di Jean-Luc Nancy

 

[Pubblichiamo un inedito, in prima assoluta, di Jean-Luc Nancy, tra gli ultimissimi interventi pubblici dell’autore, tenuto al convegno Aesthetics&Critique III. Thinking in Pandemic Times (del 27 e 28 maggio 2021, Università di Friburgo, Svizzera), preceduto da un’introduzione di Emmanuel Alloa, organizzatore dell’incontro, che ringraziamo per averci donato il testo, qui tradotto da Francesco Deotto (fg)]

 

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Introduzione

Emmanuel Alloa

 

Jean-Luc Nancy è morto il 23 agosto di quest’anno. La sua scomparsa è difficile da accettare, forse perché lo avevamo creduto immortale. Il trapianto di cuore, la convivenza con quest’ “intruso”, che durava ormai da trent’anni, gli immunosoppressori necessari per evitare il rigetto da parte del proprio organismo di questo cuore altro non gli impedirono di continuare ad essere uno degli intellettuali europei più vivaci degli ultimi decenni.

 

Con alcuni dei suoi amici filosofi più stretti come Jacques Derrida o Philippe Lacoue-Labarthe, lo si considerava uno degli esponenti del metodo filosofico della decostruzione. Più che un esponente di questa corrente, sarebbe forse più giusto dire che il pensiero di Nancy era, in tutte le accezioni possibili che questo termine evoca, un pensiero dell’esposizione. Un pensiero che, memore della fragilità del mondo, accetta l’instabilità dei suoi concetti e il loro essere attraversati da esperienze anzitutto corporee. Con Georges Bataille, Nancy soleva ricordare che il pensare deriva dal “pesare”, e che la gravità o la leggerezza sono indissociabili dall’ordine materiale delle cose. Colui che affronta un argomento non può pensare di non essere a sua volta toccato da quel che afferra. L’esperienza di pensiero alla quale ci invitava Nancy, in ognuno dei suoi scritti, era quella di un’oscillazione permanente tra il metaforico e il letterale, tra il concettuale e il corporeo.

 

Che nel cuore di ciò che riteniamo più propriamente nostro ci sia già sempre la presenza dell’altro – di un altro che spinge il soggetto “fuori da sé” – è un’evidenza di cui altri filosofi avrebbero forse fatto la pietra angolare di un nuovo sistema ontologico, di un’ontologia dell’esposizione, di un essere fuori posto oppure di un essere fuori dall’essere. Più che un filosofema, Nancy, al contrario, ha fatto dell’esposizione una forma di pratica del pensare: un esercizio filosofico senza ripari, dove non c’è spazio per coltivare, imperturbati, le proprie certezze. All’interno della sua opera, che oltrepassa i 120 titoli, Nancy rifiutava qualsivoglia gerarchia tra le monografie e le collaborazioni a quattro mani, tra i saggi dedicati agli artisti, la partecipazione a una performance coreografica o alla curatela di un’esposizione. La posta in gioco era per lui sempre alta: quasi come per smentire il regime immunitario di reclusione che i suoi medici gli avevano raccomandato, non si sottraeva quasi mai alla sfida di arrischiarsi su nuovi territori del pensiero. Benché i suoi spostamenti si fossero drasticamente ridimensionati negli ultimi anni, le opportunità offerte dalle nuove tecnologie di comunicazione – e dunque dalla presenza a distanza da lui così spesso tematizzata – furono colte come altrettante occasioni per poter continuare a riflettere a partire da un altrove.

