di César Vallejo (trad. di Alessio Casalini)

César Vallejo è il poeta della povertà fino alla miseria. È il poeta del poco e del nulla, che non basta, ma deve essere fatto bastare, perché non c’è altro. Le scodelle della colazione non hanno latte e il pane è solo croste secche. In questo drammatico orizzonte, alla povertà del quotidiano, si oppone l’implicita ricchezza, sia pure ironica di un’epica, che non può essere trionfalistica se non del trionfalismo del puntigli umano, che non si arrende. È sottintesa pura una tensione civile nei suoi versi, e diciamo politica nel senso aristotelico, perché la polis vallejiana non ha niente se non sia la lotta continua col potere che non si vede. Ma in questi versi qui sopra va tenuta di conto non solo la condivisione, ma proprio il far parte di quell’orizzonte di angustia. Ed è un far parte che vorremmo dire fisiologico, dell’uomo povero di natura, che ha il solo privilegio dello stupore e di qualche segreta ironia. Molto segreta, perché Vallejo, pur finissimo intellettuale e anche uomo politico, preferisce affondare le sue frecce morali nella pena, nel dolore, nella penuria, nell’assenza.
Le poesie proposte e tradotte sono quelle sottolineate nelle edizioni vallejiane a cura di Roberto Paoli, acuto esperto della cultura e della lingua ispanoamericana. Se ne aggiunge una finale, che si offre come una possibile interpretazione di poetica, facendo centro ancora sulle cose minime e lasciando da parte intellettualità o labirinti cerebrali.

Gaetano Chiappini

(Traduzioni di Alessio Casalini)

Agape

Oggi nessuno mi ha fatto domande;
né questa sera mi hanno chiesto nulla.

Neanche un fiore di cimitero ho visto
in un corteo così allegro di luci.
Dio, perdono: son morto così poco!

In questa sera tutti, tutti passano
e non domandano o chiedono nulla.

E non so cosa scordano e mi resta
appena in mano, come cosa d’altri.

Sono andato alla porta,
e mi vien voglia di gridare a tutti:
Se vi manca qualcosa, qui è rimasto!

Perché tutte le sere in questa vita,
non so che porte sbattono su un viso,
e cosa d’altri prende la mia anima.

Nessuno oggi è venuto;
oggi son morto poco in questa sera!

*

Ágape

Hoy no ha venido nadie a preguntar;
ni me han pedido en esta tarde nada.

No he visto ni una flor de cementerio
en tan alegre procesión de luces.
Perdóname, Señor: qué poco he muerto!

En esta tarde todos, todos pasan
sin preguntarme ni pedirme nada.

Y no sé qué se olvidan y se queda
mal en mis manos, como cosa ajena.

He salido a la puerta,
y me da ganas de gritar a todos:
Si echan de menos algo, aquí se queda!

Porque en todas las tardes de esta vida,
yo no sé con qué puertas dan a un rostro,
y algo ajeno se toma el alma mía.

Hoy no ha venido nadie;
y hoy he muerto qué poco en esta tarde!

*  *  *

La cena miserabile

Fino a quando staremo in attesa di ciò
che non ci spetta?… In quale voltata stenderemo
le povere ginocchia per sempre! Fino a quando
la croce che ci sprona non fermerà i suoi remi?

Fino a quando il Dubbio ci porgerà gli onori
per avere sofferto?…
Siamo stati seduti
già molto tempo a tavola, amari come un bimbo
che a mezzanotte piange di fame, sempre sveglio…

E quando ci vedremo con gli altri, sulla soglia
di una mattina eterna, tutti non più a digiuno?
Fin quando questa valle di lacrime, per dove
mai ho detto che mi portassero.

……………………………………………..Sui gomiti,
e fradicio di pianto, ripeto a testa bassa
e sconfitto: fin quando la cena durerà?

C’è qualcuno che ha molto bevuto, e ci beffeggia,
e avvicina e scosta da noi, come un cucchiaio nero
d’amara essenza umana, la tomba…
……………………………………………………E sa ancor meno
quell’oscuro fin quando la cena durerà!

*

La cena miserable

Hasta cuándo estaremos esperando lo que
no se nos debe… Y en qué recodo estiraremos
nuestra pobre rodilla para siempre! Hasta cuándo
la cruz que nos alienta no detendrá sus remos.

Hasta cuándo la Duda nos brindará blasones
por haber padecido…
……………………………..Ya nos hemos sentado
mucho a la mesa, con la amargura de un niño
que a media noche, llora de hambre, desvelado…

Y cuándo nos veremos con los demás, al borde
de una mañana eterna, desayunados todos.
Hasta cuándo este valle de lágrimas, a donde
yo nunca dije que me trajeran.

…………………………………………….De codos
todo bañado en llanto, repito cabizbajo
y vencido: hasta cuándo la cena durará.

Hay alguien que ha bebido mucho, y se burla,
y acerca y aleja de nosotros, como negra cuchara
de amarga esencia humana, la tumba…
Y menos sabe
ese oscuro hasta cuándo la cena durará!

*  *  *

XXXIV

Finita con lo strano con cui tardi
la notte ritornavi a suon di chiacchiere.
Nessuno ad aspettarmi,
il mio posto ordinato, bene il male.

Finita è anche questa sera calda,
l’ampia tua baia, le grida; le ciarle
con tua madre, finite,
che ci serviva un tè pieno di sera.

Finito in fondo tutto: le vacanze,
la tua prona obbedienza, ed il tuo modo
di chiedermi che non andassi fuori.

Ed è finito già il diminutivo
del mio dolore adulto e senza fine,
l’esser nati così senza motivo.

*

XXXIV

Se acabó el extraño, con quien, tarde
la noche, regresabas parla y parla.
Ya no habrá quien me aguarde,
dispuesto mi lugar, bueno lo malo.

Se acabó la calurosa tarde;
tu gran bahía y tu clamor; la charla
con tu madre acabada
que nos brindaba un té lleno de tarde.

Se acabó todo al fin: las vacaciones,
tu obediencia de pechos, tu manera
de pedirme que no me vaya fuera.

Y se acabó el diminutivo, para
mi mayoría en el dolor sin fin
y nuestro haber nacido así sin causa.

*  *  *

XXXV

L’incontro con colei
così amata talvolta, è un semplice dettaglio,
quasi un programma ippico in viola,
che così lungo non si può piegar bene.

Con lei il pranzo che ci metterebbe
quel piatto che ci è piaciuto ieri,
e si ripete adesso,
soltanto con un po’ di mostarda;
con la forchetta assorta, la sua corte raggiante
da pistillo di maggio e il suo pudore
al centesimo, toglimi via da lì quel pelucco.
E anche la birra, lirica e nervosa,
a cui badano i due piccioli senza luppolo,
e che non si deve bere molto!

E le altre meraviglie della tavola,
cui la campagna nubile fa l’orlo
con le proprie batterie germinali
che hanno operato tutta la mattina,
per quel che ne so io,
amoroso notaio delle sue confidenze,
e le dieci bacchette magiche
delle sue dita pancreatiche.

Donna che, senza tanti ulteriori pensieri,
apre il becco e si mette a riferirci
le sue parole tenere
come lancinanti lattughe appena colte.

Un bicchiere e poi vado. Ce ne andiamo,
adesso sì, al lavoro.

Nel frattempo, lei s’addentra
tra le cortine e, oh ago dei miei giorni
lacerati! si siede sulla riva
d’una costura a cucirmi il costato
al suo costato,
attaccare il bottone della camicia
che è di nuovo caduto. Si è mai visto?

XXXV

El encuentro con la amada
tánto alguna vez, es un simple detalle,
casi un programa hípico en violado,
que de tan largo no se puede doblar bien.

El almuerzo con ella que estaría
poniendo el plato que nos gustara ayer
y se repite ahora,
pero con algo más de mostaza;
el tenedor absorto, su doneo radiante
de pistilo en mayo, y su verecundia
de a centavito, por quítame allá esa paja.
Y la cerveza lírica y nerviosa
a la que celan sus dos pezones sin lúpulo,
y que no se debe tomar mucho!

Y los demás encantos de la mesa
que aquella núbil campaña borda
con sus propias baterías germinales
que han operado toda la mañana,
según me consta, a mí,
amoroso notario de sus intimidades,
y con las diez varillas mágicas
de sus dedos pancreáticos.

Mujer que, sin pensar en nada más allá,
suelta el mirlo y se pone a conversarnos
sus palabras tiernas
como lancinantes lechugas recién cortadas.

Otro vaso y me voy. Y nos marchamos,
ahora sí, a trabajar.

Entre tanto, ella se interna
entre los cortinajes y ¡oh aguja de mis días
desgarrados! se sienta a la orilla
de una costura, a coserme el costado
a su costado,
a pegar el botón de esa camisa,
que se ha vuelto a caer. Pero hase visto!

*  *  *

LXV

Madre, domani vengo a Santiago,
a bagnarmi nella tua benedizione e il tuo pianto.
Sto sistemando i miei disinganni ed il rosato
di piaga dei miei falsi viavai.

M’aspetterà il tuo arco di stupore,
le tonsurate colonne delle tue ansie
che stroncano la vita. M’aspetterà il cortile,
il corridoio al pianoterra con le ghirlande e i nastri
da festa. M’aspetterà il mio aio scranno,
quel buon vecchio aggeggio sfasciato di dinastico
cuoio, che cinge scricchiolando le natiche
pronipoti, da cinghia a cinghietta.

Sto setacciando i miei affetti più puri,
Sto trivellando, non senti ansimare la sonda?
……………………………..E smaniare il bersaglio?
Sto plasmando la tua formula d’amore
per tutte queste cavità del suolo.
Oh, se si disponessero i taciti svolazzi
per tutti i nastrini più distanti,
e per tutti gli incontri più distinti.

Così, morta immortale. Così.
Sotto le doppie arcate del tuo sangue, là dove
devi andare così in punta di piedi, che perfino mio padre,
per passare di lì,
si è inchinato per più della metà dell’uomo,
fino ad essere il primo piccolo che hai avuto.

Così, morta immortale.
Fra il colonnato dei tuoi ossi
che non cadrà neanche a forza di piangere,
accanto a cui neanche il Destino riuscì a mettere
neanche un solo dito.

Così, morta immortale!
Così.

LXV

Madre, me voy mañana a Santiago,
a mojarme en tu bendición y en tu llanto.
Acomodando estoy mis desengaños y el rosado
de llaga de mis falsos trajines.

Me esperará tu arco de asombro,
las tonsuradas columnas de tus ansias
que se acaban la vida. Me esperará el patio,
el corredor de abajo con sus tondos y repulgos
de fiesta. Me esperará mi sillón ayo,
aquel buen quijarudo trasto de dinástico
cuero, que pára no más rezongando a las nalgas
tataranietas, de correa a correhuela.

Estoy cribando mis cariños más puros.
Estoy ejeando ¿no oyes jadear la sonda?
………………………¿no oyes tascar dianas?
estoy plasmando tu fórmula de amor
para todos los huecos de este suelo.
Oh si se dispusieran los tácitos volantes
para todas las cintas más distantes,
para todas las citas más distintas.

Así, muerta inmortal. Así.
Bajo los dobles arcos de tu sangre, por donde
hay que pasar tan de puntillas, que hasta mi padre
para ir por allí,
humildose hasta menos de la mitad del hombre,
hasta ser el primer pequeño que tuviste.

Así, muerta inmortal.
Entre la columnata de tus huesos
que no puede caer ni a lloros,
y a cuyo lado ni el Destino pudo entrometer
ni un solo dedo suyo.

Así, muerta inmortal!.
Así.

*  *  *

Oggi vorrei esser felice volentieri…

Oggi vorrei esser felice volentieri,
esser felice e incedere frondoso di domande,
aprir per temperamento del tutto la mia stanza, come pazzo,
e reclamare, infine,
disteso sulla mia fiducia fisica,
solo a veder se vogliono,
solo a veder se vogliono provar la mia spontanea posizione,
reclamare, dicevo,
perché mi picchiano così sull’anima.

Vorrei dunque in sostanza esser contento,
agire senza bastoni, laica umiltà, né da asino nero.
Così le sensazioni di questo mondo,
i canti congiuntivi,
la matita che persi nel mio vuoto
ed i miei amati organi di pianto.

Fratello persuasivo, compagno,
padre per grandezza, figlio mortale,
amico e rivale, immensa verifica di Darwin:
a che ora, dunque, verran col mio ritratto?
Alle gioie? Forse sulla gioia vestita a morto?
Ancora prima? Chi lo sa, alle sfide?

Alle misericordie, compagno mio,
uomo ai margini e in osservazione, vicino
dentro il cui collo enorme sale e scende,
sciolta per natura, la mia speranza…

Quisiera hoy ser feliz de buena gana…

Quisiera hoy ser feliz de buena gana,
ser feliz y portarme frondoso de preguntas,
abrir por temperamento de par en par mi cuarto, como loco,
y reclamar, en fin,
en mi confianza física acostado,
sólo por ver si quieren,
sólo por ver si quieren probar de mi espontánea posición,
reclamar, voy diciendo,
por qué me dan así tánto en el alma.

Pues quisiera en sustancia ser dichoso,
obrar sin bastón, laica humildad, ni burro negro.
Así las sensaciones de este mundo,
los cantos subjuntivos,
el lápiz que perdí en mi cavidad
y mis amados órganos de llanto.

Hermano persuasible, camarada,
padre por la grandeza, hijo mortal,
amigo y contendor, inmenso documento de Darwin:
¿a qué hora, pues, vendrán con mi retrato?
¿A los goces? ¿Acaso sobre goce amortajado?
¿Más temprano? ¿Quién sabe, a las porfías?

A las misericordias, camarada,
hombre mío en rechazo y observación, vecino
en cuy cuello enorme sube y baja,
al natural, sin hilo, mi esperanza…

*  *  *

Oggi le era entrata una scheggia…

Oggi le era entrata una scheggia.
Oggi le era entrata una scheggia vicino, colpendola
vicino, forte, nel suo modo
di essere e nel suo centesimo già famoso.
E il destino le ha fatto male molto,
tutto;
e la porta le ha fatto male,
e la fascia le ha fatto male, dandole
sete ed afflizione
e sete del bicchiere, ma non quella del vino.
Oggi era uscita alla povera vicina dell’aria,
di nascosto, una fumata dal suo dogma;
oggi le era entrata una scheggia.

L’immensità la insegue
ad una distanza superficiale, a una vasta catena.
Oggi era uscita alla povera vicina del vento,
nella guancia a nord, nella guancia a oriente;
oggi le era entrata una scheggia.

Chi comprerà, nei giorni perituri ed aspri
un sorsettino di caffellatte?
E chi, senza di lei, ne seguirà la scia fino a dar luce?
E chi sarà, poi, il sabato alle sette?
Son proprio tristi quelle schegge che così entrano
a uno,
esattamente lì precisamente!
Oggi era entrata alla povera vicina di viaggio
una fiamma ormai spenta nell’oracolo;
oggi le era entrata una scheggia.

A lei ha fatto male il male, il male giovane,
il male bimbo, il malaccio, colpendola
sulle mani,
dandole sete ed afflizione,
la sete del bicchiere, ma non quella del vino.
La povera poverina!

Hoy le ha entrado una astilla…

Hoy le ha entrado una astilla.
Hoy le ha entrado una astilla cerca, dándole
cerca, fuerte, en su modo
de ser y en su centavo ya famoso.
Le ha dolido la suerte mucho,
todo;
le ha dolido la puerta,
le ha dolido la faja, dándole
sed, aflixión
y sed del vaso pero no del vino.
Hoy le salió a la pobre vecina del aire,
a escondidas, humareda de su dogma;
hoy le ha entrado una astilla.

La inmensidad persíguela
a distancia superficial, a un vasto eslabonazo.
Hoy le salió a la pobre vecina del viento,
en la mejilla, norte, y en la mejilla, oriente;
hoy le ha entrado una astilla.

¿Quién comprará, en los días perecederos, ásperos,
un pedacito de café con leche,
y quién, sin ella, bajará a su rastro hasta dar luz?
¿Quién será, luego, sábado, a las siete?
¡Tristes son las astillas que le entran
a uno,
exactamente ahí precisamente!
Hoy le entró a la pobre vecina de viaje,
una llama apagada en el oráculo;
hoy le ha entrado una astilla.

