di Paola Giacomoni

 

L'amore ai tempi del neoliberalismo, rubrica a cura di Federica Gregoratto

 

«Se durante la formazione della modernità le parti avevano combattuto per il loro diritto a una sessualità libera dai vincoli della comunità o dai limiti sociali, nella modernità contemporanea esse danno per scontato che la sessualità sia una scelta e un diritto, indubbio e indubitabile […]. La nostra libertà si esercita nel diritto a non impegnarsi o a disimpegnarsi dalle relazioni, un processo che potremmo chiamare la scelta di annullare la scelta: la possibilità di uscire dalle relazioni in ogni momento.» (E. Illouz, La fine dell’amore. Sociologia delle relazioni negative, Codice, Torino, 2020, p. 8)

 

Niente sembra più pacifico ai nostri occhi del fatto che le lotte delle generazioni dei baby boomers per una liberazione della sessualità dalle pastoie patriarcali, che la gravavano di norme e di vincoli sentiti come estranei, siano state lotte che hanno liberato energie represse e ci hanno fatto avvicinare a una concezione più libera e “autentica” delle relazioni amorose ed erotiche. Eppure il panorama e l’evoluzione delle esperienze amorose oggi ci restituisce un quadro inatteso: la lotta per la libertà ha finito per portare con sé una emancipazione della sessualità non solo dal giogo del patriarcato ma anche dal più complesso mondo delle emozioni, svincolandola dalla stessa centralità della libera individualità da cui tutto era partito. Questo ha finito per promuovere una sessualizzazione delle relazioni umane definibile come ateleologica, sciolta da ogni fine che non sia quello della possibilità di moltiplicare all’infinito se stessa, al di fuori di ogni prospettiva di conoscenza, di comunicazione e di reciprocità tra individui.

 

Il nuovo libro di Eva Illouz, La fine dell’amore. Sociologia delle relazioni negative, analizza con straordinaria finezza e acuminata capacità interpretativa le conseguenze non previste delle battaglie per la liberazione sessuale che, a partire dagli anni Sessanta, hanno cambiato il volto delle relazioni amorose e delle relazioni umane in generale. Con il coraggio intellettuale di chi osa mettere in discussione alcuni aspetti di uno dei pilastri della cultura occidentale e del linguaggio della sinistra, l’idea di libertà, Eva Illouz si avvicina da sociologa a tematiche normalmente considerate tipicamente psicologiche, sottolineando come le relazioni intime siano oggi ampiamente permeate da norme e regole sociali ed economiche, che ne possono pregiudicare l’autonomia.

 

Il tema è l’evoluzione della «modernità emotiva» sullo sfondo delle trasformazioni del capitalismo dalla sua forma classica a quella monopolistica e di consumo che ha intriso delle sue regole il modo in cui viviamo l’amore e le relazioni intime. Questi cambiamenti, secondo Illouz, non sono da studiare solo dall’interno, nelle diverse modalità del loro impatto psicologico sulla personalità, ma in relazione ai cambiamenti del mercato da un lato e delle nuove forme di comunicazione dei social media dall’altro. Il libro è una miniera di analisi ravvicinate e aggiornatissime sulle nuove modalità relazionali, lette attraverso la chiave del concetto di scelta, che, come possibilità di un comportamento libero da codici d’autorità, mostra un lato ancora non indagato: le relazioni negative.

 

Chiarendo esplicitamente che “positivo” e “negativo” non hanno alcuna implicazione morale, ma si riferiscono alle modalità di genesi e di strutturazione delle relazioni, l’autrice le definisce in questo modo:

 

«Le relazioni negative hanno scopi indistinti, nebulosi, indefiniti, non hanno regole schematizzate di ingaggio e di disingaggio [traduzione in linguaggio “mercantile” di engagement] comportano pochissime, se non nessuna punizione per la loro distruzione. […] Le relazioni negative si manifestano nella decisione, conscia o inconscia da parte di molti uomini e molte donne, di non stabilire rapporti stabili e di non avere figli e nel fatto che, negli ultimi vent’anni, i nuclei familiari unipersonali hanno visto un notevole aumento» (pp. 31,32)

