di César Vallejo

 

[Esce in questi giorn per Argolibri una nuova traduzione del capolavoro del poeta peruviano César Vallejo Trilce (1922), a cura di Lorenzo Mari. Pubblichiamo in anteprima alcune poesie e un estratto dall’introduzione.]

 

 

 

I

 

Chi è che fa tanto chiasso e non lascia nemmeno

testimoniare le isole che rimangono.

 

Un poco più di considerazione

non appena sarà tardi, presto,

e meglio si sgrosserà

il guano, il semplice tanfo tesauro

che emana senza volere,

nel cuore dell’isola,

sula salmastra, ad ogni sferzata

……………ialoidea.

 

Un poco più di considerazione

e l’humus liquido, le sei di sera

DEI PIÙ ALTEZZOSI BEMOLLI.

 

E la penisola sta

di schiena, presa alla briglia, imperterrita

sulla linea mortale dell’equilibrio.

 

 

II

 

Tempo Tempo.

 

Mezzogiorno stagnante tra rugiade.

Stanca pompa del carcere che attinge

tempo  tempo  tempo  tempo.

 

……………Era Era.

 

Cantar dei galli, e raspare invano.

Bocca del chiaro giorno che declina

era  era  era  era.

 

……………Domani Domani.

 

Il caldo riposo che non c’è ancora.

Pensa il presente conservami per

domani  domani  domani  domani.

 

……………Nome Nome.

 

Come si chiama quel che ci insorge?

Si chiama Lostesso che patisce

nome  nome  nome  nomE.

 

 

 

XXXIX

 

Chi ha acceso il fiammifero!

Mi strappo i capelli. Altalenante

sorrido, e a ragione.

Sorrido ancora di più, se tutti riescono

a vedere guide incolori

e me sempre in procinto. Che mi importa.

 

Neppure il buon vecchio Sole che, morendo di gusto,

squarta tutto per distribuirlo

tra le ombre, il prodigo,

neppure lui mi aspetterebbe dall’altra parte.

Neppure gli altri che si fermano soltanto

entrando e uscendo.

 

Toccando sulla retina bussa

il gran fornaio. E paghiamo con cambiali

curiosissime il tiepido valore innegabile

sfornato, trascendente.

E prendiamo il caffè, già tardi,

con il poco zucchero ormai scarseggiante,

e pane senza burro. Che possiamo fare.

 

Però, questo sì, gli anelli ricongiunti, sbarrati.

La salute su un piede solo. Avanti, marsc’!

 

 

XLI

 

La Morte in ginocchio gronda

sangue bianco che non è sangue.

C’è puzza di garanzia.

Ora, però, voglio ridere.

 

Lì si mormora qualcosa. Tacciono.

Qualcuno, a lato, fischia coraggio,

e si conterebbero perfino come pari

ventitré costole che sentono reciproca

mancanza, su entrambi i fianchi; si conterebbe

pari anche tutta la fila

dei trapezi messa a scorta.

 

Intanto, il rullante poliziesco

(voglio ridere di nuovo)

si vendica e ci carica di botte,

dagli e dagli,

da membrana a membrana,

colpo

su

colpo.

 

 

LXXIII

 

Ha trionfato un altro ahi. La verità è lì.

E chi agisce in questo modo, non saprà anche

ammaestrare eccellenti digitigradi

per il topo? No…? Sì…?

 

Ha trionfato un altro ahi e contro nessuno.

Oh, esosmosi di acqua chimicamente pura.

Ah, miei australi. Oh, nostri divini.

………………….È dunque mio diritto

essere acerbo e contento e pericoloso, ed essere

lo scalpello, terrore del grande blocco e grezzo;

farne di gaffe, e riderne.

 

Assurdo, solo tu sei puro.

Assurdo, questo eccesso solo di fronte a te

trasuda dorato piacere.

 

 

 

Versioni originali

 

I

 

Quién hace tanta bulla y ni deja

testar las islas que van quedando.

 

Un poco más de consideración

en cuanto será tarde, temprano,

y se aquilatará mejor

el guano, la simple calabrina tesórea

que brinda sin querer,

en el insular corazón,

salobre alcatraz, a cada hialóidea

……………grupada.

 

Un poco más de consideración,

y el mantillo líquido, seis de la tarde

DE LOS MÁS SOBERBIOS BEMOLES.

 

Y la península párase

por la espalda, abozaleada, impertérrita

en la línea mortal del equilibrio.

 

 

II

 

Tiempo Tiempo.

 

Mediodía estancado entre relentes.

Bomba aburrida del cuartel achica

tiempo  tiempo  tiempo  tiempo.

 

……………Era Era.

 

Gallos cancionan escarbando en vano.

Boca del claro día que conjuga

era  era  era  era.

 

……………Mañana Mañana.

 

El reposo caliente aún de ser.

Piensa el presente guárdame para

mañana  mañana  mañana  mañana.

 

……………Nombre Nombre.

 

¿Qué se llama cuanto heriza nos?

Se llama Lomismo que padece

nombre  nombre  nombre  nombrE.

 

 

XXXIX

 

Quién ha encendido fósforo!

Mésome. Sonrío

a columpio por motivo.

Sonrío aún más, si llegan todos

a ver las guías sin color

y a mí siempre en punto. Qué me importa.

 

Ni ese bueno del Sol que, al morirse de gusto,

lo desposta todo para distribuirlo

entre las sombras, el pródigo,

ni él me esperaría a la otra banda.

Ni los demás que paran sólo

entrando y saliendo.

 

Llama con toque de retina

el gran panadero. Y pagamos en señas

curiosísimas el tibio valor innegable

horneado, trascendiente.

Y tomamos el café, ya tarde,

con deficiente azúcar que ha faltado,

y pan sin mantequilla. Qué se va a hacer.

 

Pero, eso sí, los aros receñidos, barreados.

La salud va en un pie. De frente: marchen!

 

 

XLI

La Muerte de rodillas mana

su sangre blanca que no es sangre.

Se huele a garantía.

Pero ya me quiero reír.

 

Murmúrase algo por allí. Callan.

Alguien silba valor de lado,

y hasta se contaría en par

veintitrés costillas que se echan de menos

entre sí, a ambos costados; se contaría

en par también, toda la fila

de trapecios escoltas.

 

En tanto, el redoblante policial

(otra vez me quiero reír)

se desquita y nos tunde a pelos,

dale y dale,

de membrana a membrana,

tas

con

tas.

 

 

LXXIII

 

Ha triunfado otro ay. La verdad está allí.

Y quien tal actúa ¿no va a saber

amaestrar excelentes digitígrados

para el ratón? ¿Sí… No…?

 

Ha triunfado otro ay y contra nadie.

Oh exósmosis de agua químicamente pura.

Ah míos australes. Oh nuestros divinos.

Tengo pues derecho

a estar verde y contento y peligroso, y a ser

el cincel, miedo del bloque basto y vasto;

a meter la pata y la risa.

 

Absurdo, sólo tú eres puro.

Absurdo, este exceso sólo ante ti se

suda de dorado placer.

 

*

 

Tavolo e cucchiaino

di Lorenzo Mari

 

Due immagini, per iniziare: uno scrittore, recluso in una stanza, che si siede al suo tavolo disadorno e prende carta e penna; poi, in rapida successione, un bambino che, nella stessa stanza, si infila un cucchiaino su per il naso[1].

Entrambe le immagini si riferiscono a César Vallejo e alla scrittura di Trilce; del resto, hanno entrambe a che fare con l’alternanza tra confinamento e libertà, nonché con l’esperienza dell’assurdo che circonda questa stanza, stringendola d’assedio, per poi entrarvi. «Absurdo, sólo tú eres puro…[2]»

 

Trilce è tutto questo: un’opera al tempo stesso solenne e trasgressiva, enigmatica e viscerale; si tratta, come ha osservato Roberto Paoli, primo traduttore dell’opera di Vallejo in lingua italiana, di un «libro stranissimo, così grande e insieme così discutibile, così soggiogante e insieme così ispido e sfuggente»[3]. Il libro vede la luce nello stesso anno di The Waste Land di T.S. Eliot, dell’Ulysses di James Joyce e anche, come ha notato Giuliano Mesa – uno dei poeti italiani che più ha fatto risuonare il nome di Vallejo nel nostro paese – della traduzione inglese del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein a firma di Bertrand Russell[4].

 

Sono tutte opere che hanno impresso svolte radicali nella storia letteraria e culturale del Novecento mondiale, e Trilce non è stata da meno; anzi, Trilce sfugge anche a questa possibile classificazione storica: non è un’opera modernista nell’accezione ispanoamericana del termine[5], non lo è nell’accezione angloamericana[6], e non è nemmeno un’opera ascrivibile alle avanguardie storiche[7], eppure include tutte queste possibili componenti per poi trascenderle nella propria, unica e irripetibile, sintesi formale.