 

Senza poter immaginare che questa sarebbe stato uno dei suoi ultimissimi interventi pubblici, Nancy aveva accettato di partecipare telematicamente al convegno Aesthetics&Critique III del 27 e 28 maggio, dedicato al tema “Pensare in tempo di pandemia” (Thinking in Pandemic Times), organizzato all’Università di Friburgo (Svizzera). Già fisicamente indebolito, e in condizioni logistiche difficili, Nancy ci aveva tenuto a onorare l’impegno preso in nome di un’amicizia intellettuale che ci legava da ormai vent’anni. In seguito alla lettura del suo testo, molte furono le domande del pubblico, in particolare intorno alla biopolitica e sul dibattito attorno al COVID, questione sulla quale ebbe delle parole chiare. Il testo della conferenza non fu discusso come avrebbe meritato, e Nancy suggerì di riproporlo in versione scritta, lasciando a noi la scelta sull’eventuale luogo di pubblicazione. Siamo lieti di mettere a disposizione dei lettori di Le parole e le cose quest’ultimo testo di Nancy. Francesco Deotto, che aveva anche lui partecipato all’evento, ha curato la traduzione italiana, proposta qui in anteprima.

 

Nous manquons d’air, “ci manca l’aria”, diceva Nancy in conclusione del testo dell’intervento. L’aria che manca, aggiungeva subito dopo, è il pensiero, l’animus, come per ricordare che la filosofia è indissociabile dalla questione del pneuma. L’aria che manca è quella del soffio: dopo un anno di pandemia, che a molti il respiro lo ha tolto, ma anche del “I can’t breathe” di Georges Floyd. Quel giorno di maggio, non immaginavamo che le parole di Nancy potessero in realtà essere tristemente premonitorie: “Potremmo essere al nostro ultimo respiro”. Come se già sapesse quel che sarebbe poi accaduto, nascondeva un riferimento, sempre plurale, a sé, alla singolarità incomparabile di chi quel giorno si stava indirizzando a un gruppo di studenti alla pari di un Socrate non ignaro della cicuta. Noi quel giorno abbiamo innanzitutto sentito l’invito a ritrovare collettivamente il soffio. La voce di Nancy continua a riecheggiare. In ognuno dei suoi testi e nell’invito a proseguire una ricerca di ampio respiro.

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Être soufflé

di Jean-Luc Nancy

 

Le chiese di Criquebec che, in lontananza […]

in uno spolverio di sole e di onde, sembravano

uscire dalle acque, soffiate [soufflées] in alabastro o

in schiuma e chiuse nella cintura di un arcobaleno

multicolore, formare un quadro irreale e mistico.

(M. Proust, Dalla parte di Swann)

 

Una violenta esplosione spazza via [souffle] il porto di Beirut e semina il caos

(giornali del 4 agosto 2020)

 

Nella lingua francese il verbo “souffler” comporta molte accezioni e il suo participio passato – “soufflé” – è ancora più polisemico. Infatti, “je suis soufflé” significa “sono sbalordito”, con una connotazione di ammirazione (“Je suis soufflé par l’inventivité de Picasso”). Però “la maison a été soufflée” significa che la casa è stata distrutta, annientata da un ciclone o dall’esplosione di una bomba. Al contrario, l’aria soufflée da un condizionatore è semplicemente sospinta. Una roccia soufflée è una roccia che contiene dei gas. Un soufflé, in cucina, è un preparato che si gonfia durante la cottura. È soufflé un materiale che contiene bolle (lo zucchero soffiato) o che, con o senza bolle, è stato realizzato soffiando (il vetro soffiato). Anche di una persona i cui lineamenti sono diventati più arrotondati in seguito a un trattamento farmacologico (per esempio col cortisone) si può dire che è soufflée. Le parole possono essere soufflées in una confidenza, nel comunicare un suggerimento, o da un souffleur a un attore in difficoltà. Ma delle parole, delle frasi, delle immagini possono essere soufflées nel senso di essere sottratte al loro autore.

 

In realtà, non è tanto una questione di polisemia quanto di molteplici usi. Alcuni di essi hanno d’altra parte dei sinonimi – come “boursouflé”, per l’aspetto di una persona, o anche “enflé” o “gonflé”. Nessuno di questi sinonimi – come è la regola – lo è però realmente, perché i loro impieghi non possono dispiegarsi con la profusione di “soufflé”, che va dalla gastronomia fino all’annientamento.