 

Si tratta di un fenomeno strisciante ma ormai ben definibile: molte persone scelgono di entrare e uscire dalle relazioni, da un gran  numero di relazioni, e di vivere per tutta la vita secondo uno stile fluido e non strutturato, inteso come la modalità più adatta a vivere secondo i propri desideri, eludendo gli impegni e i vincoli della coppia tradizionale. Non è un fenomeno da élites newyorkesi o dell’avanguardia berlinese: basta frequentare qualche discoteca anche in provincia per rendersi conto che è uno stile condiviso da molti, in tutti i contesti e in tutte le età, comprese quelle più mature. Nell’ampia varietà di soluzioni individuali illustrate nel libro troviamo anche le più estreme, come il sorprendente fenomeno della sologamia, la decisione di alcuni, in particolare donne, di sposare se stessi, non attribuendo valore alcuno a qualsiasi forma di legame affettivo significativo con altri.

 

Le relazioni negative sono definite come relazioni in cui non si entra allo scopo di incontrare e conoscere un partner ed eventualmente costruire una relazione duratura, ma allo scopo di istituire legami temporanei e fluidi al centro dei quali sta la soddisfazione sessuale in tutti i diversi modi possibili. Legami che non sono riconducibili, secondo Illouz, alla forma del contratto, come auspicato ad esempio da Anthony Giddens, in cui i contraenti sarebbero liberi, consapevoli ed autonomi all’interno di relazioni affettive tipiche del sistema democratico in quanto fondate sulla parità dei diritti e delle prerogative. Dalle relazioni negative al contrario si può entrare e uscire in qualsiasi momento senza pagare praticamente nessuna penale. I legami sono privi di ogni regolamentazione, di ogni forma di reciprocità e di ogni ritualità, perché la personalità individuale, il suo mondo emotivo, i suoi valori e la sua storia non sono coinvolti, anzi ne sono per principio esclusi. Sono relazioni che nascono secondo Illouz secondo la logica del mercato: l’uso di strumenti di selezione del partner come Tinder fa sì che la scelta iniziale stessa si svolga secondo le caratteristiche della scelta in un catalogo di merci, in un campionario: si sceglie in modo rapido, alla prima occhiata, escludendo o selezionando in modo binario chi è compatibile e chi no, con lo scopo di una relazione occasionale, prevalentemente di tipo sessuale, e senza aspettative per il futuro. Il risultato non è di tipo selettivo, ma di tipo cumulativo: non si stratta della selezione accurata di un partner amoroso stabile, ma della moltiplicazione di contatti occasionali in vista di una soddisfazione sessuale contingente.

 

Questa modalità di scelta crea una diffusa situazione di incertezza: non è ben chiaro a chi entra nella relazione quali sono le norme che la regolano, quale sia la sua durata e quale tipo di reciprocità prevede, oltre a quella garantita dal consenso dei contraenti e dalla competenza sessuale di entrambi per garantire una soddisfazione sessuale egualitaria. Si è affermato un regime di incertezza ontologica, afferma Illouz: un’incertezza che ha a che fare non con aspetti secondari e contingenti, ma con il centro della personalità e la sua integrità. Il quadro delineato è allarmante, e il tono di questo libro, concettualmente raffinatissimo, non è neutrale: il disfacimento dei rapporti sociali, la diffusione dell’anomia, la progressiva deregolamentazione dell’intimità appare l’esito paradossale e decadente degli intenti originari di liberazione della vita di relazione dalle pastoie patriarcali.

