di Marco Grimaldi

 

[Il 4 novembre è uscita per Castelvecchi una raccolta delle pagine dantesche di Antonio Gramsci curata da Marco Grimaldi e Milena Russo: Il canto decimo dell’Inferno e altri scritti su Dante. Pubblichiamo un estratto dell’introduzione.]

 

Dante è al centro degli interessi di Gramsci fin dall’inizio della scrittura dei Quaderni: la Commedia è uno dei tre libri richiesti alla padrona di casa dopo l’arresto; Dante è spesso associato a Machiavelli quale rappresentante di una corrente laica della letteratura italiana; la penultima nota dei Quaderni è una riflessione sulla «quistione della lingua» a partire dal De vulgari di Dante. Ma all’interno dell’opera di Gramsci è possibile individuare un nucleo più definito che ruota attorno al canto X dell’Inferno e al personaggio di Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido, e che si concretizza in una sezione del Quaderno IV, composta fra il 1930 e il 1932, e a un gruppo di lettere scritte tra il 1929 e il 1932; ma lo spunto fondamentale era già in un intervento del 1918 pubblicato nella rubrica di Gramsci per «l’Avanti».

 

È dantesco uno dei sedici «argomenti principali» che inaugurano la stesura dei Quaderni, l’8 febbraio 1929: «Cavalcante Cavalcanti: la sua posizione nella struttura e nell’arte della Divina Commedia» (nel manoscritto nella struttura è scritto dopo aver cancellato nell’economia) è l’argomento della sezione del Quaderno IV che Gramsci delimita col titolo Il canto decimo dell’Inferno. L’interesse specifico di Gramsci si arresta qui: dopo il concepimento del progetto dei quaderni speciali e la redazione di un nuovo elenco di Saggi principali, il tema di Cavalcanti e della Commedia viene eliminato. L’idea originaria di scrivere una «nota dantesca» «in bellissima calligrafia» non è più attuale e le sezioni su Dante non vengono mai rielaborate né ricopiate. Ciononostante, in quelle pagine compaiono già alcuni dei temi più importanti dei Quaderni, sui quali Gramsci riflette proprio a partire dalla Commedia di Dante: il rapporto tra poesia e struttura, il ruolo degli intellettuali, la “popolarità” della letteratura italiana.

 

L’idea di partenza è semplice e originale. Poiché, secondo Gramsci, la maggior parte dei commentatori della Commedia, nel leggere il canto X dell’Inferno, si è concentrata prevalentemente sulla figura di Farinata degli Uberti, sarebbe rimasto in ombra il personaggio di Cavalcante Cavalcanti, il padre di Guido. Farinata e Cavalcante sono condannati fra gli eretici, «che l’anima col corpo morta fanno» (Inf., X 15), e la loro pena è di vedere «come quei c’ha mala luce» (100), cioè come il presbite che vede le cose lontane e distingue sempre meno quelle che si approssimano. Quando alla fine dei tempi non ci sarà più futuro («da quel punto / che del futuro fia chiusa la porta», 107-108) tutta la loro conoscenza sarà quindi «morta» (106). Scrive Gramsci: «Farinata e Cavalcante sono puniti dell’aver voluto troppo vedere nell’al di là, uscendo fuori dalla disciplina cattolica: sono puniti con la non conoscenza del presente».

 

Per questa ragione, quando Cavalcante chiede a Dante «Se per questo cieco / carcere vai per altezza d’ingegno, / mio figlio ov’è? e perch’è non è teco?» (Inf., X 58-60), alludendo all’amicizia e al legame del poeta con Guido Cavalcanti, che agli occhi del padre avrebbe dovuto «per altezza d’ingegno» accompagnare il protagonista della Commedia, la risposta di Dante risulta ambigua: «Da me stesso non vegno: / colui ch’attende là, per cui mi mena / forse cui Guido vostro ebbe a disdegno» (61-63). Ambigua per gli interpreti moderni, perché non è chiaro a chi si riferisca il cui (a Beatrice, a Virgilio, a Dio stesso), ma ambigua soprattutto per Cavalcante che non comprende il senso di quell’ebbe e chiede: «Come dicesti? elli ebbe? non viv’elli ancora? / non fiere li occhi suoi lo dolce lume?» (67-69). E quando Dante esita a rispondere, il dannato «supin ricadde e più non parve fora» (72). Cavalcanti non comprende le parole di Dante perché non vede nel presente e non sa che Guido, al tempo del viaggio della Commedia (marzo-aprile 1300) è vivo, e non sa neppure, perché è un evento troppo vicino nel tempo, che poco dopo, in agosto, Guido sarà morto: «Nel passato Guido è vivo, nell’avvenire Guido è morto, ma nel presente? È morto o vivo? Questo è il tormento di Cavalcante, il suo assillo, il suo unico pensiero dominante». L’intuizione di Gramsci sta prima di tutto nell’importanza di quell’ebbe, «chiave sì dell’equivoco, ma di cui solo l’acume dei moderni ha rilevato la singolarità», come ha sottolineato Gianfranco Contini forse alludendo proprio alla lettura dei Quaderni. E sta poi nell’aver utilizzato questo spunto per chiarire la natura del dramma di Cavalcante, un momento di altissima poesia che il lettore della Commedia può comprendere solo perché subito dopo, quando Cavalcante è sparito dalla scena, Farinata espone a Dante un aspetto che pertiene alla struttura del poema, cioè la ragione per la quale gli eretici non conoscono il presente.

 

Sul piano estetico, per Gramsci, il problema è il rapporto tra poesia e struttura, secondo le categorie utilizzate da Benedetto Croce e messe alla prova del testo della Commedia in un celebre volume del 1921, La poesia di Dante. Per Croce, infatti, occorre tenere distinte le parti strutturali della Commedia da quelle poetiche e non «prenderle come schietta poesia, ma nemmeno […] respingerle come poesia sbagliata» e «rispettarle come necessità pratiche dello spirito di Dante, e poeticamente soffermarsi in altro». La prospettiva di Gramsci non potrebbe essere più diversa: il canto X dimostrerebbe infatti che «senza la struttura non ci sarebbe la poesia e quindi anche la struttura ha un valore di poesia». E ancora: «la struttura avrebbe dovuto condurre a una valutazione estetica del canto più esatta, poiché ogni punizione è rappresentata in atto». La struttura, cioè la spiegazione offerta da Farinata, è paragonata alle didascalie teatrali, che nella drammaturgia novecentesca avevano in effetti assunto un ruolo cruciale, sia all’estero (in George Bernard Shaw, che Gramsci cita esplicitamente), sia in Italia, ad esempio nella produzione di Luigi Pirandello. La didascalia è un elemento essenziale del dramma come nella Commedia le parti strutturali sono inscindibili dalla poesia.

 

[…]

 

Dopo il Quaderno IV Gramsci non scriverà più di Dante organicamente, forse perché la Commedia, pur anticipando «i nuovi tempi e la nuova storia», resta «il canto del cigno medioevale», perché a Gramsci interessa il mondo moderno, laddove la dottrina politica di Dante «non ha avuto nessuna efficacia e fecondità storico-culturale», e ancora perché «Dante chiude il Medio Evo (una fase del Medio Evo), mentre Machiavelli indica che una fase del Mondo Moderno è già riuscita a elaborare le sue quistioni e le soluzioni relative in modo già molto chiaro e approfondito». Di Dante, nella riflessione complessiva dei Quaderni, resta l’«importanza innovatrice» di quel piccolo libretto che è il De vulgari, che secondo Gramsci ebbe «non piccolo significato per il tempo in cui fu scritto», nella misura in cui dimostra come «gli intellettuali italiani nel periodo più rigoglioso dei Comuni, “rompono” col latino e giustificano il volgare […] nello stesso tempo in cui il volgare ha così grandi manifestazioni artistiche».

