di Nicoletta Vallorani

Le poesie di Warsan Shire – classe 1988, nata in Kenya da genitori di origine somala – sono un po’ ovunque nel web. Nel suo linguaggio spoglio e arrugginito, affilato e lieve, affiora una morte annunciata, recitate sottovoce, come spesso fa l’autrice stessa nei suoi reading, ereditando la musica rovente e politica di Billie Holiday e di Nina Simone.  Anche a non capire bene l’inglese, si intende la potenza del racconto in versi di una prigionia – quella femminile, nera e altra – troppo spesso derubricata a margine. Warsan Shire dice di violazione e redenzione, del viaggio per sfuggire alla “bocca di uno squalo”, del desiderio di riscatto e dell’importanza dell’eredità delle donne. E lo fa da una prospettiva e da una storia ben specifiche, che non sono bianche e non sono occidentali. Appropriarsi di questa storia è un atto che difficilmente trova una ragione.

 

In tempi recenti, il nome di questa giovanissima “Black British Poet” è comparso, nel visual album Lemonade, accanto a quello di Beyoncé, l’artista che si è fatta icona della lotta delle afroamericane. Il femminile che uso qui – “afroamericane” – non è casuale né compiacente: quella delle donne nere è stata ed è davvero una storia con una sua specificità crudele, misurabile in atti di violazione del corpo impossibili nei confronti di un uomo. Più me ne occupo e più mi rendo conto che nel mio essere bianca e occidentale molto mi sfugge, e quel che mi sfugge va rispettato, acquisito come mistero, difficilmente riprodotto attraverso il mio sguardo, che ha una storia e un contesto diversi, per quanto affini possano essere i nostri corpi di donne. Qui entra in gioco l’arte di Warsan Shire. Essa racconta, attraverso una voce satura di eredità per noi sconosciute, sconfitte e riscatti campionando silenzi e trasformandoli in voce. Trasforma in emozione il resoconto storico, sperando di condurci, noi che siam diverse, più vicine a una comprensione che non sarà mai completa, ma che può aiutarci a intuire che cosa c’è oltre il confine etnico che ci affanniamo a rimuovere, e quanto sia complicato farci i conti, oggi come ai tempi della tratta transatlantica.

 

A questo quadro, Beyoncé aggiunge musica e immagini (https://www.youtube.com/watch?v=DGZczCdCDnc), rendendo più complesso il messaggio e articolando questa storia in una sua traduzione, che non è semplice passaggio da una lingua di parole all’altra, ma trasformazione di alfabeti (dalle parole alle – e con le – immagini), anch’essi culturalmente determinati. La musica – specie quella afroamericana – ha una tradizione e una politica precise e sedimentate sotto l’orizzonte visibile dei resoconti ufficiali. E le immagini sono determinate culturalmente: illusoriamente immediate e internazionali, esse sollecitano nel pubblico risposte che appartengono a un hic et nunc preciso, che non è lo stesso dell’autore e che può dunque spostare l’asse semantico verso un cardine diverso.

 

Di Warsan Shire, sempre sul web, qua e là, ci sono anche traduzioni in italiano di versi che sono in realtà difficilissimi da traghettare in una lingua altra. Non va sottovalutata l’illusoria semplicità delle parole prese in se stesse. La loro combinazione risulta dalla storia, perché, scrive Anita Starosta (“Accented Criticism: Translation and the Global Humanities”, 2013), ogni scrittura – critica o creativa – è accentata, e l’accento dipende dalla memoria che in quegli accostamenti sta nascosta, sottilmente e liricamente, e che è memoria individuale e collettiva. Dunque la traduzione è, a volte, una prepotenza esercitata con l’arma della filologia. È, sempre, una forzatura, misurata o no, rispetto al senso originale, e se da una parte rende accessibile la voce di una autrice o di un autore straniero, dall’altra la riformula, producendo un testo “altro”. Esso scavalca una distanza, e a volte lo fa goffamente, soprattutto quando ignora le differenze – storiche, etniche e culturali – che a quel testo, nella sua versione primaria, conferiscono al testo il senso che ha.

 

