di Daria Farafonova

 

[E’ uscito in questi giorni il nuovo numero della rivista Filigrane. Culture letterarie. Pubblichiamo dalla sezione monografica, dedicata a “Città e confini”, il dialogo di Mario Botta con Daria Farafonova].

 

Mario Botta, grande architetto del nostro tempo, è nato e vive a Mendrisio, piccola città del Canton Ticino. La sua arte respira in Svizzera e in tutto il mondo; egli “crea luoghi” nelle realtà ambientali e sociali più diverse, ogni volta cogliendo e restituendo l’identità locale in una dialettica fra natura e cultura, rilevando i valori legati a uno specifico territorio che tendono a disperdersi in un mondo globalizzato. Le sue opere si ispirano al più alto umanesimo, su una linea ideale che collega Leon Battista Alberti a Le Corbusier: tiene conto della dimensione antropologica del paesaggio e della stratificazione delle civiltà nel tempo, e dunque dei valori collettivi espressi da una comunità e depositati nella memoria storica del suo territorio.

 

Tanto nella sua attività creativa quanto nei suoi scritti Mario Botta rivendica per il costruire un fondamento etico, prima ancora di quello estetico: «La creazione architettonica comincia là dove le esperienze tecniche e pratiche non si presentano più come funzionali ma quando riescono ad evocare altri valori» (Etica del costruire, 1996); «Nell’opera di architettura il bello, il vero e il giusto si presentano come valori inscindibili l’uno dall’altro». A questi valori ogni epoca storica propone una forma espressiva; perciò è fondamentale, per un architetto, saper interpretare il continuo dialogo con il passato che modella il presente.

 

In questo senso l’opera di Mario Botta illustra il significato profondo di una sintetica formula di Carlo Scarpa, che Botta stesso riconosce come suo maestro, insieme a Le Corbusier e Louis I. Khan: «L’unico modo per rispettare l’antico è quello di essere autenticamente moderni». Con Giorgio Agamben, che riprende e sviluppa l’assunto nietzscheano della sostanziale intempestività di chi è veramente contemporaneo, si potrebbe rovesciare l’idea, cogliendola nel suo senso autentico: con il “moderno” – anzi, più radicalmente con il “contemporaneo” – si intende «colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di “citarla” secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio, ma da un’esigenza a cui egli non può non rispondere». In rapporto all’architettura, in cui il tempo si “spazializza” prendendo forme materiali, e lo spazio diventa tempo, ove il “luogo” nel suo valore simbolico e culturale è inscindibile dalla dimensione del vivere collettivo degli uomini, queste parole sembrano acquisire un significato quasi paradigmatico.


 

Architetto Botta, con lei vorrei partire proprio da questo punto. Nei suoi scritti più volte lei rileva la dimensione della città come testimonianza viva del passato, che la avvalora. «Il tessuto urbano invecchiando migliora: questo paradosso eclatante turba gli animi di architetti e urbanisti. […] La città offre l’insegnamento semplice e disarmante che non è possibile vivere senza passato e che il territorio della memoria rappresenta una condizione altrettanto indispensabile della misura del vivere presente» (Abitare, 2017). Quale trasformazione subisce la città contemporanea, date le nuove esigenze della vita collettiva globalizzata, e quali rischi si corrono se si perde la consapevolezza del ruolo che il passato ha nel suo costituirsi?

 

Mi sembra che lei abbia già riassunto molto bene gran parte del mio pensiero, per cui è difficile aggiungere altro. Ci proverò…

La città interpretata come espressione formale della storia è la grande “dimenticata” dalla cultura contemporanea. “Una casa è una casa e mille case sono una città”, afferma un giovane architetto, Martino Pedrozzi, come punto di partenza del suo peregrinare con gli studenti nelle più varie città del mondo; ma il numero “mille”, in questa accezione, si riferisce soprattutto alla complessità delle trasformazioni, dei significati e dei valori simbolici e metaforici che, nel tempo, sono stati acquisiti dal vivere collettivo. L’aggregazione dell’habitat è unicamente un aspetto della struttura urbana: i valori identitari vanno rintracciati dentro il territorio di memoria che ne ha modellato la crescita e la forma. La cultura della globalizzazione e della società dei consumi dove tutto è vissuto come attualità è esattamente l’opposto di quanto sottolineato.

 

Ma fuori dall’attualità vi è la stratificazione storica del vivere, che è ragione stessa della convivenza sociale. Alla sua domanda, come vede, non so rispondere in modo esaustivo semplicemente perché i rischi di perdere la consapevolezza dei valori più preziosi della città sono presenti – purtroppo – nelle attuali forme architettoniche, che il più delle volte restano oggetti autoreferenziali, belli o brutti che siano, senza trasformarsi in parti della morfologia urbana, come invece hanno sempre fatto – naturalmente – nel passato. Restano corpi estranei soprattutto in rapporto ai nuovi spazi pubblici che, di conseguenza, non riescono ad acquisire una propria specifica identità (stessi materiali, stesse tecnologie, stessi processi costruttivi).