Uno spirito faceto o molto cinico – non posso saperlo – mi ha suggerito [soufflé] l’espressione “être soufflé” per parlare della nostra condizione attuale. Non avevo neanche capito cosa questo sintagma potesse significare per me, che l’ho proposto come titolo quando Emmanuel Alloa me ne ha chiesto uno. Io stesso ne sono stato sorpreso. La sfacciataggine della suggestione mi sussurrava [me soufflait] al tempo stesso che avrebbe potuto accoglierla.

 

Evidentemente veniva da profondità insospettabili. Ripensandoci, credo di avere colto una connessione con il nome “Alloa”, che mi ha sempre intrigato tanto è aereo, leggero come un soffio. Mi ha ricordato le virtù dell’aloe vera, su cui si dilettano alcune pubblicità di medicinali. Ma ciò restava ancora approssimativo. Ho infine scoperto la città di Alloa, in Scozia. Tra le altre cose, fu la città natale di George Turnbull, il filosofo a cui si devono in particolare le Osservazioni sull’educazione liberale, pubblicate nel 1742. Turnbull vi pronuncia questa severa sentenza a proposito dell’aria – materia alla quale si è molto interessato: “L’aria è volatile e assolutamente ribelle al pensiero”.

Si rimane sempre sbalorditi dall’ingegnosità di ciò che viene erroneamente chiamato l’inconscio. Il messaggio criptato sull’”essere soufflé” era una sfida a pensare in un elemento che sfugge al pensiero stesso.

 

2

 

Perché vi ho inflitto questo piccolo pezzo di fantasia? Perché la richiesta di Emmanuel Alloa, arrivata dopo diverse altre, e dopo più di un anno di pandemia, mi ha posto di fronte alla difficoltà di trovare qualcosa da dire dopo aver già molto parlato o scritto sulla questione. Avrei potuto rispondere “scusatemi, non ho altro da dire”. Sono stato tentato di farlo. Ma il ritornare stesso della richiesta ha fatto scattare un altro riflesso, vale a dire: forse bisognerebbe dire ancora qualcosa.  Ma cosa? L’istantaneità irriflessa della mia risposta – “être soufflé” – era la rivelazione di una confessione.  Sì, resta da dire qualcosa che mi sembra che non sia stato detto. Vale a dire, che noi siamo soufflés – e forse in molti sensi, ma in primo luogo nel senso di avere il fiato corto [le souffle coupé].

“Noi” – i medici, i sociologi, i politici, i filosofi – siamo stati e siamo ancora senza fiato [le souffle coupé]. È vero che abbiamo tenuto molti discorsi, sia per analizzare il fenomeno e le sue cause, che per inventare delle strategie di lotta, per proiettare le aspettative, le paure e le speranze suscitate dal “mondo del dopo”, come si è spesso detto.

 

Ma su ogni registro – anche medico, all’inizio – si è detto tutto e il suo contrario. Non si sono smesse di moltiplicare le contraddizioni, sia che si trattasse delle misure da adottare e del loro impatto socio-economico, delle necessità incombenti sugli Stati e dei rischi di alienare le nostre libertà, delle lezioni da trarre sulla crescita e dei bisogni accresciuti di innovazioni tecniche, ecc. Conoscete bene tutto ciò.

Un tale accumulo di divergenze e di incertezze non somiglia a niente di conosciuto, tranne forse allo stato disordinato e angosciato del mondo romano a partire dal IV secolo (su questo tornerò). Ed è per questo che dobbiamo aggiungere a tutti i nostri discorsi un’osservazione che non è un discorso: noi siamo soufflés. Siamo stupefatti da quello che sta succedendo a livello mondiale al mondo mondializzato. Siamo sconcertati dalle nostre difficoltà tecno-biologiche e soprattutto sembriamo perdere definitivamente la maggior parte dei nostri grandi punti di riferimento ideologici, culturali e politici.

