di Vanni Santoni

 

Vorrei parlarvi di quando lessi la Divina Commedia. Farei miglior figura a dire “rilessi”, poiché, come insegna Calvino, dei classici bisogna sempre dire che li si sta rileggendo, e mai leggendo. Figurarsi allora quel pugno di opere che costituiscono la spina dorsale del cosiddetto “Canone”: tutti in rilettura. Peraltro potrei dire “riletto”, dato che l’avevo fatta a scuola, e il comparto umanistico, da quanto ricordo, era pure quello in cui me la cavavo meglio.

 

In tutto il resto, però, non ero un granché, e non lo affermo per captar la benevolenza di qualche studente in ascolto. Il punto a cui intendo arrivare è che i miei libri erano tenuti male: recavano in sé tutta l’insofferenza verso le cinque ore da sfangare, ed erano pertanto pieni di disegnini, ghirigori, orecchie e financo parti di pagina strappate per farne bigliettini o proiettili da sputazzare con la penna bic. Così, un bel giorno di una decina di anni fa, trovandomi inaspettatamente (almeno: inaspettatamente per il me stesso liceale) a svolgere la professione di scrittore, e gingillandomi da un po’, per via di un romanzo da scrivere che virava da quelle parti, con questioni di soteriologia orientale, pensai che sarebbe stato saggio approfondire quella occidentale, e magari rileggere proprio la Divina commedia. La pescai dalla libreria, ma quei volumi spaginati, dove porzioni intonse si alternavano ad altre sozze, stracciate, irte di faccine, loghi di gruppi metal, caricature di professori e schemi di partite a filetto, insomma segnate da tutta la non-voglia di studiare che si possa avere, lungi dal parlarmi di quella dantesca, mi parlavano della mia katabasi, negli abissi della più nera svogliatezza di liceale. C’era poi un’altra cosa che non potevo non notare: a canti pullulanti di scarabocchi, ve ne erano appunto altri intatti, segno che non erano stati inclusi a suo tempo nel programma. Se ne desumeva che la mia convinzione di “aver letto la Divina Commedia a scuola” era già in parte fallace.
Andai così in libreria per acquistare una nuova edizione: ne localizzai una bella grande, linda, luccicante e addirittura illustrata (Lorenzo Mattotti l’Inferno, un tal Milton Glaser, che nel frattempo ho scoperto essere il designer del logo “I ❤️ NY” – il Purgatorio, e Moebius il Paradiso). Tuttavia, come era normale vista la sua natura di edizione-strenna, gli apparati erano ridotti al minimo. I tre libri non avevano praticamente note, se non un paio a pagina, giusto per le parole del tutto inintelligibili o i riferimenti a personaggi poco conosciuti anche settecento anni fa. Niente a che vedere con l’edizione scolastica, in cui il comparto note occupava due terzi buoni della pagina, con soltanto un pugno di terzine sopra. Va detto, tuttavia, che quell’aspetto arioso, privo di spiegazioni, invogliava molto alla lettura – e così cominciai.

 

Mi fermai subito. Qualcosa, rispetto a quando ero uno studente piuttosto tardo, l’avevo imparata a suon di legger libri, e sapevo che la poesia era meglio affrontarla ad alta voce. Così ripresi dal primo verso e feci questo gesto desueto: mi misi a leggere la Divina Commedia ad alta voce. Capendoci poco, naturalmente; senza beccare i riferimenti a questo o quell’evento della Firenze (o della Siena, o della Mantova) di molti secoli prima, e tantomeno quelli alla cultura classica. Tuttavia, la sparse basi scolastiche e tutta quella competenza dantesca “di seconda mano” che avevo acquisito leggendo altri libri, mi bastavano per procedere senza troppi problemi, finché, andando avanti in quella recitazione fluviale, e dopo un po’ quasi subconscia, per quanto rumorosa e piena di accenti sballati, accadde qualcosa.

