di Sergio Peter

 

Dopo dieci anni di esperienza sulla scala, aggrappato al treppiede con le S di metallo nelle tasche, tutte impigliate nella stoffa dei pantaloni, risoluto, e poi con il passare del tempo sudato, stanco, gli occhi annebbiati dal mese di gennaio visto in più di cento font diversi, so esattamente come vadano esposti tutti i tipi di calendari – da tavolo, da parete, olandesi, a strappo, a spirale, per la famiglia, perpetui, ecumenici, con o senza santi, magnetici, interreligiosi, ebraici – ai fini di una vendita massiccia e fruttuosa. Voglio essere redditizio e produttivo per la mia azienda, ci tengo, è il mio dovere.

 

Il muro portante su cui è fissata una griglia di ferro reticolare è di almeno venticinque metri quadrati, bianco. Il mio corpo si estende sulla superficie e la esplora da destra a manca, da nord a sud, cercando tutto lo spazio per farci stare quanti più calendari possibili. In punta di piedi sul trespolo – non dovrei, rischio la vita – con i muscoli dei polpacci a un passo dallo strappo, mi allungo fino agli angoli più remoti, cerco un appiglio per i ganci e calcolo i centimetri necessari per ogni modello: piccoloprincipe, tisane, cani, torte, pensieribelli, magodioz, trappistevitorchiano, padrepio, harrypotter, madresperanza, fari, frateindovino, ancora fari, gatti, giardini inglesi, mari. Potrei dividerli per tema – solo arte, solo animali, solo paesaggi cittadini, solo artisti, solo fiori – ma in genere preferisco ordinarli per formato. È una mia scelta personale, me ne assumo ogni responsabilità.

 

Il 2022, sono sicuro, sarà un anno di rivalsa, per chiunque, ma soprattutto per tutti gli acquirenti di calendari. Lo si intuisce dalle grafiche sgargianti, dai colori accesi, dell’anno venturo; gli sfondi scelti per i panel monotematici erano sempre più marroni, grigi, neri. Così succedeva nelle ultime edizioni. Oggi invece vedo arancione, verde smeraldo, blu marino. Sarà un periodo di ritorno agli acquisti, alla vita normale, mi dico. È l’auspicio di tutte le ditte produttrici, l’obiettivo verso cui noialtri addetti ai lavori insieme remiamo. Ogni calendario propende ad annunciare la rivincita, il rilancio dei consumi nel breve periodo.

 

Qui mi chiamano Calendar man, per la risolutezza e la precisione nell’allestimento del bazar calendaristico del negozio. Mi sento come il curatore di una mostra di arte contemporanea, sempre in divenire. Solo pagato un po’ meno; ma ci vogliono la stessa fantasia e la stessa precisione. Perché poi i clienti passano, spostano, sovrappongono prodotti diversi, obbedendo a un piano di oscurantismo. Calendari di gatti che coprono lunari francescani, cubotti a strappo del pensiero creativo sovrapposti ai cinque pani d’orzo. È una mia prerogativa mantenere il controllo del mezzo, giostrare questo cubo di rubik a due dimensioni affinché a fine giornata ogni casella ritorni al suo posto, così com’era in principio, o evolva verso nuovi lidi, obbedendo solo ai dettami del piacere visivo. Tipo gioco del quindici.

 

Mi preparo all’allestimento già da quando li vedo arrivare stipati nei colli di cartone, chili e chili di scatole che escono dal camion Bartolini, e poi scendono dal montacarichi fino al magazzino. Li seguo, ne annuso la fragranza di carta nuova e plastica protettiva. Mi perdo tra le linee verticali dei barcode neri, in basso a destra, le fisso a lungo immaginando celle di clausura e zoo. Li divido per fornitore, li piazzo per due settimane sul tavolone del magazzino e poi sono pronto. Non sono io a decidere le quantità dei singoli modelli, no, a questo non sono ancora arrivato. Sono cose cui pensa il capo.