 

Il confronto proposto tra le relazioni in epoca premoderna e quelle tipiche della ipermodernità non è comunque volto ad auspicare un ritorno all’antico, si affretta a precisare Illouz anticipando le critiche: il discorso punta invece a sottolineare l’ambivalenza, la compresenza di aspetti diversi in ogni fenomeno sociale e a precisarne la struttura, la logica interna. Le norme certe delle società patriarcale con tutto il peso del controllo sociale e dell’enorme limitazione della libertà personale, soprattutto per le donne, erano soverchianti e soffocanti, ma al tempo stesso erano protettive, garantendo procedure certe e regole chiare nella formazione delle relazioni intime. Il prezzo che si paga oggi per l’ampliamento estremo della sfera della libertà personale e sessuale, che sicuramente assegna alle donne un’apertura prima inimmaginabile, mette inaspettatamente a rischio l’integrità della personalità, frammentata in una miriade di relazioni senza centro e senza stabilità. Utilizzando il testo classico sull’anomia, Il suicidio di Durkheim, Illouz sottolinea come il desiderio nella modernità avanzata, essendo nomade, sia privo di teleologia, se non quello della sua autoriproduzione seriale, e sia quindi sfornito di un centro normativo attorno al quale costruire la soggettività, svincolato da un’idea chiara di futuro e privo quindi di una capacità di integrazione sociale e di formazione del sentimento di appartenenza a un gruppo o a una comunità.

 

Se le relazioni premoderne erano organizzate secondo principi e valori che trascendevano i singoli e li inserivano in un progetto sociale e relazionale comune, il valore delle relazioni di oggi, osserva Illouz, è da considerare immanente: e benché questo significhi che ognuno, al di fuori di vincoli oppressivi, ha la facoltà di attribuire alla sua vita il valore più consono ai suoi desideri, esse risultano estranee a ogni progetto comune e a narrazioni sociali che conferiscano alla scelta un valore più ampio e una stabilità. L’immanenza corre il rischio di una sorta di deflazione emotiva: il susseguirsi e il moltiplicarsi di rotture delle relazioni rischia di svalorizzare e appiattire il mondo affettivo e di ledere l’integrità emotiva della personalità. Le conseguenze sono un disagio strisciante e pervasivo per curare il quale si ricorre sempre più spesso alla psicoterapia, non esente anch’essa da critiche nel testo di Illouz, in quanto tende a consolidare l’autonomia del soggetto al di fuori e anche contro ogni dimensione sociale e relazionale.

 

Il libro è una miniera di esempi provenienti anche da ricerca empirica o da materiale dei social media che rafforzano la tesi iniziale; le singole modalità comportamentali sono analizzate e concettualizzate nel dettaglio, e l’autrice riesce a far emergere da alcuni aspetti apparentemente secondari il segno di un vero e proprio cambiamento di paradigma. Un lavoro da grande innovatrice, fornita di notevole consapevolezza filosofica e di strumenti di analisi molto sofisticati. Facile riconoscersi in qualcuno degli esempi riportati, come nel caso, oggi frequente, di un’avance sessuale esplicita non sgradevole, ma forse inopportuna da parte una persona appena conosciuta, cui si ottiene la seguente risposta: «Oggi non abbiamo tempo per altri modi». La sessualità, osserva Illouz, ha oggi un ruolo epistemologico: è attraverso il sesso che si entra nelle relazioni e non viceversa, in un universo completamente sessualizzato, che corrisponde – e questa è un’altra delle tesi centrali del libro – sostanzialmente al modello della sessualità al maschile. Questa è fatta di distacco emotivo, di controllo sentimentale, di parcellizzazione visiva e di moltiplicazione delle esperienze erotiche, tutte caratteristiche che conferiscono al maschio uno status sociale positivo, mentre portano ancora con sé per le donne, almeno in parte, lo stigma negativo che ha sempre accompagnato un comportamento libertino al femminile.

