di Anna Maria Carpi

 

[Questo racconto è inedito].

 

A letto. “St…stiamo a…ancora un…po’ qui?”, mormora lui con la faccia nel cuscino. “Che ora è?” fa lei, “Aspetta, accendo…Oddio, già le nove!”. Al di là degli scuri accostati è già chiaro, è vita, è giorno, si sente il traffico.

Via le coperte, giù dal letto, lui di là, lei di qua, e il letto resta grandiosamente spalancato. Lui, in mutande e canottiera perché detesta i pigiami, va in cucina a bere il primo bicchier d’acqua – oggi dicono che bisogna bere, bere, acqua s’intende – e lei va in vestaglia a vedere se c’è qualcosa per lei sull’email. No, niente. “Cafferino?” chiede lui dalla cucina. Lei non risponde. Ovvio, come sempre. “Perché non ri…sp…ondi?” Ovvio, come sempre, cafferino e crostino con la marmellata.

 

Poi lui si veste e le chiede di verificare se ha messo dritto il cappuccio della felpa che gli ricade sulle spalle. Dopo un’altra sosta in bagno uscirà a prendere i giornali – gli fa solo bene, no? E lei? Aspetta che lui torni coi giornali. Adesso lui prende Repubblica e Domani, e Repubblica del venerdì ha perlomeno il supplemento, ma dov’è la differenza coi miserabili telegiornali? Menomale che la domenica c’è anche Il Sole.

Lui non ha problemi di salute, solo un po’ di disartrìa – così si chiama quel suo spezzare le parole, intermittente per fortuna, mentre a lei non fa che dire “tu ne hai sempre una”. Il guaio di lei da ultimo è un po’ peggiorato, gran fatica a camminare. Però la mente è lucida e quanto alla memoria, si sa, come in tutti coetanei ha subito un calo. Ma di un’altra cosa lei da ultimo ha stranamente poca voglia: di cambiarsi. Per un’intera settimana si è tenuta lo stesso golfino e pantaloni. Nell’armadio ha una quantità di roba che non mette più e aprendolo ne vede lì appesi dei capi che non le sembrano mai stati suoi. Per esempio quella gonna di voile grigio col motivo di farfalle, quella maglietta nera col jabot di lustrini. Quando li avrà presi e dove? Certo, la biancheria invece se la cambia. Ma non un gambaletto se si smaglia: si può nascondere la smagliatura sotto la pianta del piede e così non si nota.

 

Un vero guaio li ha colpiti da ultimo: la donna ucraina delle pulizie, che sa sempre cosa fare e differenza dalle sue simili non ciarla nemmeno troppo, si è rotta una caviglia, l’hanno ingessata, e per qualche tempo non verrà. Un segno, anche in lei, dell’età? Speriamo di no: più che le pulizie  a loro mancherà la sua presenza di robusta cinquantenne. Poi un guaio minore: domenica lui per sbadataggine ha rotto un vetro nella porta della cucina e ora toccherà andare dal vetraio – per fortuna ce l’hanno sotto casa – per farlo sostituire. Ma chissà quando lui ci andrà. E’ capace di rispondere malamente “adesso non mi sento”. Come se per una cosa del genere bisognasse “sentirsela”. Però non si capisce perché la mattina lui vada fuori due volte, una per i giornali e la posta e perché –  o tristezza per lei, di posta non ce n’è – lui esclami “menomale”. La seconda volta, sulle undici, esce a fare la spesa e quando ne torna, posando il borsone pieno sul tavolo di cucina, esclama invariabilmente “ho fatto una spesa co-colossale”, poi di là lo si sente borbottare “porco Dio, ho di-dimenti-cato il pane, ma tanto lei non lo mangia”. Poi si butta sul giornale e guai disturbarlo anche solo scivolandogli davanti per andare al frigo.

