di Matteo Santarelli (La ragione di stato)

 

[Esce oggi il nuovo disco di Vasco Rossi, Siamo qui].

 

Come smettere di odiare Vasco

 

Come noto, i gusti musicali sono influenzati da un ampio numero di fattori non riconducibili all’estetica.

Tra questi fattori annoveriamo:

il caso – quella volta in cui ho avuto un incidente in macchina con la mia famiglia, la radio suonava Raf, e quindi adesso non loro reggo;

la biografia – mia nonna cantava in continuazione “Fratello sole, sorella luna”, quindi non troverò mai il coraggio di dire che la musica del brano in questione è melliflua e scarsamente eccitante;

il contesto sociale e storico in cui siamo cresciuti – in alcuni ambienti, se ascoltavi un certo tipo di musica eri immediatamente percepito come un sostenitore di Forza Nuova, e questo non è esattamente un incentivo ad approfondire la tua conoscenza di tale tipo di musica.

 

Nel caso del mio rapporto con la musica di Vasco Rossi, l’ultimo fattore ha svolto un ruolo decisivo. Ma credo che non valga solo per me. Mi è capitato spesso di parlare con persone cresciute musicalmente con l’odio verso Vasco, che poi col passare degli anni hanno finito per rivalutarne la figura.

Ma quale è dunque l’origine di tale disprezzo? E in che modo un giudizio tanto negativo si è spesso rovesciato in un giudizio neutrale, o persino positivo? In che modo è avvenuta questa trasvalutazione del valore di Vasco Rossi?

 

Genealogia dell’odio verso Vasco

 

Per buona parte dei primi esponenti della generazione Y (i nati tra inizio anni ’80 e metà anni ’90), Vasco è stato quello di Rewind.

Ricostruiamo la situazione storico-sociale. Motorini stamponati. Dileggio verso scooter poco aggressivi, tipo: Scarabeo, o Liberty. Prepotenze nei pressi dei distributori automatici di merendine. Berlusconi nella sua versione più edonistica e aggressiva.

In breve, un mondo che agli occhi di un teenager dell’epoca pareva dominato in lungo e in largo dai tamarri: dai loro modi prepotenti, dal loro successo sociale apparentemente incontrastato, dal loro successo nella lotta per la competizione sessuale stile Houellebecq, dalla loro capacità di disinteressarsi del sistema di remunerazione dei voti scolastici.

 

Dal punto di vista di numerosi adolescenti “sfigati” e appassionati di musica dell’epoca – il termine nerd non era ancora di uso comune – il potere era saldamente in mano ai tamarri. Gli occhiali semi trasparenti della Diesel erano lo scettro dei dominatori. Rewind  era la colonna sonora delle loro gesta, un compendio della loro ideologia, una sinossi delle parole e delle immagini con cui questo potere si giustificava, si perpetrava e si diffondeva nelle aule parlamentari, nelle tribune politiche di Mediaset, negli autoscontri.

A questo punto della discussione, può far comodo un breve riassunto della trama di Rewind.  Nell’attaccare la prima strofa, il protagonista si sente tenuto a mettere in chiaro che da bravo maschio è interessato a varie donne allo stesso tempo – “le altre le vedo, le altre sì che le vedo”. Tuttavia, il nostro concede che nella sua scala di preferenze, lei ha un posto prominente, perché lui la “sente dentro come un pugno”.

 

L’inquietante video di Rewind inizia con la modella Marjo Berasategui che saltella e canta male la suddetta canzone.

 

Da qui la faccenda diventa rilevante a livello di teoria psicoanalitica. Il nostro eroe “vorrebbe morire” ogni volta che vede tale donna ballare. Vorrebbe possederla sul divano, e inoltre ripetere l’evento attraverso il rewind. Vista la velocità imposta dalla sua partner, che va va veloce come il vento, il protagonista rischia infatti di perdersi le espressioni di godimento sul suo volto. Al fine di poter gustare appieno lo spettacolo, risulta dunque necessario rivedere l’azione di gioco con lo scorrimento lento. Godimento, pulsione di morte, coazione a ripetere, e un immaginario ingombrante che colonizza il desiderio: c’è davvero abbastanza per un tipico seminario su Jacques Lacan.

 

Una versione del video di Rewind in cui appare solamente la modella Marjo Berasategui che saltella e canta male la suddetta canzone.

 

Ma all’epoca, non c’era spazio per tali sottigliezze teoriche. I tamarri dominavano il mondo, almeno il nostro mondo, e vi era necessità di agire. Poiché i sottomessi non avevano la forza di combattere i nemici sul loro campo, l’unica mossa possibile era negare il valore della forma di vita dell’avversario, e della sua ideologia: Rewind fa schifo, chi la ascolta è un tamarro, è berlusconiano, odia la musica. Ma come insegna Nietzsche, per fare una guerra culturale contro i dominanti non basta svalutarne i valori. Servono anche dei valori opposti, che esaltino la magra e triste vita dei dominati. E fortunatamente, ammantati da una sorta di necessità storica e ideologica, arrivarono i Radiohead.

Come Rewind inneggiava alla rozza e ripetitiva vitalità, così Creep e No surprises suggerivano una cerebrale intellettuale cautela verso la vita, la forza, e l’energia. Con il suo fare e le sue forme slavate, Thom Yorke era il sacerdote che guidava i deboli, gli sfigati e i non dotati di motorini violenti stamponati nella loro crociata contro l’ideologia tamarra, e in una idealizzazione morale, estetica e politica della propria vita di sconfitte e debolezza.

 

Storia e coscienza di Vasco

 

Ma il mondo di oggi è molto lontano da quello di Rewind . Dopo anni di dominio incontrastato, i tamarri vivono oggi una forte crisi, e rischiano persino di essere oggetto di discriminazione – si veda l’eccellente monografia di Daniele Manusia su Ibrahimovic su questo punto. Nelle loro notti insonni vegliate all’ombra del rancore, molti fan dei Radiohead hanno invece raccolto sufficiente capitale economico e culturale per scalare i vertici delle gerarchie sociali. Ora li vediamo su Facebook, mentre sbeffeggiano l’ignoranza dei loro ex-compagni di classe tamarri, proponendo talvolta di escluderli dal diritto di voto. Direbbe Nietzsche: la rivolta dei sottomessi nella morale si è compiuta. La dolce vendetta contro i tamarri si compie al ritmo di libri sventolati in faccia, di sottolineature di errori grammaticali, di post indignati in cui si va a capo dopo ogni frase. E come ciliegina sulla torta di tale rovesciamento dei rapporti di forza, arriva nel 2009 Ad ogni costo, la poco convinta cover di Creep dei Radiohead da parte di Vasco.

 

Dieci anni dopo, ai balli un po’ sguaiati si sostituisce una danzatrice professionista

 

Ma i cambiamenti storici e il riassetto dei rapporti di potere portano con sé delle nuove possibilità. Annoiati tanto dal sadico e stucchevole protrarsi della War on tamarri, quanto dalla ripetitività delle nenie di Thom Yorke, in molti hanno scoperto che Vasco Rossi ha inciso anche altri dischi. Pur mantenendo generalmente un sano giudizio negativo nei confronti di Rewind e del suo immaginario berlusco-lacaniano, gli ex haters hanno scoperto lentamente che Vasco ha composto e interpretato numerose belle canzoni, in alcuni casi decisamente superiori ai brani indie che di solito vengono proposti al ceto medio riflessivo semi-giovane che però rimane un po’ rock. Assistiamo così a varie forme di rivalutazione di Vasco, sia a livello storico che a livello estetico:

 

1) Vasco era un poeta e noi non l’abbiamo capito. Come sempre nel caso dei neofiti, i nuovi entusiasti di Vasco cercano di gestire il loro senso di colpa per la tarda scoperta a colpi di esaltazione, negando gli errori storici compiuti dal rocker di Zocca. Nelle forme più pericolose di tale negazionismo, si arriva persino a occultare l’esistenza di crimini come il testo di Quanti anni hai – il ritornello, piuttosto che la strofa.

 

2) Esiste un Vasco buono e un Vasco cattivo. Per molti ascoltatori, si pone un problema di identità sociale piuttosto serio: come giustificare la propria recente passione per Vasco, senza essere confusi con i fan di Vasco? Come rimanere indie anche quando si ascolta compiaciuti Bollicine, Vita spericolata, C’è chi dice no, e altri brani che hanno il grosso difetto di essere famose?

