di Niccolò Scaffai

 

[Il 1 novembre 1921 nasceva ad Asiago Mario Rigoni Stern. Il centenario della sua nascita coincide con quello di un altro grande autore del Novecento, Andrea Zanzotto (1921-2011), che di Rigoni Stern fu amico. Pubblichiamo qui il testo della lectio sui due autori tenuta da Niccolò Scaffai a Venezia lo scorso 18 settembre, per la cerimonia finale dell’undicesima edizione del Premio Rigoni Stern.]

 

«La velocità […] non dà pause, non concede riflessioni, annulla la memoria»1. Sono parole di Andrea Zanzotto, che Mario Rigoni Stern riferisce all’inizio di un breve scritto introduttivo a Le stagioni di Giacomo (1995), il libro in cui ha narrato gli anni tra le due guerre mondiali, terzo ‘tempo’ storico nel ciclo aperto da Storia di Tönle (1978) e chiuso dal suo libro più famoso, Il sergente nella neve (1953). In quello scritto introduttivo, intitolato Come e perché è nato questo libro, Rigoni Stern contrappone alla velocità, che allontana dalle cose vissute e dalle storie, il «tempo nelle stagioni», in cui invece si depositano e s’incontrano gli eventi dell’uomo e quelli della natura, lasciando segni che solo degli «occhi spalancati» sulla vita animale e vegetale sono in grado di cogliere e interpretare. «Gli occhi del ragazzo spalancati sulla natura» è l’espressione che Rigoni Stern ha usato all’inizio della lezione magistrale tenuta all’Università di Padova l’11 maggio del 1998, in occasione del conferimento della laurea ad honorem in Scienze forestali: quel ragazzo era lui, suoi quegli occhi.

 

Ho voluto cominciare da queste citazioni per mettere in luce l’affinità tra Mario Rigoni Stern e un altro grande autore veneto del Novecento come Andrea Zanzotto: di entrambi, nati nel 1921 l’uno ad Asiago l’altro a Pieve di Soligo, si celebra quest’anno il centenario. Ma l’affinità a cui ho accennato va al di là delle circostanze anagrafiche e delle appartenenze locali, anche se evidentemente la Storia e il paesaggio vissuti dai due autori sono stati decisivi per la maturazione delle loro personalità letterarie e morali. Zanzotto e Rigoni Stern si sono letti e si sono incontrati, la loro amicizia è stata umana e culturale: il primoha scritto sui libri del secondo2; da parte sua, Rigoni Stern ha ricordato volentieri le parole del poeta nei suoi scritti. Vale la pena riportare almeno un’altra citazione, dopo quella da cui siamo partiti: «Se sono rimasto nella terra dei padri, o nella “matria” per dirla come Andrea Zanzotto, è stata per me una cosa naturale e spontanea».3

 

 

Ad accomunare i due autori, così distanti sul piano dello stile, è la lettura del mondo e della scrittura sotto una luce che possiamo definire ‘ecologica’. Occorre prima di tutto chiarire cosa intendiamo con questa parola, ‘ecologia’, molto usata, a volte senza piena coscienza della sua origine e significato: lo stesso Rigoni Stern non amava chi – così dichiarava in una conversazione con Attilio Motta (1980) – dice di difendere la natura restando «nei salotti affumicati»4. Per capire cosa lo scrittore pensasse dell’ecologia, e quale esatta cognizione avesse di questa materia, è molto utile il testo di una conferenza da lui tenuta il 16 settembre 1989 a Vestone, nel Bresciano, e già letto l’anno prima all’Istituto Italiano di Cultura di Amsterdam. La relazione, intitolata La natura nei miei libri, è stata ritrovata da Luca Mercalli (e si legge ora nel volume Mario Rigoni Stern. Un uomo, tante storie, nessun confine)5. Nella premessa, lo scrittore osserva:

 

Molte volte si sente dire, o si legge, il sostantivo “ecologia”, ma anche troppe volte viene detto e scritto a sproposito, dimenticando che tra le scienze umane l’ecologia è la più complessa e difficile: la summa delle scienze in quanto ad essa fanno capo tutti i settori dello scibile: dalla matematica alla biologia, dalla botanica alla zoologia, dalla chimica alla geologia, dalla fisica alla paleontologia per arrivare complessivamente allo studio delle funzioni di relazione degli organismi con l’ambiente e tra di loro6.