 

Il prossimo avviso, a lei nell’altra stanza, sarà “fra mezz’ora si mangia” e, se lei non non si troverà puntualmente a tavola, griderà “dove sei?”. Ma chissà perché lei dopo qualche boccone sente immancabilmente l’impellenza di andare ancora un attimo in bagno. In ogni caso di ritirare poi i piatti da lavare dal tavolo nel lavandino tocca a lei. Ora è tutto un rito. Quante volte lui mormora “il rito è tutto” e, se lei sorride “me l’hai già detto”, lui geme “non mi sfottere”. “Ma chi ti sfotte?”

Alle dodici e mezzo si mangia. Lui ha sempre appetito e alla fine chiede “mi dài un dolcetto?” e lei gli prende il dolcetto da un pacchettino sul  ripiano sopra le loro teste e lui chiede “vuoi ancora un po’ di vino?”, e brindano coi resti del rosso. “Bè’”, fa lui dopo un silenzio meditativo, “per finire potremmo anche pr…prendere uno schluck di a…amaro o di whisky”. “Oh siì”. Schluck in tedesco è “sorso” e lei ne inframmezza più d’uno al giorno, lo chiama il “bagnalabbra”, e la lagna di lui ”non fai che bere” non risponde a verità. Difatti non la si trova mai alterata, mentre chiedere a lui a cosa stesse pensando poco fa non arriva risposta o è un vago “ai miei parenti di Trieste”.  Poi lui sospirando proclama “adesso è venuta l’ora della gambetta” e issa sul tavolo la propria gamba sinistra, scansando il pacco di giornali che ne occupa sempre un angolo, ancora non letti e che non leggerà mai, ma guai proporgli di eliminarli.

 

Tacciono. Lei si contempla le unghie, una per una. Perché si sono così rigate?

E’ l’una e lui annuncia: “Io vado a fare un pisolo”. A lei invece di riposare dopo pranzo non riesce più come una volta e va a sbattersi in poltrona, a leggere, ma cosa, se non ha più voglia neanche di leggere?

Lui sparisce nella stanza in fondo e riappare sulle tre. Ma il negozio del vetraio, che vedono dalla finestra, è ancora chiuso. Allora lui va in cucina: “Per fare qualcosa di utile lavo i piatti”. Lo dice ogni volta, e lei ribatte “ma potevo farlo io!” No, non sia mai, nelle “cose materiali” lei è così distratta! Ma alle tre e un quarto il vetrario è finalmente aperto, lui armeggia col metro per prendere le misure del vetro rotto: “Vieni qui che non ci vedo”. Lei che ha una vista migliore accorre, si annotano 144 x 31, lui prende berretto e mascherina e scende a combinare la riparazione.

 

“Il vetraio viene fra un’ora. Gli ho lasciato il tuo nome perché è più breve”.  Ma lei sa bene che questo abituale lasciare il nome di lei non è perché sia più breve: è la natura di lui a tirarsi indietro, da sempre. Non dal pagare – perché è un prodigo – ma dalle complicazioni del medesimo, in nero o no che sia.

Intanto arriva il vetraio e si porta via l’anta. Ritornerà fra poco.

E torna, anzi tornano in due, col vetro ripristinato. Onesti! Solo 80 euro.

I contanti di casa li tiene lui e tirarli fuori è compito suo, ancora non ha dimenticato come si prelevano al bancomat, che hanno pressocché sotto casa, e questo compito gli conferisce un certo prestigio di capofamiglia.

Pomeriggio. Lui legge, in cucina, lei manda mail qua e là, anche ad amici di un tempo di cui non sa più niente da anni, e poiché ogni tanto passando tra lui e il frigo per prendersi uno “schluck” gli “toglie la luce”, un po’ di luce dalla finestra sul cortile,  lui grida “non fai che bere!”. E non è vero niente, schluck è una parola tedesca per “sorsetto”. “Sono solo dei bagnalabbra”, sbuffa lei, e infatti, anche lui ne conviene,  mai si è fatta trovare alterata dall’alcool.

 

Così vien sera. Lui già traffica per la cena. Apparecchia di nuovo, e alle sei annuncia “ceniamo alle sette”. Spesso in verità a cena vanno fuori, in un locale dietro casa, a un passo dal vetraio, ed è l’unico lusso che si prendono. Ma stasera stanno a casa. “Per stasera” annuncia lui trionfante, “ti ho preso le braciole di maiale”. “Oh grazie!”.

