di Giulia Bassi

 

[Ricorre oggi il trentennale della morte di Natalia Ginzburg (14 luglio 1916-7 ottobre 1991). Per ricordare l’autrice sono state organizzate diverse iniziative: esce con «Repubblica» e con «La Stampa», la collana Natalia Ginzburg. Una voce per la nostra storia, a cura di Domenico Scarpa; al Salone del Libro di Torino si terrà un incontro sabato 16 ottobre con Lisa Ginzburg, Annalena Benini, Valeria Parrella e lo stesso Scarpa. Alla serie delle sue opere, pubblicate da Einaudi a cura di Domenico Scarpa, si è appena aggiunto il volume Vita immaginaria, terza raccolta di saggi di Ginzburg (già inclusa nei “Meridiani”, ma non più ristampata in volume singolo dalla prima edizione Mondadori del 1974)]

 

Molte sono le parole che sentiamo di dover pensare nel loro vero significato, scrostandone ogni volta le vernici di falsità che le hanno coperte; e una di queste è la parola «poesia»[1].

Natalia Ginzburg, La poesia

 

 

Vita immaginaria raccoglie alcuni degli articoli di Natalia Ginzburg pubblicati sulla «Stampa» e sul «Corriere della Sera» tra il 1969 e il 1974, con l’eccezione dell’ultimo testo, che dà il nome alla raccolta, inedito all’epoca della prima edizione. Nonostante la diversità degli scritti che lo compongono, il libro appare come opera unitaria e cela un meccanismo di scrittura che si ripete in modo costante e uniforme, a volte chiaramente, altre in maniera più sotterranea, attraverso una varietà di temi e interlocutori, spaziando da questioni storico-politiche ai ritratti degli intellettuali del Novecento.

 

Tale meccanismo coincide con la particolare modalità che Natalia Ginzburg ha di raccontare anche nella sua scrittura saggistica. Negli scritti di Vita immaginaria, il ‘racconto’ inizia infatti con l’affermazione di un giudizio assoluto, generalmente espresso nell’incipit dei saggi: le poesie di Biagio Marin, scrive, «Io le amavo e basta»[2]; Antonio Delfini è «per me straordinario»[3]; l’ultimo libro di Moravia «Io e lui, non mi piace»[4], i libri di Goffredo Parise «mi erano indifferenti»[5]. Progressivo, e sullo stesso tono, è il passaggio dai giudizi letterari a quelli sulla realtà presente: «Non amo affatto il tempo in cui mi è toccato vivere»[6], «Non amo il femminismo»[7].

All’inizio, non c’è interrogazione: Natalia ama o odia, detesta o trova meraviglioso; tali affermazioni perentorie richiedono da parte del lettore una scelta repentina e assoluta. Come scrisse Enzo Siciliano a proposito della seconda raccolta di saggi, Mai devi domandarmi, «Natalia Ginzburg è uno scrittore che o si ama o si detesta»[8], allo stesso modo gli scritti di Vita immaginaria chiedono al lettore una fiducia totale o un allontanamento netto. Impossibili sono le sfumature, i compromessi, le condivisioni parziali.

 

Ma ci si accorge presto che il punto cruciale del saggio e la forza della scrittura di Ginzburg non risiedono affatto in queste affermazioni inziali, bensì nel ragionamento che ne segue. È la componente del pensiero che ragiona lucidamente, spesso percorrendo le memorie e i ricordi, ancor più spesso attraverso la dimensione dell’infanzia, a determinare la scrittura saggistica, conducendo il lettore alle motivazioni che hanno originato i giudizi iniziali. Più ci si addentra nelle riflessioni, più si comprende che a generare l’intervento di Natalia Ginzburg è stata una sola parola, segreto nucleo originario dello scritto, che ne ha indicato al tempo stesso la direzione ultima, come un sole alla fine di una strada.

 

Il ritratto di Antonio Delfini, allora, è illuminato dalla parola «immaginazione», quello di Moravia da «verità»; nello scritto su Balbo risalta «interlocutori», in quello su Morante «generosità». Nel ricordo di Pavese spicca, indelebile, la parola «amicizia». Una volta individuate, queste parole si stagliano in modo talmente incisivo su tutto lo scritto, che non è più possibile leggere senza tenerle a mente.

