di Massimo Palma

 

Con una nota di Gabriel Del Sarto

 

Dal 16 al 22 luglio del 2001 a Genova si tennero assemblee, dibattiti e manifestazioni per contestare la riunione del G8 prevista nel fine settimana. Tra il 20 e il 22 luglio, esponenti di varie forze dell’ordine uccisero un ragazzo, Carlo Giuliani, torturarono decine di persone alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, pestarono centinaia di manifestanti sotto i portici di Corso Gastaldi, li inseguirono e li manganellarono a Punta Vagno, prelevarono feriti dagli ospedali per tradurli in luoghi di detenzione. Con una frase divenuta poi tristemente celebre, Amnesty International definì Genova 2001 «la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dal dopoguerra».

A questi eventi, alle loro conseguenze per tutti noi, è dedicato il primo libro di poesie di Massimo Palma, Movimento e stasi, da poco uscito per la collana che dirigo con Niccolò Scaffai, per i tipi di Industria & Letteratura. Le infinite immagini che restano di quei giorni – istantanee, video, film, audio – sono l’archivio da cui parte la ricerca di Palma, che, entrando nei percorsi della memoria collettiva e individuale, fa di Movimento e stasi una potente e originale riflessione su Genova, portando la poesia oltre la cronaca, oltre le pieghe giudiziarie. Muovendosi in quel tempo/spazio anonimo e dimenticato, dopo la fine della stagione dei processi, quando Genova resta una questione irrisolta per le vittime, per gli spettatori e per lo stato di diritto, Movimento e stasi disegna percorsi per aprirsi a una nuova narrazione. Genova viene quindi riformulata (in un certo senso “riformata”) perché possa dire le dinamiche e le interazioni di individui e gruppi con quel passato, dove il personale può nuovamente essere politico, attraverso il ricordo e le divisioni interne al ricordo. Un passato dal potere inesploso, oltre «la stasis, la patologia politica per eccellenza, il male che corrompe dall’interno la comunità» (secondo le parole di Gennaro Carillo nella Prefazione).

In occasione del ventennale dei fatti, proponiamo una selezione di testi]

 

Gabriel Del Sarto

 

*

 

mezzi per un fine

 

non ricordare più la gioia il giorno prima

solo l’angoscia dopo a uscirne

le corse ai pullman gli occhi rossi

e ancora divise che salgono prelevano.

I manganelli i cortili morti nel sudore tra i sedili.

E urla riviste di notte e carceri.

 

L’esercizio della noia ogni seduta a riconoscere

chi eravamo e come siamo rimasti

assediati dalle unghie

né risalire né scendere ancora.

 

Uscire ancora vigili

dal ricordo. Dalle sue lingue dall’asfalto.

 

*

 

isolamento

 

a Genova e negli anni successivi non si facevano ancora cento foto al giorno coi cellulari e quando qualcuno mostrava una foto sconosciuta o magari non vista da anni ci perdevamo dentro e l’immagine restava era brutale ci condizionava. Non era raccoglimento né devozione ma solo smarrimento uno sprofondarsi da soli in un’immagine.

Di foto di quei giorni ce n’erano tante in giro nelle reti indipendenti e sui giornali. Ma allora con le foto non avevamo fatto pace come oggi che sono infinite e sciolte nella quantità. Le immagini di Genova erano inserite in una serie psichica precisa erano dati documenti ma anche ricordi che parlavano ad altri ricordi. Per alcuni erano insopportabili perché l’immagine il volto che ne usciva era legato a una ferita che nel quotidiano era invisibile.

Coi filmati era diverso. Nei filmati era l’audio a disturbare. L’elicottero le urla gli spari continui. Chi c’era distoglieva lo sguardo andava via. Chi non c’era restava a fissare lo schermo ma dopo qualche minuto preferiva mettere il muto

 

*

 

tentazione

 

il problema anni dopo è non rappresentarsi come

mosche nella rete

ma soprattutto non

immaginarsi come loro ancora maschi

leggere le fotografie di fiamme e barricate

non dire ancora una volta è lui che decide

al commissariato nascosto e mille schermi a visionare

un capo e poi un signore

un giudice che mastica tabacco e morde

dà gli ordini – sparare in aria mirare a terra.