Perché lui ha sin da ragazzo una visione così disperata del mondo? si domanda spesso lei: piccolo ceto impiegatizio, laurea un po’ tardiva, ma anni di professione e poi la pensione. Tutto regolare. E lei: tardiva e adorata figliolina di due anziani, padre ex-attore di teatro d’altri tempi, lei  ha investito nei propri talenti: risultati buoni ma non eccelsi, tali però da farla restare in un rispettato ceto medio di professori e letterati. E un po’, come su una gamba sola, crede-non crede in Dio.

Alle otto e mezzo hanno già cenato e guardano “In onda”. Stupido, in questo sono concordi, ma lui ci resiste e lei se ne va di tanto in tanto di là, al computer, poi torna, ed è solo per quella voluttà da poco di essere in due sul divano a quella stupida finestra sul mondo. E’ solo per rimandare il cadere nel buco della notte dove sogni o non sogni si vaga stupidamente da soli.

 

Lei va a letto. Il sonno l’ha buono ma dal suo non sapere dove sta andando, dall’immenso bisogno di aiuto che la pervade le viene di pregare. Prima di dormire  prova a recitarsi  mentalmente in latino e poi in italiano il Paternoster. Ah, così generico, così remoto.

Scivolare sotto le coperte è l ‘unica voluttà rimasta. Tale che nessuno dei due cerca di condividerla. “Copriti”, fa lui immancabilmente, e lei “mi sono coperta”, e con un asciutto buonanotte da camerati si voltano le spalle. Capiterà che alla stessa ora di notte si sveglino per andare in bagno e che s’incontrino nel corridoio come fantasmi di due storie diverse. Lei ci va per prima e ci sta un istante, lui per secondo e ci rimane più a lungo, e quando rientrerà a letto non mancherà di borbottarle di nuovo “copriti”. Poi di nuovo ognuno dalla sua parte. Sulla testiera hanno una piccola sveglia, un tic-tic da nulla, e alla poca luce che entra fra gli scuri accostati l’ora non si legge. Ma chi vuole saperla? Che sia notte, notte, notte sino alla fine del mondo.

[Immagine: Foto di Kathleen Meier].

2 thoughts on “L’ultima sosta

  1. Un bel racconto, mi rallegro con la scrittrice Anna Maia Carpi del ’39! Appena un po’ “meno anziana” di lei (sono del ’51) , mi sono vista rappresentata in… quasi tutto: dalla scelta dei giornali (poco letti) alla spesa fatta da lui, dalla ritualità dei pranzi e delle cene (preparati da lui, che ha sempre appetito), al divano alla sera davanti alle stupidaggini della tv per il solo piacere della condivisione. Fino alla sollecitudine di quel “copriti”. Il corpo della compagna è amato in altro modo rispetto ad altre stagioni della vita, ma lo si desidera ancora: si desidera che sia vivo e il più possibile sano e protetto. Ho naturalmente apprezzato l’ingrediente principale di questo scritto, l’ironia. Chi narra non sa “dove sta andando”, ha “un immenso bisogno di aiuto” ma sa raccontarlo con intelligenza e ironia, ottimo!

  2. Gentile Anna Maria Carpi,
    il suo racconto mi è piaciuto molto e la ringrazio di averlo pubblicato. Mi è piaciuto tutto: il tono giusto, la distanza giusta, la lingua giusta. Ma un’osservazione in particolare mi ha colpita perché è una cosa che ho notato anch’io e, da che l’ho notata, ogni volta mi balza agli occhi: quando, a proposito del Padre nostro, italiano o latino che sia, lei scrive: “Ah, così generico, così remoto.”
    Da un certo punto in poi è soprattutto la genericità – e non solo del Padre nostro, ma dell’intero Nuovo e Antico Testamento – che mi è diventata evidente. Come se si rivolgesse non a degli individui-individui, ma a un popolo che casualmente, e in senso del tutto inessenziale, fosse composto di individui che però contano poco o niente…
    Grazie ancora del racconto

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