 

Mi ritrovai dentro agli eventi: non, quindi, nelle specifiche scene, ma nel loro flusso. Nelle scene specifiche c’ero già stato: tutti, financo chi la Divina Commedia non l’ha letta nemmeno a scuola, ci siamo trovati nella selva oscura, o davanti alle tre fiere, o al cospetto della doppia fiamma di Ulisse e Diomede, o ancora del Conte Ugolino che azzanna la testa dell’arcivescovo Ruggieri, tanto sono divenute immagini iconiche, inscritte a fuoco nell’inconscio collettivo. Quello che non sapevo – che non potevo sapere, sia perché non avevo ancora letto Lukács, sia perché a scuola non si fanno tutti i canti, e dovendo sceglierne solo alcuni ci si trova a far salti, perdendo ogni continuità –, e che adesso so, è che Dante era anche un grandissimo romanziere, maestro dei tempi della narrazione, con i vari canti che, lungi dall’essere semplici “moduli”, formano un flusso coerente, pieno di addentellati incrociati, in cui danzano armonicamente temi, motivi, immagini, vicende. L’epifania narratologica forse più clamorosa, nell’Inferno, mi giungeva ai canti XXI e XXII, quando anche i demoni minori guadagnano un nome – Alichino, Calcabrina, Graffiacane, Malacoda… – e si producono in una serie di sapide (e sadiche) scenette culminanti in una zuffa furibonda, regalando al lettore un momento comico ragguardevole, in piena continuità narrativa col resto e che per di più si estende su due canti.

 

La vera sorpresa sarebbe tuttavia arrivata più tardi, proprio quando, con qualche perplessità, mi avvicinavo al Purgatorio – nella vulgata veniva considerato la parte meno interessante, ed era noto il commento di un qualche utente Amazon, fotografato e divenuto virale, che lo liquidava con due stelline e il commento “Parte di collegamento.” – di cui davvero non ricordavo niente (che a scuola lo avessimo saltato del tutto per volare ai più arditi ultimi canti del Paradiso? Non era un’ipotesi implausibile).
Dato che leggere la Divina Commedia ad alta voce e tutta di fila è un’impresa anche fisica, per come siamo disabituati a leggere ad alta voce alcunché (sì, so cosa stanno pensando alcuni di voi: Tutta a memoria, ve la dovevano far imparare, come alla buonanima di nonno, anche se poi magari si scopre che la buonanima, a memoria, sapeva solo tre canzoni di Modugno), tale coinvolgimento fisico si aggiungeva all’immersività narrativa, e così al Purgatorio ci arrivavo davvero come Dante: stanco, anzi spossato, sgraffiato sulle ginocchia e sulle mani, con le vesciche ai piedi, lurido di morchia e fumi e sangue, sconvolto per le violenze viste e avvilito per le tragedie ascoltate, la testa ancora abitata dalle voci ora irate, ora lamentose, ora tracotanti, di moltitudini di dannati, e le mani ancora olenti del puzzo del bisunto e atro vello di Satana – ma anche esaltato per il privilegio concessomi dall’intercessione beatriciana, per le mirabilie viste e la grandiosità dei terrifici scenarî, e col cuore in gola per il mero fatto che quella che si poteva valutare come la parte più pericolosa del viaggio si avviava a fausto compimento.
Così eccomi alla base del monte già scorto da Ulisse – e con qualche speranza in più di poterlo raccontare, dato che non arrivavo per mare. Bene, ciò di cui ho memoria, ciò che ricordo del momento in cui, assieme a Dante e Virgilio o forse addirittura senza di loro, sono spuntato di là, non è una memoria di lettura. Erano dimenticati il libro appena poggiato dell’Inferno e quello da poco preso in mano del Purgatorio, le note e le illustrazioni. Scomparse le memorie scolastiche o le valutazioni storico-letterarie su chi potesse esser questo o quel personaggio. C’entrava forse il fatto che, trentatré canti e nove gironi d’Inferno dopo, mi ero abituato alla lingua, al ritmo, persino al campo di riferimenti impliciti di Dante, e non avevo più la sensazione di non capire: magari non coglievo il rimando specifico, ma era tutto chiaro, come è comunque chiaro un panorama alieno a chi lo stia fattualmente attraversando per andare da un punto all’altro. E quel panorama alieno stava cambiando. Stava decisamente cambiando.