Le ha dolido el dolor, el dolor joven,
el dolor niño, el dolorazo, dándole
en las manos
y dándole sed, aflixión
y sed del vaso, pero no del vino.
¡La pobre pobrecita!

*  *  *

XII. Massa

Fine della battaglia,
è morto il combattente, ed ecco da lui un uomo
a dirgli: «Non morire! T’amo tanto!».
Ma, ahimè, la salma continuò a morire.

Si avvicinaron due e gli ripeterono:
«Non ci lasciare! Forza! Torna in vita!»
Ma, ahimè, la salma continuò a morire.

Corsero da lui venti, cento, mille, ottomila
gridando: «Tanto amore, e non poter niente contro la morte!»
Ma, ahimè, la salma continuò a morire.

Attorno a lui milioni di individui,
che insieme pregano: «Resta, fratello!»
Ma, ahimè, la salma continuò a morire.

Allora, tutti gli uomini della terra
furono intorno; li vide la salma triste, emozionata;
si rialzò dunque lentamente,
abbracciò il primo uomo: e camminò…

XII. Masa

Al fin de la batalla,
y muerto el combatiente, vino hacia él un hombre
y le dijo: «No mueras, te amo tanto!»
Pero el cadáver ¡ay! siguió muriendo.

Se le acercaron dos y repitiéronle:
«No nos dejes! ¡Valor! ¡Vuelve a la vida!»
Pero el cadáver ¡ay! siguió muriendo.

Acudieron a él veinte, cien, mil, quinientos mil,
clamando: «Tanto amor y no poder nada contra la muerte!»
Pero el cadáver ¡ay! siguió muriendo.

Le rodearon millones de individuos,
con un ruego común: «¡Quédate, hermano!»
Pero el cadáver ¡ay! siguió muriendo.

Entonces, todos los hombres de la tierra
le rodearon; les vio el cadáver triste, emocionado;
incorporóse lentamente,
abrazó al primer hombre: echóse a andar…

*  *  *

Un uomo passa con il pane in spalla…

Un uomo passa con il pane in spalla.
Potrò scrivere dopo sul mio sosia?

Un altro si siede, si gratta, cava un pidocchio dall’ascella, lo schiaccia.
Con che ardire parlar di psicoanalisi?

Un altro mi è entrato nel petto con un palo nella mano.
Parlare poi di Socrate col medico?

Passa uno zoppo e dà il braccio ad un bimbo.
Potrò leggere dopo André Bretón?

Un altro trema dal freddo, tossisce e sputa sangue.
Ci starà un’allusione all’Io profondo?

Un altro cerca nel fango, i noccioli ed i gusci.
Come descriver dopo l’infinito?

Un muratore cade da un tetto, muore e non pranza più.
Innovare poi il tropo, la metafora?

Un commerciante ruba un grammo sul peso ad un cliente.
Parlar dopo di quarta dimensione?

Un banchiere falsifica il bilancio.
Con quale faccia piangere a teatro?

Un paria dorme e ha un piede sulla schiena.
Parlar dopo a qualcuno di Picasso?

C’è chi singhiozza lì ad un funerale.
Come fare poi ingresso all’Accademia?

C’è chi pulisce il fucile in cucina.
Con che ardire parlar dell’aldilà?

C’è chi passa contando sulle dita.
Come parlar del non-io senza un urlo?

Un hombre pasa con un pan al hombro…

Un hombre pasa con un pan al hombro
¿Voy a escribir, después, sobre mi doble?

Otro se sienta, ráscase, extrae un piojo de su axila, mátalo
¿Con qué valor hablar del psicoanálisis?

Otro ha entrado a mi pecho con un palo en la mano
¿Hablar luego de Sócrates al médico?

Un cojo pasa dando el brazo a un niño
¿Voy, después, a leer a André Bretón?

Otro tiembla de frío, tose, escupe sangre
¿Cabrá aludir jamás al Yo profundo?

Otro busca en el fango huesos, cáscaras
¿Cómo escribir, después, del infinito?

Un albañil cae de un techo, muere y ya no almuerza
¿Innovar, luego, el tropo, la metáfora?

Un comerciante roba un gramo en el peso a un cliente
¿Hablar, después, de cuarta dimensión?

Un banquero falsea su balance
¿Con qué cara llorar en el teatro?

Un paria duerme con el pie a la espalda
¿Hablar, después, a nadie de Picasso?

Alguien va en un entierro sollozando
¿Cómo luego ingresar a la Academia?

Alguien limpia un fusil en su cocina
¿Con qué valor hablar del más allá?

Alguien pasa contando con sus dedos
¿Cómo hablar del no-yó sin dar un grito?

[Immagine: César Vallejo (gm)].

9 thoughts on “Agape e altre poesie

  1. In queste poesie c’è anche un po’ di quella tristezza ancestrale e tutta terrestre, benchè meno mitica, dei “Fiumi profondi” di Arguedas. E l’anima ispanoamericana per certi aspetti ‘animale’.

  2. Allora, per me occorrre diventare pregni di ciò che è stata la poesia. Quello. f. g. che hadetto di Vallejo non lo si pensava nemmeno, e in altri ambiti non lo si pensa ancora. una condivisioneMANCA NELLE NOSTRE VITE piani del discorso. Il piano estetico è andato a farsi benedire. Ogni esperienza si equivale banalmente . non si deve commentareun poeta così, non lo si deve fare. Non ci si reNDEconto. Io hopresentato queste poesie ma non sono IlCesARE pAVESE CHE SULL’UNITA’SCRIVEVAPER INSEGNARE. i TEMPI SONO CAMBIATI E FORSE CHI LEGGE è PURTROPPO IL FIGLIO DI QUELPROLETARIATO ANNI ’50E ’80. SPETTACOLARIZZATO,OMOLOGATO, POSTPOSTMODERNO.

  3. Ops, il Benedetti ha secondo me e secondo tutto il mondo ragione. Scrive di fretta e scambia minuscole e maiuscole e credo gli spazi. Certo, è sintomatico il commento di F. G. perché decreta la morte di quet’arte, la poesia. O almeno per ora , tempi di massificazione della sensibilità, dell’immaginario, di appiatimento circa alcune questioni riguardanti pur sempre la vita. Sono imenticate? Viste e rappresentate altrimenti? Nuova percezione del reale e di noi? Dite, dite, le parole sono abbondanti come le nuove tasse e le imposte varie, come gli spot del sesso, delle varie vendite, e compravendite. Ma dov’è la vita che viviamo?

  4. “Io hopresentato queste poesie ma non sono IlCesARE pAVESE CHE SULL’UNITA’SCRIVEVAPER INSEGNARE. i TEMPI SONO CAMBIATI E FORSE CHI LEGGE è PURTROPPO IL FIGLIO DI QUELPROLETARIATO ANNI ’50E ’80. SPETTACOLARIZZATO,OMOLOGATO” (Benedetti)

    E chi lo smuoverà più allora “il figlio di quel proletariato anni ’50 etc”?
    I tempi sono cambiati, ma non bisogna sentirsi per forza Cesare Pavese o avere a disposizione L’Unità per dialogare, criticare polemizzare dove capita.
    Orsù, intellettuali, gettate le vostre perle ai porci (se ne avete), che qualcuno di costoro le saprà distinguere dalla merda culturale imperante.

  5. Caro Abate, in questo caso le perle sono le poesie di César Vallejo. Non ci sono porci, credo anche per Benedetti altrimenti non pubblicherebbbe i post. Certamente non bisogna dimenticare che sono messe qui, nel bene e nel male. Ma basta con le polemiche o irritazioni, leggiamo le poesie.

  6. Perdonatemi, ma la funzione di questo spazio per i commenti non dovrebbe essere anche quella – e liberissima – di una riflessione critica?

  7. “César Vallejo è il poeta della povertà fino alla miseria. È il poeta del poco e del nulla, che non basta, ma deve essere fatto bastare, perché non c’è altro. Le scodelle della colazione non hanno latte e il pane è solo croste secche. In questo drammatico orizzonte, alla povertà del quotidiano,……”

    …questa prefazione non sta in piedi, (parlo dell’enfasi sulla povertà) poiché se é vero, sopratutto per il poeta, che é l’animo e lo spirito sono il fulcro della vita, tutti possono accedervi, ivi compresi i poveri, i miseri e le croste di pane, quindi, in teoria, la povertà ha un valore, pertanto Vallejo é il poeta della ricchezza.

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