di Simone Giorgio 

 

Accelerazione. Correnti utopiche da Dada alla CCRU (Nero Edizioni, 2021) di Edmund Berger non è un libro accademico, ma è un tentativo di divulgazione di alcune questioni storiche, sociali ed estetiche connesse al Novecento, in particolare per il fenomeno avanguardistico. Nonostante l’apparato bibliografico tradisca un’ampia ricerca alla base della scrittura, d’altronde necessaria vista la vastità dell’argomento affrontato, il libro dello studioso indipendente americano assume toni divulgativi erratici, che spostano di continuo l’oggetto dell’attenzione di Berger tra i vari paesi occidentali; in altre occasioni, l’autore adopera persino strumenti retorici tipici del romanzesco: basti pensare all’inizio in medias res, con la descrizione di uno degli episodi più celebri del lettrismo, ovvero la contro-messa celebrata a Notre-Dame nel 1950. Inevitabilmente, data la natura del tema, il libro prende invece in alcune pieghe una deriva da manifesto politico-estetico. Quest’ultimo aspetto è presente soprattutto nella conclusione, dove Berger non si fa attirare dalla trappola del trovare una morale della storia, ma al tempo stesso cerca di tirare le somme di quanto ripercorso per cavarne coordinate utili a tracciare il presente. Per tutto il libro, però, la sua scrittura si mantiene ben distante da ciò che racconta, e tra le sensazioni che si provano a fine lettura, forse la più forte è la convinzione che davvero il Novecento sia stato il secolo delle avanguardie, e che un fenomeno culturale con quelle caratteristiche non poteva esistere che in questo secolo. Mi pare conveniente tirare in ballo le osservazioni di Stefan Morawski sulle avanguardie contenute in The troubles with postmodernism: oltre alla verità autoevidente per cui le avanguardie tendono a disprezzare più o meno apertamente l’arte esistente, Morawski nota che il loro fine ultimo esula sempre dal campo artistico per sconfinare in quello sociale; proprio seguendo questo obiettivo, esse si organizzano come se fossero dei movimenti politico-rivoluzionari[1]. Si può dire che su questa capacità delle avanguardie di giocare sui due piani è costruito l’intero libro di Berger, che anzi offre una splendida prova della bontà delle teorie di Morawski.

Il libro ricostruisce dunque un’intricata genealogia delle avanguardie artistiche del Novecento, a partire dal futurismo e dal dadaismo, per arrivare al collettivo CCRU dell’Università di Warwick negli anni Novanta, cercando di evidenziare soprattutto la carica politica di tali movimenti. Nonostante molte di queste avanguardie abbiano strizzato l’occhio a varie ideologie, il contenuto politico messo in risalto da Berger ha però più a che fare con una questione esistenziale: quella che Berger ricostruisce è la storia di un’idea che ha attraversato l’arte e la letteratura del Novecento prendendo specificamente la forma dell’avanguardia, e cioè l’idea per cui tramite l’arte sia possibile trasformare radicalmente la realtà, inventare e produrre un mondo nuovo (e nuovi umani che vi abitino). Come ha osservato finemente Curi, «l’avanguardia pone problemi capitali ma insolubili»[2]: lo scarto tra l’esigenza emotiva che ha fatto nascere queste correnti e i risultati conseguiti è, chiaramente, sempre a sfavore di questi ultimi, ma ciò non significa che non valesse la pena immaginarle, come Berger fa notare a proposito dell’idea di uno sciopero dell’arte:

 

Anni dopo, Dordevic scriverà che l’idea di uno sciopero dell’arte non era altro che un’utopia, ma se sbrigativamente potremmo giudicare questa affermazione come un semplice rigetto (abituati come siamo a scappare al primo sentore di utopismo), forse potremmo coglierla come un’occasione per ricordare ciò che disse Fredric Jameson proprio sulle utopie: se esiste certamente un divario tra il possibile e l’immagine utopica, la perdita della capacità di pensare questa immagine è l’esatto momento in cui la possibilità di un futuro diverso subisce un crollo irreversibile[3].

 

Fin dall’inizio, Berger adotta la chiave psicogeografica, che dobbiamo a Debord, quasi a giustificare le scelte artistiche, sociali e politiche delle avanguardie con l’esaminazione della realtà che le circondava e in cui sono fiorite; in questo senso, paiono molto utili e azzeccati anche i riferimenti alle varie correnti architettoniche, che innervano soprattutto la prima parte del libro, e che offrono agganci all’aspetto utopico delle avanguardie: la capacità di elaborare un mondo ideale, o meglio una città ideale, come nei sogni del Team 10 o degli architetti legati al situazionismo di cui Berger parla nel secondo capitolo, Un’altra vita.