 

Vado a memoria, perché appunto non lessi il primo canto del Purgatorio: lo esperii, e oggi vive nei miei ricordi come e più di tante vicende reali; si radicò nella mia coscienza in un modo che è proprio di certi rari sogni, o delle visioni enteogene: in un modo che, per il carico estetico, quando non addirittura spirituale o mistico, dell’evento di per sé astratto e fantasmatico, esso si coagula poi nel museo del ricordo come ineffabilmente più vero del vero.
Così spuntai dall’altro lato del mondo. Era l’alba. Lo capii dalla qualità zaffirina, da volta giottesca, di quel crepuscolo; dalla sua luce, sebbene le stelle fossero poche: si distingueva Venere, in fondo, e quattro stelle particolarmente luminose sulla volta, che valutai formassero la Croce del Sud: del resto in Australia non c’ero mai stato e tutto quello che sapevo di costellazioni lo avevo imparato guardando Ken il guerriero. Orsa maggiore, Hokuto; Croce del Sud, Nanto. Più in là non andavo, ma studiando meglio il loro brillare, che si manifestava quasi come un fiaccolío, mi si suggerì la possibilità che fossero astri d’altro ordine, stelle coerenti sul piano simbolico, prima ancora che su quello astronomico.
Ecco, già mi sarei accontentato: già – ho menzionato il clima mite, la brezza gentile, l’aria dolce e pulita? – avevo l’impressione di poter, come dire, restare lì. Era l’inizio di un percorso, lo sapevo, questo suggerivano i numeri e i segni, eppure era anche già una conclusione: un approdo.

 

Considerai anche la possibilità di essere morto: non è quello, in fondo, l’unico vero approdo? Certo, c’è anche l’altro approdo, quello che a Oriente chiamano liberazione, nirvana, nirvikalpa samadhi, moksha. “Salvezza”, potremmo dire, per riavvicinarci all’immaginario dantesco. Ma non è forse peccato di superbia pensare di averne, non dico il diritto, ma anche solo la possibilità?
Fatto sta che dopo tanto penare, ritrovarmi in quella vasta e quieta plaga mi pareva già un bel risultato. Inoltre c’era qualcosa nell’aria: non solo iodio, frescura e lo sciabordio mite delle onde, ma anche una tensione positiva, creativa, fattiva. Qualcuno dall’indole più poetica della mia, o che avesse effettuato una lettura meno coinvolta e più analitica di Purgatorio I, avrebbe potuto definirla una benedizione delle Muse.

 

È vero che ci fu anche l’incontro con un vecchio dall’aria assai sensata, in guisa di guardiano della soglia (e se c’è una soglia, non è forse previsto un attraversamento?); è vero che, a ricordar meglio, quell’incontro ebbe il carattere d’una trattativa o quantomeno d’una richiesta di giustificazioni circa il mio esser lì (ed era vero pure che, pieno di fuliggine com’ero, potevo sembrare io stesso un diavolaccio spuntato da quel malavello là sotto, o un dannato che avesse realizzato il sogno costante e proibito di tutti loro, quello di sfuggire al carcere più estremo, ma solo per essere riacchiappato lì da Catone l’Uticense – ecco come si chiamava quel veglio…), ma di tutto questo ricordo poco, nella mia memoria non è che una transizione: ero già più sotto, nei pressi del bagnasciuga, il mare che scintillava alla distanza per l’alba ormai in atto, e i giunchi, a portata delle mie mani, che danzavano lievi in quella brezza corroborante… Tanto pura e abbondante era la rugiada della notte sull’erbetta ancora in ombra, che ti potevi lavar la faccia dopo averci passato le mani, e così feci…

 

Mi sa che andò così, se vi fidate della mia memoria, che sappiamo esser parziale (pensate che credevo di aver letto tutta la Divina Commedia già a scuola), e del resto eccomi qui, tra gli umani, col grugno non dico pulito quanto allora, dopo il tocco di quell’acquetta pristina, ma insomma… Va da sé che continuai la lettura, attività del resto adatta a chi è rimasto tra gli uomini, perfetta per un Purgatorio (se ti ficcano nel ghiacchio o in una tomba infuocata è difficile concentrarsi, ma è altrettanto impossibile leggere se si è traversati costantemente dall’ardore della grazia mentre si contempla l’ineffabilità di Dio), e quando la ultimai, passando appunto dai più elevati cieli, fui soddisfatto – se non altro perché, se avessi letto tutta la Divina Commedia di nuovo, avrei potuto davvero dire in società di averla riletta.

 

Un tarlo però mi rodeva. E il tarlo, che di notte in notte scavava mentre mi dedicavo ad altre letture, per lo più metafisiche e soteriologiche, come se la lettura della Commedia non avesse placato ma alimentato le curiosità che mi avevano condotto da lei, era proprio quell’approdo. L’impressione che mi aveva destato. Così come mi aveva impressionato più delle fantasmagorie infernali, dei demoni giganteschi, delle mura oscure e dei fiumi di sangue, più dei supplizî e del fuoco e delle testimonianze strazianti dei dannati, di quelle vicende in cui scorreva il nervo sensibile della storia, la verità è che anche la mia recente ascesa attraverso le nove lucenti sfere celestiali mi aveva colpito meno di quel lido.
Davvero si può preferire una spiaggia deserta alla Candida Rosa? Oh, neanche quando ci si è messa direttamente la Madonna (solo in virtù di un’inattesa intercessione di San Bernardo: non voglio millantare entrature così elevate), le cose sono cambiate. Non che la mia lettura si fosse fatta meno coinvolta: in quegli anni in cui stavo diventando uno scrittore ero facile all’esaltazione, e col Paradiso ebbi addirittura un raptus mistico, propulso da visioni arditissime, e in quel turbinío di grazia e candidi frattali e volti di santi con la barba bifida e capi di putto a sei ali e fiaccole di luce alabastrina e nimbi rutilanti e formelle ognuna con vivide, mobili e in ultimo vere scene della vita mia e di chiunque mai fosse esistito, esista ed esisterà, e del Cristo medesimo, dalle cui ferite gocciava un sangue esso pure di luce, e ogni goccia conteneva a sua volta miliardi di paradisi, ciascuno abitato da miliardi di santi, oh, che vi devo dire: neppure allora le cose cambiarono, perché se è vero che in fondo a quel vortice di formelle palpitanti se ne coagulò una, incorniciata di fuoco bianco e vivida in mezzo di colori come vetro appena raffreddato, come vetro versicolore di cattedrale, e mi trapassò le retine come un bacino rovente, come il ferro che accecò Pier delle Vigne, e allo stesso tempo mi empì il cuore di amor purissimo, di significato e di grazia, be’, la scena che si muoveva in quella formella benedetta e ultimativa era quella di qualcuno che era appena spuntato in una spiaggia, di me che spuntavo in quella spiaggia e lì tiravo il fiato e mi mondavo: anche al culmine dell’ontofania era di nuovo Purgatorio I che veniva a qualificarsi come polla finale di senso.