 

Potremmo dirlo con altre parole: siamo catturati, siamo colpiti, siamo toccati. Senz’altro, “toccare” [toucher] ha diversi valori e varianti vicine a “soffiare”. Quest’ultimo rappresenta in effetti la forma più leggera e la meno palpabile del tatto. Il toccare che tocca senza veramente toccare. Cosa che malgrado tutto resta ancora diversa dal fiato corto [le souffle coupé] che è l’effetto principale dell’être soufflé.

 

3

 

Siamo spazzati via e sbalorditi [soufflés] e questo affanno [ce souffle coupé] non trova nient’altro da dire che questo: occorre trarre delle lezioni da quello che è potuto succedere. Eppure questo imperativo, martellato ovunque e ogni giorno, nasconde il fatto che ignoriamo tutto dell’avvenire. Questa ignoranza è nuova per noi e ci lascia anche senza fiato [soufflés]: eravamo così abituati a progettare delle forme di futuro, qualunque esse fossero, che abbiamo vissuto per molto tempo (tre o quattro secoli) nella fiducia in un progresso. Non solo un progresso tecnico, ma un progresso sociale, morale e, per dirla tutta, un progresso civile.

Ora, è il progresso tecnico, industriale e della comunicazione che ha reso possibile la pandemia. Questo fatto non ha niente di nuovo: dalla fine del XVIII secolo sono stati identificati i legami esistenti tra la diffusione delle epidemie e la circolazione dei materiali e delle persone. Vi è qui un’altra ragione per essere sbalorditi [soufflés]: la nostra storia non è stata quella che pensavamo. Quando Benjamin scrisse che la storia è sempre la storia dei vincitori e non dei vinti aveva in mente le grandi lotte territoriali e sociali. Ma non sospettava fino a che punto la storia di tutte le vittorie sulla natura (meccaniche, elettriche, chimiche, ecc.) lasciasse nell’ombra tutte le vittime fisiche, psichiche e sociali di queste conquiste. Né quanto queste stesse conquiste abbiano reso fragili al tempo stesso i popoli dell’Occidente conquistatore e quelli dei territori colonizzati.

 

Oggi tanto il passato quanto il futuro sono esposti a delle revisioni così profonde che sfidano le nostre capacità di correzione. E parlare di “revisione” e di “correzione” è ancora molto inadeguato. Suppone il mantenimento di un fondo, di un capitale di cui non servirebbe che correggerne l’uso. Questo è d’altra parte quello che sta succedendo ovunque oggi: si deplora un capitale finanziario, speculativo e sfrenato, al quale si oppone a mezza voce un buon vecchio capitale di investimento, dei profitti ragionati e della benevolenza sociale. Come se la crescita esponenziale, la massima redditività e lo sfruttamento sistemico non fossero vecchi quanto il capitalismo, che a sua volta è tanto vecchio quanto la civiltà greco-giudaico-cristiana. Per un certo tempo si è auspicato un socialismo o un comunismo, ma questo si è rivelato inseparabile dal capitalismo (nonostante alcuni aggiustamenti calcolati secondo delle norme di docilità sociale). Ovunque c’è stato un passaggio da “Da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni” (dove i due “ciascuno” designano chiunque e tutti) a “Da ciascuno a ciascuno” (dove lo stesso ciascuno si dedica al suo destino individuale, indipendentemente da quali siano le sue capacità e i suoi bisogni). Questo spostamento è stato chiamato “democrazia” e in mancanza di una smentita di questo assioma la democrazia si è ridotta a un formalismo giuridico incapace di mascherare i funzionamenti reali.

 

4

 

Il nostro passato appare così soufflé: gonfio, rigonfio di soddisfazioni illusorie – e il futuro che si proietta a partire da esso non può che apparire analogo. “Domani tutto andrà meglio”, questo motto del modernismo non ci permette più di aspettarci altro che dei domani sempre peggiori.