 

Esiste un momento preciso in cui vanno appesi, difficile da cogliere per gli inesperti. Non ad agosto, è presto; ad ottobre già troppo tardi. Non bisogna bruciarseli; l’effetto dejavu inibisce l’acquisto. Dietro ogni bancomat o american express o postepay, sotto qualsiasi carta prepagata estratta dal portafoglio, c’è un desiderio di evasione, il riempimento di un vuoto interiore. Se l’articolo sa di vecchio, rimanda il cliente dentro sé stesso, gli ricorda la merda in cui galleggia. Le facciate dei prodotti in vendita debbono essere ben tese, piatte, il riflesso della luce rimandare una sensazione di nuovo, utile e bello. Spesso mi sono visto dire “è un pezzo unico”, facendo intendere che la merce acquistata avesse qualcosa di speciale, non seriale, non industriale, quando invece si trattava solo dell’ultima unità rimasta dello stock. Non mento, solo giro la realtà a mio piacimento.

C’è una decade, quella che precede l’inizio delle scuole, una finestra di progettazione in cui avviene la nostra massiccia preparazione: i primi dieci giorni di settembre. Tutte le genti tornano dalle vacanze, si iscrivono ai corsi, back-to-school/back-to-city, il tempo sfugge, le tangenziali sono intasate, i sorpassi sulle statali frequenti; l’anno nuovo fa capolino. Allora compariamo noi, i censori del tempo, i curatori della scansione ordinata delle settimane.

 

Odio i planning perpetui per la loro malleabilità temporale, l’illusione che siano eternamente utilizzabili. Li metto nell’angolo più nascosto senza farmi vedere dal capo, ne offusco le supposte qualità. Stanno vicini alle rubriche, ai segnalibri di legno, ai calendari dei compleanni, ai quaderni bianchi senza righe: tutta merce che aborro e contro cui remo quotidianamente. Deve sparire dal negozio. Non mi va bene che qualcun altro al mio posto decida la successione dei giorni, con una compilazione a mano delle parti vuote. Gli elenchi telefonici personali e le liste con le date di nascita degli amici lottano contro l’oblio dei rapporti umani, per questo li disprezzo. Io sono iscritto al partito del buio, anche se non si direbbe, lo so. Ho la faccia da bravo ragazzo.

Mentre lavoro li guardo, li sfoglio per farmi un’idea dell’anno a venire, e li riguardo, cosa farò il 27 marzo 2022, mi chiedo, oppure l’11 giugno? Sarò magari in spiaggia, in montagna, o altrimenti ancora qui, a smantellare l’installazione quadrangolare, a renderli ai vari fornitori? Cosa cazzo starò facendo l’8 settembre 2022? È indifferente, ma indovino, sarò di nuovo su questo scalino, nella stessa esatta posizione, ad appendere i calendari 2023.

 

Vedo tutta la mia vita di Calendar man da qui all’infinito, un amministratore fallito, fermo e immobile nel suo ruolo meccanico di gru, montacarichi e muletto umano nel contempo. Un braccio cosciente per la messa in commercio di cartaccia. La libreria è la nostra torre dell’orologio e io ne controllo gli ingranaggi, per tutti loro, i clienti, tengo d’occhio che non rimangano buchi, le proporzioni vengano preservate, e le dimensioni relative quadrato per quadrato rigorosamente mantenute. Ho un ticchettio nella testa, sento i secondi che mi approssimano alla morte.

I prezzi vanno assolutamente trascurati, rimossi, obliati. Gli stessi editori li mettono in caratteri minuscoli nei posti più impensabili, una cifra piccolissima nell’angolo in alto a sinistra del mese di giugno, euro venticinque. Ma io devo assecondare il sistema che mi paga e mi permette di comprarmi le cingomme, senza le quali, come antistress, non sarei in grado di reggere i ritmi del grande allestimento perenne. Perciò contribuisco in prima persona al nascondimento, con copriprezzo sparpagliati random, in modo da impedire al cliente di subire l’effetto-freno dovuto a una cifra troppo alta.

