di Chiara Cappelletto

 

Il primo libro di Jean-Luc Nancy che ho incontrato era tradotto in inglese e collocato accanto a manuali di auto-aiuto nello scaffale di teologia di una libreria di New York nel 1999: The Birth of Presence. Scriveva nell’introduzione che forse è vero che i francesi sono filologi sciatti, ma “you sometimes have to take books out of libraries, and sentences out of books”. Lo presi, divertita. Ero una studentessa di filosofia alla Statale di Milano e non avevo la minima idea di chi fosse quell’autore, ma dopo anni di filosofia italiana paludata, ex-cattedra, e piuttosto ombelicale, fu per me, come sarebbe stato per molti, l’incontro con un pensiero che non aveva alcuna voglia di essere “debole” o “meta”. Capii poi che non poteva esserci modo migliore di scoprirlo che leggendolo in lingua straniera in un paese straniero.

 

Avrei conosciuto Nancy nel 2001, a Venezia, in occasione di una sua lezione sul cristianesimo all’Istituto Gramsci Veneto preceduta da una conferenza su La filosofia a venire a “Fondamenta”, il festival ideato da Daniele Del Giudice. Ben prima che le teorie dell’embodiment andassero per la maggiore[1] e autorevoli neuroscienziati stabilissero che Cartesio aveva avuto torto[2], Nancy ricordava che era stato Nietzsche a introdurre il corpo nella filosofia contemporanea, e che l’idea dell’ego sum da cui seguirà l’“ideologia psichica” esiste solo perché, prima, anima e corpo coesistono e si sentono. Voleva, dichiaratamente, salvare Cartesio dal peccato di dualismo, e per farlo ricordava la sua corrispondenza epistolare con Elisabetta di Boemia in cui abbondano tossi e raffreddori, e sottolineava la potenza teoretica della vita ordinaria da cui impariamo come siamo estranei a noi stessi e capaci di essere noi stessi solo in virtù di una tale inappropiabilità.

 

Non erano mere questioni di merito, né si trattava di mediare l’evidenza dell’esperienza diretta con l’autorevole impersonalità del discorso astratto, o di trasformare il vissuto della sua malattia in oggetto teorico. Tanto meno si trattava di scrivere una biografia filosofica. Al contrario, non avremmo letto del trapianto e del cancro in Corpus o ne L’intruso, libri tanto espliciti quanto pudichi, se prima Nancy non avesse scelto di concentrarsi sulla tensione tra corpo vivo, soggetto e mondo. Ne andava per lui della possibilità per la filosofia di rappresentare la relazione dell’uomo con se stesso e con gli altri, insieme alla sua vulnerabilità, e di farlo senza diventare un discorso ancillare della scienza e della tecnica, al più capace di critica ma certo non di indirizzo. In questo Nancy era un filosofo del Novecento che ha ben visto come quella possibilità fosse chiaramente finita, e ha detto e spiegato questa fine, convinto che i nostri post- e trans- umanismi siano fughe dal compito storico del pensiero fondante dell’Occidente. Era anche, soprattutto, un filosofo libero e amico, che sarebbe rimasto indifferente a quel che preme oggi agli instancabili professionisti del mestiere.

 

In una delle nostre prime conversazioni, quando scoprii che fare filosofia significava parlare con gioia e non poco divertimento di cose ultime e serissime per le quali la concentrazione era assoluta, mi raccontò che del suo nome lo disturbava molto la “u” di Jean-Luc, per la boccuccia che bisogna fare pronunciando una vocale così stretta. Mi è spesso tornato in mente quel momento, come una prova dell’autoironia divertita e divertente di un uomo quanto mai grande. E caro. Grande, gioioso, gentile e capace di stupore l’ho conosciuto negli anni in cui i postumi della malattia lo accompagnavano; molte cose gli erano e gli sarebbero state difficili, ma mai essere all’ascolto, restare in contatto.

 

Così l’ho ritrovato pochi mesi fa al convegno Thinking in Pandemic Times cui partecipava con una lectio magistralis dal titolo Etre soufflé. Era un po’ provato, disse, forse ammalato. Ragionava con calma e cura del fatto che di filosofia a venire non ce ne sarebbe davvero stata, perché “là, on change le stock génétique de notre civilisation,” affermando ancora una volta, fino alla fine, l’evidenza che corpo e pensiero, vita e teoria, sono insieme inassimilabili e in relazione. Forse cogliendo in noi una smorfia di sconforto, provò a rassicurarci: “Aujourd’hui, il n’y a pas besoin de catastrophisme. Toutes les philosophies, les représentations respirent l’odeur acre de la bougie qu’on vient d’éteindre.” Ci salutammo, rimandando più lunghe conversazioni a quando sarebbe stato meglio. Non ci saranno. Rimangono, per tutti, i suoi libri, e rileggendoli mi accorgo ancora una volta di quanto grande sia il nostro debito nei suoi confronti. Chi ha avuto il privilegio di conoscerlo conserva il ricordo vivo dei molti modi in cui sapeva essere e restare presente.

 

Note

[1] A. Newen, L. De Bruin, S. Gallagher (a cura di), The Oxford Handbook of 4E cognition. Oxford University Press, Oxford 2018.
[2] A. Damasio, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, tr. it., Adelphi 1995.

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