 

Non cita la letteratura, che scienza non è, ma è certamente un sapere che dà e riceve dal pensiero ecologico; del resto, proprio autori quali Rigoni Stern e Zanzotto dimostrano quanto letteratura e ecologia abbiano in comune: in particolare, entrambe hanno come fine e oggetto d’interesse la relazione tra gli individui e gli ambienti (naturali e sociali, reali o potenziali)7.

 

Rigoni Stern e Zanzotto condividono innanzitutto una sensibilità ecologica intesa come preoccupazione per il degrado dell’ambiente. La natura «sterilizzata dalla chimica» e «plastificata» allarmava Zanzotto, che ne parla direttamente nella conversazione con Mario Breda dal titolo In questo progresso scorsoio (2009)8 e in altri scritti, e che ne fa il tema più o meno esplicito delle sue ultime raccolte di poesia, da Meteo (1996) a Sovrimpressioni (2001). Da parte sua, Rigoni Stern giudicava il «consumo della natura, pericoloso al pari della guerra» (di cui ben conosceva la ferocia e la distruttività): «Perché distruggendo la natura distruggiamo l’uomo» (così spiegava, rivolgendosi ai ragazzi di una scuola media di Lozzo di Cadore, nel maggio del 1993)9. I due autori hanno unito a questa sensibilità anche un impegno diretto; in particolare, Rigoni Stern ha promosso iniziative per la tutela dell’Altipiano, contribuendo per esempio all’interruzione delle esercitazioni militari che mettevano a repentaglio l’integrità del territorio.

 

Sensibilità e impegno ecologici, dunque. Ma c’è anche un terzo aspetto, non meno importante. L’ecologia, intesa come campo scientifico e sensibilità etico-civile, è inseparabile ed è forse preceduta da una prospettiva conoscitiva: non si dà ecologia, cioè, senza la capacità di riconoscere la relazione nel tempo e nello spazio tra sviluppi naturali e azioni umane, tra la vita degli organismi e le vicende degli individui e delle comunità. Rigoni Stern e Zanzotto hanno entrambi posseduto al massimo grado questa prospettiva conoscitiva sui tempi e gli spazi; entrambi hanno saputo scrivere dei rispettivi paesaggi ambientandovi vicende umane e naturali.

 

Tali vicende si compiono su piani temporali e spaziali distinti: ci sono il tempo lineare della Storia e quello ciclico delle stagioni, il tempo breve della vita del singolo, quello lungo delle comunità, e quello lunghissimo delle specie, o addirittura il tempo profondo degli eventi geologici: «Nel mondo accadevano tante cose» si legge alla fine di Alba e Franco, il racconto famoso che Rigoni Stern ha dedicato ai suoi due segugi: «la guerra in Corea, il ponte aereo, il Patto Atlantico, le elezioni, l’invasione delle motorette, l’automazione. Ma sulla terra le cose vanno come sempre; il sole nasce e tramonta, maturano le messi, cade la neve»10. Il tempo della natura è più lungo e ha un altro ritmo e andamento rispetto a quello umano, ma non lo esclude, anzi lo ingloba e ne lascia emergere i segni: così, ad esempio, in Caprioli a maggio (in Uomini, boschi e api) la traccia storica rappresentata dalla Lapide dei Partigiani viene inclusa nella natura che il narratore osserva. E dalla quale è, in un certo senso, a sua volta osservato: è una prerogativa delle scritture ecologiche quella di dare alla natura uno sguardo di rimando, anche per esprimere un decentramento dell’umano, che deve riconoscersi parte dell’ambiente ma non suo possessore.