 

Quel che denota Trilce, infatti, è in primo luogo una crisi del soggetto, della sua identità e della sua collocazione sociale, che sembra a tutti gli effetti molto simile a quella espressa dal modernismo e dalle avanguardie storiche – crisi che viene affrontata con una postura da alcuni considerata come eroica, da altri come una parodia di quello stesso eroismo[8]. Si tratta, senza ombra di dubbio, di una cacciata dall’eden: tra la pubblicazione di Los heraldos negros (1919) e la prima edizione di Trilce, César Vallejo ha affrontato la morte della madre, la rottura con la fidanzata Otilia Villanueva e l’esperienza del carcere[9]. Trilce porta sulla scena tutto questo tramite la giustapposizione di un passato felice e protetto, dall’espressione più compiutamente «lirica», e di un presente orfano, decisamente più «intellettuale», mostrando efficacemente come questi due livelli possano coesistere nella scrittura poetica, poiché «non incongrui tra loro»[10]. Tuttavia, una lettura come quella già prospettata da Roberto Paoli, che vede in Trilce il primo momento di un iter biblico-marxista – proseguito poi nei Poemas humanos (1939), fino alla redenzione neotestamentaria di España, aparta de mí este cáliz (pubblicato sempre nel 1939)[11] – risulta, con ogni probabilità, un po’ troppo ardita. Si incontrano, in effetti, notevoli difficoltà – comparabili con le aporie nelle quali ricadono altre letture, esclusivamente metafisiche, ad esempio, oppure esclusivamente formaliste[12] – nel tentativo di rintracciare una chiara, e forse consolatoria, dialettica storica nella produzione poetica di Vallejo. D’altro canto, tali difficoltà non sono di per sé sufficienti a postulare un’adesione dell’autore a posizioni nichiliste tout court, in quanto non intaccano il fondamentale nucleo politico, tanto comunitarista quanto, poi, «interumano»[13], internazionalista e comunista, della scrittura di Vallejo, presente non soltanto nei Poemas humanos o in España, aparta de mí este cáliz, ma presunto, e presumibile, già all’altezza di Trilce. «Veo labriegos trabajando, / los cerros llenos de triunfo. / Y el mes y medio transcurrido alcanza / para una mortaja, hasta demás…[14] »

 

Allo stesso modo, la lettura di marca indigenista di questo testo – tesa, cioè, a metterne in luce i valori coerenti con una visione del mondo influenzata dalle culture indigene del Perù, sicuramente note al cholo Vallejo[15] – non è del tutto stringente, ma nemmeno del tutto preclusa. Si può considerare, a questo proposito, come il primo e forse più importante fautore della lettura indigenista di Vallejo, il filosofo peruviano, coetaneo e amico di Vallejo, José Carlos Mariátegui, abbia preso in considerazione Trilce soltanto en passant, preferendo soffermarsi su Los heraldos negros[16]. A questo, poi, si può aggiungere il costante rischio di fare di César Vallejo il rappresentante di un folklore variamente nazionalista, latinoamericano o, in questo caso, indigenista, un rischio che è stato apertamente criticato da Rafael Gutiérrez Girardot come portato di quella stessa impronta colonialista che una simile interpretazione vorrebbe, in primo luogo, combattere[17]. Si ricadrebbe, in altre parole, in quella tentazione di «ri-colonizzare Vallejo» che una sua traduttrice, Rebecca Seiferle, ha recentemente stigmatizzato, in modo piuttosto netto, nell’introduzione alla sua traduzione inglese di Los heraldos negros[18].

 

D’altra parte, la possibilità di una lettura indigenista dell’opera di Vallejo, e quindi anche di Trilce, permane, in ogni caso, all’interno di una corrente piuttosto florida di studi vallejiani, inaugurata da un saggio di Phyllis Rodríguez-Peralta[19] e che ha recentemente trovato nuova linfa nelle ricerche di Pedro Granados Agüero[20]. Non si tratta soltanto, come già avvertiva, tra gli altri, Roberto Paoli, di rintracciare uno «spirito indio» che per Vallejo costituisce «prima il suo mito e poi il suo ideale»[21]; si può anche provare a delineare con maggiore precisione l’alto grado di sincretismo di tale mitologia, e poi di tale ideale – a partire, ad esempio, dalle frequenti occorrenze, in Trilce, del «sole»/«Sole»/«sol», in un continuum che va dall’evocazione dell’elemento naturale alla rappresentazione della divinità (cristologica e al tempo stesso legata alla mitologia indigena post-ispanica di Inkarri[22]), per finire con la degradazione tipicamente modernista data dall’omonimia del Sole/sol con la valuta corrente, allora come oggi, in Perù.

 

Di questa e di altre immagini, si è cercato di rendere la complessa e stratificata densità nel glossario in coda ai testi, come proposta di una fra le molte ‘guide’ possibili nella lettura di Trilce. Tale glossario, per sua natura non esaustivo, intende evitare l’effetto di normalizzazione, talvolta violenta, di altri apparati paratestuali, cercando di non tradire la costruzione labirintica e sfuggente del testo, di non ‘ri-colonizzarla’ e, anzi, di moltiplicarne la portata all’interno di un piccolo, ulteriore caleidoscopio.