 

Nell’articolo del 1918 e poi nelle lettere e nei Quaderni c’è un altro spunto di grande importanza, che dimostra come a partire dal nucleo dantesco Gramsci abbia elaborato una serie di riflessioni sviluppate in séguito in modo più organico. Gramsci riconnette infatti la condizione di Cavalcante, un padre che non conosce il destino tragico del figlio, a quella di Agamennone, rappresentato nell’arte classica con il capo velato dinanzi al sacrificio della figlia Ifigenia, e più in generale con «la qualità di profeta», che «fu ricongiunta con la sventura della cecità». Gramsci sceglie l’esempio di Tiresia: «Il greco Tiresia era cieco: la limpida chiarità del suo pensiero era chiusa in un corpo opaco, chiuso ad ogni impressione dell’attualità». Il motivo della cecità del profeta è infatti eminentemente “popolare”: «Tiresia è popolare, è plastico. […] Sembra una cosa da nulla: è invece un’enorme esperienza, che solo la tradizione popolare poteva riuscire a provare e concretare». Il canto X dell’Inferno interessa quindi a Gramsci principalmente perché, come dimostra la fortuna dell’episodio «nella critica e nella diffusione», «è dipendente da questa esperienza» della tradizione popolare. Certo, «Dante è un poeta colto», il dramma inscenato nella Commedia è «difficile, complicato» e «per essere compreso ha bisogno di riflessione e ragionamento», laddove «la tradizione popolare vuole la plasticità, ha una poesia più ingenua e immediata». Ciononostante, la Commedia dal punto di vista di Gramsci può essere ritenuta popolare nella misura in cui reimpiega, in una poesia artisticamente complessa, dei motivi tradizionali. Dante è popolare anche perché è in grado di assorbire, elevare e accogliere in poesia elementi e saperi di un mondo subalterno.

 

Questa idea di popolarità della Commedia è confermata da una nota del Quaderno VI, dove, discutendo un saggio di Giuseppe Antonio Borgese nel quale si sostiene che «Tutt’altro che popolana e profana, questa letteratura [italiana] nacque sacra, con un poema, che il suo stesso poeta chiamò sacro», Gramsci annota, tra parentesi: «sacro perché parla di Dio, ma quale argomento più popolare di Dio? E nella Divina Commedia non si parla solo di Dio ma anche dei diavoli e della loro “nuova cennamella”». Quale argomento è più popolare della «qualità di profeta»? Quale argomento è più popolare di Dio e dei diavoli?

Per Gramsci, più in generale, «ciò che contraddistingue il canto popolare, nel quadro di una nazione e della sua cultura, non è il fatto artistico, né l’origine storica, ma il suo modo di concepire il mondo e la vita, in contrasto colla società ufficiale: in ciò e solo in ciò è da ricercare la “collettività” del canto popolare, e del popolo stesso». E «il folclore non deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa che è molto seria e da prendere sul serio» e che va quindi insegnata a scuola, come una concezione del mondo e della vita di determinati strati della società in contrapposizione con la concezione ufficiale del mondo.

 

Gramsci, benché per ovvie ragioni isolato dalla cultura dell’età fascista e benché gli scritti del carcere abbiano avuto un’influenza effettiva solo a partire dagli anni Cinquanta, è un intellettuale d’avanguardia che riesce a cogliere e spesso ad anticipare tendenze innovatrici della cultura europea. Ed è interessante notare come, parallelamente, anche un accademico “ufficiale” e organico al regime come Michele Barbi – maestro degli studi filologici e danteschi in Italia – ritenesse alla fine degli anni Trenta che l’impresa più urgente per la cultura letteraria italiana fosse lo studio, la raccolta e l’edizione dei canti popolari. Su questa via, ormai consapevole dell’eredità di Gramsci, si muove Pier Paolo Pasolini, che nel 1955 pubblica un’ampia e fortunata raccolta di poesia popolare, il Canzoniere italiano. L’anno prima aveva scritto Le ceneri di Gramsci.

 


© Estratto da “Il canto decimo dell’Inferno e altri scritti su Dante” di Antonio Gramsci, a cura di Marco Grimaldi e Milena Russo, Castelvecchi editore ©2021 Lit Edizioni s.a.s. Per gentile concessione

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