 

A volte mi taglio, sia con i ganci, sia con le pagine dei calendari, di carta nuova, affilata. Sanguino, tra me e me bestemmio, li macchio, e la parete diventa rossa del mio plasma, lo vedo, RH0 positivo, impronte digitali che attraversano annate su annate nelle case dei clienti. Il garzone qui presente diffonde sue tracce subliminali per tutta la città, non l’ho voluto, succede e basta, è un incidente. Le goccioline di sangue di botto evaporano – i riscaldamenti sono al massimo – restano aloni, le isole amaranto dei miei infortuni. Le chiazze testimoniano il dolore cronico che ho dentro, un burnout rimandato da anni che un giorno avrà la meglio: sono frispole, frispole di legna arsa saltate via dal mio naso e pronte a brasare all’istante tutta questa impalcatura.

 

La messa in scena di una buona parete di calendari è un’arte per pochi, che si trasmette di generazione in generazione. L’ho appresa dal mio capo precedente. Ho imparato a suon di righellate sulla testa, che i calendari religiosi vanno tutti vicini, e che i fari invece vanno tenuti lontani, che i gatti si pongono agli antipodi rispetto ai cani. Che le montagne stanno in alto, e i mari in basso.

Ho paura di morire cadendo dal treppiede appoggiato sulla scala sbilenco, e volare giù fino al piano di sotto con la schiena o, peggio, la testa sul corrimano, tagliata in due, intorno i clienti incuranti che tirano fuori le tessere sconto, ed elemosinano riduzioni del 10%, del 20%, del 30%, mentre io spiro a pochi metri giù per terra, rantolando. Non posso dire al capo il mio timore, mi riempirebbe di librate sulla schiena. Usa l’annuario pontificio. Fomenterebbe masse di acquirenti contro di me, girandomi telefonate di compratori fanatici circa il peccato mortale e il celibato dei preti e le poesie del Papa e il socialismo polacco e la possibilità di girare in città con magliette glitterate di angeli per convertire, convertire, convertire.

 

Così come mi occupo dell’allestimento, mi curo anche della vendita degli stessi. Do consigli, piloto i commerci, le statistiche, in base al ricarico, alle scorte, all’andamento del mercato. Quando serve, sono furbo e mi tramuto in un ottimo sales assistant, consapevole che da questo dipenda in buona parte la riscossione della paga. Non che mi piaccia farlo, ma il capo mi fissa da dietro le spalle, e pretende da me una buona prestazione. Raggiro e manipolo il cliente a seconda delle circostanze. Tre anni fa mi avevano chiesto un calendario di sole orecchie, oreilles, una coppia di francesi, penso si riferissero alle opere di Magritte, ma non ne avevamo. Comunque gliene avevo venduto uno colle spighe di campo, oreilles, la riproduzione di varie scene di vita di una pastorella con spighe, bergere aux oreilles.

Ci sono agende mensili, settimanali, giornaliere, rosse, lilla, turchese, bianche, gialle, strette, lunghe, larghe, in similpelle, plastica, carta, ecofriendly, di organizzazioni noprofit, liturgicopastorali, diari scolastici, annuali, sedici mesi, da settembre a giugno, da settembre a settembre, da gennaio a giugno, con divisorio per le pagine o senza, a righe, a quadretti. Teniamo tutto, tranne quelle a fisarmonica, perché un tizio sennò passava ogni giorno a suonarle. Bruno S. Abbiamo dovuto rinunciare, ce le spezzava a brandelli e scappava.