Alcuni dei termini sono resi espliciti da Ginzburg stessa, e mostrano il meccanismo della sua scrittura saggistica. Così avviene, ad esempio, per le parole «libertà» e «poesia», alle quali sono dedicati due articoli, l’uno scritto nel marzo del ’72 e l’altro nell’ottobre del ’73. In entrambi i casi, la scrittura è generata a partire da un’interrogazione sul significato, che può essere personale («A me accade assai spesso di pensare questa parola “libertà”. Spesso mi chiedo quale sia il suo significato per me»[9]) o generale, come riflessione sulla «parola in senso assoluto»[10].

 

Nel caso di La parola libertà[11], la scrittura saggistica segue le vie della memoria incontrando sulla strada un altro termine, non amato: «Parlo di me e di quelli della mia specie; parlo dei cosiddetti intellettuali della mia generazione. La parola “intellettuali” è una parola che mi è odiosa, non mi è mai piaciuto di pensare che lo ero, ma forse una particolarità degli intellettuali è di non amare di esserlo»[12]. Attraverso questo noi, Natalia ripercorre il significato che «libertà» aveva negli anni del fascismo, quando appariva «di un’estrema semplicità e di un’evidenza lampante. Suonava in noi come uno squillo di tromba»[13], riflettendo sulla sua cristallizzazione («noi l’abbiamo idolatrata»[14]) e sui limiti del significato che assunse allora, privata di un elemento di conoscenza della complessità del reale: «Raggiunta la libertà abbiamo visto che era, per ciascuno di noi, niente altro che una piccola porzione di prato […] non potevamo affatto dividerla con tutti come avevamo creduto […] Allora ci siamo chiesti chi erano in verità gli altri. Noi non ne sapevamo assolutamente nulla»[15].

 

Il modo che ha Natalia Ginzburg di intervenire su un concetto storico-sociale e politico è quello proprio del romanziere, che sceglie di parlare di «libertà» analizzandone il significato lessicale e riconoscendo infine, amaramente, il mutamento irreparabile che è avvenuto:

 

[…] la parola «libertà» è cambiata in noi e forse nessuna parola ha subíto una simile trasformazione. Forse la parola «luna» ha subíto una analoga trasformazione da quando la luna è stata esplorata. La parola «libertà» è comunque per noi oggi irriconoscibile se la mettiamo accanto a ciò che era. Invano cerchiamo nel nostro spirito l’antico squillo argentino e solenne. Esso si è spento da tempo. Noi da tempo abbiamo preso a pensare che la libertà sia forse una delle parole più oscure, difficili, complicate che esistano al mondo[16].

 

Un altro fulcro lessicale del libro è la parola cui è intitolato il saggio La poesia apparso nell’ottobre 1973 sul «Corriere della Sera», e non a caso inizialmente intitolato Società e poesia[17]. L’interrogazione sul termine, infatti, è posta qui in relazione al tempo presente e alla società contemporanea, in cui «si è diffusa intorno a questa parola una sorta di generale stanchezza e vergogna»[18]. Ginzburg svincola la «poesia» dal criterio dell’utilità; il suo fine ultimo, come «particolare condizione dello spirito»[19], rimane sì quello di aiutare l’uomo («L’umanità chiede aiuto ed è suo diritto richiederlo ovunque»[20]), ma attraverso i propri codici e le proprie modalità, incapaci di offrire vantaggi immediati e tangibili. Ciò è possibile solo muovendosi non verso il bene o verso la bellezza, ma «in direzione della realtà»:

 

Difatti la poesia non ha nessun fine, salvo quello di dare agli uomini qualcosa di reale. Ma ciò non può forse essere chiamato un fine, perché non ha nessuna ragione o spiegazione logica. Non ha ragione o spiegazione logica, nei poeti, il desiderio di dare realtà agli uomini, e non ha ragione o spiegazione logica negli uomini il desiderio di avere realtà dalla poesia […] Penso che dovere e onestà dei poeti sia dirigersi verso quel punto, essendo là situata la vera realtà. La realtà è esatta come le scienze esatte, ed è nello stesso tempo vacillante, incoerente, vertiginosa, infida e infinita. Solo nella poesia, ovvero nell’arte, la realtà si rivela nella sua natura esatta e infinita[21].

