di Nicoletta Vallorani

 

Pensare obliquo, rubrica a cura di Nicoletta Vallorani

 

L’innamoramento non realizzato è un’assenza. A raccontarlo, si tratta di prendere atto di un vuoto e poi riempirlo di desiderio. Non sempre è facile. Quando si riesce a farlo, però, si genera musica in parole, ed è la narrazione letteraria più straordinaria che si riesca a immaginare: il luogo della poesia anche quando si racconta in prosa.

Ho conosciuto gli scritti di Barbara Garlaschelli e di Elena Mearini in tempi diversi, nel modo accidentale in cui spesso accade di scoprire gli scritti delle donne che forse non hanno (ancora) avuto i riconoscimenti che meritavano. Garlaschelli è una presenza antica e consueta nelle mie passioni di lettrice, e nella sua scrittura ho trovato vuoti familiari riempiti di colori che non conoscevo. Il suo Sirena. Mezzo pesante in movimento (pubblicato da Mobydick nel 2001, e poi ristampato in varie edizioni) è un arcobaleno ben disegnato su un incidente che cambia il corpo e lo riscrive, costringendolo a ripensarsi. Di Elena Mearini ho ascoltato per la prima volta la voce in una lettura pubblica: estratti di Undicesimo comandamento (Perdisa Pop, 2011), una storia terribile di violenza domestica, raccontata come una poesia. Entrambe, in anni diversi – nel 2010 Garlaschelli, con Non ti voglio vicino (Frassinelli), e nel 2021 Mearini, con I passi di mia madre (Morellini) – sono state selezionate per il Premio Strega, e sebbene nessuna delle due sia arrivata in finale, questo riconoscimento ha un senso. Di entrambe racconto qui, in colpevole ritardo, le mie reazioni di lettrice ai due ultimi testi pubblicati, vicini per tematiche e per tempi.

 

I passi di mia madre è, appunto, la storia di un amore mancato, quello di Agata, editor quarantenne abitata da un vuoto. Smarrita in un quartiere milanese che parla un’altra lingua per lei incomprensibile (il quartiere cinese, appunto), Agata cerca di colmare un’assenza, quella di una madre incapace di amarla e di restarle accanto. Le strategie di ricostruzione e pacificazione – cibo, un amore evanescente e mal riposto, una quantità di palliativi variamente articolati – non funzionano. Le architetture urbane che incorniciano il vuoto della vita di Agata ne rispecchiano la sconsolata assenza di appigli emotivi. La composizione arriva solo con la parola, che spiega e raccoglie, ricapitola e poeticamente immagina. La lunga, accorata lettera di Agata, sprofondata nel pozzo di una sparizione che non diventa mai lutto, è un percorso a ritroso, la riformulazione, attraverso la scrittura, di un rapporto che non c’è mai stato. Ogni parola merita attenzione, e l’ha avuta per certo dall’autrice, che nulla lascia al caso.

 

Lettere dall’orlo del mondo (Arkadia, 2021), riedizione rivisitata di un volume di Garlaschelli edito per la prima volta nel 2012, è una storia simile ma diversa. Lo strumento scelto è di nuovo la misura della lettera, testo intimo ma dialogante, soprattutto in questo caso, poiché i personaggi che scrivono sono due. In partenza, sfidano il lettore, negando i loro nomi. Y. e J. scrivono lettere che indirizzano uno all’altro, da una distanza imprecisata, che ci appare siderale. Sono missive d’amore e di separazione, e raccontano della distanza scelta e necessaria della quale si comprende il significato solo alla fine della storia.  Insolito e affilato nella sua brevità, il romanzo è, quindi, la storia trasversale e quasi distopica di un amore in panne, se non mancato quanto meno sospeso. Esso si dipana attraverso il dialogo indiretto – epistolare, appunto – di due amanti che hanno scelto la lontananza per ritrovarsi, ridiventare capaci di ascoltarsi, riconquistare i propri nomi. Anche qui, il centro della scrittura è un vuoto abbagliante e inquieto, ben orientato da una ricerca che scava nelle risorse del linguaggio, per farne, appunto, musica. È un esperimento due volte riuscito, quello di Garlaschelli, e la seconda edizione completa e articola la prima, senza alterarne il coefficiente di stile.

 

Dunque questo è il nodo, e anche il mestiere della scrittura: modellare il linguaggio e restituire a esso la bellezza che spetta alla letteratura. Sia in Garlaschelli che in Mearini, le parole risolvono, dipanano, cercano di costituirsi come un’ancora. Esse diventano “casa”, si saldano all’esperienza di una perdita (autobiografica? Immaginata? È possibile distinguere le due dimensioni?), riempiono un vuoto che ci appartiene e lo riscrivono come dimensione poetica.

C’è una bella cornice per queste due scritture. Mearini tiene laboratori creativi e distribuisce perle sul web, utilizzando uno strumento spesso usato per depauperare la parola come arena per giocare la carta della poesia breve. Garlaschelli, che frequenta molto e utilmente il web, ha creato e mantenuto a lungo un blog (Sdiario) che ha lanciato giovani scrittori e costituito uno spazio di resistenza durante il lockdown. Entrambe hanno una onestà intellettuale che è un bene prezioso, e un requisito fondamentale per chi vuole definirsi un intellettuale. La scrittura è magia e politica (nel senso etimologico del termine) in tutte e due queste scrittrici. Entrambe, per me lettrice, restano nel territorio comanche che è lo spazio di libertà della letteratura. Ed è uno spazio infinitamente prezioso, oggi più di sempre.

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