di Angelo Ferracuti

 

[E’ appena uscito per Il Saggiatore Non ci resta che l’amore. Il romanzo di Mario Dondero, in cui Angelo Ferracuti racconta la vita del grande fotografo e la sua lunga amicizia con lui. Presentiamo il primo capitolo del libro].

 

Tutto cominciò una mattina in una libreria di Fermo, nel quartiere popolare di Campoleggio nell’autunno del 1999. Era una giornata molto umida, nebbiosa, forse anche noiosa, per come possono essere noiose e ripetitive certe volte quelle di provincia. Stavo ingannando il tempo spostandomi e guardando sugli scaffali quando Mario Dondero entrò, il berretto blu da marinaio in testa, la faccia simpatica, una borsa a tracolla, e cominciò a parlarmi con nonchalance, come sapeva fare lui, con tono caldo, cordiale. Elegante di modi e con un vestiario sempre fintamente dimesso, fatto di giacche felpate e cravatte bordò, camicie a righe e pullover avana, in realtà curatissimo e faulkneriano come certi aristocratici di campagna, arrivò anche quella mattina dalla sua casa di vicolo Lungo, dove di solito prendeva il largo per le sue ondivaghe destinazioni.

 

Sapevo naturalmente chi fosse, ma non avevo mai fatto nulla per conoscerlo, come invece molti altri, attratti dalla sua umanità e curiosi della fama di leggendario reporter, notabili e glorie artistiche della piccola città, fotoamatori, ma anche verduraie, autisti di autobus, giornalai. Desideravo che avvenisse in modo casuale, senza intenzioni particolari, certo che un giorno ci saremmo inevitabilmente incontrati. Quello che allora non potevo sapere è che avrebbe lasciato una traccia così profonda nella mia vita.

Mi diede appuntamento il pomeriggio per fotografarmi, quando insieme raggiungemmo in auto prima le campagne intorno a Lapedona, poi il paese di Altidona, proprio dove oggi è conservato l’imponente archivio con i suoi seicentomila scatti, tra bianco e nero e colore, memo- ria di una vita febbrilmente laboriosa e avventurosa, ma anche difficile nel dover sbarcare il lunario, e dove molte volte abbiamo mangiato alla trattoria Bar del Corso. Forse per essere all’altezza, probabilmente per ansia da prestazione, mi ero vestito elegante, cosa che non facevo quasi mai, con un completo di velluto nero, la cravatta anche quella scura, sopra una camicia a righine rosa.

 

La prima tappa fu su una strada brecciata che serpeggiava tra i campi e sconfinava verso un orizzonte che si apriva sull’Adriatico, lì scattò fulmineo le prime foto, mentre camminavo con leggerezza cercando di assumere un comportamento naturale, anche se, a dire il vero, mi sentivo molto ridicolo, sentimento che provo quando qualcuno vuole fotografarmi, un naturale senso d’inadeguatezza di fronte all’obiettivo che fa riemergere la mia antica timidezza.

Mentre viaggiavamo su quelle strade semideserte, dentro il paesaggio incantato e lirico della campagna fermana, all’improvviso mi chiese di imboccare un viottolo sterrato, non so da cosa fosse stato rapito, forse fu solo casuale, operazione che feci senza battere ciglio, finché non arrivammo dopo poche centinaia di metri davanti alla casa colonica di una famiglia di contadini lì dove finiva il sentiero. Spento il motore e usciti dall’automobile, il nostro mi presentò ai preoccupati proprietari come «il celebre scrittore», cosa di cui credo a quella gente importasse un fico secco, probabilmente nella loro scala di valori uno scrittore valeva ben poco, nel mio caso quasi zero, subito guardato da loro con molto sospetto e incredulità. Mario ci mise in fila uno vicino all’altro sull’aia, in ordine sparso, io vestito elegante, in mezzo a questi fittavoli che indossavano logori abiti da lavoro, pantaloni stropicciati, camicie coi colletti consumati, le scarpe sformate, i quali comunque non si scomposero, anzi, mentre lui scattava disinvolto, sorridevano divertiti stando al gioco e uno vicino all’altro in posa con dignità; poi ancora da solo, sotto un albero di cachi, tra le zolle, le scarpe infangate, dicendomi dove mi dovevo mettere e indicando con l’indice la posizione ideale come un vero maestro d’orchestra, e successivamente nel bar del paese lungo il corso, con gli avventori più strambi e diversi, persone che aveva reclutato poco prima senza che nessuno di loro opponesse la minima resistenza.

Non pensavo che un giorno le avrei viste stampate quelle fotografie di una stagione ormai lontana, che a guardarle adesso fanno un po’ tenerezza, e in una in particolare sono goffamente in piedi, la mano destra appoggiata alla cassetta rossa d’impostazione delle lettere, il volto serio, sfrenatamente schivo come ero allora, i capelli ancora nerissimi.

Dopo quell’esperienza, che poi vidi nel tempo ripetuta una quantità impressionante di volte con altri e in situazioni diverse, iniziammo a frequentarci. Fu tra di noi subito amicizia affettuosa, per me grandissima fascinazione, e da quel giorno Mario diventò il mio inconsapevole Maestro: senza una vera intenzione compì un deragliamento estetico, soprattutto esistenziale, e lo scrittore minimalista che ero stato fino ad allora, soprattutto di racconti, presto si trasformò in un osservatore militante sedotto dal racconto dal vero.

 

Così dopo l’uscita un paio d’anni dopo da Rizzoli di un mio romanzo, Un poco di buono, che collezionò una serie incredibile di stroncature, smisi di scrivere storie di finzione: nella società dello spettacolo la fiction era omologata allo stesso sistema, forse bisognava trovare altre strade per scrivere in una maniera diversa, meno codificata. Leggevo più saggi, inchieste e libri di storia, avevo l’impressione che mi dicessero più cose sul mondo, sulla società contemporanea, sull’esistenza. Mi sembravano libri più vitali, più colti, e potevo anche allontanarmi dalla dittatura del romanzo e di una editoria sempre più centrata sul prodotto, cioè libri normati, trame orchestrate, un tipo di pubblicazione fatta per il grande mercato globale, che si stava già affermando in quegli anni. Quelle stroncature, alcune delle quali feroci, in larga parte meritate, accelerarono forse il mio ripensamento, e poi avevo conosciuto Dondero, fu il suo modo rabdomantico di fare fotogiornalismo ad affascinarmi e spingermi verso la scelta del reportage narrativo. Da allora non ho scritto più una riga di narrativa d’invenzione e non ho smesso più di scrivere in questo modo un po’ ibrido, che sento davvero congeniale, il racconto contemporaneo che sfida la complessità. È una forma di scrittura molto duttile, dentro il suo sedimentato possono finirci materiali diversi che concorrono tutti insieme allo stesso racconto. Notazioni di viaggio, conoscenze storiche, geografiche, racconto in presa diretta, frammenti di un film, persino dei versi. Tutto il contrario della trama organizzata di un romanzo.

[Immagine: Foto di Mario Dondero].

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