 

I calendari a strappo stanno in un angolo visibile a chiunque. In bilico posati uno di fianco all’altro sul corrimano, la loro competizione si gioca a colpi di grandezze di numeri, aforismi, citazioni bibliche e icone da copertina. La prima copia va aperta, sì che il curioso la possa sfogliare e farsi un’idea del prodotto; la plastica di confezionamento, messa a protezione del calendariotto, la rimuovo con le unghie, facendo attenzione a non graffiare la cover: marilynmonroe, glykophilouse, affreschidigiotto, ultimecene, battesimi.

In questo campo, l’ultima frontiera riguarda i calendari a strappo evangelici componibili; nuovi di quest’anno. Componibili vuol dire che io, Calendar man, devo mettermi lì a infilare uno ad uno il blocchetto di carta nel supporto rigido di cartoncino atto all’affissione domestica. Sono i più economici sul mercato: mai più di due euro. Il risparmio sui costi di produzione è basato sulla mia collaborazione gratuita. Voglio conoscere chi li ha ideati, gliela farò pagare.

 

Una volta un ragazzo ha rimosso la terzultima mattonella dell’ultima fila di una pila, mentre io ero al telefono. Ha fatto crollare tutto, senza chiedere scusa. Poi è andato via. Un’azione, suppongo, per mettere alla prova la mia pazienza, forse mandato dal capo, un emissario dell’azienda poi appostato fuori dalla vetrina a controllare la mia reazione. Allora io non ho battuto ciglio, ho riposto la cornetta e mi sono avvicinato al disastro. Sono il metronomo, l’agrimensore. Calendar man proprio in queste situazioni mostra la sua forza e la sua energia, ho pensato. Ho abbassato il riscaldamento per evitare di sudare, poi ho piegato le ginocchia e ho iniziato a raccogliere tutti i parallelepipedi plastificati, ricomponendo la costruzione come una torre di basalto indistruttibile. Il baricentro è tutto nella mia testa. Per una settimana mal di schiena pungente.

Propendo sinceramente per l’utilizzo dei calendari in velcro, specie coi più piccoli: hanno persino aree dedicate all’applicazione di sagome con le condizioni atmosferiche e vignette didascaliche per stabilire l’umore del soggetto: felice, triste, arrabbiato, generoso. La struttura a strappo in tessuto morbido e color pastello è ben malleabile dai bambini, permette una diffusa educazione temporale. Tutte le scuole materne dovrebbero averne almeno uno per classe. Una volta che i bimbi crescono, si possono usare come lettini per i gatti.

 

Sì, esiste una funzione dei calendari avulsa dal loro immediato utilizzo. Ha a che fare con l’arredo. C’è chi se ne serve come fermaporte o quadri. Alcuni li ritagliano. I più audaci stendono sul pavimento il calendario degli anni passati e lo adoperano come tappeto. Spesso, siamo noi stessi a fornirli, rimanenze del ’13, del ’15, del ’18. I migliori per questo fine sono quelli di lino o canapa. Piuttosto che tenerli lì nel magazzino fermi che mi fissano, anno dopo anno accatastati e pronti ad essere smaltiti, preferisco dar loro una seconda vita di design.

Spero che non termineremo mai di vendere calendari, che mai il tempo finirà di essere suddiviso in caselle, giorni, settimane, mesi e anni, che mai la smetteremo di pianificare il futuro secondo sogni, appuntamenti, aspettative e incombenze, che mai ci stancheremo di prenotare cene, feste, visite mediche o dal dentista. Comunioni, cresime. Revisioni, assicurazioni che scadono. Meeting, riunioni di condominio, serate a teatro. Call. Consegne di lavoro, droga party. Perché se così non fosse, il mio ruolo di Calendar man verrebbe meno, la mia posizione messa in dubbio e la busta paga risucchiata dal capo, trattenuta interamente per inadempienza dei precetti. Sarei un individuo senza un compito specifico nella società. Dovrei reinventarmi, ripensare la mia persona.