 

Quando mi risvegliai da quella visione, ritrovandomi di nuovo… Dove? Tirate pure a indovinare, è facile adesso: sì, proprio lì, sulla mia spiaggetta… Quando mi risvegliai, ebbi di che riflettere. Cosa diceva su di me, sul mondo che abitavo e di cui avevo coscienza, questo posizionamento di Purgatorio I come approdo definitivo? Troppo facile cavarsela dicendosi umili, tanto più che è il più elementare dei peccati di superbia. Sbagliato, credo, anche dirmi che forse è perché ho bisogno io di un approdo, e non tanto perché mi sento in fin dei conti ben posizionato nella mia realtà (potrei infatti pensarlo ma non esserlo, o peccare di nuovo di superbia, o essere anche solo ingenuo, o ancora tardo), quanto perché, di fronte alle verità davvero profonde, quelle che afferiscono in ultimo alle categorie dello spirito, è buona regola sfuggire anzitutto all’usato paradigma psicanalitico che tanto condiziona la nostra quotidianità – se non addirittura al Default Mode Network con cui il nostro cervello accelera e coagula a scopo pratico la definizione stessa del mondo che vediamo e pensiamo.

 

Usciamo allora dall’individuale e torniamo al collettivo, ovvero, prima che alla coscienza universale, allo storico, al sociale. Siamo lettori della Divina Commedia che si sono formati nel Novecento e sono posizionati adesso oltre il Novecento, secolo segnato da fortissima tensione apocalittica. Più simile all’imminenza dell’anno mille, sotto quest’ottica, di quanto non lo fosse il Trecento in cui scriveva Dante. Dopo gli ottimismi ottocenteschi, finita l’epoca in cui si riteneva (a buon diritto, visti i passi avanti) che scienza e tecnica avrebbero liberato l’uomo dal lavoro e dal dolore (non incidentalmente le condanne affibbiate a Eva e Adamo proprio lì, in cima alla montagna del Purgatorio), sappiamo come due guerre mondiali, i campi di sterminio e la bomba atomica abbiano alimentato le fantasie apocalittiche, con l’orologio dell’Armageddon che da tempo balla tra i dieci e i cinque minuti alla mezzanotte. Non c’è bisogno di scomodare Kojève o Fukuyama (o Guénon): Siamo alla fine del XX secolo. Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche. Sulla faccia della terra, gli oceani erano scomparsi, e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti. Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta… Queste le parole con cui ha fatto merenda ogni giorno – ed entusiasticamente – ogni fanciullo nato tra metà anni ’70 e metà anni ’80. Pane, Nutella e Ken il guerriero, molto tempo prima di scoprire anche solo Huxley, Ballard o Il dottor Stranamore. Poi gli ultimi sprazzi di benessere vero, gli edonistici anni ’80 del riflusso, gl’in fin dei conti libertari anni ’90, e poi… E poi ci abbiamo sbattuto tutti la faccia. Qualcuno, in una veridica performance d’avanguardia, la faccia la sbatté direttamente sul selciato di Genova nel 2001, magari con un anfibio sul collo a tenerla ben aderente al misto pietrisco-sangue-denti.

 

Consegue da ciò che sia per un verso naturale che i primi vent’anni del nuovo millennio abbiano visto lacerarsi il bubbone creato dall’incrocio di così tante tensioni e gonfiato da un’apocalisse attesa ma poi sempre rimandata, facendoci ritrovare mezzi a mollo nel suo pus, ancora vivi e coscienti e tuttavia senza apocalisse né orizzonti plausibili, bloccati nel paese guasto (più che “landa desolata”: question di traduzione) di Eliot.
Come affermava il filosofo inglese Mark Fisher (sì, le letture continuavano su quel filone), ricordato dal collega Adriano Ercolani nell’ambito di una riflessione sul Kali Yuga (per i Veda, l’Epoca del Disordine, che staremmo vivendo, e che alcuni come Guénon volevano leggere proprio in chiave escatologica fissandone la fine al 2025, sebbene secondo la cosmologia vedica sia destinata a finire nel 428’899), “ciò che dovrebbe ossessionarci non è il ‘non più’ della socialdemocrazia reale, ma il ‘non ancora’ dei vari futuri che il modernismo popolare ci ha preparato ad attendere e che non si è mai materializzato.” Eccoci qua, bloccati in uno stato intermedio, per dirla con quell’ideale contraltare buddista della Commedia che è il Libro tibetano dei morti. Non sprofondati nei crepacci infuocati dell’Armageddon, ma neanche elevati a homines novi, e per di più senza indicazioni sulla direzione da prendere: niente idoli o feticci, niente Dio, niente religione, niente ideologie, niente di niente, per dirla con Artaud, che la sua “verità su tutto” la trovò addirittura scegliendo di restare dannato. Limbo o Purgatorio? Non è un caso che anche il primo cerchio che l’abisso cigne venga evocato, attraverso la menzione di Marzia, la moglie di Catone lì confinata, anche in Purgatorio I. Ma scegliere il Limbo equivarrebbe ad ammettere di non avere speranze – è pur sempre un girone dell’Inferno, per quanto benedetto da un clima migliore e da una compagnia che batte anche diversi cieli del Paradiso; così, Purgatorio. E sempre Ercolani ben localizza in Eliot la possibile guida letteraria – il nuovo Virgilio! – per uscirne. Nel contestualizzare la situazione, con i versi di The Hollow Men – “Così il mondo finisce / Così il mondo finisce / Così il mondo finisce / Non con uno schianto ma con un lamento”; nel definire una prima risposta, col verso della Terra desolata che spiega la sua scelta di comporre un’opera da pezzetti di altre, non ultime quelle dantesche: “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”; infine, suggerendo una soluzione, con l’uscita a Oriente proposta a conclusione proprio del suo poema più famoso: “Om Shanti Shanti Shanti”.

 

Ecco che si apre una possibilità adatta a noi moderni (anzi, peggio: postmoderni! Oh, triste condizione…): non più o non tanto la salvezza cristiana, l’espiazione lunga e progressiva fatta di suppliche, massi da spingere e cartellini da timbrare e lente trasfigurazioni da costruire a piccoli passi e ammissioni di colpa e prese di coscienza di fronte a un Dio giudice, meno lontano di quanto si vorrebbe dall’Anubi con la bilancia pesa-cuori, ma quella tantrica e vedica, ancor prima che buddista e zen, in via di sempre maggiore affermazione oggi – tra noi post-moderni, almeno – non per mode orientaliste, quanto per una maggior affinità con la nostra condizione spaesata, spatriata, sola, che ha dalla sua giusto l’arma spuntata dell’ironia. Quella salvezza che o è, o non è, e in cui pure il Dio o è o non è (in te, anzi direttamente te). Fulmine noetico, za-zen, risveglio improvviso nella non-dualità. Un risveglio che si fonda su un paradosso: se la domanda è come ottenerlo, che la ponga Arjuna a Krisna di fronte alle schiere pronte alla battaglia nella Bhagavad-Gita o il pellegrino fricchettone al maestro di turno (che può essere un ciarlatano come un illuminato: poco importa, viste le modalità di trasmissione e percolazione della saggezza indiana), be’ la risposta è che per ottenerlo è necessario riconoscere di esser già svegli. Non tornare a casa, ma rendersi conto di esserci già. Essere, più che vivere, il momento, e così realizzare l’unità tra l’anima individuale e l’anima universale. Be here now. Prendere atto che l’approdo tanto cercato è quello in cui già siamo. E qual luogo si presta più a simboleggiare quel momento di una spiaggia tranquilla, a cui si giunge da una natural burella? Dateci solo un po’ di tempo: ci rivedremo in Paradiso XXXIII, oppure oltre di esso. Dove? Qui, di nuovo qui – a casa.

 

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[Questo testo è contenuto nel volume Se tu segui tua stella, non puoi fallire, edito da Rizzoli, che ringraziamo per la gentile concessione; le illustrazioni di Lorenzo Mattotti, Milton Glaser e Mœbius sono tratte dalla Divina Commedia BUR]

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