di Gilda Policastro

 

[Luigi Blasucci (1924-2021) è scomparso questa mattina. Pubblichiamo un breve ricordo della nostra redattrice Gilda Policastro, che apre a una serie di testimonianze che LPLC auspica di raccogliere nei prossimi giorni].

 

Luigi Blasucci è un monumento, non è davvero morto, né può, per diverse generazioni di studiosi e di studenti di Lettere, non solo pisani. Amava ricordare di aver cominciato come professore di scuola: è importante, mi aveva detto una volta, fondamentale, anzi, per la preparazione all’insegnamento universitario. La sua carriera era subito decollata: docente Ordinario alla Scuola Normale di Pisa (della quale era stato anche studente, allievo, fra gli altri, di Fubini e Contini), aveva pubblicato studi capitali su Dante, Ariosto, Machiavelli, De Sanctis, Montale. La sua principale abilità, come si dice oggi, era il commento: esercitato con perizia filologica sempre sostenuta da una passione tattile per il verso, il centro epistemologico e nevralgico della sua critica del testo.  Tra tutti gli studi, non si può non ricordare Leopardi e i segnali dell’infinito, il libro dell’85 che raccoglie una serie di saggi trasversali, dalla traduzione dell’Eneide alle Operette, ma, soprattutto, come da saggio eponimo, offre un’analisi notomizzante del canto, più precisamente dell’idillio, tra i più universalmente noti di Leopardi. Riletto da capo, verso per verso, parola per parola, senza l’enfasi romantica sul “naufragio”, e con la perizia dell’osservazione ritmico-fonica di un processo mentale, che non si perde un aspetto linguistico e anzi, li esamina tutti in precisa successione grammaticale, andando dalla fonetica (“un trionfo in a”) alla morfologia (il polisillabismo, i purali in funzione “suggestiva”, i superlativi “tipici”) alla sintassi. In quest’ultimo caso, con particolare insistenza sulla funzione evocativa dell’enjambement: “figura di sospensione a servizio di un’epifania dell’immenso”. La “finzione tutta mentale” del canto è ricondotta con precisione al periodo filosofico di “operatività del tema dell’Infinito”, a testimonianza del quale si rintracciano precisi rimandi in altri Canti e nello Zibaldone. Un procedimento, quello di “attivazione dei segnali dell’infinito”, negli anni a seguire sospeso da Leopardi, fino a essere dismesso del tutto nei canti della disillusione estrema (ad esempio nella Ginestra): ovvero quando si affermerà nel suo pensiero la “visione materialistica di un universo reale e schiacciante per la piccolezza dell’uomo, ma a rigore non infinito”. Il metodo blasucciano è, già dai primi studi, quello rigoroso del filologo, ma la passione tutta sua propria è quella del lettore che sa lasciarsi stupire anche dai testi più battuti (da lui come da altri studiosi con cui è in dialogo). Già, perché il suo Leopardi (così come Dante e Montale), Blasucci lo conosceva a memoria tutto quanto. Eppure in anni recenti si era schermito, in un saggio su un pensiero poco noto dello Zibaldone:

 

Se qualcuno mi chiedesse: “Ma tu lo Zibaldone l’hai letto tutto?”, io gli risponderei: “Francamente non lo so”. Non so, cioè, se le mie tante letture e riletture hanno coperto tutto lo spazio delle 4526 pagine che compongono l'”immenso scartafaccio” (definizione carducciana). Così mi càpita, di tanto in tanto, di trasecolare davanti a qualcuna di quelle pagine, come se la leggessi per la prima volta: ma lì per lì non saprei decidere se si tratta davvero di una prima volta, oppure della volta buona, ossia della volta in cui sono riuscito davvero a sintonizzarmi con quella pagina. Qualcosa di simile mi è successo poco tempo fa, imbattendomi nella pagina che ora sto per leggervi, datata “Bologna. 10 Settembre. Domenica. 1826”. Quello che mi ha fatto drizzare l’orecchio, è la presenza, in essa, di termini come “aeronautica” e “telegrafi”. Un Leopardi, dunque, proteso verso il futuro: cosa in lui non nuova, se pensiamo alla sua Lettera a un giovane del secolo ventesimo, inclusa in un elenco di progetti steso proprio un anno prima (1825), anch’esso assai probabilmente a Bologna.

 

Si trattava di un testo orale che mi aveva generosamente anticipato via mail (gli era caro il confronto continuo con gli studiosi, di tutte le età) e che era poi confluito in una raccolta di saggi, La svolta dell’Idillio e altre pagine leopardiane, del 2017. Qualche anno prima, nel 2014, era uscito il film di Martone, il Giovane favoloso. Lo chiamai per chiedergli cosa ne pensasse: il film aveva avuto un enorme successo, soprattutto tra gli studenti delle scuole, che lui amava tanto. Ma l’entusiasmo di Blasucci sul film era invece a dir poco contenuto, perché quel Leopardi tutto estroverso, che componeva in stato di fervore creativo se non di ebbrezza tra i campi e per i vicoli, proprio non gli tornava, come non gli tornavano i toni di protesta veemente che usava con Monaldo nel film: Giacomino era rispettoso e timido, e, soprattutto, scriveva seduto, allo scrittoio (della nostra conversazione resta una traccia qui: https://www.doppiozero.com/rubriche/211/201411/vecchi-e-giovani-favolosi).

 

Stupefacente (considerata l’età sontuosa, di chi ha doppiato il novantesimo senza perdere incisività, ma soprattutto conservando lo stesso entusiasmo iniziale per oggetti di studio pluridecennali) la sua lezione del 2019 agli studenti della Normale sulla terzina dantesca. Chi non ha avuto la fortuna di ascoltarlo dal vivo, potrà farsi un’idea da questo video della memoria prodigiosa cui accennavo (ricordata questa mattina su Facebook anche da uno dei suoi allievi, Gianluigi Simonetti). La memoria, per Leopardi, era caratteristica indispensabile al genio. E questo, con tutto l’understatement che ha sempre mostrato, Blasucci non poteva ignorarlo.

5 thoughts on “Per Luigi Blasucci

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