di Massimiliano Manganelli

 

Cinque anni fa, al suo esordio nel territorio minato del romanzo, un territorio se non nemico quanto meno estraneo per chi per anni aveva praticato scritture ben diverse da quella romanzesca, con il suo Parigi è un desiderio Andrea Inglese aveva raccontato una vera e propria Bildung, quella del giovane precario intellettuale che diventa padre. In questo nuovo La vita adulta (Ponte alle Grazie, 2021), quella Bildung sembra divenuta impossibile, com’è impossibile definire esattamente la vita adulta che dà il titolo al libro. La voce che diceva io nel romanzo precedente – voce nondimeno tutt’altro che monologica – si sdoppia e abbandona la narrazione in prima persona per passare alla più tradizionale e ambigua terza. Al centro dell’impianto del libro sono due personaggi per alcuni aspetti diversi ma legati da alcune affinità elettive: da una parte Tommaso Zappa, critico d’arte defilato che si ritrova alla temutissima soglia dei cinquant’anni, e Nina Dumo, un’artista performativa trentenne che vive a Berlino.

 

In termini piattamente sociologici, i due sono accomunati dall’appartenenza a un determinato ceto medio culturale che vive da diverso tempo una condizione di precarietà lavorativa ed esistenziale che in parte era stata al centro anche di Parigi è un desiderio. Tommaso lavora per una rivista d’arte, è stimato ma nella sostanza non fa parte di quella élite culturale capace di spostare le quotazioni degli artisti. Davanti a lui all’inizio del romanzo (Primavera 2013, questo è il titolo della prima parte) si staglia «l’ombra glaciale e desolata dei cinquant’anni», dentro la quale lo troveremo ormai inoltrato nella seconda parte (Autunno 2015). Ha lasciato Milano per Sesto San Giovanni, per una casa di proprietà con tanto di giardino, ha una moglie e una figlia. È, in un certo senso, “arrivato”, giunto a quella fase della vita in cui si intraprende il duro impegno dei bilanci. Tommaso pregusta il momento, tanto rimandato ma ormai apparentemente prossimo, in cui troverà «il tempo, la tranquillità, la concentrazione per iniziare la lettura del nuovo libro o completare l’ascolto del nuovo disco»; vorrebbe stare bene, eppure da un lato rimpiange la giovinezza, o per lo meno «il familiare terreno dei quaranta» che gli sta sfuggendo da sotto i piedi, mentre dall’altro vagheggia «una grande svolta», che in effetti arriverà, senza tuttavia produrre gli effetti attesi.

 

A sua volta, al radicamento di cui è in cerca Tommaso Nina sfugge di continuo. In un primo momento, si è lasciata alle spalle Milano per trasferirsi a New York, dove un gallerista ha cercato di imporla sulla scena artistica, quasi riuscendoci, ma è scappata dopo un performance furibonda e si è rifugiata a Berlino, dove vive acquattata tra la sua attività artistica e lavori temporanei di ogni genere. Nina, in ultima analisi, si sottrae al sistema dell’arte, a quello costruito intorno alle gallerie, e lo rivendica espressamente, quando al suo ex gallerista e amante Danova rinfaccia che dell’arte performativa quel sistema non sa che farsene, perché questa elude la cristallizzazione in un prodotto vendibile, l’«idea della rarità dell’opera». Nina non vuole diventar merce e sin dalle prime pagine viene presentata come «selvaggia», come «un invito costante a uscire dal seminato»; e infatti non «vuole mettere a posto nulla, perché l’arcipelago nebuloso della sua esistenza le infonde una qualche forza». Si considera «dedita soprattutto alla sperimentazione, concetto senz’altro vago, ma denso di promesse». I due personaggi rappresentano le due forze su cui si costruisce l’equilibrio del romanzo: la forza centripeta di Tommaso e quella centrifuga di Nina, lo sguardo sul passato del primo, il quale vuole scrivere un saggio definitivo sull’iconoclastia novecentesca, e l’incessante tensione verso il futuro che muove la seconda. E a unirli, sia pure a distanza, è il fatto che vivono entrambi nascosti, secondo il detto epicureo che Tommaso ha trasformato nella propria insegna.

