’ambientalismo liberale e tracimare nel vero e proprio oscurantismo climatico.

 

A ben vedere, tuttavia, in Clima, capitalismo verde e catastrofismo non c’è nulla di implicito o insinuato. Anzi, la cifra del testo risiede proprio nella ricchezza di dettagli su singoli temi, protagonisti ed avvenimenti. Una ricchezza di dettagli che si accompagna alle riflessioni critiche dell’autore, ma che a tratti risulta ai limiti del feticismo curricolare, in uno stile che in Italia potemmo definire “alla Marco Travaglio”, con lunghe note biografiche su una serie di personaggi che hanno giocato un ruolo chiave nello sviluppo della governance climatica e i cui profili non brillano certo per trasparenza, origini proletarie o spirito rivoluzionario.

 

Senza volerne proporre un riassunto dettagliato, il libro si divide in due parti principali, ciascuna composta da due capitoli. La prima parte (capit. 1 e 2) è dedicata a decostruire alcune retoriche dominanti che, nell’interpretazione di Pelletier, sarebbero dovute alla politicizzazione della questione climatica, spesso “appiattita” a una sua unica espressione (il riscaldamento globale, definito provocatoriamente come una “panacea esplicativa”), in modo funzionale allo sviluppo dell’agenda neoliberale. Gli esempi riportati sono diversi, riferiti a vari fenomeni, come lo scioglimento dei ghiacciai o l’innalzamento del livello degli oceani. Per perseguire tale obiettivo, argomenta Pellettier, l’expertise scientifica viene sottomessa in vari modi alle dinamiche geo-politiche: uno di questi modi consiste nella primazia assunta da informatici e modellisti – tecnici puri – rispetto a geografi e climatologi. Non si tratta solamente di una diatriba fra settori disciplinari (Pellettier è geografo e climatologo) ma di una più generale critica al tecnologismo come soluzione di tutti i mali, questione estremamente attuale in un panorama che, come noto, vede la figura di Bill Gates – un informatico – e altri simili “imprenditori filantropi” alla guida di soluzioni iper-tecnologiche e suppostamente “green”. La modellizzazione e la matematizzazione, spesso usate anche come argomenti progressisti, per il geografo francese sono quasi sempre dispositivi funzionali al potere. Pellettier, d’altra parte, si spinge più in là, chiamando in causa il ruolo dei media nel presentare la questione climatica come un tema su cui l’intera “comunità scientifica” sarebbe concorde. Nuovamente, il crinale fra negazionismo e approccio critico è sottile: Pellettier lo affronta con maestria, ma allo stesso tempo contesta apertamente le retoriche emergenzialiste che caratterizzano i dibattiti sul clima, e in particolare gli approcci collassologici e catastrofisti. Secondo l’autore, il frame entro cui vengono notiziati i fenomeni legati al cambiamento climatico, sono esclusivamente funzionali all’imposizione di un capitalismo verde che farebbe leva sui discorsi di IPCC e altri organismi che presiedono la governance climatica. È chiaramente questo, su cui torneremo, l’aspetto più delicato e divisivo del libro.

 

Come anticipato, Pellettier utilizza diversi esempi a sostegno di una delle sue tesi forti, e cioè che alcuni eventi dipinti come estremi e anomali, in realtà così estremi e anomali non sarebbero. Da ciò discendono varie conclusioni, due di particolare rilevanza: l’argomento del disastro dovuto ai cambiamenti climatici viene spesso usato per coprire inadempienze delle amministrazioni pubbliche locali o interessi economici su più ampia scala; è scorretto fare un discorso generale relativo al riscaldamento globale, e sarebbe meglio concentrarsi sulle peculiarità locali del clima e sui regimi climatici continentali. A questo proposito, Pellettier usa espressioni ad effetto, come “trappola della media” oppure “la temperatura globale non esiste” (p. 44). Il punto è cruciale: se si prendono per buone queste posizioni, l’intero impianto legato all’assoluta centralità della causa antropica sul cambiamento climatico scricchiola. Anche qui l’autore non usa mezzi termini: “L’esistenza di gas serra di origine antropica è fuori discussione. Sollevano però interrogativi la portata e l’impatto di questi gas serra di origine antropica” (p.48).

 

È tuttavia la seconda parte del libro quella più interessante, costituita dai capitoli 3 e 4. È qui che Pellettier sferra gli attacchi diretti contro una serie di individui e istituzioni (due su tutte: il Club di Roma e l’IPCC) individuati come i principali attori della governance climatica internazionale e responsabili della retorica “carboncentrista” – come la chiama l’autore – che, insistendo così fortemente sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, avrebbe come obiettivo fondamentale il contrasto di Cina, Brasile, India e altri nuovi paesi industrializzati (se ha ancora senso chiamarli in questo modo) da parte di Europa e Stati Uniti, potenze già in grado di sviluppare un “capitalismo verde” altrettanto profittevole di quello “nero”, continuando così a mantenere inalterati gli equilibri sullo scacchiere internazionale. È evidente come l’argomento anti-imperialista risuoni con quello di molti fra i principali movimenti climatici ed ecologisti radicali, ma l’inquadramento della questione sia diametralmente opposto. Questi ultimi ritengono che IPCC e altre agenzie composte da “esperti” vadano ascoltate come fonti di dati che dovrebbero dettare la linea ai governi nazionali e transnazionali; Pelletier, invece, segnala come tali organismi abbiano natura politica ancor prima che scientifica e come siano essi stessi espressione di interessi politici ed economici neoliberali. La storia della nascita del Club di Roma, abbondantemente descritta, è un esempio calzante: Pelletier ripercorre le biografie dei ricercatori statunitensi (e non solo) coinvolti in quell’impresa, evidenziandone soprattutto gli stretti collegamenti con l’industria nucleare. Il famoso rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita (il cosiddetto Rapporto Meadows) sarebbe dunque stato funzionale a una svolta verde del capitalismo occidentale e soprattutto a un forte investimento simbolico, ed economico, nell’energia nucleare. Si sarebbe trattato di una nuova tappa del capitalismo industriale, da sempre connesso alle dispute geo-politiche sulle fonti energetiche, e che puntualmente utilizza un’advocacy accademica elitaria per avvalorare le proprie “rivoluzioni”. Anche su questi aspetti, Pelletier non lesina accenni “complottisti”: “Le lobby politiche che rappresentano questi settori economici spesso trascendono la tradizionale dicotomia tra repubblicani e democratici”, o ancora “La politica americana favorisce inoltre in vari modi i due shock petroliferi (1973 e 1979)” (p. 122), che sarebbero stati funzionali alla promozione del nucleare civile come fonte energetica su cui puntare negli anni seguenti. Questo tipo di critiche non si limita agli USA, e anzi assume toni ancor più sferzanti in riferimento ai paesi dell’Europa occidentale, la Francia in primis (paese di Pelletier e patria per eccellenza del nucleare), tramite la puntuale ricostruzione del background politico/biografico di alcuni protagonisti della storia climatico/ambientale recente. Uno su tutti merita di essere citato: Bertrand de Jouvenel, l’inventore del termine “ecologia politica”, descritto come attiguo al Club di Roma e alla linea neoliberale assunta dalle politiche climatiche dei decenni passati, tessendo una linea continua (anche questa ben ricostruita nel volume) che passa per la Commissione Brundtland, la fondazione dell’IPCC, il Summit della Terra di Rio de Janeiro e le varie COP fino a quella parigina del 2015. Ma si parla anche di Italia, in particolare della figura di Aurelio Peccei, amico di Gianni Agnelli che finanziò la prima riunione romana di quello che poi diventerà il famoso Club. Last but not least, c’è spazio – fra i tanti – anche per il recentemente scomparso principe Filippo, marito della regina Elisabetta e co-fondatore del WWF, anch’egli successivamente membro del Club di Roma. Per Pelletier, si tratta di ciò che Bakunin definiva criticamente il “governo dei migliori”, espressione con cui abbiamo imparato a familiarizzare anche nel dibattito politico di casa nostra: come scrive l’autore, “non un governo occulto…ma discreto, sì” (p. 137). Il bug che individua Pelletier sta proprio a questo snodo: com’è possibile che anche gli ecologisti radicali, non solo quelli moderati e afferenti a grandi NGOs, si basino sulle analisi di una simile istituzione borghese supportata dai governi nazionali (centrali nella narrazione di Pelletier sono la figura di Al Gore ma anche, in modo decisamente più inaspettato, quella di Margaret Thatcher) e finanziata da alcuni fra i più ricchi imprenditori del pianeta?

 

Tutto condivisibile dunque? No. Sarebbe, d’altra parte, singolare se chi si occupa di movimenti per la giustizia climatica (sostanzialmente appoggiandone i registri e le azioni, seppur con sguardo critico) non avesse nulla da ridire rispetto alla narrazione di Pelletier. La principale debolezza del libro, già anticipata, è che spesso diviene vittima del suo stesso spirito analitico, tracimando in un approccio forcaiolo a 360 gradi e soprattutto scivolando a tratti nell’aneddotica e nella semplificazione. Ne è un buon esempio la critica che l’autore sferra al termine stesso di “giustizia climatica”: una critica che suona più come un esercizio sofistico che come una reale decostruzione del frame. Pelletier sostiene che l’espressione non avrebbe senso in quanto il clima si riferisce a dati grezzi, mentre il concetto di giustizia riguarda diritti civili, e che dunque si potrebbe egualmente parlare ad esempio di “giustizia vulcanica”. Appare francamente una critica da azzeccagarbugli, inattesa in un volume così ricco di riferimenti precisi e spunti di grande interesse.

 

Se quella precedente può apparire una questione più formale che sostanziale (e difatti in parte la è), più rilevante è sottolineare come l’autore paia a tratti cadere in strani misunderstanding rispetto ai messaggi veicolati dai movimenti per la giustizia climatica. Considerando la preparazione di Pellettier e la ricchezza del libro, verrebbe quasi da pensare che queste operazioni abbiano natura ideologica, e che non siano invece frutto di impreparazione o malinterpretazione. Laddove l’autore parla di una soluzione prometeica basata sugli sviluppi della geoingegneria che sarebbe promossa dai movimenti per la giustizia climatica, non si intende bene a cosa si riferisca. Le posizioni apertamente critiche espresse da questi movimenti rispetto al potere salvifico della “grande tecnologia” sono note, e anzi nessuna ipotesi accelerazionista è stata da essi supportata in tempi recenti.

 

Pure l’accusa principale mossa al catastrofismo, e cioè che condurrebbe necessariamente all’apatia mista a egoismo o a un ritiro ascetico basato sulla virtù individuale, è tutta da provare nei fatti. Per quanto chi scrive ritenga da giudicare con sguardo critico ogni retorica emergenzialista (in quanto possibilmente portatrice di interessi politico/economici, concordando dunque in questo con Pelletier), è altresì innegabile che il discorso millenarista sostenuto da diversi movimenti per la giustizia climatica – fra cui Fridays For Future, cui Pelletier fa specifico riferimento in alcune pagine aggiunte in questa “nuova” edizione – abbia avuto l’indubbio merito di offrire un’identità collettiva a un’intera generazione e abbia anche comportato cambiamenti radicali sia nelle pratiche individuali sia nelle elaborazioni politiche. Comunque la si pensi rispetto a certe dinamiche di potere, sono questi elementi di attivazione sociale importanti e positivi. Su questo come su altri aspetti, Pelletier sembra buttare un po’ troppe cose nello stesso calderone, mischiando discorsi che in realtà sono separati, come quando critica la retorica delle “generazioni future” perché comporterebbe l’inazione nel presente: è noto invece che il discorso dei movimenti per la giustizia climatica chieda un cambio di rotta immediato e non invece una sua dilazione nel tempo. Appaiono poco convincenti anche i riferimenti alle intersezioni fra destre e ecologismo, le quali certamente esistono e hanno persino una “coerenza” interna; tuttavia, considerazioni come quella per cui le bioregioni sarebbero solo una “versione aggiornata della nazione come corpo naturale del popolo” (p. 223) o ancora addirittura che “se il marxismo è nato a sinistra, si può dire che l’ecologia è nata a destra” (p. 222) suonano più come slogan provocatori che come reali frecce all’arco dell’autore.