 

Forse ho già un’idea, una soluzione di emergenza. Potrei passare alla progettazione di calendari e fascicoli periodici e agende e lunari per l’orto e planning inediti. Penso che sia necessario invertire il trend e rappresentare, anziché un mondo di ottimismo, steppe verdi e vette dolomitiche in luce, tutto il marcio che subentra giorno dopo giorno quaggiù. Avrei qualche suggestione su possibili soggetti di futuri almanacchi. Calendari di case rosse dell’ANAS screpolate ai lati della strada, calendari di alpeggi crollati, di toast mezzi mangiati e abbandonati sui piatti dei bar, calendari di autosilo, di svincoli autostradali bloccati, calendari di cassonetti trasbordanti sul marciapiede. Sono le rovine. Cantieri pieni di erbacce e pavimenti vomitati. Una serie speciale di spiralati raffiguranti tutti i libri mandati al macero, gli elettrodomestici buttati nei sottopassi. Calendari di fiumi prosciugati, animali estinti e vedrette scomparse, calendari di foreste divelte, di stragi aeree, conflitti armati, favelas, malati. Le nostre feci, farò entrare nei calendari, le nostre ferite al mondo, le stamperò in alta definizione su carta patinata.

 

Discorso a parte meritano i calendari d’avvento. La loro messa in moto è rapidissima e dolorosa. Vengono riposti in una cassetta di legno di fianco alla sala dei libri per ragazzi. Io la trovo già vuota e bell’e pronta. È il capo a posizionarla e a intimarmi un riempimento veloce. Tutto questo accade a novembre. Ogni volta sembra dimenticarsene; poi quando i fornitori ai primi del mese iniziano a spedire i nuovi modelli, con le renne, i babbi, le stallette, le campanelline, i pupazzi di neve, i gesùbambini in cioccolato, mi chiede di intervenire e buttarli sulla pubblica piazza.

Quelli che vanno di più, sono i microcalendari di fattura tedesca, Lang, Hopt, Coppenrath, pieni di ometti in frac e microscene di paesaggio idilliaco montano, con piste da sci sullo sfondo ricolme di famiglie sullo slittino che ridono, e cioccolate bevute davanti ai camini, alberelli verdi addobbati all’uopo, mondi in miniatura che replicano in piccolo un macromondo invisibile. I numeri sono messi alla rinfusa sul rettangolo, tutti sparpagliati, contornati da finestrelle tratteggiate dietro cui vorrei vedersi aprire scene orride, di pagliacci dai denti rotti, animali al macello, scorregge fucsia, bimbi con gli arti amputati; invece ogni anno è un trionfo di sorrisi. Tutti gli ometti sono pieni di roba in mano e schiamazzano allegri, non potrebbe essere altrimenti.

 

Ma io so che la verità sta altrove. Dietro tutta quella cartapesta c’è un paese in continuo sfacelo. Li ho progettati tra me e me, tirando delle righe sopra scatole di album fotografici stropicciati. Voglio inscenare la devastazione, in un’escalation di quadretti terrificanti!
A partire dalla prima casellina, un caminetto appena acceso, nella 4 un pezzo di brace salta troppo lontano, fino al carro di legno e fieno, numero 6, giù verso il graduale peggioramento visibile dietro la 8, immacolata concezione, immediata accensione del rogo, e sua diffusione per tutta la valle (11), lo scenario bucolico si incendia, le pecorelle prendono fuoco (13), dentro il fiumiciattolo risplendono rosse le vampate (16), e le genti corrono da tutte le parti con le facce pietrificate (20), già piene di lividi e ustioni (23)…
Come le fiamme, così anche l’acqua, o il ghiaccio, i venti, i fanghi, avranno la meglio nei piccoli diorami dei villaggi, e li devasteranno, li cancelleranno dalla faccia della terra.
Il rettangolino tascabile per il conto alla rovescia verso il Natale sarà un countdown fatale verso la sparizione degli omini dal loro misero mondo felice, me compreso.

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