 

Come si può facilmente intendere, il filo narrativo che si snoda lungo le trecentosessanta pagine del libro è piuttosto esile: Andrea Inglese non cede a quella che è ormai diventata, oggi, una sorta di ideologia della trama, e quindi non scade nel romanzesco, negli incastri tanto millimetrici quanto sterili. In realtà, a portare avanti il libro non sono tanto le minime scosse dettate dagli eventi narrati, i quali non assumono mai grandi dimensioni, né gli andirivieni temporali che spostano l’attenzione del lettore verso il passato, soprattutto di Nina (circostanza curiosa, dal momento che è il personaggio più giovane e più orientato verso l’avvenire), quanto, soprattutto, gli affondi saggistici di cui il libro è disseminato, persino più sviluppati di quelli già presenti in Parigi è un desiderio. Sono le pagine dedicate, per esempio, al precariato intellettuale (che rappresenta uno dei nodi nevralgici del libro), alla gentrificazione, alla centralità del cibo nella società occidentale, alla nascita del cittadino brillante – «sveglio e rapido […] aggiornato e capace […] elegante e al passo coi tempi» – a dare davvero corpo al testo, e sono dettate con quella sottile ironia di chi espone le proprie idee senza troppa convinzione. E qui, davvero, Tommaso, perché è spesso lui il vettore di questa istanza saggistica, si presenta come alter ego dell’autore.

 

Il romanzo procede in un alternarsi di capitoli dedicati ora a Nina e ora a Tommaso e sembra precipitare lentamente verso il punto decisivo, ossia l’incontro tra i due protagonisti – varrà la pena anticipare che il capitolo fondamentale che lo racconta si intitola Le affinità elettive non sono per forza erotiche –, decisivo non soltanto in funzione narrativa, ma specialmente sul piano interpretativo. I giorni che Nina e Tommaso trascorrono insieme, in una villa in Toscana, dovrebbero avere uno scopo preciso: inventare qualcosa per rilanciare Nina sul mercato dell’arte, facendo così arricchire un gallerista e un ex pubblicitario. A riassumere perfettamente com’è andata saranno le parole che nella lettera pubblicata nell’Epilogo Nina indirizza a Tommaso, dopo che ha avuto luogo la performance per la quale i due si sono incontrati: «Volevano metterci al lavoro, e noi abbiamo fatto altro: ci siamo parlati liberamente, disordinatamente. E soprattutto abbiamo cazzeggiato». È questa l’autentica affinità elettiva che li unisce: fanno inceppare la macchina economica di cui dovrebbero essere il volano. E proprio nel loro essere disfunzionali rispetto al sistema nel quale sono immersi trovano forse la vita adulta, che si ammanta spesso di una «pretesa serietà». Quel cazzeggiare è, paradossalmente, il loro modo di essere adulti, riconoscendo la mancanza di un fine verso il quale tendere, un prodotto da realizzare. O, come si è detto, l’impossibilità di portare a termine la propria Bildung.. Occorre ribadirlo: la circostanza che Nina sia un’artista performativa è tutt’altro che secondaria nell’economia del libro e non a caso le pagine dedicate alle sue performance sono tra le più intense.

 

Questa medesima disfunzionalità si può utilizzare quale chiave interpretativa del libro di Andrea Inglese, che costruisce una macchina romanzesca ma deliberatamente non lubrifica alla perfezione gli ingranaggi. Nina comprende che Tommaso «era diventato il suo complice, quello che, come lei, non ci credeva, quello che stava al gioco, ma con riserva, ironia, beffardo scetticismo». Si tratta della perfetta descrizione di quello che fa Inglese con la sua scrittura: sta al gioco del romanzo, con tutto il suo armamentario, ma liberamente e disordinatamente, per riprendere gli avverbi utilizzati da Nina, dimostrando che si può scrivere un romanzo senza prenderlo/prendersi sul serio.

 

[Immagine: Anna Di Prospero, Untitled, 2008]

1 thought on “Su “La vita adulta” di Andrea Inglese

  1. Ho letto il libro e condivido queste riflessioni. Aggiungo che ho trovato una specie di profumo esistenziale, vitale ottenuto affondando il bisturi nei gangli più delicati di quella che può essere detta ‘sensibilita’ artistica’, sempre pero’ – e questo saggio lo sottolinea – con leggerezza, direi con spietata delicatezza.

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