di Linnio Accorroni

 

Vocali, rubrica a cura di Linnio Accorroni

 

[Da oggi Linnio Accorroni comincia a collaborare con LPLC: lo fa con una rubrica intitolata Vocali (sottinteso: Messaggi, come si capisce dall’allocuzione iniziale) in cui parlerà a suo modo di letteratura. La prima puntata è dedicata a Stile Alberto di Michele Masneri, pubblicato da Quodlibet. Benvenuto!].

 

Caro M.,

sai cosa ho fatto, appena letto, e chiuso, questo Stile Alberto di Michele Masneri (da qui in poi, M.M.), uscito da pochi giorni per Quodlibet, nella nuova collana Storie?

In ordine di esecuzione:

 

1) su ebay ho trovato ed ordinato copia- ‘come nuovo’, confermano dalla libreria antiquaria, rassicurando il dubbioso acquirente- del doppio Meridiano 2009-2010 Romanzi e racconti I e II di Alberto Arbasino (anche lui, d’ora in poi, A.A.). Il Meridianone, quello curato da Raffaele Manica, quello con l’Autobiografia! Euro 84.00, più 8 euro per spedizione: entro il 20 dovrebbe essere già qui, a rimpinguare il già corposo scaffale dei Meridiani. Immagino che il Meridianone A.A. dovrebbe trovarsi pure bene, accomodato fra Proust e Praz. Oppure lo metto tra Longhi e Pasolini? Mah, vedremo.

 

2) Ho tirato giù da uno scaffale l’imperdibile, un must per gli adepti del culto arbasiniano, prezioso volume di «Riga» del 2001, e ho cominciato a scorrerlo proprio dalla fine, dalle fin troppo dotte considerazioni di Bartezzaghi sull’uso delle parolacce in Fratelli d’Italia e dintorni (vasti e larghi ed imprevedibili dintorni. Come sempre, quando si tratta di A.A.).

 

3) Ho scritto una email ad un mio amico, anche lui reo confesso di reiterata e colposa idolatria arbasiniana, narrandogli mirabilie a proposito del libro di M.M. (Tanto per farti capire di che cosa parliamo quando parliamo dei devoti del culto: lui ora, il mio amico, è alla settima rilettura – mi pare, ma potrei sbagliare. Per difetto, beninteso – di Fratelli d’Italia. In particolare, adesso, il caro amico è alle prese con l’edizione large Adelphi del 1993, quella con qualche centinaio di pagine in più, quella, insomma, che necessita di appositi, resistenti contenitori alla bisogna, nel caso la si voglia portare con sé in viaggio.

 

4) Mi sono riempito di autogratificanti complimenti (ogni tanto fa bene massaggiare il proprio ego, magari a colpi di auto-like) perché pratico da anni quello che M.M. consiglia di fare, quando riporta, in finale di libro, con felice allure, una intimistica ‘Bibliografia confidenziale arbasiniana’. Suggerisce M.M., a proposito di Fratelli d’Italia: «…è inutile pretendere di leggerlo dall’inizio. Va aperto a caso, come l’I Ching ». La suadente arrendevolezza del mio Kindle – per esempio la funzione «cerca» – è prodiga, da questo punto di vista, di ricche sorprese e cotillons e bjoux inaspettati. Tu prova a cercare il lemma ‘culo’, per esempio, e, magnum gaudium, il Kindle spalancherà una miriade di pagine godibilissime e felicissime.

 

Ma forse adesso è il momento di smetterla con l’elenco di queste risibili manie, non esenti da implicazioni patologiche, da devoto del verbo arbasiniano e passare a qualche più seria considerazione su questo (stavo per scrivere «avvincente»: sai le risate di A.A. a leggere questo aggettivo, tanto ricorrente nelle recensioni-fotocopie, da Ufficio Stampa de’ noantri che lui tanto detestava) gran bel libro di M.M.

Un omaggio colto, divertito e divertente, al netto di sentimentalismi e smancerie e gossip ed intimismi, peraltro sempre osteggiati e derisi dal grande A.A. Tante fotografie, anche, in questo Stile Alberto: di cartoline (A.A. ne era convinto cultore perché «nello spazio di una cartolina si possono dire diverse cose e, nello stesso tempo, la riproduzione di un quadro o di un paesaggio mi sembra più interessante»), di interni di palazzi e magioni della eletta (in tutti i sensi) aristocrazia da lui frequentata, di casa Arbasino, della sua scrivania (ah, l’Olivetti elettrica con la quale ha sempre scritto ed il mitico telefono-fax-segreteria, un sempre cangiante « podcast per pochi eletti », come scrive M.M.), e della sua smisurata libreria, fra tappezzerie William Morris e stoffe di Mariano Fortuny e persino, con un po’ di feticismo da profilo Instagram, del particolare di una camicia con tanto di iniziali: A.A., noblesse oblige.

 

In fondo, questa di M.M. è una specie di doppia biografia: tutto inizia con un libro che gli cade in testa. Quel libro (per la cronaca, è Anonimo lombardo) si rivelerà come una specie di agnizione, un «Ognuno riconosce i suoi» che muterà, in maniera radicale, il corso della sua esistenza, trasformando un incerto aspirante alla carriera diplomatica in un fedele seguace, anche se con tratti, a volte, involontariamente e goffamente fantozzeschi, dell’idolatria arbasiniana. Da qui un inseguimento asincronico ed effimero – fra i due corrono una quarantina d’anni -, sia intellettuale che reale, che nascerà anche da curiose, ma decisive coincidenze, fra la vita di A.A. e quella di M.M. Entrambi lombardi, cresciuti a colpi di un’educazione intrisa di un moralismo cupo e quasi controriformistico, la carriera giuridico-diplomatica abbandonata per la Letteratura, la scoperta di Roma, con tutto ciò che di meraviglioso e turpe comporta la Capitale («Nato a Voghera, rinato a Roma» A.A.: soi-disant), il culto della Felicità del vivere e dell’horreur du domicile, della Sprezzatura quale codice etico nell’Arte e nella Vita, del «never explain, never complain», assurto a Imperativo Categorico. Ma perché M.M., il mio amico ed io abbiamo amato ed amiamo così tanto il nostro A.A.?

 

In ordine sparso, stavolta: per il suo essere trionfalmente, totalmente e smisuratamente anti-italiano (se italiano sta per provinciale, clericale, piccolo-borghese, intrinsecamente fascista, ignorante, intollerante, razzista, mediocre in tutto, o quasi), per il suo gusto della digressione colta e pure di quella frou frou, per il suo offrire, magari anche nella stessa pagina, folgoranti istruzioni per l’uso della lingua di una biblioteca di un guardaroba della politica e dei partiti, per il suo smisurato amore per la vita e l’arte e le auto da corsa e gin-tonic ed vernissages, per le sue locuzioni, entrate a pieno titolo nella lingua comune d’uso (tormentone, gita a Chiasso, la casalinga di Voghera, le tre fasi dello scrittore italiano…), perché era un Google («… come il motore di ricerca ci potevi fare tutto, leggere, trovare collegamenti, fare acquisti, e c’era soprattutto la funzione maps», osserva M.M.), perché siamo da anni innamorati di una donna di carta straordinaria che era la Desideria di Fratelli d’Italia – ma, nella vita reale, la nobile Maria Laudomia Hercolani del Drago -),…

 

Ora, se si vogliono recuperare altri fondamentali e peculiari ‘Perché’, leggersi questo Stile Alberto sarà di grande aiuto e giovamento. Ma poi, subito dopo, ri-leggersi tutto Arbasino. Naturalmente.

1 thought on “Vocali /1: su “Stile Alberto” di Michele Masneri

  1. Io, tanto per vantarmi, ho letto il terzo e ultimo Fratelli d’Italia fino in fondo dall’inizio alla fine (e, tanto per non vantarmi, <non ho fatto lo stesso con la prima e la seconda versione). Con un librone così, può anche passare e far sorridere il consiglio di Masneri di leggerlo come l’I Ching, resta il fatto che chi non lo legge fino in fondo dall’inizio alla fine non sa come comincia (e l’incipit e tutto il primo capitolo sono importanti per la formidabile dichiarazione di nonchalance progettuale e vitalistica) e come continua (i passi memorabili sono indicizzati molto dal nome della località, trattandosi di un viaggio, io ricordo soprattutto una cena a base di sartù – che non ho mai avuto l’onore di assaggiare – sulla terrazza di un attico a Napoli, ospiti, l’elefante e i suoi amici, di un amico napoletano che ricordo, chissà perché, senz’altro mi sbaglio, corpulento, con la barba e birichino, sul “birichino”, però, son sicuro, non mi sbaglio – e poi la visita a uno o due castelli di Ludwig e infine il cannocchiale) (e poi, naturalmente, ci sono anche i passi alla I Ching, ovvero isolati aneddoti, elenchi, giudizi, ricordi…).

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