 

Per quanto riguarda i luoghi, ci sono gli spazi di prossimità, di cui conosciamo ogni pietra e filo d’erba, e i vasti territori segretamente o palesemente collegati alle ‘piccole patrie’ da fenomeni naturali (come quelli che incidono sul clima) e da eventi storici. Non solo: il tempo, in certi contesti, ha la facoltà di spazializzarsi, di concentrarsi in luoghi e paesaggi emblematici. L’Altipiano di Asiago è certamente uno di questi. Come sa chi ha ne percorso i sentieri e visitato i paesi e le cime, sull’Altipiano non si dà natura senza Storia, e viceversa: il territorio dei Sette comuni, come la collina e il bosco del Montello zanzottiano, sono paesaggi letteralmente abitati dalla Storia, che persiste nei tanto nei monumenti in memoria, quanto nelle tracce nascoste o affioranti fra gli alberi e le rocce. Dai «grovigli di filo spinato» si legge nell’Anno della vittoria «pendevano al sole di maggio decine e decine di scheletri e pareva che l’aria li facesse dondolare. “Così” disse infine il padre di Matteo “sarà anche sull’Ortigara, sul Carso, sul Montello, sul Grappa. Questo dovrebbero vedere i governanti”»11; e ancora: «In questo senso il paesaggio racconta, è storia»12.

 

Rigoni Stern ha trascritto un antico detto legato al folklore dell’Altipiano, che esprime l’idea di un tempo ciclico, dipanato in un lunghissimo filo: «Sette volte bosco / Sette volte prato / Poi tutto tornerà / com’era stato»13. Vi si coglie la profezia di una catastrofe, che riporterà tutto a uno stato originario dopo un alternarsi di distruzione e rigenerazione; ma sarà una catastrofe necessaria, legata a una concezione epico-rituale. Siamo lontani dall’idea consolatoria e falsificante della natura sia come eden perfetto sia come luogo selvaggio da preservare in uno stato di immutabile artificialità: «gli ambienti naturali originali non esistono da nessuna parte della terra, nemmeno al Polo», ha dichiarato lo scrottore, ancora nella conversazione con Tessadri e Neri, però «è possibile mantenere un certo equilibrio tra sviluppo e tecnologia. […] La migliore foresta, utile all’uomo e alla natura, è quella disetanea, mista e coltivata»14. D’altra parte, Rigoni Stern non subisce nemmeno il fascino dell’apocalisse, tema archetipico ma divenuto negli ultimi anni uno stereotipo dell’immaginario ecologico. Lo sguardo di Rigoni Stern si spinge oltre questi schermi e stereotipi, puntando proprio verso quella relazione ecologica a cui accennavo; una relazione cui partecipano Storia e natura, attività dell’uomo e ritmi della natura, e che occorre mantenere in equilibrio.

 

La scrittura ha la possibilità di contribuire a tale equilibrio, figurando la reciproca implicazione tra gli elementi di un ambiente e facendosi così a sua volta un sistema, anzi un ecosistema abitato da narrazioni che si richiamano, si incrociano e si moltiplicano, quasi come le specie in natura. Forse è anche per questa ragione che la forma-libro più congeniale per Rigoni Stern è stata proprio la raccolta di racconti – simile a un bestiario, o a un erbario – con frequenti corrispondenze e migrazioni di un testo da un ‘ambiente’ scritto a un altro. (Così è anche per il «Meridiano» che riunisce la gran parte della sua opera, ripiantata in un nuovo terreno testuale, nella disposizione storico-tematica che l’autore stesso ha voluto darle). Anche il libro è in fondo un «arboreto salvatico», che riunisce e salva l’esperienza del narratore: «Cerco di raccogliere e di proporre quelle cose che altrimenti rischiano di scomparire e di andare perse irrimediabilmente», ha dichiarato lo scrittore15. Il narratore, cioè, si preoccupa anche di una sorta di ecologia del racconto, o del racconto come risorsa per intraprendere un’azione di ecologia culturale, che vada di pari passo con l’ecologia in senso proprio, ambientale.