Gli antichi romani del quinto secolo, gli antichi signori feudali e gli antichi cristiani del sedicesimo secolo non dicevano niente di molto diverso. Vedevano – in maniera certamente ben diversa in ciascun caso – un passato in rovine e quasi non potevano aspettarsi un avvenire, dato che non potevano pensarlo che con gli strumenti che avevano ereditato. Si possono immaginare situazioni simili in tutti i contesti in cui vi è una civiltà (egizia, maya, cinese, aksumita, ecc.) che cade.

 

“Cadere” non è sempre la parola giusta. Talvolta “mutare” è più appropriato: si cambia il patrimonio genetico. È quello che è successo con l’antica Roma ed è quello che sta succedendo ora. Roma aveva fabbricato i geni di una mondialità, di un diritto, di una tecnica amministrativa, urbana e militare, e infine di una religione indipendente dai popoli. Siamo ormai entrati in un’altra mutazione. Ognuno dei geni che ho appena nominato si trova in uno stato di sofferenza.

(E visto che incontriamo questa parola, meditate un momento sull’assonanza “soffiare/soffrire”: essere soufflé fa soffrire e soffrire esala o toglie il respiro [coupe le souffle]).

 

Questa sofferenza genetica è certamente normale in una stirpe consumata. Lo è ancora di più quando l’usura è riconosciuta come inerente all’uso. Noi sappiamo ormai che ciò che migliora la resa agricola non è buono per il cibo. Sappiamo che i progressi folgoranti del digitale ci espongono a delle dipendenze, a dei controlli e a degli enormi consumi di energia.

Sappiamo ancora di più: per esempio, che i progressi della medicina hanno come corollari una complessità nella sua gestione, vale a dire che una insufficienza tecnica richiede ancora più tecnica – che non mancherà di far sorgere nuovi problemi. Ci sentiamo anche stupefatti [soufflé] come qualcuno che si gonfia [enfler] a causa di una cattiva alimentazione ma che difficilmente può cambiarla.

 

A dispetto di tutti gli annunci e persino delle promesse ecologiche e democratiche, non possiamo scorgere altro futuro che quello di una crescente tecnologizzazione, che non può che rilanciarsi lei stessa e mettere in pericolo i suoi stessi obiettivi. Come si può allentare la sottomissione generale a un lavoro sempre più meccanico o automatico se questo lavoro è sempre più necessario? Lo è tanto per coloro che già godono di ciò che si chiama il consumo quanto per coloro che non hanno altro desiderio che accedere a questo consumo che tutto li spinge a desiderare?

La nostra civiltà si è stragonfiata [boursouflée]. Essa ha visto arrivare tutto ciò da molto tempo – circa un secolo e mezzo. Ma questa sensibilità è passata a lungo per un rimpianto del vecchio mondo – e niente avrebbe potuto essere più contrario al genio progressista.

 

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In una tale situazione è inevitabile constatare che un’evidenza s’impone: non abbiamo toccato il fondo delle cose. Restiamo per lo più col desiderio di riforme, di correzioni, come ho già avuto modo di dire. La rivoluzione, nei suoi modelli democratico e comunista, faceva parte di quello che io chiamo il progressismo. Con ogni evidenza, nessuna reazione ha la minima possibilità di sfuggire all’ondata di fondo che da cinque secoli trascina e poi imballa la modernità.

Questa instabilità, tecnica, culturale ed ecologica, ha raggiunto un punto di non ritorno. A questo punto, eccoci soffiati via [soufflés] come può esserlo una candela. Religioni, filosofie, rappresentazioni scientifiche o mistiche, tutto respira l’odore pungente di una candela che è stata appena spenta.

 

Un tempo, soffiare le candele era la conclusione di un omaggio reso, il giorno del compleanno, alla luce di Artemide. Nella sua ripresa moderna, questo rito rappresenta, al contrario, l’estinzione degli anni passati. Per un certo tempo, e in alcuni paesi, una candela in sovrannumero doveva essere risparmiata dal soffio: rappresentava l’eterna luce divina. Ma noi che non abbiamo né dee né dei, semplicemente identifichiamo le nostre vite con le candele soffiate. Noi celebriamo perfino la forza o l’abilità capace in un solo colpo di soffiare via tutto.

Ma sono tutte le nostre luci che vengono soffiate via: quelle che ci legavano a qualche forma di sole – divinità o ideali – così come quelle che alimentavano dei fuochi di veglia intorno ai nostri lutti. Quelle che portavano lumi sulle nostre mattine e sui nostri libri. Forse anche quelle che ci hanno fatto brillare gli occhi di desiderio o di ammirazione.

 

Le lucciole di Pasolini e Didi-Huberman probabilmente sopravvivono. Anche loro però stanno scomparendo, soffiate via dall’illuminazione elettrica e dai sistemi di accumulo di calore. Anche le stelle del cielo stanno diventando meno visibili. Siamo infatti immersi in un’oscurità finora sconosciuta all’umanità.

Non si tratta di metafore: tutti sappiamo come si perdono le luci e persino i barlumi dei saperi, delle credenze e dei pensieri. Inizialmente uno spirito ha soffiato o si creduto di sentire il suo soffio. Così, tra i tanti, Cioran nel 1934: “Il merito di Hitler è di aver incantato lo spirito critico di tutta una nazione. […] ha risvegliato una passione ardente nelle lotte politiche e ha dinamizzato con un soffio messianico tutto un campo di valori che il razionalismo democratico aveva reso piatto e banale”. E conclude: “Noi tutti abbiamo bisogno di una mistica” [1]. Il soffio qui è quello di un Messia, di un mistico. Infiamma invece di spegnere. O piuttosto spegne lo “spirito critico”, che va qui inteso come quello del razionalismo.

 

Che ci sia bisogno, attesa, desiderio di un soffio che ridia vita, fulgore, slancio – un passaggio oltre (mistico) le nostre ordinarie ristrettezze – chi non sarebbe d’accordo? Quarant’anni dopo – non è molto – lo stesso Cioran scrive: “Un vento di follia e stupidità aveva soffiato su di noi”[2] .

Cos’è che è stato posto in gioco, prima mistico, poi stupido? C’è solo un termine che può essere appropriato, un termine che contiene l’idea del soffio: è lo spirito [esprit].

 

6

 

Se vogliamo considerare seriamente quello che ci sta succedendo dobbiamo interessarci allo spirito.  A quello che soffia dove e quando vuole. A quello che inspira e espira, che infiamma e disperde le ceneri.

Non c’è bisogno di alcun spiritualismo per parlare dello spirito. Tutte le accezioni di questa parola hanno a che fare, evidentemente, con il soffio e possono rispondere a tutti i suoi usi. Lo spirito può lasciare interdetti o essere inspirato, annichilito o sfuggente, splendente o confidenziale. In questo senso si può dire che il soffio è la manifestazione dello spirito[3].  Ma ciò che caratterizza lo spirito è ciò che, del soffio, non appare.

 

È innanzitutto il sottile: è fine e persino raffinato, è abile, inventivo, sciolto, sagace, acuto. Apre tutto e in modo tale da aprire anche ciò che è impenetrabile. Non penetra l’impenetrabile; riconosce, sperimenta e, se posso dirlo, approva la sua impenetrabilità. Niente distingue meglio una persona di spirito che il fatto di capire che una situazione davanti alla quale si trova – uno scontro, una rivalità, un’attrazione, un accordo – non richiede alcun suo intervento né partecipazione e gli chiede al contrario di ritirarsi.

La sottilità dello spirito consiste nel sapere che qualcosa gli sfugge o piuttosto che c’è una possibilità di fuga, un oltre, senza che sia qualcosa. Al contrario, forse non è niente, e a questo niente lo spirito fa spazio. Ne viene spinto [soufflé], ma è ancora verso di esso che esala dolcemente il suo soffio.

