di Franco Loi

 

[Esce oggi per Donzelli un libro di Franco Loi intitolato Vòltess. Poesie musicate da Tommaso Leddi per la voce di Umberto Fiori. In allegato al volume un cd audio di dodici canzoni sui testi di Franco Loi, musicate da Leddi per la voce di Fiori. Presentiamo due testi, in dialetto e in traduzione italiana (di Umberto Fiori), un estratto della prefazione di Fiori e una delle canzoni contenute nel cd].

 

7. Vòltess

 

Vòltess, sensa dàgh pés, cume se fa
quand ch’i penser ne l’aria slisen via,
vòltess per abitüden, lenta, sensa sâ,
cume quj donn che per la strada i gira
la testa per un òm, in câ, o sü la porta,
vòltess per simpatia d’un rümur luntan,
o d’una rùnden sü nel ciel stravolta,
vòltess sensa savè, per vuluntâ
d’un quaj penser bislàcch, o per busia,
vòltess per returnà, che smentegâ
sun mì che dré di spall te rubarìa
quel nient del camenà, quel tò ’ndà via.

 

7. Vòltati

 

Vòltati, senza darci peso, come si fa
quando i pensieri nell’aria scivolano via,
vòltati per abitudine, lenta, senza senso,
come quelle donne che per strada girano
la testa per un uomo, in casa, o sulla porta,
vòltati per simpatia di un rumore lontano,
o di una rondine su nel cielo stravolta,
vòltati senza sapere, per volontà
d’un qualche pensiero bislacco, o per bugia,
vòltati per ritornare, che dimenticato
ci sono io dietro le tue spalle per rubarti
quel niente del camminare, quel tuo andare via.

 

2. Trenu

 

Pàssen i camp, i câ, e curr el trenu,
pàssen j àrbur svelt cum’inventâ,
pàssen i busch, i fiüm, passa la gent,
e quèl che vardi l’è giamô passâ.
Ma cum’adasi va sto curr del trenu!
uh cum’al mè respir l’è püssé in là!
In quèl che passa sta ’l fiâ de la mia vita
cume ne l’òm che mör el sò sveliâss.

 

E quanti volt, se passi cunt un trenu,
vedi là ’l mund e vurarìss fermàss,
e là mì caminà tra i câ de prèja,
furesté aj òmm, e tra de lur cercâss…
Tra lur cercà cume se cerca un diu,
cume se lur g’avèssen ’na nutissia,
o la memoria, o, forsi, el tradiment…
Ma perchè scend? In trenu sun nient olter
ch’un’ànema che fiada, un spègg de lur.
Se cerchi e cerchi, truvarù nagòtt,
o forsi i nost dulur, forsi la mort.

 

Quan’ curr un trenu e vedi giò un paes
me branca cume un strèpp de nustalgia.
În strâd che già cunussi scunussü,
în gent che van de pressia a la sua via.
Ma mì sun dré del veder a vardà,
me vègn de alsàm e me trattègni fort.
Ghe pensa el trenu, adasi, a menâm via.

 

2. Treno

 

Passano i campi, le case, e corre il treno,
passano gli alberi, svelti, come inventati,
passano i boschi, i fiumi, passa la gente,
e quello che io guardo è già passato.
Ma come è lento questo correre del treno,
oh come, al mio respiro, è già più in là.
In quel che passa sta il fiato della mia vita
come nell’uomo che muore il suo risveglio.

 

E quante volte, se passo con un treno,
vedo là il mondo e mi vorrei fermare,
e camminare là, tra le case di pietra,
straniero agli uomini, e cercarmi tra loro…
Tra loro cercare, come si cerca un dio,
come se loro ne avessero notizia,
o la memoria o, forse, il tradimento…
Ma perché scendere? In treno non sono altro
che un’anima che respira, un riflesso di loro.
Se cerco e cerco non troverò niente,
o forse i nostri dolori, forse la morte.

 

Se corre un treno, e vedo giù un paese,
mi prende come uno strappo di nostalgia.
Sono strade che conosco, e sono sconosciute,
gente che in fretta va per la sua strada.
Ma io son qui dietro il vetro a guardare,
vorrei alzarmi, e mi trattengo forte,
ci pensa il treno, piano, a portarmi via.

 

*

 

Dalla pagina al suono

 

di Umberto Fiori

Ho conosciuto di persona Franco Loi all’inizio degli anni ottanta, precisamente nel 1981. A portarmi nella sua casa di via Sambuco, a Milano, fu Tommaso Leddi, mio compagno di avventure musicali, che fin da ragazzino aveva frequentato il poeta (amico di suo padre, come ho già ricordato) e lo considerava quasi un parente. Quando gli parlai della mia ammirazione per la sua poesia, decise di farmelo conoscere. […]

 

I poeti che avevo incontrato di persona – Vittorio Sereni, Franco Fortini, altri ancora – conservavano, pur nel fermento delle loro personalità, un contegno che potremmo chiamare «borghese»; Loi sembrava uscito da un altro mondo; un mondo arcaico, in cui il poeta è una sorta di sciamano, ignaro delle convenzioni e dei rituali letterari. Nella mia testa, in quegli anni, la poesia era un esercizio estetico-letterario governato dall’intelligenza, dal gusto, dalla cultura, dall’ironia; l’intensità che la animava doveva restare entro i limiti di una certa sobrietà, di un certo distacco. In Loi, invece, l’entusiasmo non conosceva limiti. Loi era quietamente spiritato. Mi faceva pensare a certi personaggi di Dostoevskij. Ci accolse con grande cordialità, come se ci conoscessimo da sempre. Pensai che fosse la sua familiarità con Tommaso a riflettersi anche su di me; solo in seguito imparai che con tutti si comportava così, come se un le- game profondo lo stringesse al primo venuto.

 

Il racconto che ci fece dell’ispirazione incontenibile da cui erano nati di colpo, tutti insieme, i suoi versi in milanese in un’estate di fine anni sessanta, della «mano calda» che sentiva sulla testa mentre componeva, solo in casa, ad alta voce, dell’estasi che lo guidava e gli dettava dentro, mi affascinava e mi imbarazzava al tempo stesso. […]

 

È stato forse in quell’occasione che ho cominciato a riflettere sulla nozione di «canto». Per me, fino allora, nemmeno la poesia – con tutto il suo prestigio e i suoi privilegi – poteva sottrarsi a un confronto dialettico, a un’obiezione critica, a una discussione. In Loi, invece, non c’era spazio per dubbi, ragionamenti, opinioni: lui cantava; e chi canta – come mi è capitato di scrivere più tardi – «è sordo, e sa tutto».

 

*

 

 

[Foto di Daniele Ferroni].

 

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