 

Narratore, appunto, non romanziere: Rigoni Stern teneva a questa distinzione, ripresa da Walter Benjamin; il narratore trasmette ciò che ha direttamente conosciuto o che gli è stato tramandato: ha un legame con la dimensione epica del raccontare che si avverte anche in Rigoni Stern. Non a caso, uno degli autori su cui si è formato è uno scrittore modernamente epico come Tolstoj: i racconti dell’autore russo furono la prima «lettura impegnata», in cui Rigoni Stern dice di aver avvertito un’«armonia di personaggi-fatti-paesaggio»16. Quella stessa armonia destinata a diventare la cifra della sua scrittura. Sennonché, quella di Rigoni Stern è un’epica discreta, nei due sensi che possiamo dare all’aggettivo: discreta perché antienfatica, e discreta perché affidata per lo più, come dicevo, alla raccolta di tratti narrativi che compongono un insieme, come i poemi che risultano dalla tessitura di leggende ed esempi connessi.

 

Il narrare è dunque, per lo scrittore dell’Altipiano, strettamente correlato all’esperienza diretta di un contesto storico, geografico e anche ambientale; quest’esperienza è l’oggetto principale delle sue pagine, che sono perciò insieme personali e saggistiche. Nel raccontare ciò che ha vissuto, infatti, il narratore non può che descrivere gli ambienti in cui si muove e raccontarne la vicenda come fossero personaggi. Spesso, soprattutto nelle sue «storie naturali», lo scrittore rinuncia al ruolo di protagonista, sceglie per sé una posizione decentrata, una funzione ausiliaria di portavoce o testimone di quegli ambienti, di quella natura. In questo senso, la sua scrittura è intrinsecamente ecologica: natura e ambiente non sono semplici temi, ma costituiscono la ragione stessa del racconto. Lo fa capire bene la storia dei Ghiri, che Rigoni Stern ha incluso in Uomini, boschi e api (ma che ha evocato anche in altre occasioni, per esempio nella lectio per la laurea padovana e nelle interviste). La proliferazione di questi animali è conseguenza di un’alterazione dell’ecosistema provocata dalla guerra, che ha innescato una catena di danni ecologici:

 

Il fenomeno incominciò nel 1944, quando gli occupanti tedeschi per paura dei partigiani fecero tagliare una grande macchia di bosco ceduo che copriva le pendici verso la pianura, così che lungo la vecchia strada militare apparvero i sassi denudati come fossero le bianche ossa della terra.

Gli animali che abitavano quel luogo, per necessità di sopravvivenza, si spostarono anche loro nelle abetaie delle montagne e in quel sottobosco ripresero dimora. […]

Dopo un paio d’anni, verso il 1950, in questi boschi così bene coltivati si incominciarono a notare delle strane e insolite morie: gli abeti più alti e rigogliosi in autunno ingiallivano gli aghi e nell’estate successiva rinsecchivano in piedi restando come scheletri. […]

Si capì che la causa dei danni, che veramente stavano diventando preoccupanti per il patrimonio forestale dei comuni, era stata dapprima il taglio del ceduo voluto dai tedeschi e poi la pulizia del bosco così ostinatamente praticata da quel tale funzionario che nel frattempo era andato in pensione.

Si, perché i ghiri che sulle pendici verso la pianura si cibavano di noccioline e bacche, e nei folti cespugli erano stati contenuti in numero equilibrato dai loro cacciatori naturali: gufi, volpi, martore, una volta privati del loro habitat erano emigrati nei nostri boschi di conifere […].