 

Nonostante questa sia una tesi facilmente condivisibile nell’esperienza quotidiana, la sua giustificazione teorica appare tuttavia piuttosto debole nel testo. Illouz non afferma mai in chiave essenzialistica che le donne per natura sono più portate alla tessitura delle relazioni che non alla loro moltiplicazione, ma la semplice osservazione che ancora oggi ad esse sono prevalentemente affidati i compiti di cura non sembra sufficiente a suffragare l’adesione al modello maschile di tutta l’evoluzione descritta. Infatti è possibile chiedersi se non si tratti invece solo di differenti intensità di uno stesso modello – o anche alla persistenza di vecchi paradigmi per cui una donna emancipata di oggi percepisce comunque un doppio legame – e non di una divergenza di fondo. Ciò che avviene oggi si riferisce infatti a persone di ogni età e condizione, a comportamenti di entrambi i sessi, anche se è sicuramente più marcato tra i maschi. Leggendo ad esempio il provocatorio Nudi. Il sesso degli italiani di Giuseppe Cruciani, La nave di Teseo, Milano, 2020, viene da chiedersi se davvero le donne di oggi hanno introiettato il modello sessuale maschile o se non hanno invece trovato che la separazione tra sesso ed emozioni non è poi così male. Alcuni dei casi, raccontati in modo crudo, dimostrerebbero che una sessualità polimorfa staccata dall’amore ma gestita in modo esplicito con la complicità del partner in una coppia, può paradossalmente favorire la stabilità della coppia stessa.

 

Un altro aspetto che può essere osservato a proposito del libro di Illouz, che resta davvero notevole, è forse il fatto che il passaggio dal capitalismo classico a quello monopolistico e al “capitalismo visivo” che tanto influenza l’intimità è più tratteggiato che analizzato a fondo. Le analogie sono chiare e precise dalla parte delle relazioni, ma il corrispettivo economico dell’analogia sembra essere presupposto, dato per acquisito, più che indagato a fondo. Forse questo non era il compito di questo libro, ma uno dei due termini del confronto è più sbozzato che analizzato e questo potrebbe inficiare almeno in parte la forza della stessa tesi di fondo, secondo la quale è il mercato a determinare i cambiamenti nella sfera intima a rendere possibile un consumismo sessuale diffuso ed endemico. Il significato stesso di “consumismo” in termini economici è il presupposto e non l’oggetto dell’analisi, mentre il consumismo sessuale è definito in termini di serialità, che è certo uno stile e un atteggiamento di fondo, ma non sembra semplice definirlo distinguendolo in modo preciso da rapporti non consumistici. Forse servirebbe un’analisi del libertinismo sessuale settecentesco, reinterpretando Casanova, che certo era un consumatore seriale, ma non provvisto del distacco nichilista di oggi.

 

Un’ultima osservazione. In questo lavoro, a differenza dei precedenti dell’autrice, l’amore romantico non svolge più un ruolo storico preciso, quello del passaggio dalle relazioni patriarcali alle relazioni basate sulla scelta sentimentale autentica dei contraenti, e il suo ruolo viene tutto sommato molto ridotto in quanto la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta sembra rappresentarne il seppur tardo inveramento. L’amore romantico schiacciato sulla rivoluzione sessuale osserva una sorta di eterogenesi dei fini: il disamore di oggi proviene paradossalmente dalla massima celebrazione dell’amore nel XVIII secolo e poi negli anni Sessanta. Ma alla fine resta una domanda inevasa: se la massima espressione della libertà porta alla propria autodissoluzione, quali indizi possiamo individuare nel modello prevalente che consentano di immaginare almeno brandelli di schemi costruttivi che non siano il ritorno al passato patriarcale? A questa domanda in un testo tanto ricco non troviamo però alcuna risposta.

4 thoughts on “La “fine dell’amore” di Eva Illouz

  1. L’impianto dell’articolo, nonostante neghi esplicitamente un’impostazione morale dei fatti descritti, “fatti morali” naturalmente, quindi non accertabili; ebbene questa impostazione preclude fin da subito una seria analisi dell’argomento e pone in essere obbiettività fasulle riguardo l’analisi dei “fatti”. Non si può dire infatti che la precedente esperienza della famiglia religiosamente intesa comportasse relazioni sociali ordinate come ripetutamente si ripete, anzi è proprio dalla società oppressiva patriarcale che la situazione attuale dovrebbe sganciarsi e si ripete anche a più riprese come a mo’ di pentimento “che era meglio prima”, tanto per riassumere concettualmente l’asserto dell’articolo, tanto che si parla chiaramente di decadance nei rapporti umani e sociali. Questa impostazione non rende merito alle difficoltà innegabili della situazione attuale mettendo il sospetto nelle fragili relazioni umane che estemporaneamente si creano nella ricerca del partner “anima gemella”. Perchè in fondo prelude a questo l’attualità tutta protesa più che a sganciarsi dal “patriarca”, a togliersi da pastoie religiose.

  2. Concordo su tutto, ma non ci voleva molto a capire i motivi di questo decadimento e dissoluzione dei rapporti di coppia uomo donna.
    Innanzitutto, se mi posso permettere, noto il solito errore perpetrato da tutte le Donne (scrittrici, giornaliste, psicologhe, sociologhe, semplici opinioniste, etc), non si parla mai dal punto di vista dell’Uomo e della crisi del maschio. La questione maschile c’è ed è in forte aumento, se ne facciano tutti una ragione e non la nascondano più, essa irromperà e sta già impattando pesantemente sull’intera Società e sulle Donne. Provo a spiegare in breve.
    Il Femminismo radicale della seconda ondata ha voluto e progettato la distruzione della Famiglia e del Matrimonio. E’ un dato di fatto, basta andare a leggere alcune dichiarazioni di Linda Gordon e di Robin Morgan (Sisterhood is Powerful, (ed), 1970, p.537). Ne cito solo due perchè ci vorrebbero 500 pagine e più per citarle tutte
    Una volta distrutto la Famiglia e l’Istituzione del Matrimonio si sono cancellati, di conseguenza, i due ruoli primari millenari del Maschio, cioè quello di essere il Provider ed il Protector della Famiglia, dei Figli e della Donna (moglie).
    Il Maschio è stato deresponsabilizzato. “”Non abbiamo più bisogno di un Uomo adesso, Noi Donne siamo indipendenti””” – “”Una Donna ha bisogno di un Uomo come un pesce ha bisogno di una bicicletta””.
    Il Maschio è andato in crisi, non lo ha capito immediatamente il motivo del suo malessere profondo, basta guardare i suicidi maschili che in molti casi superano di 10 a 1 quelli femminili.
    Ma in America e nei paesi anglosassoni sorgono già dagli anni 70-80 i primi movimenti per la difesa dei diritti maschili, diritti maschili cancellati vergognosamente dal femminismo radicale che annulla e cancella al maschio qualsiasi diritto su Aborto e limita di molto i diritti sull’affidamento dei figli e sulle questioni economiche in fase di separazione che vedono l’Uomo completamente soccombente. Un esempio: 4.000.000 (quattromilioni) i Padri separati in Italia di cui 800.000 vivono in estrema povertà, mangiano alle mense della Caritas e vivono sotto i ponti o dormono in macchina (i più fortunati).
    Presa consapevolezza dei motivi del suo disagio il maschio abbraccia in modo totalitario una filosofia di vita che oramai è inarrestabile, essa si chiama MGTOW. Men Going Their Own Way. Gli Uomini se ne vanno per la loro strada e lasciano le Donne completamente sole. L’Uomo. oramai deresponsabilizzato dal ruolo di Pater Familias e di Provider e Protector decide di pensare a se stesso, tanto la Donna moderna non è più in grado di rispettarlo nel suo ruolo millenario perchè gli è stato tolto dal Femminismo radicale.
    Cosa dice MGTOW? Quali istruzioni da agli uomini?
    Non avere relazioni di medio e lungo termine con le Donne.
    Non portarti mai in casa una Donna e non conviverci mai.
    Non innamorarti e se ti capita, vivi il rapporto lontano dai tuoi beni materiali.
    Non sposarti, MAI.
    Non avere figli, MAI.
    Pensa solo a te stesso, alla tua carriera, al tuo lavoro, alla tua salute, allo sport, ai tuoi amici e al tuo tempo libero.
    Quando hai bisogno di sesso, soddisfalo con rapporti occasionali senza commitment.
    Stai lontano dalle Donne e non fidarti, MAI.
    Importante: I MGTOW non odiano le Donne, non sono misogini, semplicemente dicono: Ne ho avuto abbastanza, la Donna moderna non può darmi nulla che mi interessa, me ne vado per i fatti miei, vogli vivere da single.
    Ma perchè questi consigli così duri e privi di sentimento? I MGTOW e l’Uomo moderno è diventato di pietra? Non vuole più amare?
    No no no, Le leggi ed il sistema gli sono contro, un Divorzio o una separazione di fatto (senza matrimonio) lo rovinerebbero a vita. Le leggi sulle separazioni sono troppo sbilanciate a favore delle Donne. L’Uomo ha tutto da perdere in un divorzio o in una separazione. Per non parlare dei figli che non vedrebbe più se non qualche giorno al mese. Per non parlare del rischio di qualche falsa pedo accusa posta al solo scopo di alienargli i figli (le false pedo accuse costituiscono l’80% del totale).
    Quindi il calo demografico e il calo dei matrimoni e la mancanza di relazioni stabili non sono dovute a scelte femminili ma bensì da scelte maschili. Semplicemente l’Uomo è stato deresponsabilizzato alienandogli i suoi millenari ruoli, quello di Protector e di Provider della Famiglia.
    Il Femminismo voleva liberare la Donna e invece ha liberato l’Uomo.
    Saluti.
    Lorenzo Casesa

  3. “Le conseguenze sono un disagio strisciante e pervasivo per curare il quale si ricorre sempre più spesso alla psicoterapia, non esente anch’essa da critiche nel testo di Illouz, in quanto tende a consolidare l’autonomia del soggetto al di fuori e anche contro ogni dimensione sociale e relazionale.”

    Come può la psicoterapia, – una pratica basata sulla relazione, consolidare l’autonomia del soggetto al di fuori e anche contro ogni dimensione sociale e relazionale? Sia le scuole cognitiviste che psicodinamiche mettono al centro del processo di terapia la relazione terapeutica. Ciò che viene messo in discussione è il mito stesso dell’autonomia del soggetto.

  4. Grazie della recensione. Cercherò di leggere presto questo nuovo libro di Illouz, avendo molto apprezzato Perché l’amore fa soffrire.
    A me pare che lo spostamento radicale dall’amore romantico del Settecento Ottocento al Sessantotto potrebbe essere semplicemente il sintomo del fatto che Illouz, come tutti i sociologi, anche quando fa ricorso alla dimensione storica, la appiattisce o schematizza fin troppo (in Perché l’amore fa soffrire, per esemplificare l’amore nella borghesia ottocentesca, Illouz ricorreva ai romanzi di Austen, che sono una buona fonte ma una soltanto). Naturalmente quali processi storici, di lunga durata diciamo, abbiano comportato la trasformazione dell’amore che Illouz descrive, è questione che richiederebbe moltissime ricerche minuziose che precedano una grande sintesi, cui anche i sociologi potrebbero abbeverarsi.
    L’interpretazione classicamente emancipativa e illuministica di un amore e di un sesso prima patriarcalmente repressi e dopo liberati ed “esplosi” (salvo poi tralignare, con un abuso apatico della propria emotività e desiderio nel tardo capitalismo), lo confesso, mi ha sempre convinto pochissimo, almeno se presa come unica interpretazione. Paradossalmente ma nemmeno troppo, io non sottovaluterei l’ipotesi che mediamente la quantità di sesso fatto nella storia sia rimasta più o meno invariata, e che la differenza tra patriarcato e liberazione sessuale stia nel fatto che prima si faceva ma non si poteva parlarne, quindi tendiamo a sottostimare la vita sessuale dei nostri avi; al contrario oggi è così importante lasciar intendere di essere sessualmente emancipati e attivi che pubblicamente si romanza molto, essendo lecito parlare, quando nelle discoteche di provincia, per lo più, 9 volte su 10 si torna a casa a bocca asciutta. Insomma: la vita privata e “rasoterra” dei nostri predecessori nei secoli, resta di difficile decifrazione. Al massimo possiamo indagare le forme, i codici, le grammatiche, con le quali hanno interpretato e parlato di quelle esperienze.

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