La soluzione è presto servita: dividere con l’accetta un Vasco buono da quello cattivo. Si può adottare una cesura cronologica – “Vasco va bene fino agli anni ’80” –, una cesura stilistica – “a me piacciono solo le canzoni ROCK” –, oppure una distinzione morale – “Generale” sì perché è contro la guerra, e inoltre non è la sua, “Colpa d’Alfredo” no, perché solo la prima riga sono già dieci anni di galera. Per chi prova con particolare forza l’esigenza di distinguersi dal mainstream, la formula che ci sentiamo di consigliare è: “a me piace Vasco quando ancora non era famoso, cioè quando era INDIE”. Fidatevi, funziona sempre.

 

3) Vasco è diventato progressista col tempo, quindi lo perdoniamo per i suoi peccati di gioventù. Chiunque segua Vasco sui social e legga le sue interviste, sa bene che ormai il ribelle selvaggio indossa i panni del saggio padre della patria progressista. Questo causa qualche mal di pancia ai vaschiani libertari di destra, che vedevano nel loro leader un baluardo al dilagare del politically correct e al buonismo, dove in questo caso buonismo significa essenzialmente: rispetto dei diritti umani.

Allo stesso tempo, questa svolta moderata manda in visibilio i progressisti liberal, che nell’incivilimento di Vasco vedono l’equivalente in parallelo dell’istituzionalizzazione di Berlusconi. Ciò porta alla riscoperta del Vasco progressista di Sally – il cui bollino di qualità “ULIVO CENTROSINISTRA APPROVED” è rappresentato dall’interpretazione di Fiorella Mannoia –, all’occultamento di quei brani un pizzico al limite della legalità – vedi Gabri  – e a una reinterpretazione moderata dei pezzi più ambigui – “T’immagini non parla di droga. Quando dice: “T’immagini la faccia che farebbero se da domani davvero, davvero tutti quanti smettessimo”, in realtà sta parlando di gente che smette di votare alle primarie per lanciare un segnale alla dirigenza del PD”.

 

Dal profondo degli anni ’80 italiani, T’immagini.

 

Il Vasco che vorrei

 

Pensare di separare i gusti musicali dalla storia, gli interessi, la traiettoria sociale dell’ascoltatore è sicuramente un’impresa fallimentare. Eppure, da ascoltatori possiamo attenerci a un paio di piccole massime prudenziali:

Prima massima: convivere con il fatto che un cantante può aver fatto dei brani terrificanti, e dei brani eccezionali.

Seconda massima: distinguere se possibile il nostro rapporto con un artista, da quello che pensiamo/proviamo nei confronti dei suoi fan – sia di positivo, che di negativo.

 

Terza massima: non rinunciare a un certo grado di spontaneità nell’esperienza di fruizione di una canzone.

Nel tentativo di ottemperare a tali massime, condivido qualche idea sparsa su Vasco.

È possibile smettere di odiare Vasco. Lo hanno fatto in molti, è un trend in crescita, non dobbiamo più stupirci. Per certi versi, è la storia contemporanea che per certi versi ci spinge in tale direzione. Quando apri il giornale e leggi che i Maneskin “hanno portato il rock nella musica mainstream italiana”, è cosa buona e giusta rifugiarsi in un ascolto ripetuto del live “Va bene va bene così”. Con particolare attenzione verso: “Fegato spappolato”.

 

Una grande versione live di “Fegato spappolato”

 

Vasco ha scritto dei pezzi molto belli, dei pezzi molto malati (in senso positivo), dei pezzi leggiadri. Tra i pezzi molto belli, spicca “Va bene va bene così”. Tra i pezzi malatissimi, menzione d’onore per le atmosfere dark di “Vivere una favola” e “Sono ancora in coma”. Tra i pezzi leggiadri, come non menzionare “Splendida giornata”.

 

Una versione dei primi anni ’80 di “Splendida giornata”. Attenzione: include numerosi assoli violenti di Maurizio Solieri. 

 

Vasco non dice le cose bene come De André etc., ma in certi casi le dice meglio. Certo, Vasco è imparagonabile per raffinatezza ai cantautori italiani più sottili. Però a volte nel suo procedere vago, un po’ ripetitivo, un pizzico incespicato, arriva al punto in modo più efficace. Un piccolo esempio: ieri guardavo una raccolta di foto di Dagospia, il cui oggetto era un party romano di personaggi influenti bipartisan. La visione di queste foto e dei loro protagonisti, apparentemente nemici in guerre di civiltà urgenti e irrisolvibili, ha provocato in me un sentimento un po’ primitivo di dispiacere e sottile disgusto. Un sentimento che trova espressione più efficace in … Stupendo piuttosto che nelle sottili analisi del potere contenute in Storia di un impiegato.

 

Se suonate la chitarra e vi annoiate, qui il pirotecnico Andrea Braido vi spiega come si suona l’assolo di …Stupendo, da lui stesso eseguito nella versione in studio.

 

Infine, una precisazione. La storia raccontata è dichiaratamente parziale, particolare, per certi versi faziosa. C’è gente che ha odiato o amato Vasco per motivi diversi, in situazioni diverse, da punti di vista diversi. Quello che si voleva raccontare, è solamente un modo in cui è possibile smettere di odiare e cominciare ad ascoltare Vasco. Il tutto ciò, senza rinunciare a un profondo senso di malumore e disagio ogniqualvolta qualcuno o qualcosa riproduce le problematiche note e le inquietanti parole di Rewind. Almeno nel mio caso.

 

Per grinta, abbigliamento e intenzione, uno dei miei live preferiti di Vasco Rossi.

6 thoughts on “Come ho smesso di odiare Vasco

  1. Buongiorno,

    leggo quasi ogni giorno i vostri articoli e, sinceramente, non capisco bene il senso di queste riflessioni su Vasco.
    In effetti, mi pare che siano davvero troppo parziali e faziose per poter suscitare interesse nel lettore, a meno che il lettore sia più interessato a conoscere l’autore dell’articolo che non a conoscere qualcosa di Vasco, della sua ricezione e, in generale, del ruolo sociale della musica.
    Mi chiedo, inoltre, quanto sia necessario un invito a riascoltare Vasco, a evitare condanne.
    Voleva essere una riflessione politica che usava Vasco come “pretesto”, nel senso migliore del termine?
    Grazie.

  2. Che si citino nel pezzo dei vecchi brani di Vasco non è un caso. E’ almeno negli ultimi 2-3 album che Vasco mostra di aver perso l’ispirazione migliore, realizzando solo due-tre belle canzoni (nessun capolavoro) per ogni album e risulta più interessante ciò che dice nelle interviste che nei suoi testi, pieni di ritornelli e arrangiamenti ripetitivi e prevedibili.
    Da fan della prima ora, dico che forse i social e la voglia compulsiva di mega-concerti concerti hanno eroso la sua verve creativa.

  3. Citando uno dei precedenti commenti, di arrangiamenti ripetitivi e prevedibili ne faccio sinceramente a meno. C’è tanto nel panorama musicale italiano, anche e soprattutto di quegli stessi anni, dieci spanne più in alto in termini di testimonianza del proprio tempo, di una o più generazioni, attraverso non per forza un sempre costante studio armonico. Ci sono grandi pezzi che sono – anche – musicalmente banali. Ma fanno a meno di avere come autore qualcuno che ha una spocchia snob da vendere, che non trasmette nulla nemmeno come individuo e come tematiche trattate, e che volutamente ha alzato le folle di amarri perché per vendere si fa leva sui target. É famoso e mainstream per questi motivi. E ora basta, ne faccio definitivamente a meno senza stare a doverlo “salvare” dalla roba che ha fatto. Pure i suoi pezzi migliori (ma davvero vi piacciono?).

    Articolo che non ha senso, mi spiace per la vostra linea editoriale.

  4. Molto molto interessante questa analisi “sociale”di Vasco. Ho visto ripercorre le mie stesse fasi nel tempo : detestato negli anni ’80 , ma non ho potuto fare a meno di amare alcuni brani, sorprendentemente rivalutato a mia stessa insaputa negli anni successivi, direi meglio decenni successivi.
    Quel che non si dovrebbe dimenticare è che si tratta di un artista pop, quindi ogni canzone può suscitare in ciascuno emozioni e ricordi diversi con intensità diverse a seconda del tempo trascorso.

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