Berger organizza però la sua storia seguendo regole quasi narrative, e per questo sembra che al centro del libro vi sia un fulcro che attira a sé le avanguardie che lo hanno preceduto, come se tutte avessero teso a quel momento, e al tempo stesso questo momento fosse poi il prisma da cui si diradano i raggi delle post-avanguardie di fine secolo: mi riferisco al periodo degli anni Sessanta e Settanta. Non è difficile in realtà notare che gli sforzi comuni di atteggiamento avanguardistico, radicalizzazione politica e conseguenti velleità rivoluzionarie si siano intensificati soprattutto in quegli anni; a molte persone deve essere parso possibile, in quel momento storico, rovesciare la realtà esistente per darne vita a una nuova. In ogni caso, Berger individua proprio nell’Italia il paese in cui questo intreccio si fa più forte e diventa rilevante, e si riferisce chiaramente ai movimenti giovanili del decennio 1968-77. In particolare, ricostruisce la genesi non solo del Sessantotto ma anche e soprattutto del Settantasette bolognese e romano; è molto attento, inoltre, a ricercare le ricadute artistiche di quel periodo, con uno sguardo di lunga durata molto efficace – ad esempio, è alla matrice settantasettina che Berger riconduce la nascita del cyberpunk italiano, delle fanzine culturali underground che resistono ai restaurativi anni Ottanta e da cui poi partirà l’avventura di Luther Blissett. Su questo aspetto specifico, Berger sembra rifarsi a Mark Fisher: pensiamo in particolare a Comunismo acido, l’introduzione al libro (poi non scritto) in cui l’autore inglese proponeva di rileggere gli anni Sessanta e Settanta come un campo di ipotesi ancora realizzabili, e non come un insieme di vicoli ciechi della storia rivoluzionaria o come un periodo da idealizzare o rimuovere. Fisher conclude il suo scritto citando proprio il caso della Bologna del Settantasette, e colpisce questa consonanza con Berger[4].

Nella seconda parte di Accelerazione, superato il momento di massima tensione, la questione diventa via via meno schiettamente politica e più esistenziale, oltre che complicata. Sebbene il bersaglio polemico dei movimenti utopici sia sempre il capitalismo e la vita contemporanea sotto questo modo di produzione, le avanguardie prese in considerazione da Berger si rifrangono, si frantumano, si abbandonano a un’immaginazione utopica (o distopica) che pare sempre più disperata e perdono, per usare un’espressione abusata ma calzante, il contatto con la realtà. Esemplare è proprio il caso della CCRU, che alterna scritti di lucidissima analisi sulle condizioni di vita nel tardo capitalismo a fantasie esoteriche e deliri messianici e apocalittici, come ad esempio l’attesa del famigerato Millennium Bug; difatti, non è un caso che dall’ambiente della CCRU, così contraddittorio, siano venuti fuori due personaggi diametralmente opposti come Nick Land e il citato Fisher: se il primo si è reinventato come filosofo della reazione, abbracciando posizioni apertamente razziste e xenofobe, il secondo è invece diventato un punto di riferimento della sinistra anti-capitalista a livello internazionale. In verità, la constatazione che questa lotta alla realtà esistente possa rovesciarsi facilmente nel suo opposto dai toni fascisti è un fil rouge che Berger tiene particolarmente a mostrare, come ad avvisare i lettori del pericolo che si corre a lasciarsi affascinare troppo da queste personalità e da questi progetti: molti degli artisti d’avanguardia americani che vengono citati nei capitoli centrali finiscono per ingrossare le file dei reazionari o dei conservatori: persa la progettualità, ognuno si ricicla come crede, spesso cedendo ai richiami della destra estrema; tale diaspora è esposta nel capitolo L’eternal network (e le frange delle frage).