Penso che la città, e in particolare quella europea, rimanga ancora oggi la forma di aggregazione umana più bella e performante che la storia abbia saputo costruire e, per questo, meriti tutta la nostra attenzione.

Questo conduce anche a forti critiche rispetto alla disinvoltura e alla superficialità che condizionano il nostro modello di vita.

 

In Dove abitano le emozioni (2007) lei definisce la città odierna come una miniatura dell’universo, la quale «porta con sé l’idea di centro e quella di limite». Che cosa pensa della crescita smisurata della città contemporanea, che si trasforma in un agglomerato, in un luogo senza confini, quasi nell’emblema spaziale del mondo globalizzato?

 

La città, pur nella sua odierna complessità, resta un manufatto. La perdita della misura, con la perdita di un limite e la conseguente possibilità di controllo di un “dentro” e di un “fuori”, fa parte della presunta onnipotenza dell’agire entro la globalizzazione. La città storica ha sempre descritto un microcosmo dove il cittadino riusciva a controllare i confini entro i quali regnavano leggi e costumi che reggevano il vivere collettivo. I cittadini, all’interno della città, godevano di diritti e privilegi che altri uomini, fuori dalla città, non possedevano. La configurazione fisica della città, con quartieri e borghi ai margini e porte di accesso, erano i connotati di un’unica identità che con l’orografia e la storia, ancora prima degli edifici e delle strade, bastava a imprimere un’immagine irripetibile, e il nome della città richiamava direttamente la geopolitica e la propria storia collettiva. Ma, dal momento in cui la globalizzazione ha fatto “di ogni erba un fascio”, le identità regionali legate alla vita dei cittadini hanno perso la loro forza di riferimento; si realizza il paradosso che lo spazio del vivere che vorrebbe essere il tutto, è meno del poco veramente vissuto.

 

L’agglomerato continuo della città diffusa si configura inevitabilmente in una frangia periferica, in un “non luogo” senza punti di riferimento. La forza di una realtà urbana è la sua capacità di parlarci di un’identità collettiva e spirituale che ci appartiene. Centro e limite (le permanenze della città storica) sono valori spaziali che hanno modellato lo spazio di vita dell’uomo che ora, silenziosamente, stiamo perdendo nello sfascio di una cultura “liquida”, come ha sottolineato Zygmunt Bauman. È nello spazio di queste contraddizioni che la nostra generazione può forse coltivare una consapevolezza critica.

 

In Abitare, e altrove, lei ha scritto che «nella cultura europea il centro corrisponde con quello della piazza, luogo privilegiato della vita collettiva, spazio delle istituzioni, simbolico e metaforico per l’intera comunità». Nell’agorá greca nacque la democrazia, la forma più alta di relazione comunitaria. Che cosa accade, secondo lei, all’“immagine della città” quando l’agorá si dissolve, e insieme con questo spazio di grande valore identitario sembra scomparire anche la volontà di costruire una politica in comune?

 

La disinvoltura del vivere collettivo è direttamente proporzionale alla crescita di un esasperato individualismo. L’architetto è un osservatore che, nei limiti del proprio operare e quando possiede consapevolezza critica, può, nel migliore dei casi, optare “per la città” e far sì che il proprio operare concorra a consolidarne l’immagine. L’agorá alla quale lei accenna è oggi data dalla comunicazione “digitale”; la piazza è sostituita dalla “rete”. Questo modifica ovviamente anche gli spazi di vita; ma ciò non deve avvenire a scapito della qualità fisica dell’intorno (forme, materiali, flessibilità…), dove il cittadino “fruitore” conduce il proprio vivere ritmato dal ciclo solare, nel trasformarsi continuo delle stagioni. Il tessuto modellato nella storia da altri uomini è il “dono” che ci offre la città.

 

Lei ha progettato molto anche nell’ambito dell’architettura sacra: dalla bellissima chiesetta di Mogno, in una valle svizzera, restituita ai suoi abitanti dopo che una frana aveva cancellato la precedente, fino alla Chiesa del Santo Volto di Torino, all’Arca di Noé di Gerusalemme, alla Basilica di Nostra Signora del Rosario in Corea. Fin dall’antichità il tempio (dal greco témnein, “tagliare”) ha rappresentato uno spazio sacralizzato e in molti casi un fulcro intorno al quale si costituiva la pólis: la soglia e il centro si legano strettamente nello spazio di concentrazione che diventa energia di illuminazione. Determinava, dunque, anche la struttura della città: «Il rapporto fra il tempio e la città è condizione fondamentale per comprendere la fortuna architettonica che lo stesso ha avuto in una tradizione millenaria da un lato, e la condizione di crisi che invece presenta nella città contemporanea dall’altro» (Quasi un diario, 2003). Che cosa implica la rottura del rapporto spaziale fra il tempio e la città, propria della contemporaneità?

 

Significa perdere un richiamo metaforico che ci permette di evadere dal gran correre di ogni giorno; significa privarci di attimi possibili di lucidità mentale. La rottura del rapporto fra il tempio e la città è parte della cultura di una società secolarizzata che determina in tal modo la perdita del valore fondativo del tempio e la riduzione del tessuto urbano ad un’agglomerazione priva di luoghi e strutture di riferimento. Dobbiamo sempre ricordarci che la rapidità delle trasformazioni in atto è un vettore direttamente proporzionale all’oblio.

 

In Vivere l’architettura lei sintetizza in modo stupendo l’impegno etico che l’essere artista e pensatore implica: «Credo che il ruolo dell’intellettuale, dell’artista, del creativo, debba essere quello di servire da contraltare rispetto all’“onnipotenza” delle diverse forme di potere che subdolamente concorrono al degrado civile e sociale». Potrebbe riprendere e sviluppare questa idea?

 

La mia intenzione era di sottolineare la continua e progressiva perdita di consapevolezza e capacità critica, che ci impedisce di renderci conto della facilità con la quale la società dei consumi interferisce e determina le nostre vite. Forse si potrebbe sintetizzare meglio contrapponendo il valore del “vivere” al valore del “business”. Se, come sembra nella maggior parte dei casi, il “business” resta la finalità del vivere dell’uomo di oggi, è ovvio che i valori etici e culturali recedano rapidissimamente.

 

Con la pandemia molte grandi città piene di storia, come Roma, Parigi, Madrid, sono state apparentemente svuotate della loro dimensione “umana”: vediamo piazze spettralmente vuote, corsi, vie, e altri spazi completamente privi di movimento, che determina la vita di una città. Quali trasformazioni, secondo lei, potrebbero subire in maniera permanente questi spazi, e di conseguenza i rapporti umani che essi ospitano?

 

La pandemia ha evidenziato la nostra precarietà ma anche la leggerezza e, a volte, la sconsideratezza nei confronti del nostro ruolo sulla terra. La forza delle città è data dalla loro flessibilità e duttilità. Rispondono ogni volta in maniera diversa. Diversa, ma sempre appropriata. In questo risiede la loro qualità, di giorno e di notte, in primavera come in inverno: sono gli uomini che, di volta in volta, si adattano alle condizioni degli spazi e del clima. Motore degli spazi urbani è la vita, con le sue punte estreme di frenesie e le pause di immobilità e silenzio. La città non ha “permanenze” se non l’accumularsi della propria storia.

 

La metafora attraverso cui fin dall’antichità si presentava il modo in cui Dio creò l’universo avendolo già “disegnato” nella propria mente, è quella di un artigiano (Platone nel Timeo), di un architetto (così ancora Tommaso d’Aquino). La capacità di immaginare in dettaglio le realtà che non esistono ancora, di organizzare mentalmente lo spazio esterno al foglio disegnato, ha in sé qualcosa di taumaturgico. Come potrebbe definire lo scarto fra il disegno “mentale”, il progetto, e la concretezza della sua realizzazione, legata alle condizioni in cui viene realizzato, che spesso comporta l’imprevisto?

 

Il caso, l’azzardo, la consapevolezza improvvisa dopo un lungo rovello sono le costanti del fatto creativo. Per quanto mi riguarda, lo scarto fra il disegno “mentale” e la realizzazione è la ragione primaria che sorregge questo mio mestiere. Progettare gli spazi e scoprirli nel percorso del cantiere è uno dei piaceri più intensi che assapora l’architetto! La mia esperienza conferma che il cantiere è veritiero, è un giudice severo che non ammette approssimazioni. Se il progetto è buono, il cantiere lo mostrerà migliore di quanto si era immaginato; allo stesso modo se il progetto è incerto, il risultato sarà cento volte peggiore. La realtà è sempre “altro” rispetto all’immaginazione, e penso che l’opera costruita si arricchisca del lavoro, della fatica e dell’energia necessari alla realizzazione. “Cosa fatta capo ha”.