 

Il vero senso dell’io “mistico” si trova qui, in questo sapere di niente, e non in una rivelazione gloriosa e impressionante. Si può sostenere che questo è proprio il caso di Agostino, per il quale lo spirito (diversamente dall’anima, principio vitale) esiste solo nella sua comunicazione attraverso e con lo Spirito di Dio – lo Spirito Santo o Dio stesso nel rapporto con sé che costituisce il suo stesso essere e che a noi non è conoscibile. Lo spirito consiste allora precisamente nell’apprensione molto sottile della mia propria distanza di creatura.

Quando Marx dichiara che la religione è “l’oppio dei popoli, lo spirito di un mondo senza spirito”[4]  intende dire da un lato che la religione è un povero surrogato dell’oppio con cui i ricchi si stordiscono, ma anche e allo stesso tempo che c’è da qualche parte uno “spirito” riservato a coloro che ne hanno i mezzi. Beninteso, per lui, tutti gli uomini ne hanno i mezzi, tutti possono partecipare al vero Spirito, a condizione d’essere liberi dall’alienazione. Poiché l’alienazione non consiste essenzialmente nell’estorsione del plusvalore – che ne è piuttosto il segno. L’alienazione consiste nel non essere propriamente sé stessi, tanto in quanto individui concreti che in quanto comunità non meno concrete.

 

Questo spirito soffia come tutti gli spiriti. Marx usa spesso la parola “soffio” (Atem, respirazione). Ci accontenteremo di un esempio: “Il governo prussiano è infastidito dalla resistenza passiva che incontra ovunque. Attraverso l’apparente apatia, percepisce il soffio rivoluzionario”. [5]

 

7

 

La Rivoluzione, dal 1789 al 1917, sarebbe stata ciò che ha sbalordito, inspirato, sconvolto [soufflé] gli uni esaltando il soffio [le souffle] degli altri. Ma oggi ci ritroviamo piuttosto col fiato corto [le souffle coupé] a causa della scomparsa di ogni prospettiva rivoluzionaria. Si trova proprio qui probabilmente, sia che si desideri o che si tema “la” Rivoluzione, ciò che pone un limite al nostro affanno [essoufflement].

Ci manca l’aria. L’aria che ci manca è un soffio, non del tipo che stravolge, ma del tipo che ancora passa tra le narici o tra le labbra di chi è molto malato, e persino di chi sta morendo. Potremmo essere al nostro ultimo respiro [dernier souffle]. Vale a dire che ciò che ci verrebbe soffiato [soufflé] sarebbe l’essere stesso, anzi, non il Seyn gonfiato [boursouflé] di Heidegger ma proprio quello da cui egli lo distingue: l’essente come ciò che può e deve essere utilizzato ai fini di un’utilità autonoma (sia essa industriale o societaria, umana o cosmica: qui tutto torna allo stesso, proprio perché non c’è niente d’altro).

 

Ci manca l’aria, vale a dire il pensiero – non il pensiero nel senso in cui Turnbull dice che l’aria gli si ribella, ma quel pensiero con cui lo spirito riconosce l’impenetrabile e si inchina davanti ad esso. Nel senso che rimaniamo sbalorditi [soufflés] da ciò che ci oltrepassa, mentre ora nulla ci oltrepassa se non l’oltrepassamento presto colmato dei progressi dei nostri saper-fare. E niente può allora oltrepassarci perché noi stessi diventiamo delle parti e delle forze di un’utilità o di una strumentalità che è la sua propria fine. La nostra esistenza – vale a dire il nostro essere fuori o il nostro essere aperto – il nostro essere impenetrabilmente estatico ci viene soffiato via.

Cosa resta? Forse niente. O forse la traccia di un soffio: “Esalasti il tuo profumo, lo aspirai e anelo a Te [Tu as exhalé ta bonne odeur, je l’ai respirée et je m’essouffle après toi]”.[6]

 

J.-L. Nancy maggio 2021

(traduzione di Francesco Deotto)

 

Note

 

1  E. Cioran, Impressioni da Monaco. Hitler nella coscienza tedesca, «Vremea», 15 luglio 1934.

[2] Lettera del 10 settembre 1974, in Lettres à ceux qui sont restés au pays, Bucarest, Humanitas, 1996, p. 202. Citato da Alexandra Laignel-Lavastine: https://www.cairn.info/revue-le-debat-1997-1-page-102.htm.

[3] Basti pensare a De l’Esprit di Derrida.

[4] Nella sua Critica della filosofia del diritto di Hegel.

[5] Articolo del «New-York Daily Tribune», n° 3745, 18 aprile 1853.

[6]Fragrasti, et duxi spiritum et anhelo tibi” (Agostino, Confessioni, X, 27)

 

[Immagine: Jeff Wall, A Sudden Gust of Wind].

2 thoughts on “Essere, soffio / Être soufflé

  1. La conclusione è interessante, per quanto vaga e non proprio inedita. Ma cosa fa Nancy in tutto il saggio se non jongler avec des mots? Attività che va benissimo in mano ai poeti, ma diventa pericolosa quando a praticarla sono i filosofi o i politici.

  2. IL VENTO SOFFIA DOVE VUOLE. QUANTI PALLONI IN ARIA …

    HEGEL, MARX, E IL PROBLEMA DEL MENTITORE. JEAN-LUC NANCY dice: “Quando Marx dichiara che la religione è “l’oppio dei popoli, lo spirito di un mondo senza spirito”[4] intende dire da un lato che la religione è un povero surrogato dell’oppio con cui i ricchi si stordiscono, ma anche e allo stesso tempo che c’è da qualche parte uno “spirito” riservato a coloro che ne hanno i mezzi. Beninteso, per lui, tutti gli uomini ne hanno i mezzi, tutti possono partecipare al vero Spirito, a condizione d’essere liberi dall’alienazione. Poiché l’alienazione non consiste essenzialmente nell’estorsione del plusvalore – che ne è piuttosto il segno. L’alienazione consiste nel non essere propriamente sé stessi, tanto in quanto individui concreti che in quanto comunità non meno concrete”.
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    E CONTINUA: “Questo spirito soffia come tutti gli spiriti. Marx usa spesso la parola “soffio” (Atem, respirazione). Ci accontenteremo di un esempio: «Il governo prussiano è infastidito dalla resistenza passiva che incontra ovunque. Attraverso l’apparente apatia, percepisce il soffio rivoluzionario». “( Jean-Luc Nancy, “Essere, Soffio / Être soufflé”, cit. – sopra).
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    MESSAGGIO EVANGELICO E “FIGLIO DELL’UOMO”: “Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell’uomo [“Filius hominis”, “υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου]?»”(Gv. 12,34).
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    COME è detto nella Prima Lettera dell’evangelista Giovanni?: “Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo.” (1 Gv. 4, 1-3).
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    CHI è il ” Gesù Cristo” degli Evangelisti? COME è detto nell’Evangelo di Giovanni di “Gesù Cristo”? Pilato disse loro: “«Ecco l’uomo» (gr. «idou ho anthropos», vulg. «ecce homo»)” (Gv. 19, 4).
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    CHI È IL “GES Ù CRISTO” DI PAOLO DI TARSO?!: “Diventate miei imitatori [gr.: mimetaí mou gínesthe], come io lo sono di Cristo. Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo [gr. ἀνήρ ἀνδρός «uomo»], e capo di Cristo è Dio” (1 Cor. 11, 1-3).
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    IL VENTO SOFFIA DOVE VUOLE ( Gv. £, 8). SUL TEMA “NICODEMO O DELLA NASCITA”, CFR. “LA ’LEZIONE’ DI ENZO PACI AI METAFISICI VISIONARI (ATEI E DEVOTI) DI IERI (E DI OGGI)” (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5281).

    Federico La Sala

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