Un altro filo conduttore è legato ai tentativi – reiterati un po’ da tutte le avanguardie dopo la metà del secolo – di sabotare il concetto di identità individuale: in questo senso vanno lette le ricapitolazioni di esperimenti di identità collettive nella scena artistica americana anni Ottanta che culminano nel già citato Luther Blissett. Se da un lato in ciò è possibile ravvisare la sotterranea e ineliminabile pulsione anarchica e autodistruttiva tipica delle avanguardie, dall’altro questo rappresenta l’ennesimo segnale che la questione politica ed esistenziale, di fronte a fenomeni come queste correnti utopiche, è centrale nel modo di concepire la realtà e il proprio ruolo in essa da parte di questi artisti. È proprio per questo immaginarsi come al di sopra delle identità individuali e delle manifestazioni collettive del capitalismo che queste correnti utopiche attraversano i confini delle varie nazioni; quello dipinto da Berger è una sorta di comunità occidentale delle avanguardie, e non ci si allontana mai dal contesto euroamericano. Questo predominio occidentale nasce da quello politico, economico e industriale: infatti sono le chiavi di lettura scelte da Berger a imporre al centro del libro due temi in particolare, tecnologia e virtualizzazione. Nella sua trattazione, l’autore dà molta importanza alle innovazioni tecnologiche che rendono possibile un approccio nuovo all’arte e alle sue realizzazioni tecniche; anche se non viene scritto espressamente nel libro, la sensazione che si ha alla lettura è che a ogni progresso tecnologico del Novecento corrisponda la nascita di un movimento d’avanguardia, grazie alla liberazione di possibilità espressive e sociali portate dall’innovazione. E arrivati agli anni Novanta, è proprio con l’avvento del web che si sfocia nel tema della virtualizzazione: le avanguardie utopiche paiono abbandonare la realtà, per passare a una visione virtuale sempre più complessa, da cui tornare a condizionare il reale: è l’esempio del concetto di iperstizione, elaborato da Nick Land negli anni Novanta, su cui Berger incentra il capitolo Economia voodoo e apocalissi. Qui nascono i problemi contemporanei, per Berger: ogni tecnica avanguardistica viene disinnescata e reintegrata nel capitalismo – basti pensare al détournement situazionista recuperato dai pubblicitari -, e anche le tecniche di communication guerrilla che caratterizzano le avanguardie degli anni Novanta sono, oggi, recuperate e utilizzate da movimenti di estrema destra sul web (come nel caso di QAnon): ogni progetto politico sembra alimentare il suo opposto; gli strumenti con cui immaginare le utopie sembrano essere reclutati dalle distopie.

In sostanza, il libro di Berger, pur non nascondendo un latente enciclopedismo, non si pone come la guida definitiva alle avanguardie del Novecento; pare piuttosto una imponente conferma di alcuni concetti: che le avanguardie nascono come atti estetico-artistici ma anche, per loro natura, politici; che la pulsione all’anarchia e all’autodistruzione è incancellabile in ogni avanguardia; che con l’esaurirsi del XX secolo e il passaggio al nuovo millennio, le avanguardie, pur perdendo la loro programmaticità, si sono rifrante in una miriade di atteggiamenti e posizioni culturali spesso non conciliabili tra loro, fondamentalmente basate su alcuni assunti che caratterizzano la modernità. Questi assunti possono essere individuati nella volontà di perseguire il nuovo rifiutando il valore della tradizione e nel rivendicare il nuovo come atto politico trasformativo. Se è vero che nel clima culturale instauratosi a partire dagli anni Ottanta assistiamo a un ritorno di tutte le forme nel campo delle possibilità, tanto che a uno scrittore o una scrittrice di oggi è possibile sia scrivere un romanzo alla Scott sia un romanzo alla Barthelme, c’è anche da dire che le avanguardie hanno lasciato questo in eredità alla situazione attuale: l’idea, ancora non eradicata, che attraverso le forme (e, talvolta, attraverso la loro deformazione) si possa cambiare la realtà. L’intricata storia qui raccontata è ricostruita in modo erratico, vagabondando al di qua e al di là dell’Atlantico; al tempo stesso, è proprio questo a fornire a Berger la possibilità di offrire così tanti spunti di lettura. Quella che viene fuori è una storia di fallimenti sistematici, ambizioni frustrate, idee persino talvolta un po’ ridicole; ma la condizione esistenziale che le ha generate è ancora valida, e fare il punto su queste esperienze è sempre un’operazione utilissima.

 

 

[1] S. Morawski, The troubles with postmodernism, Londra, Routledge 1996.

[2] F. Curi, La poesia italiana d’avanguardia, Napoli, Liguori, 2001, p. 108.

[3] E. Berger, Accelerazione. Correnti utopiche da Dada alla CCRU, Roma, Nero Edizioni, 2021, p. 224.

[4] Cfr. M. Fisher, Comunismo acido. Introduzione incompiuta, in Id., Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici. K-punk 1, Roma, minimum fax, 2020, pp. 360-388 (pagine da controllare).

1 thought on “«La possibilità di un futuro diverso subisce un crollo irreversibile»: Accelerazione di Edmund Berger

  1. Ma che punto si può fare se ci si pone in una prospettiva ambigua. Da una posizione di presunta superiorità si crede di poter sorvolare in un articolo, ma anche in un libro, tutte le avanguardie del secolo scorso. Per esempio non si prende in considerazione che l’antipolitica che pervade i due movimenti del sessantotto e settantasette possono passare per “politica”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *