di Sergio Benvenuto

 

Ammetto di aver preso, anni fa, un abbaglio politico. In effetti, dopo il primo grande successo elettorale del Movimento 5 Stelle alle politiche del 2013, mi lasciai andare a una facile profezia: dissi che quel movimento avrebbe avuto una vita breve, che in tre o quattro anni sarebbe finito, dato che rappresentava una confusa protesta contro il mondo politico, e questo tipo di protesta non dura. Che errore! Il M5S sarebbe finito, ma nel giro di sette anni!

 

È mio difetto tendere ad accorciare i tempi storici. Esprime una mia fretta che metto in tutte le cose. Nel XVII secolo il declino dell’impero ottomano, per esempio, era già visibile, eppure ci sarebbero voluti circa tre secoli per vederne la fine definitiva. È il bello della storia: anche quando è prevedibile, si può dimostrare o troppo veloce rispetto alle previsioni, oppure troppo lenta rispetto a esse. Talvolta un sistema politico o religioso può attraversare una vecchiaia smisurata, come la sibilla Cumana della leggenda.

 

Un altro esempio di mia mancanza di kairos. Già alla metà degli anni 1980 dicevo e scrivevo che la questione ecologica sarebbe diventata la questione principale, anche politica, del futuro. Del resto negli anni 1980 già erano fioriti alcuni partiti ecologisti in Occidente, anche se in posizione marginale. Eppure da allora è passato quasi mezzo secolo affinché questa mia previsione divenisse concreta. Oggi le misure per salvare il pianeta sono divenute il perno del dibattito politico, e ho l’impressione che stia venendo fuori una generazione profondamente ecologica. Spero che non sia un fuoco di paglia. Ma quanto tempo c’è voluto perché quello che mi sembrava chiaro oltre 40 anni fa divenisse chiaro a una buona fetta dell’umanità!

 

Il voto per il M5S era un voto di protesta puro, di rigetto radicale del “sistema”. Ci sono molte persone, in tutti i paesi, che sono radicalmente scontente di chi governa, non importa chi sia, se sia di sinistra o di destra, se governi bene o male. È un po’ quel che è accaduto nel 2019 col movimento di protesta dei gilets jaunes in Francia, che le opposizioni di sinistra e di destra hanno cercato di cavalcare. Che cosa volevano i gilets jaunes? Non si sa. Il movimento dei gilets jaunes iniziò come una protesta anti-ecologista per l’aumento del prezzo della benzina, misura adottata dal governo Edouard Philippe per invogliare all’uso delle auto elettriche. Poi, alcuni protestavano per certe cose, altri per altre. La cosa venne interpretata globalmente come opposizione al governo di Macron, ma con ogni probabilità se al posto di Macron ci fosse stato qualcun altro, la protesta sarebbe divampata lo stesso. C’è un fondo brontolone in ogni paese, un mugugno che nessun miglioramento veramente spegne, qualcosa che Freud metterebbe sul conto dell’Unbehagen in der Kultur, del disagio nella vita sociale. È ciò che chiamerei l’interpretazione persecutoria del malessere del vivere in società. Non meglio precisati “poteri forti” sono presi di mira come responsabili di questo malessere, che si esprime come reazione a eventi spesso minimi e pretestuosi. Ogni società è un immenso cahier de doléances, come la massa di lamentele che nel 1789 furono portate al governo francese e che furono prodromo della Rivoluzione.

 

Certa sinistra afferma che questa lagna diffusa è il sintomo del disagio in una società capitalista. Non credo proprio. Negli anni 1970 feci un viaggio nell’allora Jugoslavia, e mi colpì il lamento generale delle persone, in particolare contro le tasse, “Ci mettono una gabella anche sul nostro respiro!” era il Leit Motiv. La Jugoslavia di Tito era all’avanguardia della sperimentazione socialista all’epoca.

Ogni tanto questo mugugno generale si fissa su un partito che appare il corifeo della protesta diffusa. Il movimento di Grillo e Casaleggio per un po’ ha magnetizzato questa protesta diffusa, da qui il risultato delle elezioni del 2018, nelle quali il M5S è risultato primo partito italiano. Ma il fatto di diventare così partito di governo ha distrutto completamente la sua aura di partito della protesta. Non importa che abbia governato bene o male: il guaio è governare! In effetti, dopo un anno di governo molte persone (anche intellettuali sofisticati) che avevano votato per M5S erano deluse da quel movimento. Perché lo erano? Loro stessi non sapevano dirmelo, fluttuavano in una delusione ineffabile. Eppure, facevo notare, il M5S aveva mantenuto gran parte delle proprie promesse elettorali, come il reddito di cittadinanza e la riforma della legge Fornero sulle pensioni, ecc. La verità è che avevano votato M5S non per il suo programma politico, di cui non gliene importava nulla: era solo per Protesta contro il potere politico. Ma quando chi protesta diventa potere politico, è la fine. Il voto di protesta si sposterà altrove.

 

‘Nella cosiddetta Prima Repubblica il voto di protesta diffusa confluiva elettivamente verso il Partito comunista, e solo in piccola parte verso l’MSI, il partito neo-fascista. Gli intellettuali che votavano in massa per il PCI, lettori magari di Marx e Gramsci, credevano che il voto per il PCI fosse un voto consapevole per il socialismo. È tipica ingenuità degli intellettuali credere che la gente comune, priva di cultura, faccia scelte politiche per le stesse ragioni per cui loro hanno fatto la stessa scelta. Ma i milioni di italiani che ingrossavano a quasi ogni elezione l’elettorato comunista non sapevano nemmeno che cosa fossero il socialismo e il comunismo: era il voto di protesta. E siccome il Partito comunista dopo la Seconda Guerra Mondiale, a parte un breve periodo iniziale, è stato sempre all’opposizione (fino al proprio scioglimento nel 1991), è evidente che attraesse sempre più questo voto di protesta. Questa rabbia critica caratterizza anche tanti intellettuali, i quali vivono lo stesso Unbehagen della gente comunissima, anche se lo esprimono in modo intellettualmente sofisticato.

 

La controprova è data da quello che accadde quando il PCI decise di appoggiare dall’esterno, senza cioè parteciparvi, il cosiddetto governo di unità nazionale, dal 1976 al 1979. Anche se fu proprio il PCI a far cadere il governo di unità nazionale, nelle elezioni del 1979 per la prima volta esso subì una batosta elettorale: perse circa il 4% dei voti alla Camera, e il 2,91% al Senato. Evidentemente il suo elettorato tendeva ad abbandonarlo proprio in quanto sembrava entrato nel cerchio simbolico del potere. In modo significativo, nelle stesse elezioni ebbe un consistente incremento il piccolo Partito radicale di Pannella (più 2,38% alla Camera), proprio perché questo partito appariva come più oppositivo, più “anti-governo”, rispetto al PCI.

 

Lo stesso declino elettorale del Partito socialista, a partire dalla formazione dei governi di centro-sinistra dal 1963 al 1993, va spiegato col fatto che veniva percepito come “potere politico governativo”. Se guardiamo al passato dell’Italia con sguardo spassionato e lucido, non possiamo certo rimproverare al PSI di aver seguito, al governo per circa 30 anni, una linea di destra. Gli anni del centrosinistra furono anni di grandi riforme care alla sinistra in genere. Il PSI fu protagonista delle riforme civili (il divorzio nel dicembre 1970, il nuovo diritto di famiglia che egualizza marito e moglie nel 1975, l’aborto nel 1978), di uno statuto dei lavoratori (Legge 20 maggio 1970 n. 300) molto all’avanguardia in Occidente sul piano delle libertà del lavoratore (e di cui l’artefice fu soprattutto il socialista Gino Giugni). Il Ministero delle Partecipazioni Statali (istituito nel 1956, sciolto nel 1993) ha fatto dell’Italia un’economia semi-socialista: questo Ministero è divenuto il più grande imprenditore europeo, ed era attraverso questo strumento che lo stato italiano ha diretto lo sviluppo economico del paese, anche attraverso l’ENI (idrocarburi), l’IRI (ricostruzione industriale), Cassa del Mezzogiorno… La fine della Prima Repubblica e quindi del centro-sinistra ha coinciso con l’imporsi anche in Italia del modello neo-liberale, che ha segnato di fatto il declino economico dell’Italia. Ragion per cui molti oggi, in epoca di crepuscolo della supremazia neo-liberale, vorrebbero tornare all’età dell’oro del centrosinistra Prima Repubblica.

 

Eppure, malgrado tutto questo, la massa anche degli intellettuali votava per il PCI, non per il PSI. Anzi, sempre più il voto per il PSI veniva percepito come un voto “centrista” e sostanzialmente conservatore. Segno che non c’è consonanza tra le percezioni degli elettori e le politiche concrete. Il PCI veniva preferito al PSI, in sostanza, perché incarnava l’Opposizione. Il voto per il PCI era il voto contro, come divenne poi voto-contro negli anni 1980 il voto per la Lega Nord di Bossi, e voto-contro quello dato al Movimento di Grillo nel 2018. Sono convinto che se il PCI avesse davvero governato l’Italia per qualche anno, il grande consenso attorno a esso si sarebbe spappolato. Non perché avrebbe governato male, ma semplicemente perché avrebbe governato. E oggi non esisterebbe il nostalgico rimpianto per Berlinguer, diffuso tra gli anziani: lui, come Craxi, sarebbe percepito dalla sinistra come “un traditore”.

 

Un altro mito di cui sono vittime i politologi è credere che la massa della gente voti per un programma politico. Abbiamo visto che il M5S ha perso consensi anche se, di fatto, ha in gran parte applicato il proprio programma. Quante persone leggono il programma scritto di un partito? Solo una élite di politologi. I programmi espliciti sono talmente irrilevanti che talvolta un partito li copia da un altro partito… Ricordo che Prodi nel 2006 rimproverò Berlusconi di avergli copiato in gran parte il programma elettorale! Anche se un partito ha stilato un programma magnifico, questo influisce ben poco sui suoi risultati elettorali.

 

Di solito la gente comune ha un’immagine – spesso anche falsa e artefatta – di un partito o di un leader. Basta parlare un po’ in giro con la gente. Alle elezioni del 2018 della Lega si diceva “è il partito che vuole più ordine, più polizia, meno immigrati”, del M5S si diceva “sono nuovi, giovani, e vogliono togliere soldi ai parlamentari”. Forza Italia era identificato con Berlusconi “è uno ricco che dà lavoro a tanta gente”. Del PD  e della sinistra in genere si dice “vuole livellare tutto, vuole che tutti siamo eguali, che guadagniamo tutti allo stesso modo”… Un partito si identifica con un cliché, e deve la propria reputazione ai casi giudiziari e alle accuse di corruzione economica (anche se poi i suoi esponenti vengono assolti: quel che conta è aver subito un processo). Spesso l’immagine comune che si ha di un leader e di un partito è ben lontana dalla realtà di questo leader e di questo partito.

 

Conclusione: le scelte politiche che fa la gente sono radicalmente lontane da gran parte di quello che della politica dicono politici, politologi, sociologi, filosofi, ecc. La politica, in gran parte, è mitologia. La politica non è solo il luogo in cui ci si confronta con problemi estremamente concreti: è anche il luogo in cui si scatenano le passioni immaginarie degli esseri umani.

1 thought on “L’irresistibile scomparsa del Movimento 5 Stelle

  1. L’affermazione “Un altro mito di cui sono vittime i politologi è credere che la massa della gente voti per un programma politico. ” mi da quel senso di fastidio, che deriva dal vedere che c’è chi si chiama fuori dalla gente comune, che costituisce in tutto e per tutto lo Stato, e inverte il processo reale secondo il quale invece sono gli elettori che vogliono un vero programma politico, ma la classe politica (ovvero i professionisti della politica, che significa che ci campano con essa) non è capace di formularne di concreti ma solo di riciclare frasi fatte, senza valutarne la fattibilità. La relazione di sfiducia che si è venuta a creare è la causa dei comportamenti apparentemente “bovini della massa” e dell’esigenza di provare a cambiare col voto, come se si trattasse di giocare all’estrazione del lotto. La fiducia è lentissima a crearsi e invece immediata a sfaldarsi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *