di Sergio Benvenuto

 

Confesso di restare ogni volta sorpreso, quando parlo con tanti intellettuali che sanno di politica o addirittura la praticano (e non importa se stiano a sinistra, a destra o altrove), nel constatare in loro una tipica ingenua arroganza.

Paolo Mieli, in un articolo sul Corriere della Sera del 26 agosto 2021[1], ha provato a difendere il presidente Biden dagli attacchi sprezzanti che gli sono venuti da più parti, specialmente da parte di intellettuali, i quali invece sapevano bene, al contrario di Biden, che cosa fare con i talebani in Afghanistan… Sembrano dire, parafrasando Clemenceau, “la politica è una cosa troppo seria per essere lasciata fare ai politici”. Questa presunzione di sapere sempre meglio di politici e militari cosa fare, esprime quella che Max Weber chiamava “politica dei principi” o “della convinzione” per opporla alla “politica della responsabilità”[2]. Qui vorrei gettare una lancia per il ruolo della responsabilità in politica.

 

 Mi permetto qui di ricostruire a filo di memoria una recente discussione con un’amica intellettuale che conosce bene la politica asiatica, anche perché lavora in una ONG, e che chiamerò Flora.

 

Flora: – La fuga degli occidentali dall’Afghanistan dimostra che invadere l’Afghanistan vent’anni fa era un errore.

 

Io: – Un errore per chi? Per gli americani, per gli europei, per gli afghani?… E, tra gli afghani, per coloro che appoggiano i talebani o per quelli che godono delle “libertà dell’Occidente? Per le donne o per gli uomini?…

 

Flora: – Un errore per tutti. Si sa che le guerre in Afghanistan non si vincono mai, se si viene dall’esterno. I britannici nell’Ottocento fecero due guerre contro gli afghani, e ne uscirono malconci. L’Unione Sovietica ci provò nel 1979, e se ne scapparono nel 1989 come scappiamo noi oggi. Non c’era alcuna ragione per pensare che gli americani potessero invece piegare gli afghani. Il territorio afghano e la composizione etnica di quel paese rendono impossibile domare quel popolo.

 

Io: – Purtroppo quando si fa politica è inevitabile commettere errori, nel senso che – in certe condizioni – qualsiasi cosa fai, il risultato sarà sempre… un errore.

Immagina che nell’11 settembre 2001 non ci fosse stato Bush Jr. ma Obama. Ricordo che Obama fu uno dei pochi democrats a votare contro la guerra in Iraq nel 2003… Certamente Obama avrebbe evitato il disastroso attacco all’Iraq, ma per quanto riguarda l’Afghanistan, avrebbe dovuto fare più o meno le stesse cose di Bush. Anche lui avrebbe chiesto la consegna di bin Laden al regime talebano, questo gliela avrebbe negata, gli USA avrebbero quindi dovuto intervenire militarmente… avrebbero coinvolto gli alleati nella missione… Insomma, dopo l’11 settembre per gli americani era inevitabile andare in Afghanistan, pur sapendo che non si poteva contare su una vittoria sui tempi lunghi.

 

Flora: – E perché Obama avrebbe dovuto fare lo stesso?

 

Io: – Perché anche Obama, come ogni politico, deve essere votato. Nel 2001 l’America era scossa da un’indignazione patriottica, il suo presidente doveva fare qualcosa. Altrimenti sarebbe stato considerato un imbelle come fu a suo tempo considerato Carter, nel 1979, quando subì l’attacco dell’ambasciata americana a Teheran (giudizio ingiusto, perché Carter non poteva far molto di diverso rispetto a quello che ha fatto). Non poteva dire a un popolo che gridava vendetta “State calmi! Combatteremo il terrorismo attraverso la CIA, meglio non fare alcuna azione militare!” Sarebbe stato cacciato dalla casa Bianca a furor di popolo. Te e io possiamo dire “la cosa giusta” perché nessuno ci deve votare. Ma in una democrazia, ahimè, il politico deve convincere milioni di elettori che della geopolitica dell’Afghanistan non sanno nulla.

 

Flora: – Hai un’immagine fatalista della politica! La famosa TINA, There Is No Alternative, che è il motto di ogni politica conservatrice.

 

Io: – Fatalista è dire troppo. Ma sappiamo bene che in politica non basta avere “il programma buono”, le cose non vanno mai secondo i programmi politici, la storia ci sorprende sempre… Prendi un presidente ammirato come F.D. Roosevelt. Lui si fece eleggere presidente senza avere nessuna intenzione di fare guerre. Gli premeva far uscire l’America dalla Grande Depressione, Giappone e Germania erano gli ultimi dei suoi pensieri. Ma poi scoppiò la guerra in Europa, e poi ci fu Pearl Harbour… E’ noto che gli americani si prepararono alla guerra nel giro di un paio d’anni, prima erano un paese quasi smilitarizzato. E oggi ricordiamo Roosevelt soprattutto per aver vinto la Seconda Guerra mondiale! Il paradosso è poi che la depressione economica americana finì solo con la guerra… Di fatto, le politiche keynesiane di Roosevelt erano fallite. Una sorpresa per gli economisti. Ovvero, ci voleva proprio una guerra che nessuno voleva a tirar fuori il paese dalla crisi economica!

 

Flora: – Comunque, la guerra in Afghanistan è stata invece condotta in modo sbagliato. Da tempo i talebani controllavano l’80% del territorio, gli occidentali controllavano solo Kabul e qualche grande città. I talebani hanno seguito il motto di Lin Biao negli anni 1960, “le campagne che assediano le città”. Gli americani hanno ripetuto lo stesso errore che in Vietnam: farsi assediare nelle città.

 

Io: – Sono d’accordo. Anche il vecchio Henry Kissinger, in una recente intervista all’Economist, ha detto che l’errore è consistito nel voler eliminare i talebani anziché contenerli. A me sembra evidente invece che quella del contenimento è stata proprio la strategia americana di questi due decenni. Ma non puoi contenere all’infinito! Mi ricorda l’accanimento terapeutico, come tenere in vita per anni un malato terminale in uno stato vegetativo…

 

Flora: – Ernesto Galli della Loggia (in “Il coraggio da ritrovare”, Corriere della Sera, 28-VIII-2021) denuncia, come causa prima dello scacco degli Stati Uniti il fatto che gli USA, come del resto gran parte dei paesi occidentali, non hanno più un esercito di popolo, ma si servono ormai – come è accaduto in Afghanistan – di contractors, di veri e propri mercenari specialisti, e gli eserciti nazionali stessi sono formati ormai solo da militari di professione. La verità è che gli americani non vogliono battersi più per degli ideali, come quello dell’emancipazione delle donne afghane…

 

Io: – E’ vero che i giovani dei paesi iper-industrializzati si rifiutano di fare la guerra, nemmeno per difendere il loro paese. Ma non può essere questa la causa della disfatta occidentale in Afghanistan, dato che fin quando c’era questo esercito di specialisti, prezzolati o meno, la strategia ha funzionato: i talebani non controllavano le città. Sono stati contenuti, come dice Kissinger. E’ quando questo esercito se ne è andato, e la parola avrebbe dovuto andare all’”esercito di popolo” afghano, che quest’ultimo invece si è dimostrato del tutto inesistente. Insomma, è accaduto un po’ il contrario di quel che dice Galli della Loggia: è l’esercito di popolo che ha fatto cilecca.

E del resto, un esercito di popolo si batte eroicamente quando crede nella posta di una guerra. Ma, una volta ucciso bin Laden, era difficile per gli americani capire perché restare in un paese dal lato opposto del pianeta a fare una guerra di afghani contro afghani. Credo che se al posto dei contractors ci fossero stati marmittoni presi attraverso una leva obbligatoria sarebbe andata ancor peggio.

 

Flora: – Ma perché gli occidentali compiono da circa un secolo sempre gli stessi errori? Non solo in Afghanistan, ma in Vietnam prima, in Somalia poi, quindi in Iraq, in Libia ancor dopo? Non sarebbe il caso di starsene fuori?

 

Io: – Quando l’Occidente si immischia nelle faccende dei paesi africani o mussulmani, qualsiasi cosa fa sbaglia. Ma anche se non facesse nulla, sbaglierebbe. Può essere un terribile errore fare una guerra, ma può essere anche non farla. L’invasione dell’Iraq nel 2003 fu un errore, suol dirsi. Tutti i miei amici di sinistra erano furibondi contro Bush Jr. nel 2003, e non potevo dar loro torto. Ma quando dicevo loro: “E agli avversari di Saddam Hussein che da decenni si battono per la libertà, che magari sono in galera, cosa diciamo? In tutti questi decenni la sinistra ha mai proposto una strategia per far fuori il tiranno?” A questa domanda ovviamente nessuno sapeva rispondere. E nemmeno io, del resto.

Quanto all’intervento anglo-francese in Libia nel 2011, esso avvenne anche sotto l’onda dell’opinione pubblica dei nostri paesi, la quale chiedeva di aiutare i ribelli di Bengasi che stavano per essere massacrati dall’esercito di Gheddafi. Anche in questo caso, si lesse il crollo del regime di Gheddafi secondo la narrazione prevalente in Occidente, e che unisce sinistra e destra: aiutare i popoli a liberarsi dai loro tiranni. In Afghanistan, i tiranni erano i talebani.

La verità è che la guerra civile tra cirenaici e tripolitani ha ripreso anche dopo la morte di Gheddafi, nella forma di conflitto tra Haftar e al-Sarraj, che dura tuttora.

In sostanza, l’Occidente tende sempre a ripetere la story paradigmatica del XX° secolo: i liberatori anglo-americani sconfiggono con le armi i tiranni Hitler e Mussolini e permettono quindi a Italia e Germania di divenire delle democrazie. Una story simile pareva aver funzionato anche col Giappone. Ma l’Occidente non vuole ammettere che con paesi non industrializzati questa narrazione non funziona. La dicotomia oppressori/oppressi, comune – ripeto – alla sinistra e alla destra, non appare pertinente con quelle realtà. Ma d’altra parte l’Occidente non può completamente disinteressarsi a quelle aree, perché il bailamme di quei paesi prima o poi arriva anche da noi. Il terrorismo, che ha colpito America ed Europa, è il modo in cui i tormenti di queste società che hanno grossi problemi ad aggiustarsi alla modernità straripano in Occidente. Come rispondere a questo straripamento? La mia impressione è che ogni risposta si rivela per noi sbagliata, perché non ci rassegniamo al fatto che dobbiamo convivere con questo straripamento.

 

Flora: – Fatto sta che l’Occidente ha portato la guerra in Afghanistan…

 

Io: – No. Non è che gli americani abbiano portato la guerra in un paese pacifico! L’Afghanistan era sempre in guerra civile, ai talebani si opponeva Ahmad Massoud, ucciso poco prima dell’11 settembre. E temo proprio che la guerra civile continuerà dopo l’uscita degli occidentali. Lo temo o lo spero?… Ci sarà guerra civile finché qualcuno riuscirà a battersi contro i talebani. L’alternativa è tremenda: o la guerra che colpisce anche i civili, donne e bambini, oppure la pax talebana a cui nessuno può sottrarsi.

Noi occidentali ci siamo inseriti in una guerra in corso. E andarci non è stato un errore per tutti coloro, soprattutto donne e giovani, che in questi 20 anni hanno provato il gusto dell’emancipazione. Oggi tante ragazze afghane sono quasi laureate, se non fossimo andati noi non sarebbero andate nemmeno alle scuole primarie.

 

Flora: – Ma le ragazze che studiano stanno a Kabul e in poche grandi città. Credi che la maggioranza delle ragazze di quel paese siano andate a scuola? Invece è proprio quello che bisognava fare: andare nelle campagne a rieducare la gente.

 

Io: – Se è per questo anche tanti uomini afghani sono analfabeti, solo il 38% della popolazione afghana sa leggere e scrivere. Comunque trovo strano il modo di ragionare delle persone che la pensano come te. Da una parte dite che facciamo male noi occidentali ad andare là, dovremmo lasciare che si ammazzino tranquillamente tra loro, come accade da circa 50 anni. Dall’altra però poi dite che siamo intervenuti troppo poco, che avremmo dovuto sguinzagliare centinaia di migliaia di “missionari” dei valori dell’Occidente, villaggio per villaggio, per convincere i 33 e passa milioni di afghani a permettere alle donne di non portare il velo, a mandare le bambine a scuola, a tollerare altre religioni, ecc. ecc.! Del resto, questi missionari dei Valori Occidentali non sarebbero potuti andare da soli, dato che i talebani o altri li avrebbero fatti fuori, per cui avrebbero dovuto essere protetti da migliaia e migliaia di soldati… Insomma, per voi l’Occidente o fa troppo, o fa troppo poco. La speranza era che, sostenendo un governo laico a Kabul, si promuovesse una mentalità laica, tollerante, liberal, a opera degli afghani stessi. Ma questo non è avvenuto, o è avvenuto in modo insufficiente. In fondo, emerge nel tuo discorso un implicito neo-coloniale: dovremmo andare a colonizzare quei paesi non più economicamente, ma culturalmente ed eticamente.

 

Flora: – Secondo te allora non c’è nulla da fare!

 

Io: – Prima di tutto bisogna capire perché c’è qualcosa da fare e per ottenere quale risultato.