 

«Poesia», inoltre, è una parola ricorrente negli scritti di Ginzburg, come termine di confronto e metro di giudizio per altri concetti. Lo mostrano i saggi La soddisfazione (un sentimento «incompatibile con la poesia […]», scrive, «dalla soddisfazione, la poesia non nasce mai»[22]), su Giorgio Bassani, e Il vizio assurdo, dedicato alla memoria di Cesare Pavese:

 

Evocare i morti senza offesa alla loro memoria e senza offesa a quelli che li hanno amati, è unicamente possibile al linguaggio della poesia. La poesia non ha nessun fine, se non se stessa, è per sua stessa natura casta e reticente, è per sua stessa natura amorosa anche quando è crudele, veritiera anche quando mescola insieme fatti inventati e fatti reali. La poesia è per sua stessa natura fedele al vero[23].

 

È la poesia, infine, a condurre il lettore verso l’ultima delle parole di Natalia, che si è diramata attraverso le pagine come una radice antichissima, stringendo ogni saggio, ogni riflessione, ciascun ricordo: è la parola «verità», al centro di tutta la sua opera letteraria.

La straordinarietà di Vita immaginaria è di aver legato strettamente verità e invenzione, verità e fantasia, attraverso una sorta di incantesimo lessicale che si realizza con la formula del «se io fossi». «Se fossi un editore», scrive nel saggio su Antonio Delfini, «radunerei tutti i suoi libri in un volume unico, in ordine cronologico. Lo farei subito, senza perdere un minuto»[24].  Natalia s’immagina editore, re con l’unico dominio «dello sguardo sulle città»[25], capo di partito che stampa «a lettere rosse e immense, la verità»[26]; nel saggio Gli ebrei per tre volte immagina come avrebbe agito durante i fatti delle Olimpiadi di Monaco «Se fossi stata il capo della polizia tedesca […] Se fossi stata il capo delle Olimpiadi […] Se infine fossi un capo di Stato»[27]. E così, immaginando, arriva alla verità delle cose, siano esse fatti di politica, ingiustizie sociali, ritratti di scrittori amati.

 

Vita immaginaria è allora anche, e forse soprattutto, la riflessione di un romanziere sul significato vero del lessico che usiamo, sul modo in cui le parole rispecchiano la società di oggi e i suoi mutamenti: un monito a orientarsi sempre verso la comprensione della verità, che le parole di Natalia Ginzburg ci rivolgono oggi «a lettere rosse e immense»[28], per chi vorrà ascoltarle ancora, trent’anni dopo.

 

Note

 

[1] Natalia Ginzburg, Vita immaginaria, nuova edizione a cura di D. Scarpa, Torino, Einaudi, 2021, p. 140.

[2] Ivi, p. 5.

[3] Ivi, p. 9.

[4] Ivi, p. 15.

[5] Ivi, p. 48.

[6] Ivi, p. 28.

[7] Ivi, p. 131.

[8] Enzo Siciliano, Natalia Ginzburg: il caso, la poesia, in «Paragone-Letteratura», XXII (1971), 252, febbraio, pp. 124-26, oggi in Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi, nuova edizione a cura di D. Scarpa, Torino, Einaudi, 2014, p. 272-273.

[9] Ginzburg 2021, p. 113.

[10] Ivi, p. 140.

[11] Questo il titolo originario del saggio La libertà, apparso su «La Stampa» il 5 marzo 1972: cfr. D. Scarpa, Notizie sull’opera e sui testi, in Ginzburg 2021, p. 187.

[12] Ivi, p. 114.

[13] Ivi, p. 113.

[14] Ivi, p. 115.

[15] Ivi, pp. 114-115.

[16] Ivi, p. 114.

[17] Ivi, p. 190.

[18] Ivi, p. 140.

[19] Ivi, p. 142.

[20] Ivi, p. 141.

[21] Ivi, p. 144-45.

[22] Ivi, p. 67.

[23] Ivi, p. 65.

[24] Ivi, p. 9.

[25] Ivi, p. 84. Alcuni pensieri sui re, apparso su «La Stampa» il 3 giugno 1969 con il titolo, appunto, Se io fossi un re (ivi, p. 185).

[26] Ivi, p. 122. È l’articolo Un governo invisibile, pubblicato con il titolo Ci si perde nella politica su «La Stampa» il 4 giugno 1972 (ivi, p. 188)

[27] Ivi, p. 128.

[28] Ivi, p. 122.

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