 

Se il Creatore, ogni “creatore”, è in primo luogo un artigiano, questo implica un legame stretto fra la mente e la mano. Per il Medioevo Dio si rispecchiava nelle creature plasmate a sua immagine e somiglianza. Ma anche in una visione laica le tracce della mente di un artista lasciano il segno nella realtà attraverso la sua mano, che è, come lei ha detto in più occasioni, «uno strumento di ricerca». André Wogenscky, che per anni collaborò con Le Corbusier, diceva che quelle dell’architetto erano «mani che pensavano», ininterrottamente. Che cos’è per lei il pensiero delle mani?

 

Il “pensiero delle mani” evoca una bella immagine attraverso la quale il disegno è visto come il prolungamento della mente legato a quella cultura artigianale che, per secoli, ha costruito gli spazi di vita degli uomini. Non a caso le mani sono considerate preziose: modellano con sensibilità, non solo con razionalità. Questo atteggiamento, oggi poco considerato, ha sorretto il lavoro costruttivo di molte architetture del passato che possiamo ancora apprezzare. Un modo di lavorare che trasmette un sapere di cui siamo solo piccoli ingranaggi “pro tempore” e al quale verrà data continuità da altre mani.

 

Nel saggio La città pensata: la misura degli spazi Italo Calvino medita sul rapporto tra luoghi reali e modo di pensarli e sentirli, prendendo come emblema la riflessione di Leopardi (che fu in realtà anche un sottile antropologo) intorno agli spazi ed edifici romani sproporzionati rispetto alla misura dell’uomo: «La visione agorafobica di Leopardi ci immette in una dimensione di paesaggi urbani dominati dal vuoto che può ben dirsi una costante mentale italiana e che collega le “città ideali” rinascimentali a quelle metafisiche di De Chirico». Scrivendo al fratello Carlo, Leopardi fissa il suo criterio di “sfera di rapporti” tra gli uomini e tra gli uomini e le cose, quali si possono concretare negli ambienti piccoli, nelle piccole città, mentre si perdono nelle grandi. «Tocchiamo qui», dice Calvino, «un nucleo decisivo della poesia di Leopardi: il rapporto tra uno spazio ristretto rassicurante e il fuori smisurato e disumano. Da una parte la casa, la finestra, i rumori serali di Recanati, le vie dorate e gli orti; dall’altra la Natura immensa e indifferente quale appare all’Islandese; da una parte la siepe, dall’altra l’infinito». Mi piacerebbe un suo commento su queste idee, espresse da due altissimi spiriti umanistici.

 

Riappropriarsi degli spazi è una costante (inconsapevole) che connota anche la vita contemporanea. La quotidianità spinge gran parte dei cittadini a cercare “serenità” e svago in contesti esterni – spesso sconosciuti – alla ricerca di nuove emozioni. Le fughe dalla routine, che alimentano i viaggi e le ferie, sono un modo per riequilibrare il vivere insoddisfacente di ogni giorno, per trovare qualcosa di “altro” rispetto alla consuetudine. Si tratta ovviamente di un vivere “part-time”, proprio della società contemporanea, apparentemente appagata dai consumi.

Lei mi fa l’onore di citare a proposito del mio lavoro addirittura poeti dell’altezza di Leopardi, uno fra i lirici moderni più grandi e più attenti all’evoluzione della civiltà moderna, e di Calvino, che ha narrato stupende immagini di città fantastiche. Dai poeti dobbiamo imparare la grandezza dei loro sguardi partendo dalla concretezza del vivere quotidiano. Credo che, lungo l’arco della giornata, ognuno di noi trovi sempre l’attimo indispensabile per scoprire spazi “oltre la siepe”.

 

Chiudiamo appunto con una riflessione sul rapporto tra finito e infinito. Vorrei che lei sviluppasse per «Filigrane» una sua bellissima frase che leggo in Architettura e spazio sacro (2000): «Costruire spazi “finiti” per indagare e scoprire condizioni “infinite”! È questa la condizione naturale di lavoro entro la quale opera l’architetto. (…) L’idea di infinito è parte fondamentale e inseparabile del costruito, strettamente relazionata alla sua capacità di modificarsi nel tempo e al suo continuo richiamarsi al grande passato. È il tessuto della memoria il territorio che anima l’idea del costruire; l’aspirazione all’infinito è la sua immediata conseguenza».

 

Vivere, pensare e sognare realtà che non ci è concesso di conoscere, sono condizioni insite nella natura umana. Oltre il finito si apre l’immaginario – oggi ancora gratuito – in cui può rifugiarsi l’uomo. E l’immensità dello spazio porta con sé un anelito che sfugge alla condizione temporale del nostro vivere. Il bisogno (spesso inconscio) del grande passato, forse paradossalmente comporta l’aspirazione a un futuro impossibile, con la condanna della nostra fragilità… Ma quanta grandezza ritroviamo nella speranza dell’architettura!

 

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