 

La tentazione è rivedersi ancora in quegli estratti

bagnati dalle serie quando fuori dai ricordi

è cambiato tutto.

 

*

 

qualcosa deve rompersi

 

sale sale ancora mentre il braccio rompe il vetro.

È difficile contenere l’urlo

solo i tedeschi lo fanno.

Scontornano i selciati. È un lavoro piccolo preciso.

 

Come fai a dare la merce alle fiamme chiedi.

Ma quanto è bello il fuoco lo sapete anche voi eppure illustrate

la pura violenza con didascalie e singhiozzi

rotti perché abbiamo sprecato il valore del lavoro

a Tebe sotto le mura perché

abbiamo girato il capo senza vedere

chi faticava.

 

Prima delle cariche

vi stavamo mostrando la fatica andare in fumo.

 

*

 

urla e voci

 

a luglio

ricomporre l’infranto scagliare ogni cosa necessaria

dall’altra parte.

 

Fai il movimento

lo rifai con tutte le voci.

Ma nessuna parola parla nei vicoli.

Sei puro movimento e il movimento ora è la pietra

lanciata ormai ferma nel ricordo.

 

I feriti si confondono le urla

sono uguali dicono le voci nella testa

poi alcuni li ammanettano

tra le urla tutte uguali li trasferiscono dove è concesso

di urlare di meno.

 

*

 

Ball set match

e si divisero i fatti in un campo da tennis.

C’era stata violenza di qua e violenza di là. Di qua e di là. E il pubblico pagante applaudiva la pallina andare a destra poi a sinistra senza mai toccare il net.

E cinquanta giorni dopo dato che ormai dopo le Torri gemelle nulla sarà più come prima la pallina contesa di Genova finì a detonare in tribunale e nella testa delle persone che non volevano parlarne perché le fratture interiori non si vedono. Ci sono gli antidolorifici i sonniferi i risarcimenti i sogni i discorsi le interpretazioni

 

*

 

specificazione

 

nel duemilauno per essere più forti e inclusivi e mostrare di aver chiuso col passato era bene dirsi plurali. E quindi si scelse di chiamarsi movimento dei movimenti due volte movimento. Era come fare parte del moto che ne muove altri. Da una parte dentro la zona rossa la morte del capitale riunito a pensare il mondo peggiore. Dall’altro il movimento dentro la zona che invece era gialla.

E tuttavia il capitale che è a favore del morto fece una cosa molto furba costruì gabbie alte e poi sparò al movimento e gli passò un sasso sulla fronte per dire che le pietre uccidono e che non c’è mai un sasso innocente. Un sasso che è stato non si dimentica più.

Lasciato morire in una piazza il movimento si fermò si guardò e per anni si trovò bellissimo da morto

 

*

 

esercizio uno

l’ironia è aver riscoperto proprio in quegli anni una parola greca che dice la lotta intestina e il suo bilanciamento. La battaglia il mondo inquieto del conflitto la sedizione che spacca in due la città. E pure l’equilibrio intenso tra le due fazioni che tese si arrestano a guardarsi. L’equilibrio che si sente quando prendiamo posizione e fronteggiamo i vicini la parte opposta e sbagliata appena fuori oltre il muro – o dentro la casa quasi dentro.

L’ingiustizia è aver scritto dopo quei giorni l’epitaffio all’agitazione che c’è dentro la parola al moto frenetico dentro la stasis. Averla fatta significare nostalgia per un moto passato quando invece un tempo

richiedeva amnesia.

Prima era tanto insopportabile il ricordo di esserci stati dentro che per andare avanti si inventarono l’amnistia. Un non ricordo collettivo – giurato e spergiurato. Pare di vederli ancora gli ateniesi recarsi tutti insieme nella piazza a chiedersi a vicenda per favore di non ricordare più.

Ora l’esercizio è stare nel ricordo fermi

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