[…]

 

Note

 

[1]  Cfr. C. Vallejo, Epistolario general, Pre-Textos, Valencia, 1982, p. 44: «A causa della mia libertà, mi sento alle volte circondato da uno spaventoso senso del ridicolo, come se fossi un bambino che si infila un cucchiaino su per il naso». Tutte le traduzioni, salvo quelle con indicazione specifica, sono nostre.

[2]  C. Vallejo, Trilce, LXXIII (v. infra).

[3]  R. Paoli, «Introduzione» in C. Vallejo, Poesie, a cura di Roberto Paoli, Lerici, Milano 1964, p. lxxvii.

[4]  Cfr. G. Mesa, «Ad esempio. La scoperta della poesia», in La scoperta della poesia, a cura di Massimo Rizzante e Carla Gubert, Metauro, Fossombrone, 2008, pp. 17-25 (v. infra).

[5]  Per Roberto Paoli, è già ne Los heraldos negros che Vallejo avvia una «riduzione e interiorizzazione dell’arsenale lessicale, sintattico e metrico del Modernismo» (R. Paoli, «Introduzione», cit., p. L) ispanoamericano – comunemente associato, in primo luogo, all’opera di Rubén Darío (1867-1916) – secondo un’operazione che sarà poi continuata e radicalizzata in Trilce.

[6]  Cfr. M. Clayton, Poetry in Pieces. César Vallejo and Lyric Modernity, University of California Press, Berkeley, 2011.

[7]  Cfr. R. Gutiérrez Girardot, «Génesis y recepción de la poesía de César Vallejo», in C. Vallejo, Obra poética, a cura di Américo Ferrari, Fondo de Cultura Económica, México D. F., 1988, p. 535. Sul «cubismo» di Vallejo, cfr. anche J. Ortega, «La hermenéutica vallejiana y el hablar materno», in C. Vallejo, Obra poética, cit., p. 610.

[8]  Cfr. J. Franco, «La temática: de Los heraldos negros a los ‘Poemas póstumos’», in C. Vallejo, Obra poética, cit., p. 591.

[9]  César Vallejo ha trascorso poco più di un centinaio di giorni in carcere, a Trujillo, dal 6 novembre 1920 al 26 febbraio 1921, con l’accusa di aver partecipato a un saccheggio e a un incendio durante i disordini scoppiati nell’agosto 1920 a Santiago de Chuco, cittadina nella quale Vallejo era nato nel 1892 e dove era tornato, nel maggio 1920, dopo la morte della madre.

[10]  R. Paoli, «Introduzione», cit., p. LXVI.

[11]  Ibidem.

[12]  Cfr. A. Ferrari, «Los destinos de la obra y los malentendidos del destino», in C. Vallejo, Obra poética, cit., p. 547.

[13]  R. Paoli, «Introduzione», cit., p. XXVII.

[14]  C. Vallejo, Trilce, LXXII (v. infra).

[15]  Cholo è definizione comune, nel continente latinoamericano, per chi proviene da “famiglie miste”, composte da discendenti dei colonizzatori europei e da individui appartenenti alle popolazioni indigene.

[16]  Cfr. J. C. Mariátegui, Siete ensayos de interpretación de la realidad peruana, Editorial Minerva, Lima, 1928.

[17]  Cfr. R. Gutiérrez Girardot, «Génesis y recepción de la poesía de César Vallejo», in C. Vallejo, Obra poética, cit., pp. 512-516.

[18]  Cfr. C. Vallejo, The Black Heralds, a cura di R. Seiferle, Cooper Canyon Press, Port Townsend, 2003. Seiferle si riferisce, in particolare, all’opera critica e traduttiva di alcuni intellettuali e poeti europei e nordamericani, rivelatisi, secondo il suo giudizio, più spesso intenti ad assicurarsi una sorta di connessione mistica della propria poetica con quella di Vallejo che non a rendere intelligibile sulla pagina la produzione poetica di quest’ultimo.

[19]  Cfr. P. Rodríguez-Peralta, «Sobre el indigenismo de César Vallejo», Revista Iberoamericana, 127, 1984, pp. 429-444.

[20]  Cfr. P. Granados Agüero, «Poesía peruana post-Vallejo: de los indigenismos a las opacidades», Mitologías hoy, 15, 2017, pp. 277-295.

[21]  R. Paoli, «Introduzione», cit., p. XXVI.

[22]  La rappresentazione mitologica di Inkarri, consolidatasi dopo la conquista spagnola del Perù come credenza messianica nel ritorno dell’impero Inca, è stata indagata compiutamente a partire dalla seconda metà del Novecento e ricorre negli interessi e nella scrittura di altri autori peruviani come José María Arguedas e Mario Vargas Llosa.

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