I ghiri non più cacciati dai loro naturali nemici aumentarono progressivamente ma non trovando gli arbusti dalla tenera corteccia, i cespugli con le bacche, nocciole e faggiole ecco che per sopravvivere dovettero rivolgersi agli abeti a cui succhiavano la linfa17. (pp. 108-9).

 

Per ristabilire un equilibrio naturale è necessario sparare ai ghiri, interrompendo l’effetto di quella deriva anti-ecologica iniziata con l’abbattimento degli alberi durante la guerra e proseguita, con buone ma incoscienti intenzioni, nel dopoguerra, con l’eccessiva ripulitura del sottobosco, ispirata da un’idea estetica e ‘turistica’ del paesaggio. Nella vicenda raccontata da Rigoni Stern, il bosco, gli animali e gli uomini compaiono inevitabilmente legati; la Storia non lascia segni solo sugli uomini, né questi ne sono gli unici attori e vittime. Anche in tal senso, la memoria storica degli uomini si riflette nella memoria materiale della natura.

 

Storia e natura si intrecciano anche nell’opera e nella prospettiva ecologica di Andrea Zanzotto (forse meno pragmatica rispetto a quella di Rigoni ma, negli ultimi anni del poeta, anche più consapevole della crisi climatica in atto). Lo scenario del suo Galateo in bosco (1978) è la selva del Montello ricordata anche nelle storie di Rigoni Stern, perché com’è noto fu devastata dai combattimenti nella Prima guerra mondiale. In quel luogo emblematico confluiscono però anche due diverse figurazioni, stratificate nel tempo: l’immagine di una natura idealizzata e sublime, in cui Giovanni della Casa scrisse il Galateo; e la meta degradata di un turismo che inquina e altera secolari equilibri lasciando che la natura sia sommersa dalla speculazione edilizia. Sul valore e sul degrado dell’ambiente, Zanzotto ha insistito anche in alcuni scritti saggistici, raccolti postumi in un volume intitolato Luoghi e paesaggi18. Alla base di questi scritti c’è un’idea straniante: solo quando mettiamo in discussione il punto di vista antropocentrico e percepiamo la relatività della nostra posizione rispetto all’ambiente e agli altri esseri che vi abitano, possiamo davvero capire i luoghi nella loro alterità, vederli al di là delle proiezioni utilitaristiche e ingenuamente localistiche dietro i quali li nascondiamo. È proprio in questo senso, per la capacità cioè di esprimere una comprensione profonda dei luoghi attraverso una dinamica di avvicinamento e distanza, che gli scritti di Andrea Zanzotto sul paesaggio possono dirsi ‘ecologici’.

 

Come Rigoni Stern, anche Zanzotto ha un legame privilegiato con il paesaggio veneto e prealpino che fa da sfondo anche a molte sue poesie; come per Rigoni Stern, a rinsaldare quel legame intervengono la storia, la letteratura, l’arte. Tra gli scritti in cui la relazione tra natura e arte è sostanziale vi è Un paese nella visione di Cima, pubblicato nel ’62 in occasione di una mostra trevigiana su Cima da Conegliano. Nei dipinti di Cima, Zanzotto non cerca una via di fuga estetico-contemplativa, ma al contrario una conferma del proprio impegno verso la natura e soprattutto un rispecchiamento o applicazione di un incontro armonioso tra l’uomo e il suo paesaggio (un incontro che Zanzotto definisce con il neologismo ‘biologale’): «pur restando signore e punto di equilibrio, eccolo signoreggiato dal suo stesso regno, riequilibrato veramente per esso e in esso, in uno scambio senza fine di comunicazioni e di allusioni»19. La pittura di Cima, che ha per Zanzotto un valore esemplare paragonabile a quello che ha Jacopo da Ponte per Rigoni Stern, può divenire anche l’emblema di un’utopia necessaria: il buon governo che potrà interrompere – scriveva Zanzotto nel suo In margine a un vecchio articolo (2005) – la «marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie», che ha finito per alterare «la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi»20.