 

Certo, come si diceva, il libro è uscito in versione originale nel 2015. Le poche note di aggiornamento delle ultime pagine, in cui si menziona anche il Covid-19 che tuttavia – come accennato – è un argomento che risuona in tutto il libro, non sono sufficienti a dare il necessario spazio alle tantissime e rilevanti novità intercorse in questi 6 anni. Per intenderci, nel volume si parla degli Accordi di Parigi come qualcosa che doveva ancora avvenire. Uno specifico paragrafo aggiunto a questa edizione riguarda la figura di Greta Thunberg. Anche in questo caso, l’apprezzabile spirito analitico di Pelletier rischia di trasbordare nel qualunquismo. Un conto sono le già menzionate critiche alla retorica emergenzialista, i dubbi sulle trovate di marketing quali l’attraversamento dell’Atlantico sulla barca a vela di Pierre Casiraghi, e persino le ossevazioni sui collegamenti fra la giovane attivista svedese e alcuni centri di potere, plausibilmente favoriti da una sua appartenenza upper-class; altra cosa è stupirsi e rammaricarsi che un’adolescente non sia sempre particolarmente ferrata su temi climatici di vasta portata. La stessa Thunberg, d’altra parte, ha rivendicato il ruolo di denuncia e stimolo agito da Fridays For Future sulla governance climatica, e non ha mai rivendicato una propria expertise specifica. Certo è vero, e ritorniamo al cortocircuito fondamentale di cui parla Pelletier, che l’expertise cui Thunberg fa affidamento è la medesima della governance climatica neoliberale, e cioè quella dell’IPCC. Tuttavia, l’argomento secondo cui Thunberg, anche se involontariamente, sarebbe funzionale al discorso della governance climatica neoliberale, al capitalismo verde e agli investimenti nel nucleare, questo sì appare un po’ audace, se non proprio complottista.

 

Inoltre, per quanto condivisibili le perplessità di Pelletier sulla composizione e la genealogia storica della governance climatica e finanche degli esperti che ne informano (o dovrebbero informarne) le decisioni, suona invece stridente la rappresentazione dei media come casse di risonanza di tali temi. Un mondo in cui le questioni climatiche hanno centralità nel dibattito pubblico e sui media mainstream esiste più nella mente di Pelletier che nella realtà. Che poi le poche volte che la acquistino, questa centralità, tali questioni vengano spesso declinate secondo un registro ripetitivamente catastrofista ma raramente pregno di contenuti e volto a trasmettere “il messaggio che i leader mondiali vogliono far passare” (p. 180), questo è verissimo; tuttavia, paiono temi non ancora effettivamente sdoganati nel dibattito pubblico.

 

In ultima battuta, Clima, capitalismo verde e catastrofismo è una lettura preziosa. Lo è sia per la grande quantità di informazioni che vi si trovano, ma ancor di più perché aiuta a guardare in modo critico e complesso al fenomeno dei cambiamenti climatici e agli attori che hanno giocato e giocano un ruolo in quest’arena. Alcune delle posizioni di Pelletier sono ampiamente condivise dai movimenti per la giustizia climatica, come quando scrive che la carbon tax aumenta “la tassazione delle famiglie, già pesantemente tassate, soprattutto in tempi di recessione economica, e penalizza gli automobilisti ordinari più dei grandi inquinatori” (p. 158) e che quindi “le principali fonti di inquinamento sono esonerate, mentre l’individuo medio viene fatto sentire in colpa e riportato alle sue scelte di consumo” (p. 159). Altri punti, discussi in precedenza, inquadrano la sua posizione al confine fra l’attenta critica al potere, lo scetticismo verso le narrazioni mainstream e qualche deriva forse non negazionista ma quantomeno un po’ semplicistica. La lettura comunque aiuta a uscire da un vicolo cieco che sempre più spesso dipinge le argomentazioni come bianche o nere, in scontri frontali fra opposte dicotomie che spesso anestetizzano il dibattito e oscurano un variegato spettro di posizioni intermedie che andrebbero invece approfondite con interesse.

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