di Sergio Benvenuto, Pietro Pascarelli * e Miguel Vatter **

 

[In seguito alla pubblicazione dell’articolo di Sergio Benvenuto sulla meritocrazia (Merito e libertà, 12 luglio 2021) si è sviluppato un dibattito che l’autore ci ha inoltrato. Lo pubblichiamo con piacere].

Intervento di Miguel Vatter

 

Negli Stati Uniti sembra che ci siano due dibattiti relazionati. Per un lato c’è la critica alla meritocrazia, tema del recente libro di Michael Sandel. Sandel attribuisce alla meritocrazia una delle cause del trumpismo: essa avrebbe generato una spaccatura interna nel popolo americano tra coloro che sono “vincitori” nella gara della vita e coloro che sono “perdenti”. E siccome chi ha vinto lo ha fatto “per merito proprio” (come spiega Benvenuto, chi vince una gara dove tutti incominciano allo stesso punto di partenza e sono più o meno “eguali”, per definizione vince “per merito suo”), la responsabilità di essere diventati “perdenti” (losers) ricade tutta sull’individuo. Questo sistema – ovviamente basato su presupposti teologici – non può nutrire se non rabbia e risentimento nei perdenti. Il risultato è Trump.

 

L’altro dibattito invece ha a che vedere con il movimento (se si può nominare cosi un tipico effetto delle ideologie generate a partire dai social media) “anti-critical race theory” che sta cercando di mettere fuori legge l’idea che si possa “essere razzista” anche senza saperlo o senza volerlo essere, per una sorta, diciamo cosi, di “unconscious bias”. Il discorso della “critical race theory” dice, più o meno, che negli Stati Uniti non solo non c’è mai stato un momento nel quale “bianchi” e “gente di colore” (people of color) hanno gareggiato dallo stesso punto di partenza (ma il concetto ovviamente si applica a tutte le categorie biopolitiche come “sesso”, “genere”, “origine etnica” e cosi via – insomma, tutti i marcatori di differenze tra popolazioni), ma anche che la gara non è mai stata tra “eguali”. In fondo il “critical race theory” (che non per niente è nato nelle scuole di diritto americane) afferma che l’idea che la legge possa trattare tutti allo stesso modo, che lo stato possa essere veramente “neutrale” non solo verso le differenze religiose o di opinione ma anche verso le differenze biopolitiche, è un’illusione e non riflette la realtà di coloro che subiscono le leggi. In altre parole, secondo il “critical race theory”, il razzismo, il sessismo, etc. è “strutturale” – come diceva l’importante filosofa politica Iris Marion Young. Ora, il movimento “anti-critical race theory” vuole proibire l’insegnamento di questo discorso nelle scuole pubbliche, anzi oggi più di venti stati negli Stati Uniti hanno legislazioni in questo senso.

 

Ecco, direi che il mio primo punto in relazione al saggio di Benvenuto è che se non si abborda il tema delle differenze biopolitiche, allora il discorso sulla meritocrazia rimane meramente “analitico”, si basa in fondo sulla definizione del merito. Ma il dibattito non è mai stato se gareggiare sia buono o cattivo. Il vero dibattito è doppio: 1) ci sono delle cose che non dovrebbero mai essere distribuite attraverso una gara. Per esempio la dignità. Per esempio le condizioni di riproduzione della vita (i diritti cosiddetti “sociali”, ecc.). E, 2), la gara in apparenza corsa su un campo piatto (visto dal punto di vista di alcuni in corsa) è in realtà corsa su un campo con pendenza (visto dal punto di vista di altri in corsa). Mi pare chiaro che l’esempio del compagno comunista che crede nel merito individuale, o l’esempio del “6 politico” non toccano nessuno di questi due punti, e quindi Benvenuto non sta veramente parlando del problema della merito-crazia, ossia di un dominio dei meritevoli sui perdenti.

 

L’analisi dei diversi giochi di linguaggio tra chi cerca le ragioni e chi le cause che struttura la parte del saggio sulla libertà mi pare molto interessante, ma non riesco a capire cosa ci possa dire su come opera la dominazione oggi (o forse da sempre) e cosa vuol dire libertà in relazione a essa. Io aderisco alla definizione della libertà della tradizione repubblicana, per cui la libertà vuol dire assenza di dominazione, e quindi: né assenza della necessità (come invece definisce la tradizione teologica del libero arbitrio), né assenza di ostacoli (come la libertà negativa in Hobbes). In fondo mi pare che Benvenuto forse tenda a opporre liberta ed eguaglianza perché pensa che libertà sia inerente alla diversità. Io sono dell’opinione opposta, che di libertà si possa solamente parlare in relazione all’eguaglianza.

 

La vera questione forse è:  che cosa rende uguali un gruppo di organismi differenti? Per Arendt, e credo lei abbia ragione, non ci può essere una relazione “politica” o “civile” tra esseri diversi se non basato sulla “finzione” dell’uguaglianza. Questa finzione dipende dalla legge. Qui vorrei dire due cose in proposito: io userei il termine “ipotesi” e non “finzione” (giocando con la famosa formula di Newton: hypothesis non fingo), dove ipotesi sta per principii. Il punto della Arendt non si applica solamente alle relazioni intersoggettive, ma è valido anche per la natura: difatti perfino il fatto che la natura produca solo diversità, su cui insiste Benvenuto, cade sotto un principio: il principio dell’identità degli indiscernibili: “mai due cose saranno identiche”.

 

Ecco, per finire, l’ultimo punto su cui mi trovo in disaccordo con Benvenuto. In fondo mi sembra che la filosofia non possa essere semplicemente “analitica”, ossia debba limitarsi a spiegare il senso dei nostri concetti, e lasciare alla scienza sperimentale il lavoro di determinare la loro verità. Secondo me la filosofia ha a che fare con principi che non sono semplicemente “posti” o “veri per definizione”. Forse fare filosofia equivale a chiedersi: che cos’è un principio? E per ritornare all’inizio, mi pare possiamo differenziare tra principio e legge, e questa differenza è importante per dare spazio alla differenza tra “equità” e “uguaglianza”, la quale magari ci permette di riconoscere le ragioni (o le cause?) di chi argomenta che uguaglianza davanti la legge per A non è lo stesso che per B, e quindi bisogna fare riferimento ad altri principii per trovare quella “isonomia” che permetta a tutti di vivere alla maniera politica o civile. In fondo il secondo principio di giustizia di Rawls era inteso non ad eliminare il merito, ma a prevenire la meritocrazia (tra le altre cose).

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Risposta di Sergio Benvenuto

 

Caro Miguel,

Per risponderti, devo fare dei chiarimenti “a monte” dei nostri discorsi.