Ora, questo è un problema. L’operazione traduttiva, ormai è chiaro, non consiste nel semplice trasferimento del senso originale in una lingua altra. La grammatica dello “spostamento” è complessa, fa slittare significati e significanti, ricalibra il senso riformulandolo su una pagina nuova. E però il problema è quel che sta fuori dalla pagina e che a quella selezione di parole, a quella disposizione, a quella scelta espressiva ha conferito, nel contesto originario, il suo significato primario. Quando il varco tra chi ha formulato il messaggio originario e chi lo ripropone in un contesto – di spazio e tempo, di memoria personale e storia collettiva – diverso è troppo ampio, a pensare che quello sia lo stesso testo si rischiano fraintendimenti clamorosi. Essi sfuggono di mano, anche perché, se il processo di codifica (di un testo e della sua traduzione) è in mano ad autori e traduttori, la decodifica è un processo articolato e complesso, che si dipana nel testo e in geografie imprevedibili. Molte forme di creatività finiscono per intrecciarsi: quella dell’autore è originaria, e quella del suo pubblico primario si configura come una prima un primo rimodellamento (più o meno fedele alle intenzioni dell’autore). La traduzione in lingue diverse è una articolazione polifonica, che in modo inevitabile riscrive il testo, di seguito proponendolo a un pubblico differente da quello originario. Se a questo si aggiunge un possibile slittamento diacronico (che cosa capiamo oggi di una poesia di Audre Lorde nella sua traduzione italiana? Quanti significati, seppure in poco tempo, si sono sedimentati dal momento della sua elaborazione in USA a quello della sua fruizione, in forma tradotta, oggi in Italia?), la ragnatela del senso diventa davvero difficile da dipanare. E forse, mi viene da aggiungere neanche va dipanata. Forse conta soltanto mantenere la consapevolezza, adamantina, che persino l’operazione della lettura di un testo tradotto è una ri-creazione di senso. Essa funziona meglio, ovviamente, se in questo lungo viaggio del testo, le scollature sono state consapevoli e motivate, e realizzate nel rispetto il più possibile insistito di quanto appariva nel testo originario e nel contesto che lo ha motivato.

 

Con Simona Bertacco, in un volume uscito da non troppo tempo per Bloomsbury, ho provato a ragionare sui percorsi della traduzione in relazione ai processi migratori e all’idea di confine (The Relocation of Culture, https://www.bloomsbury.com/us/relocation-of-culture-9781501365225/ ). Fin dal principio, il nostro problema era uno e specifico: come donne occidentali e bianche, situate in contesti “protetti” (quello italiano e quello statunitense), dovevamo capire come costruire una formulazione teorica che mantenesse il rispetto di una alterità irriducibile, non astratta e simbolica, ma fattuale, risultante da una difformità dell’esperienza, consolidata dai prodotti culturali cui abbiamo accesso, resa leggibile, se non comprensibile, solo attraverso il filtro di essere, appunto, quello che siamo. Donne bianche, adulte e occidentali, che non hanno idea, proprio nessuna idea di cosa sia una traversata per mare, su un gommone malfermo ma in una nave negriera, o per terra attraverso il confine messicano. Questo non significa rinunciare alla possibilità della traduzione, ma concepirla come una rappresentazione possibile, ma imperfetta, di qualcosa che possiamo solo avvicinarci a capire, ma di cui dobbiamo rispettare i vuoti, i misteri, la differenza e, in sintesi, la specificità. Significa rinunciare alla prepotenza, cioè: quel genere di istinto prevaricatore che si è visto all’opera in tutti i processi coloniali. Significa anche, prima ancora di rinunciare, arrivare a rendersi culturalmente conto che questa pulsione ad appropriarsi di quel che non si capisce è un falso percorso verso la comprensione: è, in sintesi, imperialismo semantico, che scavalca una necessità essenziale: il rispetto.

 

[Immagine: Warsan Shire].

6 thoughts on “Le (possibili) prepotenze del tradurre

  1. Onestamente, questo articolo sembra la versione in politically-correctish del pregiudizio crociano dell’intraducibilità della poesia.

    A nessuno viene in mente che tradurre serve appunto a creare un’empatia culturale fra alterità antropologiche? Si traduce l’altro. La pace si fa col nemico.

  2. Buongiorno, Daniele. per la verità non pensavo affatto a Croce piuttosto a Benjamin (che certamente lei conosce) e alla sua riflessione sul compito (come “Aufgabe”) del traduttore. Anche lì si parla di intraducibilità, è il concetto è ampiamente dibattuto da altri studiosi che certo lei conosce già, come L. Venuti ed E. Apter, che hanno posizioni diverse, ma anch’esse legate alla necessità di restituire al testo la sua storia, non solo specifica, ma anche collettiva, culturale, etnica. Il discorso è complesso, e per quel che mi concerne, la correttezza politica non c’entra nulla. C’entra, e molto, il rispetto. Tutto qui. Ma ovviamente è il mio pensiero, non necessariamente condivisile. E non capisco bene il concetto di far pace con il nemico: di nemici, francamente, non parlo proprio. Grazie per il commento comunque.

  3. Buonasera, Nicoletta. Al di là delle convergenze involutive sulla traduzione nelle diverse tradizioni hegelo-marxiste, la necessità di essere source-oriented e l’imperativo di non domesticare il testo al mercato è introiettata dalla maggior parte dei traduttori letterari. Ma la tendenziale logica estremistica che leggo, fra le righe, in alcuni punti chiave di questo articolo, conduce a un isolazionismo e a un solipsismo che speravo si fosse superato, mentre invece pare sia tornato alla ribalta in tutta la sua stupida virulenza, condito dall’identitarismo nevrotico del XXI sec., che a questo punto si sta ampiamente guadagnando il titolo di secolo stolto.

    Se si continua a insistere, anche solo parzialmente e con qualche scrupolo argomentativo, sul problema dell’intraducibilità della sofferenza per l’altro, si commette un duplice errore. Anzitutto un errore sociologico, perché non esistono società assolutamente ricche e assolutamente prive di oppressori (a meno di non credere ciecamente alla versione edenica della fine della storia); dovrebbe anzi essere palese che le cosiddette società opulente, come fucina dell’oppressione coloniale, neocoloniale e della globalizzazione selvaggia, forniscono purtroppo un’ampia gamma di situazioni che una donna bianca occidentale, per esempio, può usare per misurare il livello dell’altrui status di discriminata o discriminato. In secondo luogo, si commette un errore storico: se un testo parla di schiavitù, subordinazione sociale, discriminazione in base alla provenienza sociale o etnica o alla lingua, non esistono nazioni che nella propria storia non abbiano conosciuto questa stessa aberrazione.

    Recentemente, con la traduzione in italiano di Zong! della NourbeSe Philip, abbiamo assistito a un caso paradigmatico di questo delirio identitario rovesciato. I traduttori, che conosco bene e sicuramente conosce bene anche lei, tanto che non ho bisogno di nominarli qui, si sono sentiti accusare di imperialismo linguistico. Peggio, il modo di trattare spazio bianco e versi, decisione che non spetta propriamente ai traduttori, ma è questione di impaginazione, è stato paragonato alla profanazione di un testo sacro, nonché alla tracotanza del poliziotto bianco che schiaccia col ginocchio la trachea del sospettato di colore, soffocandolo!

    Chi scava un simile solco fra culture, sta semplicemente riducendo le culture stesse a un fatto di pelle, di collocazione etno-socio-economica, in altre parole, sta mostrando di aver introiettato la logica biopolitica che è tipica degli oppressori come tali, per cui il marchio sociale, razziale, etnico d’origine non può essere rimosso. Qualunque cedimento, anche parziale, a una simile visione delle cose, è inaccettabile. Di cedimenti siffatti questo articolo ne mostra troppi, specialmente nella retorica conclusione, relativa alla volontà imperialistica e coloniale di appropriarsi della cultura altrui come atto di mancanza di rispetto.

    Trasportare un’opera letteraria da un’altra lingua nella propria, in nome di una qualsiasi urgenza culturale, sociale, politica, è un atto di profondo rispetto a prescindere da qualsiasi modalità di acquisizione del testo si voglia porre in essere da parte del traduttore. Se si nega anche solo parzialmente questa possibilità, lasciando da parte il fatto che ogni filologo e traduttore sa che interpretazione e traduzione sono attività aperte, allora possiamo tranquillamente escludere ogni altra forma di empatia e comunicazione del dolore: perfino quella fra singoli individui della stessa famiglia in una conversazione quotidiana, perché anche in un gruppo di persone con lo stesso biotipo e con ascendenze comuni, la mia pelle non sarà mai la tua.

  4. gentilissimo, questo è di fatto già un articolo, dunque non commenterò per esteso. E per certo l’interesse della questione traduttiva solleciterà in altri momenti e da parte mia, altre riflessioni. Solo due cose che mi paiono importanti. La prima: non sto affatto sostenendo (come non lo fanno gli studiosi che citavo) la non necessità della traduzione. Piuttosto l’opposto, con qualche attenzione e un margine di dubbio. la seconda: no, non credo che vi possano essere sistemi di equivalenza tra forme di sofferenza storica diverse. Non si tratta di quantità, ma di qualità. E in termini di qualità essere bianca e occidentale significa un portato culturale non migliore o peggiore: solo diverso. Una piccola chiosa, di nuovo a sostegno del dubbio: NourbeSe Philips reclama il valore semantico degli spazi che sono stati rimossi (a mio parere a ragione, sebbene non sia responsabilità del traduttore). Come la prenderemmo sei Calligrammes di Apollinaire fossero pubblicati senza le loro forme? A presto, e, come le dicevo, riprenderò il ragionamento con spazi più ampi.

  5. Gentile Nicoletta Vallorani, ribadire che diverse forme di oppressione sono il frutto di processi storici diversi, cosa che stiamo dicendo entrambi, non è una soluzione al problema.

    Tradurre significa appunto trovare procedure di equivalenza a tutti i livelli del messaggio. Quanto al caso NourbeSe Philip, ci sarebbero altri addentellati da illustrare (per esempio, fu sollecitata per tempo da traduttori ed editore italiano a intervenire evidenziando eventuali criticità, ma non se ne è minimamente curata), ma sono extra-traduttologici e dunque non li metteremo in conto.

    Resta la questione di fondo. La stigmatizzazione della ricerca dell’equivalente come tale, è il grimaldello che rende impossobile perfino la traduzione intralinguale, vulgo parafrasi. Se stiamo parlando della necessità di precisare e affinare il meccanismo, le precisazioni finora porte sono ovvie, non dicono nulla di nuovo. Se stiamo parlando dell’impossibilità totale di instaurare analogie, allora chiudiamoci fra le pareti imbottite dell’incomunicabilità con addosso la camicia di forza della ficta severitas e facciamola finita, perché ogni atto conoscitivo o ermeneutico sarà ipso facto da considerarsi un atto di violenza gratuita.

    Credo che avvitarsi sul nulla sia vano. Un saluto.

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