E’ noto che Biden era per il ritiro dall’Afghanistan già dieci anni fa, e restò deluso quando invece Obama si lasciò persuadere dai generali a mandar là ancora più truppe. Ora, se il ritiro americano fosse stato anticipato di dieci anni, sarebbe stato diverso da quel che è accaduto oggi? Tutto porta a credere che sarebbe stato lo stesso. Non peggio, perché non era possibile peggio… Intanto però per dieci anni in più certi valori, che noi occidentali – tutti, di sinistra e di destra – consideriamo positivi, si sono insinuati tra la gente afghana. Tante ragazze per altri dieci anni hanno potuto studiare… Ovvero, per tanti afghani che non tollerano la Sharia questi dieci anni in più sono stati molto positivi! Non lo sono stati invece per il contribuente americano, che ha dovuto pagare una guerra che certo non lo arricchiva. E certamente non sono stati positivi per i soldati americani che sono morti.

Insomma, non credo che una decisione politica sia buona o cattiva in sé. Bisogna chiedersi: buona o cattiva per chi? Raramente una decisione politica è buona o cattiva per tutti.

 

Flora: – Intanto in questa guerra l’esercito americano ha perso 3000 uomini, più molti contractors. Nella guerra del Vietnam ne aveva persi oltre 50.000. Valeva le pena versare tutto questo sangue per delle guerre perdute?

 

Io: – Se è per questo, gli americani persero 418.000 persone nella seconda Guerra Mondiale. Ma solo dei nazi-fascisti possono dire che tutti quei morti furono un costo troppo alto! Mi dirai: nel 1945 gli americani vinsero, in Vietnam e in Afghanistan hanno perso. Ma 3000 militari morti in venti anni – 150 militari all’anno – non sono nulla. E questi morti hanno permesso a una parte della popolazione afghana di prendere contatti con valori che noi – anche tu – consideriamo positivi. Sono convinto che la Kabul del 2021 non è la Kabul del 2001, è probabile che questa volta i talebani troveranno molto più filo da torcere che in passato. Oggi per esempio abbiamo un numero altissimo di morti per il traffico stradale, eppure la cosa non ci fa né caldo né freddo. Ricordo che a un convegno, quando una filosofa evocò la morte come fattore essenziale della guerra, il compianto Paolo Fabbri rispose: “Altrettanti morti ne fa il traffico. Con la differenza che sono morti senza gloria!” Se accettiamo le morti per incidenti stradali, è perché tutti siamo convinti che l’Olocausto stradale sia un prezzo accettabile per assicurare un’ampia mobilità alla popolazione. Se non accettiamo i morti per una guerra, è perché non crediamo in quella guerra. Così come due secoli fa si accettava il fatto che bambini lavorassero in fabbrica anziché andare a scuola come prezzo accettabile dello sviluppo industriale… Ogni epoca, ogni cultura, ha i suoi pesi e le sue misure. Non possiamo imporre dall’esterno costi e benefici assoluti.

 

Flora: – Comunque i politici non vogliono ascoltare gli esperti. Mio marito [esperto di cose asiatiche molto stimato sul piano internazionale. Nota mia] può volte ha proposto un approccio diverso in Afghanistan a importanti politici americani, ma costoro non ne hanno affatto tenuto conto.

 

Io: – Non conosco le proposte di tuo marito, e quindi non so perché non abbiano convinto questi politici. Del resto tutti i politici hanno consulenti ed esperti, anche se esperti che la pensano essenzialmente come loro sul piano etico-politico. Ma forse quello che non cogli è che una cosa è lo studio più o meno contemplativo delle realtà sociali, altra cosa è la decisione politica. E, come nel caso dell’Afghanistan, talvolta devi scegliere tra la padella e la brace. Ti resta solo da scegliere una padella un po’ meno bollente dell’altra….

Tu puoi anche essere esperta di paesi islamici e di Afghanistan, ma un politico, dato il suo mestiere, deve tener conto di variabili che noi intellettuali, che non dobbiamo decidere, non conosciamo. O di cui non siamo tenuti a tener conto. Ho già detto degli umori dell’elettorato: non puoi fare la cosa giusta andando del tutto contro gli umori dei tuoi elettori, altrimenti perderai le prossime elezioni e andrà al potere gente che la pensa all’inverso di te annulleranno la tua “cosa giusta”. Il politico poi deve tener conto delle forze di cui dispone in Parlamento, degli umori dei propri deputati o senatori… E deve tener conto delle reazioni di una serie di soggetti con cui bisogna fare comunque i conti: sindacati, industriali, grandi lobbies, esigenze delle minoranze etniche, ecc. ecc. E’ quella complessità della politica che proprio un italiano, Machiavelli, ha gettato in faccia al mondo, allora come oggi, sfidando l’ipocrisia di chi crede che la politica sia una faccenda di principi.