 

Mi pare che trovi le mie argomentazioni un po’ sofistiche, oppure troppo “analitiche”, mentre vorresti un risultato sintetico. Personalmente penso che la logica, il rigore delle dimostrazioni, sia la retorica della filosofia. Ovvero, sono armi di persuasione, ma la filosofia stessa non è solo logica e dimostrazione. Per cui certo uso lo strumento logico, ma posso dire anche in termini non logici il succo di quello che voglio dire: che merito è una questione relativa, ovvero in relazione a fini e regole, non dovrebbe avere il senso di una valutazione morale delle persone. In questo secondo senso, direi, tutti siamo anti-meritocratici, la questione si chiude. Analogamente, la libertà è sempre qualcosa di relativo, non esiste una libertà assoluta nel senso in cui essa sarebbe puro arbitrio staccato da ogni determinismo; in ogni atto libero possiamo in linea di massima trovare una determinazione. Meno analitico così?

 

Ma allora, che cosa veramente c’è sotto tutto questo dibattito? Da dove viene tutta questa urgenza – che l’ultimo libro del communitarian Sandel conferma – di criticare la meritocrazia? Per “esserci sotto” intendo l’enunciazione che sta sotto gli enunciati… Ciò che “si vuole vendere”, per dir così, al proprio pubblico dietro il contenuto manifesto delle argomentazioni. Questa è la vera domanda da porsi….

 

1.

 

Mi chiedo che cosa tu intenda per “risultato sintetico” in filosofia. Se intendi che il filosofo dovrebbe dare fondamenti a un certo progetto politico, allora dico subito che non mi interessa questo, almeno fin quando faccio filosofia. Per me la filosofia è attività appunto analitica nel senso di decostruttiva – come del resto lo era agli inizi socratici. Quel che mi interessa della filosofia non è la sua prosopopea “fondativa”, ma la critica delle filosofie immanenti direi, di quelle che in un libro ho chiamato Filosofie Popolari Dominanti. La filosofia dovrebbe snidare il filosofico che si annida nei discorsi comuni, “semplici”, “normali”, per smascherarne la metafisica di fondo.

 

Ciò non toglie che come cittadini, come “animali politici”, dobbiamo poi compiere delle scelte politiche di fondo, che saranno in linea con la nostra storia e la nostra appartenenza sociale. Ma queste scelte non possono essere fondate filosoficamente, sono “senza fondo” nel senso dell’Ungrund heideggeriano. L’importante, per me, è che le scelte politiche e civili a cui siamo portati tengano conto della previa decostruzione filosofica. Questa ha la funzione di sbarrare certe strade, per dir così, o di sbarrare certi discorsi. Per fare un esempio, dopo la filosofia di Kant nessun filosofo di una qualche importanza ha più tentato dimostrazioni dell’esistenza di Dio, o dell’immortalità dell’anima, o dell’infinità del mondo… o del contrario. Grazie a Kant, certe strade filosofiche risultano ormai del tutto sbarrate. Ma ciò non elimina certamente le questioni della fede in Dio, nell’immortalità, ecc., in quanto questioni che ci riguardano personalmente, come esseri umani pensanti.

 

2.

 

Quel che ti interessa della vita politica, mi pare, è la questione della dominazione e di come eliminarla o superarla. Anche qui, non posso che decostruire.

Fui colpito anni fa da un film francese di cui non ricordo né il titolo né il regista. Si tratta di alcuni operai che hanno subito un grave torto, non ricordo se licenziamenti o addirittura chiusura della fabbrica. Essi decidono di uccidere il responsabile di questa decisione, “il capo”. Lo fanno, ma si rendono conto ben presto che colui che hanno ucciso era solo un esecutore, che bisognava andare più in alto. E dopo che hanno ucciso quello più in alto, si rendono conto che a sua volta costui applicava direttive che venivano da altrove… Insomma, hanno voglia di uccidere una serie di persone, alla fine si renderanno conto che non c’è un Responsabile Unico, che si tratta di un’intera rete di decisioni e vincoli di cui non c’è responsabile originario.  Questo film ha colto essenzialmente l’ingenuità del credere che esistano dei veri dominanti.

 

Se per “libertà dalla dominazione” intendi il fatto che nessuno vuol essere dominato, allora questo è empiricamente falso. Già nel XVI° secolo un giovanotto di 18 anni, Etienne de la Boétie, aveva fatto notare che in realtà molti esseri umani, tanti esseri umani, vogliono essere dominati (in Discours de la servitude volontaire). Questo spiega perché tanto spesso la democrazia si sia suicidata: il voto popolare ha dato tutto il potere a despoti che hanno eliminato la democrazia o hanno tentato seriamente di eliminarla. Così avvenne agli inizi degli anni 1920 col fascismo italiano, e con il nazismo in Germania nel 1933 (lo si dovrebbe ricordare molto più spesso: i fascismi di solito sono andati al potere per via democratica). E così in Argentina nel 1946 e nel 1951 quando venne plebiscitato Juan Perón, grande ammiratore di Mussolini. E quindi le varie vittorie elettorali di leader più o meno dichiaratamente fascisti: così col dispotismo di Putin in Russia e di Erdogan in Turchia, nel 2014 in India con il sovranista Narendra Modi, in Ungheria da anni con Orbán, nel 2016 negli USA con Trump. Anche il voto per Berlusconi in Italia, nel 1994 e nel 2001, dava l’Italia in mano a un imprenditore pigliatutto, e siamo fortunati se Berlusconi non ne abbia approfittato di più per stabilire il proprio dispotismo. È questo il limite della democrazia: che essa può auto-divorarsi. Come diceva qualcuno, la democrazia è la competizione regolata tra fascismi.

 

Ma ammettiamo, senza concederlo, che la volontà di non essere dominati sia in cima alle preoccupazioni degli esseri umani. Il punto è: chi domina chi? Nel modello benthamiano del Panopticon è chiaro chi domina e chi è dominato, come del resto accade in qualsiasi prigione. Ma la persona che sembra dominare è per lo più una persona delegata. Come suol dirsi, quel che domina è un sistema. La valanga di saggi che denunciano il neoliberalismo perché ci dominerebbe tutti hanno l’accortezza di dirci che il neoliberalismo non è qualcuno, non è un pugno di imprenditori o di finanzieri, non è lo stato o questo o quel partito che lo gestisce, il neoliberalismo è…. una forma di vita a cui tutti partecipiamo, a cui tutti, chi più chi meno, ci sottomettiamo. Anche se poi molti autori dimenticano questa accortezza e parlano del Neoliberalismo come fosse un soggetto: qualcuno che persuade, seduce, decide, manovra, complotta, reprime, ecc. Una forma di vita viene personalizzata, come si faceva nelle arti con le allegorie della Verità, della Pudicizia, della Giustizia, ecc.

 

Certo molti di noi hanno la sensazione di essere dominati. Ma il punto è che non sappiamo da chi e da che cosa. Ad esempio, molti si sentono dominati dall’altro sesso (li si incontra nei nostri gabinetti psicoanalitici). La lamentela femminista è ben nota, ma ci sono anche lamentele maschili: le donne “si danno” solo se ci si comporta in un certo modo, se “si fa il maschio”, se si recita un certo ruolo, ecc.

Quando una società si avvicina a una Gemeinschaft, siamo dominati dagli tutti gli altri, cosa che chiamiamo conformismo. Come scrisse Sartre in Huis clos, “l’inferno sono gli altri”, ovvero chi vive con noi. Chi come me ha passato la gioventù in una città “comunitaria”, Napoli, dove la pressione degli altri è schiacciante, sa bene che cosa significhi sentirsi dominato dai concittadini. Quando da adolescente mi inventai una mia foggia personale, venni letteralmente perseguitato: insultato, malmenato, ecc. Il carabiniere o il poliziotto che ti arresta è l’ultima istanza di una funzione repressiva di ogni forma non dico di devianza, ma di eccentricità, che viene esercitata “a monte” da genitori, vicini di casa, professori, colleghi… Per esempio, ho raccolto le confidenze di molti ex-studenti che a cavallo degli anni 1960 e 1970 non condividevano le idee radicali e contestatarie che dilagavano nel mondo studentesco e giovanile, loro la pensavano diversamente. Ma non osavano esprimersi, perché sarebbero allora stati oggetto di dileggio, disprezzo, messa al margine… Chi non è conforme la paga. La prima repressione è quella a opera del vicino di pianerottolo.

 

I marxisti dicono che siamo piuttosto dominati dalle multinazionali, dal GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft), da Big Pharma, dai mercati finanziari… Ma questa dominazione su di noi non è una dominazione che noi stessi abbiamo creato, senza volerlo, col nostro solo servirci delle multinazionali, della grande finanza, ecc.? Chi ha dato il potere a GAFAM? Noi che siamo usciti pazzi per Facebook, che ci siamo convertiti al computer abbandonando la macchina da scrivere o la penna, che preferiamo ordinare libri o lavapiatti via internet anziché dal libraio o dal negozio di elettrodomestici…

 

Oggi i dominatori del mercato e della politica sono per lo più sistemi di servizi. I dominatori sono nostri servitori. E qui dovremmo evocare la dialettica del padrone e del servo di Hegel, e confermare che oggi quelli che ci dominano sono i nostri servitori, e questo perché tutti ci siamo messi in una posizione “signorile” che alcuni chiamano di “consumatori”. Il signore è il consumatore, che diventa dipendente da chi gli serve i consumi. Siamo asserviti ai nostri servitori. Così come siamo asserviti ai nostri ministri, che in latino significava appunto servitori.

La società tecnologica avanzata è sempre più permissiva e sempre meno repressiva in modo esplicito. Ciò viene denunciato come una “astuzia” del neoliberalismo, ma è solo un effetto sistemico, che i teorici dei sistemi hanno ben descritto (a cominciare da Niklas Luhmann).

 

Per esempio, lo stato moderno non chiede nemmeno più ai maschi il servizio militare obbligatorio. Ciò è dovuto al fatto che la guerra moderna può essere combattuta solo da tecnici, da professionisti della guerra, non ha più senso il fantaccino con la baionetta che batté l’esperto esercito prussiano a Valmy nel 1792. Eppure la coscrizione militare obbligatoria era una funzione fondamentale delle nuove democrazie popolari: era l’idea che l’Esercito di Popolo, e non un esercito del re, difenda la patria cioè se stesso. Ma lo stato moderno rinuncia anche a chiedere questo sacrificio che pure era alla base della democrazia.

Potremmo dire che lo stato è il vero dominatore delle nostre società, come hanno sempre detto gli anarchici, di destra e di sinistra. In effetti oggi, grazie alla tecnologia, lo stato ha una capacità di controllo capillare della popolazione di cui nessun regime precedente, per quanto dispotico, era capace. Oggi lo stato grazie all’informatica e a video impiantati a ogni angolo di strada può sorvegliare ciascuno di noi. Tutto ciò, certo, aiuta a scoprire i criminali, ma potrebbe anche servire, un giorno, a controllare i dissidenti, a perseguitare gli oppositori, a spiare chi ha comportamenti considerati devianti. La nostra società non è orwelliana, ancora, ma ha tutti gli strumenti per esserlo.

 

Il potere di imperi e regni pre-moderni ci fa semplicemente sorridere, oggi. Quando un re aveva bisogno di fondi per fare una guerra, imponeva tassazioni, ma si calcola che meno della metà di quello che veniva esborsato arrivava a destinazione al re: il resto veniva mangiato da mediatori, faccendieri, gabellieri, grassatori, ecc. Non esisteva una polizia efficiente come oggi, la funzione poliziesca era svolta dal vicinato, o da riti come lo charivari. La stessa chiesa, cattolica od ortodossa, non era così capillarmente impiantata come si crede. In realtà gli storici pensano che la gran massa della popolazione cristiana europea – formata essenzialmente da contadini – avesse continuato a essere più o meno pagana. È solo verso la fine del medioevo che la chiesa ha tentato una vera cristianizzazione delle masse. (Secondo alcuni, questo spiega quel bizzarro fenomeno della persecuzione delle streghe e degli stregoni che è durato circa tre secoli, dalla metà del XV alla metà circa del XVIII secolo: la paranoia collettiva delle streghe sarebbe un effetto di ricaduta di una massiccia cristianizzazione delle masse rurali, ragion per cui credenze e pratiche un tempo ammesse, ora venivano, letteralmente, demonizzate.) Sia la Riforma protestante che quella cattolica detta Controriforma intensificarono questo processo. Il fervore religioso di massa è quindi non un fatto medievale, come si crede, ma un fatto moderno.

 

3.

Trovo deludenti quasi tutti i pensatori che si dicono foucaultiani, perché mi pare che non abbiamo colto il punto essenziale dell’analisi dell’ultimo Foucault. Nella sua Storia della sessualità Foucault abbandona del tutto il modello del Panopticon per mettere in rilievo come, nella riflessione occidentale sulla sessualità, quel che è in gioco è il dominio su se stessi. Il vero ultimo dominatore non è il despota, la chiesa o l’impero, lo stato moderno, il capitalismo o il neoliberalismo, ma se stessi… Claude Lévi-Strauss parlava di una moderna auto-colonizzazione. Se l’essenziale, come pensi tu, è liberarsi dalla dominazione, allora per prima cosa dovremmo liberarci dalla dominazione di ciò che Freud chiamò Super-Io, che non è il padre né la madre né il prete, ma l’istanza della legge che non ci ordina affatto “rinuncia!” ma – come ha detto paradossalmente Lacan –  “Godi!” Dominare noi stessi non significa quindi rinunciare al godimento, ma controllare, governare il proprio godimento. Una cibernetica del godimento, la chiamerei.

 

Questo lo vediamo ogni giorno nella pratica analitica. Molte persone si lamentano di essere o di essere state dominate da qualcuno, in particolare le donne accusano di essere assoggettate al loro uomo, per esempio. Ma poi, andando avanti nell’analisi, si vede che in fin dei conti sono loro ad aver messo l’altro, padre o marito o madre o capo che sia, in una posizione di dominatore o dominatrice, e che l’altro vi si è adattato spesso a malincuore.  È quel bisogno boeziano di essere dominati. Ma pensare di essere dominati dall’altro è un escamotage, una fuga dal punto essenziale: che non ce la si fa a dominare se stessi. L’altro diventa la protesi di un’auto-repressione che risulta troppo difficile.

 

Secondo me, i regimi chiaramente dispotici o tirannici sono nella storia l’eccezione, non la regola. Alla base c’è sempre un tacito contratto sociale tra chi comanda e chi è comandato. Certo non a tutti il contratto va bene, così alcuni di noi si pongono in una posizione di dissidenza, di contestazione, di rifiuto della propria società. Cosa che sfocia nella rivolta o nell’emigrazione. Ma la maggior parte aderisce al contratto.

Ad esempio, consideriamo il regime stalinista e post-stalinista un sistema repressivo e totalitario. Ma di fatto esso godeva del consenso di una gran parte della popolazione. Chi, abitante di un paese ex-sovietico, è abbastanza anziano per ricordarsi del comunismo, dice chiaramente che fino a un certo momento il regime comunista godeva dell’appoggio della maggioranza (come del resto godevano dell’appoggio della maggioranza il fascismo in Italia e il nazismo in Germania), che i dissidenti erano pochi, isolati e spesso derisi. Tutti mi dicono che il regime ha perso man mano il consenso dal 1980 in poi. Perché? Nessuno sa dire il perché. Una diecina d’anni dopo il regime è crollato, anche se prima Gorbachev con le sue riforme aveva cercato di compensare la perdita di consenso di massa. Ovvero, quando un popolo non ne può più di un regime, trova appoggio all’interno dello stesso regime, e quindi prima o poi quel regime crollerà. Gli anziani russi o ucraini che io ho conosciuto nella maggior parte dei casi hanno nostalgia degli anni staliniani, a meno che non fossero dei dissidenti, appunto.

 

Pure i regimi feudali medievali si basavano su un tacito contratto sociale, anche se questo prevedeva la servitù della gleba. I nobili erano i guerrieri, e quindi svolgevano comunque una funzione, in un’epoca in cui erano frequenti le scorrerie di pirati arabi o vichinghi, in cui era possibile essere invasi da armate saccheggiatrici e stupratrici. I re, ad esempio, amministravano la giustizia civile e penale, alcuni re erano medici (i re taumaturghi che ci ha descritto Marc Bloch). La chiesa poi svolgeva altre funzioni, non solo oppressive: forniva l’assistenza ai più poveri, organizzava l’assistenza medica, forniva vitto e alloggio ai pellegrini, ecc. Spesso le prostitute erano protette dai vescovi locali, i quali funzionavano da tenutari di bordelli. Insomma, un potere unicamente dispotico, che sfrutta il popolo senza che questo ne abbia nulla in cambio, è un caso-limite.

 

Più frequente è l’oppressione di minoranze da parte delle maggioranze, un pericolo che certo la democrazia non evita, come ben sappiamo. Lo ripetiamo: il nazismo – che aveva come programma la persecuzione di minoranze – vinse per via democratica. Possiamo dire che la Shoah è stata, in fin dei conti, un prodotto della democrazia.

Direi allora che la vera dominazione non è tanto esercitata da individui o da classi sociali specifiche, ma… dalla filosofia. Se intendiamo per filosofia quel che si intende oggi, quando si dice “la filosofia di una riforma”, o “la filosofia di un piano economico”… ovvero i principi ispiratori di certe decisioni politiche. Se qualcuno si sente oppresso, in qualsiasi società, si sente oppresso da una “filosofia”. Per esempio, chi ha perseguitato gli omosessuali, in particolare maschi? La chiesa, la magistratura, il popolo?… Direi una certa filosofia secondo cui l’omosessualità era un peccato orrendo, un atto “contro natura” (e sappiamo quanta filosofia si nasconde dietro termini come “secondo natura” o “contro natura”!). Non i filosofi come persone certo, ma una certa filosofia è il vero despota. E così, non possiamo nemmeno dire che sia stato il partito comunista a opprimere la dissidenza in Unione Sovietica: è stato il marx-leninismo. Una dottrina filosofica.

 

 

4.

“Benvenuto non sta veramente parlando del problema della merito-crazia, ossia di un dominio dei meritevoli sui perdenti.”

 

Non esiste alcun dominio dei meritevoli sui perdenti per la semplice ragione che i meritevoli non costituiscono un gruppo omogeneo, una classe sociale, dato che ciascuno è meritevole in un certo specifico campo. Posso essere meritevole negli scacchi, nel senso che so giocare molto bene a scacchi, ma posso essere una schiappa a giocare a poker o a bowling. Posso essere meritevole in filosofia, ma scarsissimo come marito o compagno, per cui passo da un divorzio all’altro… Quindi, non capisco che cosa tu intenda per “dominio dei meritevoli”.

Potremmo anzi dire che primeggiano in certi campi personaggi niente affatto meritevoli, dei cialtroni, come Hitler, Pol Pot in Cambogia, Trump…  Ma sono persone poco meritevoli per noi. In realtà, nel loro ambito, hanno avuto successo. Molti oggi sono filo-nazisti, molti simpatizzano ancora per i Khmers Rouges, Trump è ammirato da metà dell’America… Si può essere meritevoli anche nel mondo mafioso: un boss potente è mafiosamente più meritevole di un boss che viene fatto presto fuori… Tutto dipende in relazione a cosa valutiamo un merito. E mi pare che anche tu lo dimentichi.

 

Dici che una cosa è premiare il merito, altra cosa è la meritocrazia.

In effetti, la democrazia pluralista di oggi è anti-meritocratica. Che meriti avevano o hanno individui come Hitler, Perón, Trump od Orbán per vincere le elezioni? Ben pochi. Essi vincono perché esprimono le “filosofie” della gente comune che li vota, non perché avevano dato prova di competenza, saggezza, buon governo…. La democrazia premia spesso demagoghi, arruffapopolo che sanno urlare bene, come Beppe Grillo o Matteo Salvini.

Un sistema meritocratico, anche se non puro, è da tempo quello cinese. I capi al vertice della Cina sono anziani perché devono percorrere tutta la lunga scala che dalla gavetta porta alle massime responsabilità: devono dimostrare di aver governato bene a tutti i livelli che hanno occupato. È il principio confuciano del dominio fondato sul merito, che un tempo era quello dei mandarini. Sarebbe impensabile in Cina che diventi presidente uno come Trump che non aveva mai fatto politica prima, che non aveva dato alcuna prova di sé come amministratore o legislatore. E oggi il modello meritocratico cinese ha più credito in molti paesi, specialmente asiatici, del modello democratico americano.

 

Un modello puramente meritocratico, diremmo oggi, era quello sognato da Platone per la sua politeia: i filosofi-re sono il prototipo di ogni dominio di tipo tecnocratico. Ma non appena i tecnici divengono eleggibili, allora la logica meritocratica è sconvolta.

 

5.

 

Non so se mettiamo gli individui in gruppi che poi sono gerarchicamente organizzati”.

Chi è questo noi che gerachizzerebbe? Intendi i popoli? Intendi le élites dominanti? In realtà le gerarchie vengono a crearsi spontaneamente. Se scegli un criterio, la gerarchia si farà alquanto automaticamente.

 

Basta mettere tre ragazze insieme, e subito molti di noi le metterebbero in gerarchia per bellezza. Qualcuno, come Paride, sceglierebbe la più bella delle tre. Qualcun altro, come Zeno Cosini in La coscienza di Zeno, si rassegnerebbe alla più brutta delle tre. O basta interrogare tre studenti o studentesse sulla filosofia politica, e troverai che tra loro c’è quasi sicuramente una scala di cultura, di istruzione, di perspicacia…

Certamente possiamo non dare un senso gerarchico a delle differenze, ma di solito – come ha dimostrato in modo eccellente Ralph Dahrendorf – finiamo col darle perché le differenze si stabiliscono in relazione a una legge, o se vogliamo, a un criterio. Se dobbiamo scegliere tre giocatori di basket ball, per esempio, e tutti si mostrano eguali per abilità agonistica ma non per altezza, finirò con lo scegliere il più alto perché l’altezza conta nel basket. Nel basket, essere alti è “un merito”.

 

Mi dirai: alcuni sono messi in una posizione gerarchica superiore non per merito, appunto, ma per nascita. Se ero figlio di un nobile ero anche io nobile, se ero figlio di un re o di un imperatore ero erede al trono o all’impero. Ma appunto, la filosofia democratica è nata proprio per eliminare certi privilegi alla nascita. Che del resto avevano la loro logica. Per esempio, le dinastie ereditarie furono un’invenzione utile rispetto al modo in cui venivano selezionati gli imperatori romani. Ogni imperatore romano si imponeva spesso grazie a una guerra, facendo fuori militarmente i rivali, cosa che costava sangue, tempo, rancori e danaro. Per evitare scontri cruenti tra i nobili a ogni morte di re o imperatore, meglio “incoronare re il primo figlio della regina”. Un grande risparmio.

Analogamente, i diritti nobiliari erano ereditari nella misura in cui si dava per scontato che i padri nobili avrebbero dato un’educazione militare ai figli. I nobili divenivano una casta nel senso che producevano un certo tipo specifico di competenza, quella bellica. Ciò che a un certo punto è stato percepita come ingiusto dominio, aveva all’origine una sua logica contrattuale.

 

6.

 

Sono d’accordo con Arendt che ci vuole una sorta di “finzione di eguaglianza” come atto inaugurale, che oggi chiamiamo eguaglianza dei diritti. Puoi chiamare questa finzione anche “ipotesi” se ci tieni, ma aggiungendo che è un’ipotesi sistematicamente falsificata: l’ipotesi che siamo eguali viene smentita ogni volta che effettuiamo valutazioni comparative.

Il grande errore del pensiero egualitario è credere che l’eguaglianza dei diritti (“la finzione dell’eguaglianza”) sia il primo passo per un’eguaglianza de facto. Ma è vero il contrario, come ha dimostrato Dahrendorf: l’eguaglianza dei diritti è la matrice delle ineguaglianze fattuali. L’eguaglianza a priori è una macchina che produce sempre ineguaglianze a posteriori.

 

7.

 

“Sandel attribuisce alla meritocrazia una delle cause del trumpismo: essa avrebbe generato una spaccatura interna nel popolo americano tra coloro che sono “vincitori” nella gara della vita e coloro che sono “perdenti”.

Quel che dice Sandel su quelli che in America si chiamano rednecks è nel fondo vero (anche se di fatto la fascia più ricca dell’elettorato ha votato più per Trump che per Biden nel 2020). È vero che la nostra società tende a responsabilizzare l’individuo per i propri fallimenti, ma questo è proprio effetto della democrazia liberal, della sinistra, non del neoliberalismo.

 

Nelle società di Antico Regine era quasi impossibile uscire dal proprio status sociale. Con l’affermarsi della democrazia liberale (per “liberale” intendo non il free market ma uno stato di diritti eguali per i cittadini) in teoria la mobilità è sempre possibile. Ma questo non significa in pratica, ovviamente.

Diciamo che la nostra società è come una maratona a cui tutta la cittadinanza può partecipare – si fa una maratona ormai in ogni città importante. Pierre De Coubertin diceva che nello sport l’importante non è vincere ma partecipare: e in effetti nella società liberal-democratica tutti sono invitati a partecipare. Ma proprio perché si partecipa, l’ambizione è vincere. È ovvio che la maratona non potrà essere vinta da una donna, da un anziano, da un bambino, da un handicappato…  Insomma, il sentimento di essere “perdenti” è un effetto inevitabile di una società democratica: proprio perché la regola dice che tutti abbiamo gli stessi diritti (tutti partiamo alla pari), chi arriva tra gli ultimi si sentirà un “perdente”.

 

Il solo modo per non far sentire la gente “perdente” sarebbe quella di incasellarla sin dall’inizio in un gruppo chiuso, ma questo ci apparirebbe ingiusto e dispotico. Come sarebbe fare un test mentale a tutti i bambini a 11 anni, mettiamo, e inserirli in scuole e in training in relazione al loro QI. Sarebbe una forma di ritorno a un regime di caste, solo che la casta sarebbe data dal QI e non dai genitori.

È vero che il voto a destra (Trump, Brexit, Le Pen, Salvini e Meloni…), nei vari paesi occidentali, è tipico delle persone più anziane, di chi abita in piccoli centri urbani o in campagna, di persone con un livello culturale medio-basso, tutte persone che possono per questo sentirsi “perdenti”. Ma la società liberal-democratica non li ha obbligati a non proseguire gli studi, a non abitare nelle grandi metropoli, né a invecchiare… Del resto l’elettorato di estrema destra è più maschile che femminile, vuol dire questo che essere maschi è di per sé essere perdenti? La gerachizzazione tra le persone – qualunque sia il criterio di una gerarchia –  è effetto di un processo spontaneo, non di un progetto politico.

 

Questo accadeva anche nell’URSS. La retorica ufficiale celebrava gli operai come il pilastro della società, gli operai erano indicati come eroi. Ma di fatto nessun cittadino sovietico che proveniva dal ceto medio sognava di fare l’operaio o il contadino! L’ideale era diventare dirigente politico del PCUS, o professore universitario, o membro dell’Accademia delle Scienze, o alto ufficiale delle forze armate… Ovvero, le posizioni più ambite non erano molto diverse da quelle ambite nelle società capitaliste. Nelle società capitaliste c’era un’ambizione in più che non aveva spazio in URSS: diventare ricchi facendo gli imprenditori o i finanzieri. Ma di fatto il lavoro manuale non era ambito nemmeno nelle società socialiste. Per una ragione molto semplice: molti possono fare gli operai, pochi possono fare i professori universitari o i generali.

 

Certo, se il figlio o la figlia di un operaio o di un contadino mostrava di avere una particolare intelligenza, il regime gli dava tutti i mezzi economici per proseguire gli studi e giungere ad alte vette. Ma questo certamente non valeva per tutti i figli o tutte le figlie di operai e contadini! Anche là c’era una selezione meritocratica, che avveniva già nell’infanzia. Alla meritocrazia, mi dispiace per Sandel, non si sfugge.

 

8.

 

L’anti-critical race theory dice che “negli Stati Uniti non solo non c’è mai stato un momento nel quale “bianchi” e “gente di colore” hanno gareggiato dallo stesso punto di partenza (…), ma anche che la gara non è mai stata tra ‘eguali’”.

 

Ma certo, una gara non è mai tra eguali, altrimenti non sarebbe una gara! Comunque, vedere solo le diseguaglianze tra razze o etnie è un artificio retorico: le diseguaglianze sono di ogni tipo, anche all’interno di una stessa razza o etnia. Non c’è un abisso tra la famiglia Obama e un povero nero tossicomane di New Orleans? O tra un attore come Denzel Washington e un operaio edile nero? All’interno di ogni razza o etnia operano gli stessi meccanismi sperequativi che operano ad altri livelli. In Italia, per esempio, a parità di classe sociale di provenienza, un giovane di Milano ha molte più possibilità di un giovane che viva a Catanzaro, non perché il giovane di Milano sia più meritevole (in senso assoluto) del giovane di Catanzaro, ma perché lui sta a Milano e l’altro a Catanzaro… Ed è probabile che il giovane di Milano diventi “più meritevole” di quello di Catanzaro perché a Milano avrà trovato professori migliori, sarà stato bombardato da stimoli culturali maggiori e di maggior qualità, avrà conosciuto molti stranieri mentre quello di Catanzaro quasi nessuno… I vantaggi culturali non sono diversi da quelli cosiddetti naturali: entrambi per lo più sono frutto del caso. Per caso nasco in una famiglia povera o poco colta, per caso nasco con un handicap cerebrale o con un pericoloso difetto cardiaco… Le differenze che chiamiamo naturali non sono di ordine completamente diverso dalle differenze di ordine sociale, anzi, molto spesso le differenze naturali sono più appianabili delle differenze culturali. Se sono nato con un problema cardiaco, un’operazione potrà mettere le cose a posto. Mentre se sono nato e sono stato allevato in una famiglia di gente ignorante e cinica, è molto più difficile che possa diventare colto e generoso.

 

9.

 

Credo che le diseguaglianze vengano a costituirsi spontaneamente secondo la legge di Pareto (formulata nel 1896), in matematica “legge della potenza”, e questo in natura come nelle società umane. Andrei oltre, e direi che molti sistemi di differenze sono frattali (l’albero con rami e rametti è un’immagine eccellente di una distribuzione frattale). Certe scelte politiche possono modificare la legge di potenza e la distribuzione frattale, ma credo, ahimè, in modo marginale. Qualsiasi misura egualitaria si prenda, prima o poi con la legge di Pareto si avrà a che fare.

 

10.

 

“Se non si abborda il tema delle differenze biopolitiche, allora il discorso sulla meritocrazia rimane meramente ‘analitico’, si basa in fondo sulla definizione del merito”.

 

Accetto il punto di vista biopolitico di Foucault, nel senso in cui l’ho appena illustrato: che la separazione tra naturale e culturale, e quindi tra biologico e politico, è un artificio che deriva dalle filosofie antiche, in particolare dalla teologia cristiana. Ma non credo che io faccia una questione di definizione del merito. Sulla scia di Wittgenstein, penso che il significato delle parole e dei concetti sia nell’uso che se ne fa, ovvero nell’uso ideologico, etico, retorico, ecc. Analizzare significati non significa proporre definizioni univoche, ma interrogarsi sull’uso dei concetti che si fa in politica, in filosofia, nel dibattito culturale, ecc. Ora, il mio punto di vista è abbastanza semplice: se per merito intendiamo l’areté antica, essa è una valutazione funzionale, quindi sempre relativa, e in quanto tale è assurdo criticarla. Una società funzionante deve sempre valutare secondo il merito, non c’è scampo. Anche se questo produrrà diseguaglianze. Ma quale società non produce diseguaglianze?….

 

11.

 

“Ci sono delle cose che non dovrebbero mai essere distribuite attraverso una gara. Per esempio la dignità. Per esempio le condizioni di riproduzione della vita.”

 

Ma chi oggi nega – a parte razzisti e schiavisti – che tutti hanno pari dignità?

Ricordo un’intervista di Lady Thatcher in televisione. Lei affermava che l’eguaglianza è assurda, perché tutti sappiamo che non siamo eguali, che ciascuno ha capacità o incapacità diverse ma, aggiungeva, “ogni essere umano ha la stessa dignità”. Se persino Lady Thatcher affermava questo, chi negherà l’eguale dignità di tutti? Hitler, Mussolini, i baathisti arabi….? Ma che c’è di più generico ed evanescente della dignità universale? Mi pare più un concetto da pulpito che da agone filosofico.