 

Per Zanzotto, come per Rigoni, il radicamento in una regione e in una natura particolari non giustifica né l’idillio né l’isolamento; al contrario, l’esperienza di un paesaggio determinato mette in grado di «spalancare gli occhi» sui fattori e le condizioni che lo regolano o lo stravolgono. La relazione ecologica tra quei fattori è un esercizio di lettura del mondo che anche noi possiamo cercare di compiere, attraverso le loro opere.

 

Note

 

1 Ed. Einaudi, Torino, p. V.

2 Andrea Zanzotto. Da quella neve lontana il fuoco di Rigoni Stern, «Nuova rivista europea», IV, 18, 1980, pp. 89-93.

3 Intervista di Paolo Tessadri e Mauro Neri (1991), in Mario Rigoni Stern, Il coraggio di dire no. Conversazioni e interviste 1963-2007, a cura di Giuseppe Mendicino, Einaudi, Torino, 2018, p. 186.

4 Ivi, p.175.

5 A cura di Anna Maria Cavallarin e Annalisa Scapin, Priuli &Verlucca, Scarmagno (Torino), 2018, pp. 15-26.

6 Ivi, pp. 15-16.

7 Rimando su questo al mio Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma, 2017.

8 Andrea Zanzotto, In questo progresso scorsoio, Garzanti, Milano, 2009.

9 Mario Rigoni Stern, Il coraggio di dire no, cit., p. 121.

10 Cito da Mario Rigoni Stern, Storie dall’Altipiano, a cura e con un saggio introduttivo di Eraldo Affinati, Mondadori «I Meridiani», 2003, p. 1532.

11 Ivi, p. 183.

12 Intervista a Erminio Ferrari, 2001, in Il coraggio di dire no, cit. p. 207.

13 Una visita all’alba, in Storie dall’Altipiano, cit., p. 1188.

14 Il coraggio di dire no, cit., p. 192.

15 Ivi, p. 186.

16 Conversazione con Attilio Motta (1980), ivi, p. 70.

17 Mario Rigoni Stern, Uomini, boschi e api (1980), Einaudi, Torino, 2014, pp. 108-109.

18 A cura di Matteo Giancotti, Bompiani, Milano, 2013.

19 Ivi, p. 40.

20 Ivi, p. 122.

3 thoughts on “Nel centenario di Mario Rigoni Stern e Andrea Zanzotto: letteratura e ecologia

  1. “Gli occhi del ragazzo sulla natura” dice il testo di Stern e ognuno di noi credo dovrebbe avere una posizione ecologista nei confronti della natura, però si approfondisca il significato etimologico e si comprenda quanto differente è il problema della natura rispetto a quello dell’economia. Si tende a confondere i piani e a proclamare una ideologia, fondata sulla produzione di benzina e sul fatto che l’inquinamento causato dalle emissioni possano giustificare (Paolo ci insegna che siamo giustificati a prescindere, nel tentativo di fare prevalere il ravvedimento in merito a peccati e quant’altro) posizioni radicali dalla portata mondiale, mentre quella stessa ideologia contrasta con la produzione di beni utili alla vita di ogni giorno; beni che usiamo quotidianamente e dei quali non possiamo fare a meno come l’automobile ad esempio. La differenza etimologica della quale parlavo si inserisce in quell’ideologia in maniera dirimente, cioè fondamentale per comprendere che non ha molto senso protestare per una cosa che deriva dall’ignoranza sull’argomento. argomento.

  2. Scrive in modo antico e fa sentire l’odore della neve.L’ho letto da giovane e riletto da anziana

  3. In tutto questo catastrofismo sul cambiamento climatico noto che l’uomo è sempre considerato come nemico della natura. Come se l’uomo non fosse esso stesso natura. Se noi ci comportiamo così è perchè la natura così ci ha fatti evolvere. Quindi il tutto ,cambiando,troverà un suo assestamento, come è sempre stato. E’ inutile aspettare l’apocalisse

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