Non sto dicendo ovviamente che tutti i politici siano bravi e che qualsiasi scelta facciano è quella giusta, è ovvio che alcuni politici compiono scelte disastrose. Dico però che c’è una certa arroganza degli “esperti”, insomma degli intellettuali, nel rimproverare ai politici sempre quello che fanno. Tendiamo a pensare che i politici siano dei despoti, degli autocrati, che possono fare quello che vogliono. Quindi, se non fanno “la cosa giusta” è perché sono o ignoranti o malvagi. No, il politico deve convincere molti altri soggetti che la sua è la scelta giusta.

 

Flora: – Ma perché allora Bush Jr. commise l’errore di fare la guerra all’Iraq?

 

Io: – Sono stato sempre terribilmente critico nei confronti della guerra contro l’Iraq nel 2003 – mentre invece ho sostenuto tenacemente, contro quasi tutti i miei amici e colleghi all’epoca, la guerra per il Kuwait nel 1991. Non faccio di ogni erba un fascio. Ma anche lì, critico perché? Quella guerra è stata un errore per chi?

Certamente non per gli sciiti, i quali erano e sono la maggioranza numerica del paese e subivano il potere di sunniti e cristiani attraverso Saddam Hussein. Oggi sono loro a comandare in Iraq, cosa giusta per noi, perché in una democrazia è la maggioranza che deve prevalere. Per gli sciiti l’invasione americana è stata una benedizione. Ma Saddam, anche se in modo crudele e dispotico, manteneva una certa pace in quel guazzabuglio etnico che è l’Iraq – sunniti, sciiti, cristiani, curdi. Del resto, l’Iraq come stato fu un’invenzione di inglesi e francesi. Finito Saddam, si è aperto il vaso di Pandora… Allora quella guerra è stata un errore per tutte quelle centinaia di migliaia di persone che sono morte nella guerra civile. Se dovessimo fare un puro calcolo aritmetico, potremmo dire che forse la dittatura di Saddam ha prodotto meno vittime rispetto alle vittime dei pochi anni di anarchia seguiti alla sua caduta.

Anche là: che costi siamo pronti a pagare – in termini di vite umane, di persecuzioni, di miseria economica, di distruzioni fisiche – per raggiungere un risultato che a noi appare positivo? Il fine giustifica i mezzi? Ma siccome ogni fine implica anche dei mezzi riprovevoli – per esempio, una guerra – fino a che punto i mezzi cattivi trasformano in cattivi anche i fini buoni? A partire da quale soglia possiamo dire che “è valso la pena ammazzare… è valso la pena morire…”? La valutazione di questi pro e contro dipende dalle epoche e dai soggetti. Mentre gli intellettuali sono portati a pensare in termini di sub specie aeternitatis.

 

….

 

Ovviamente Flora ha replicato, e io le ho replicato, ecc. ecc. Le discussioni possono continuare eternamente, quando si confrontano due griglie diverse con cui si leggono i fatti del mondo. Io accusavo Flora di leggere il mondo secondo una griglia di “principi”, perché non ci sono solo principi, c’è anche la responsabilità. Ovviamente anche Flora, o chiunque altro al suo posto con le sue stesse idee, dirà che io sono vittima delle mie griglie. Sarebbe assurdo sostenere che “loro” hanno i paraocchi, e io invece no. Da qui la questione filosofica cruciale: se abbiamo a che fare con un mondo comunque interpretato, dobbiamo concludere che ogni interpretazione è altrettanto infondata dell’altra, e che anything goes? Oppure si tratta di capire, in modo molto profondo, che cosa rende un’interpretazione davvero perspicua, illuminante, mentre un’altra celerebbe la realtà? Quale griglia ci serve a capire di più, quale ad accecarci?

Comunque, se una lettrice o un lettore volesse prendere il posto di Flora, può scrivermi… Così la Storia Infinita potrebbe continuare.

 

 

[1] “I bizzarri sberleffi a Biden”, p. 1.

[2] M. Weber, Tra due leggi (1916), tr. It. In Scritti politici, Donzelli, Roma 199.

1 thought on “Un dibattito di mezza estate sull’Afghanistan e altri disastri

  1. Condivido quasi tutto ciò che sostiene “IO”, cioè Benvenuto, nel suo articolo. Discussioni infinite anche io, stessi, o analoghi, argomenti stesse, o analoghe, repliche. Un respiro di sollievo leggere queste argomentazioni, ci si sente meno isolati. La differenza maggiore è che io spero sempre di riuscire a persuadere… indarno,
    GIOVANNI A. CECCONI (Unifi)

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