 

Non capisco in che senso parli qui di “condizioni di riproduzione della vita”. Vuoi dire che tutti hanno il diritto di riprodursi? E chi nega questo? Anche nello schiavismo, gli schiavi si riproducevano, anzi, i padroni ne erano contenti… Vuoi dire che non bisogna imporre la sterilizzazione a delle popolazioni? Anche qui, a parte certi nazi-fascisti, chi vuole imporla?

Molte qualità non vengono attribuite attraverso una gara. La gara sociale è silente, implicita, non dichiarata. Se tra due figli, mettiamo, uno riesce negli studi e viene sostenuto dai genitori per proseguire la scuola fino alla laurea, mentre un altro non riesce negli studi e preferisce andare a lavorare a 17 anni, la differenza non è dovuta a una gara, ma all’espressione di esigenze e di capacità diverse. Per il 99% delle nostre valutazioni non abbiamo bisogno di alcuna gara. La gara non è che uno dei tanti protocolli di valutazione.

 

12.

 

“Forse fare filosofia equivale a chiedersi: che cos’è un principio?”

 

Perfettamente d’accordo. Ma è proprio quel che dico io. Chiedersi “che cos’è un principio” è una domanda squisitamente filosofica, perché è sul senso del concetto di “principio”. Ma non è detto che la filosofia debba stabilire principi, come per la fisica classica era il principio di inerzia, o il principio della conservazione dell’energia. Appunto, il filosofo si interroga sul senso di “porre principi”, non propone principi. Se lo facesse, sarebbe subito tacciato di dogmatismo.

 

13.

 

“Io sono dell’opinione opposta, che di libertà si possa solamente parlare in relazione all’eguaglianza.”

 

Eppure la nostra esperienza di ogni giorno ci dice giusto il contrario. Non sono libero di non pagare le tasse, anche se le tasse sono, da parte dello stato, un fattore redistributivo, ovvero vanno nel senso di più eguaglianza. Se – come tanti ricchi americani – non le pago, affermo una mia libertà, ma a scapito dell’eguaglianza.

 

Credo che il polo libertà e il polo eguaglianza siano sempre in tensione in ogni società, che ogni società registri i mutui rapporti di forza tra libertà ed eguaglianza. Una visione troppo sbilanciata sull’eguaglianza (quella di sinistra) e una visione troppo sbilanciata sulla libertà (quella di destra) non fanno capire quel che ogni società è il prodotto del conflitto e della tensione tra istanze diverse. La società non è né di sinistra né di destra, è la società.

 

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Intervento di Pietro Pascarelli ** 

 

Ho letto il testo sulla meritocrazia di Sergio Benvenuto, poi uscito su Le parole e le cose del 12 luglio 2021.

Il  suo scritto si può leggere in modi diversi, sostanzialmente due, per quel che penso io.

 

Il primo, che si propone se non ci facciamo troppe domande,  ci mette di fronte a un ottimo testo piano e chiaro, ben argomentato, che fluisce senza problemi, con uno stile inconfondibile.

Le cose cambiano, e ci avvicinano alla seconda modalità di lettura, dal profilo critico, se invece ci poniamo in modo interrogativo rispetto ad esso. Perché questo testo? Cosa dice?  Contiene o no pensiero nuovo?  A chi si rivolge? Ha una sua utilità e ragion d’essere?

 

Facendo un discorso del tutto soggettivo, da lettore in prima battuta non-filosofo, la mia impressione è quella di un lavoro che si avvita un po’ su se stesso, e propone un calligrafismo logico-filosofico ruotando intorno a una questione che per me personalmente, parlando con la franchezza che la libertà di spirito dell’autore mi consente,  è priva di interesse, sia di per sé, sia per come è trattata. Direi non per demerito di Benvenuto, ma per l’intrinseca peculiarità del tema e dei modi in cui si sviluppa e avviluppa nel discorso pubblico, che ne determina i contorni e vuole certe modalità argomentative, istituendo una specie di percorso obbligato per restare nel politically correct. E devo aggiungere che le cose che leggo sul merito le sento da almeno cinquant’anni, sia in salsa docimologica che politico-ideologica.

 

Che ragioni ci sono per  riprendere oggi vecchi discorsi su cui non si aprono finestre nuove?  Sono sicuro che l’autore ne potrebbe enumerare molte.

Ma io  non vado nella direzione della dialettica filosofica, cerco qualcosa, o come si dice, spero di sentir parlare la chose. Mi piacerebbe uscire dal ragionamento ben collaudato, levigato e  dai modi accademici, cercare temi nuovi e modi nuovi per affrontarli, e rischiare qualcosa per toccare qualcosa che sia in contatto con la vita, con l’inconscio. Perché non partiamo da un assunto qualunque, alla Woody Allen quando dice ad esempio che vorrebbe tornare nell’utero — di chiunque — per quanto discutibile sia questo assunto, e lo portiamo intrepidamente avanti per vedere dove ci porta, invece di stare a soppesare vecchie cose,  parole trite,  col bilancino? Perché non diciamo da psicoanalisti, prima che da filosofi, del fatto che davvero c’è una sponda divina implicata in tutti i discorsi su questo tema, e una falsificazione ideologica di cui sbarazzarsi, per vedere dove ci porta la contemplazione dei fatti nella loro nudità? Perché quando parliamo di merito, non parliamo del tessuto sociale dell’invidia, del desiderio, della faziosità di ogni osservazione e valutazione, dell’incapacità di assumere il merito non come oggetto di una disputa astratta ma come una cosa vera in sé  e intangibile, non relativizzabile, di ciascuno, come i suoi occhi, come la causa del suo valore e del suo disagio, invece di mettere sempre in primo piano la scena sociale da cui ci aspettiamo un giudizio, invece di perderci in parole, sia pure definite filosofiche,  la cui proliferazione non può che accrescere la distanza dalla cosa? Perché non proviamo a dire così il merito in termini di intraprendenza, di aggressività, di lotta per la vita,  per un ideale? Perché non stacchiamo la spina alla metafisica?

 

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Risposta di Sergio Benvenuto

 

Caro Pietro,

la cosa ti stupirà, ma sono del tutto d’accordo con te. Anzi, parlando con estrema franchezza, e peccando come al solito di parresia, ti dirò che trovo tutto questo dibattito che ferve attorno e contro la meritocrazia ipocrita, astratto, banale e pieno di clichés e pregiudizi… Si attacca il merito per épater le bourgeois, ma io non sono affatto épaté. Allora, perché occuparsene?

 

Me ne occupo perché vivo nella Polis, in un contesto culturale, non solo filosofico, in cui si perde molto tempo a discettare sul merito, sulle diseguaglianze simboliche, sul dispotismo neoliberale, ecc. ecc. Insomma, non vivo su Marte, anche se tanti filosofi vorrebbero viverci, e non posso dar loro torto. Ma limitarsi a dire, come fai tu, “questo attacco alla meritocrazia puzza di vecchiume, era già fuori moda agli inizi degli anni 1970” (se è questo che volevi dire), allora si è poco convincenti. Anche io penso che sarebbe il caso di occuparsi di questioni più pertinenti e importanti, ma per attrarre l’attenzione sulle questioni veramente serie (per me, l’avvenire ecologico del pianeta, per esempio; o la crisi della democrazia), occorre prima mostrare come tante delle questioni che oggi si dibattono su riviste, giornali, internet, libri, ecc. ecc., sono insulsaggini, idola theatri e idola fori (il 90% dei grandi temi culturali oggi sul proscenio, secondo me, appartiene a questo tipo).

 

E’ evidente che l’attacco alla meritocrazia non avrà alcun seguito, perché ogni società per funzionare minimamente deve premiare il merito, e questo vale per le culture selvagge dell’Amazzonia (se esistono ancora) come per la Silicon Valley. Per te e per me è un’ovvietà…. Ma per tanti intellettuali famosi, come Sandel, non lo è. Purtroppo dobbiamo occuparci di problemi di retroguardia, perché la storia rimane indietro…

Altrimenti si fa come quegli intellettuali ebrei, per lo più atei, che non si preoccuparono per l’ascesa del nazismo, dato che razzismo, nazionalismo, ecc., erano per loro problemi superati, di retroguardia, stupidaggini… Non vi dettero peso, e poi si ritrovarono in qualche Lager.

 

Non si tratta quindi solo di gusto della polemica per la polemica. Potrei avere l’immodestia di citarti grandi pensatori che si sono cimentati, polemicamente, con gli Idola culturali della propria epoca. Potrei evocare tutte le polemiche socratiche, via Platone, contro le imbecillità filosofiche e altro che andavano alla moda all’epoca ad Atene… E potrei arrivare fino a Wittgenstein, che pure non era un polemista. Scrisse, non per la pubblicazione, una serie di note sul Ramo d’oro di Frazer, il bestseller antropologico dell’epoca (in Italia Frazer era la Bibbia di gran parte dei miei professori di ginnasio e di liceo ancora negli anni 1960). Wittgenstein giustamente stronca le idee di Frazer, ne denuncia l’eurocentrismo ingenuo… Ma allora, perché ha perso tempo a occuparsi di Frazer? Perché appunto non viveva su Marte, checché se ne dica. E le sue critiche a Frazer fanno trasparire tutta una teoria antropologica sul magico e sul religioso che sono di enorme importanza. Facendo finta di criticare, si possono dire anche cose di valore in positivo, come in controluce.

 

Scusami questo paragone immodesto con Wittgenstein. Ma era per mostrarti che occorre anche sgombrare l’orizzonte dalla muraglia delle idee alla moda e dai pregiudizi perché si possa guardare finalmente, anche se da lontano, l’Himalaya.


* Psicoanalista

** Deakin University, Melbourne, Australia

 

3 thoughts on “Un dibattito sulla meritocrazia

  1. MERITOCRAZIA E METAFISICA, OGGI. LA SCALATA DI ARTAUD….

    SUL SALIRE E SCENDERE SCALE E SULL’USCIRE E SUL RIENTRARE DALLA E NELLA CAVERNA (SOCRATE/PLATONE), RICORDATO #DANTE2021 (ma anche Kant/Foucault: 1784/1984), forse, è bene ricordare la SCALATA di ANTONIN (Antoine Marie Joseph) ARTAUD: “Una sera mentre era internato in un manicomio psichiatrico (alla fine della sua vita che durò nove anni), Artaud si cala dal muro di cinta alla ricerca della libertà perduta. A un certo punto, ritorna al manicomio scalando all’incontrario il muro. Dei poliziotti accorgendosi dello scalatore vogliono arrestarlo. E lui risponde: «ma io sto tornando al manicomio, sono un pazzo». “(cfr. “Antonin Artaud (1896-1948), poesie scelte, traduzione e commento di Marie Laure Colasson”, “L’ombra delle parole”, 19 gennaio 1921, – “Un aneddoto”: https://lombradelleparole.wordpress.com/2021/01/19/antonin-artaud-1896-1948-poesie-scelte-traduzione-e-commento-di-marie-laure-colasson-la-crudelta-della-parola/). O no?!
    P. S. – SUL TEMA, MI SIA LECITO, SI CFR. ALCUNE “VECCHIE” NOTE SUL LE “REGOLE DEL GIOCO” DELL’OCCIDENTE E LA LEZIONE DI NIETZSCHE (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5906 ).

    Federico La Sala

  2. Ecco qua: dopo tutte queste alate considerazioni sulla (e intorno) alla meritocrazia, tanti saluti alla undicesima tesi su Feuerbach!!!
    Sarà… sta di fatto che la meritocrazia (o come la si vuole chiamare: primazia del migliore va meglio?) è un sostantivo mistificante che nasconde nella sua estrema genericità il fatto socialmente evidente che di solito è considerato “meritevole” colui il quale sa valorizzare meglio il capitale, suo o affidatogli.
    Lasciando da parte considerazioni para-naturalistiche su doti innate e quant’altro, è evidente come questo sia un discorso totalmente funzionale alla riproduzione di una società che è stata, è e si vuole a tutti costi che continui ad essere, solamente basata sul mercato e la concorrenza, società che si autorappresenta come l’approdo ultimo della storia.

  3. Però gli Stati Uniti sono comunque (ancora?) il Paese delle opportunità. Così come le nazioni anglosassoni del nord Europa. Più che Feuerbach, quindi, (ri)leggerei le prime 100 pagine di Tocqueville sulla democrazia nel New England. Quelle basi hanno dato una grande spinta a tutto un territorio già pronto a un post capitalismo classico.
    In effetti poi tantissimi italiani, irlandesi, polacchi, ucraini etc. negli USA hanno prosperato, pur partendo da una base diseguale rispetto ai Wasp. E persino un buon numero di afroamericani (non tutti figli di un dentista come Miles Davis), e -adesso- di latinoamericani riescono a vivere in condizioni non peggiori di quelle dei braccianti neri nel nostro Sud. Per dire….
    Cioé, il punto dirimente per me è: siamo sicuri che sia tutto un bluff, un’operazione di mega-marketing? Ovvero, come mai chi fugge da Cuba va negli USA e non in Venezuela o COlombia o Brasile o Messico o Italia? (In Italia ci va qualche donna giovane o meno giovane ma non sempre per cercare lavoro, dicono). La sinistra dovrebbe sempre uscire dalle gabbie che si costruisce, e pensare lo diceva già Marx…

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