di Vanni Santoni

 

[Questo articolo è uscito su “Linus”, che ringraziamo].

 

Non so perché quando mi viene fatto il nome di Cronenberg, la prima immagine che mi appare alla mente è quella della pistola biologica “sparadenti”, costruita con resti di animaletti cotti e mangiati, vista in eXistenZ, che potremmo a buon diritto definire il suo film meno convincente (per quanto essenziale come spartiacque tra i due macro-momenti della sua filmografia): forse è proprio quello il fatto, Cronenberg colpisce sempre, anche quando manca il bersaglio, per la sua capacità di creare, prima ancora che storie, immaginarî, proprio come fa la grande letteratura.

 

Ognuno ha una sua storia su Cronenberg, un suo ricordo di Cronenberg, perché Cronenberg ha anche la rara virtù di unire una poetica immediatamente riconoscibile a una strabiliante varietà di registri espressivi. La prima volta che vidi, prima ancora di sentir nominare, David Cronenberg, fu nel 1990. Avevo dodici anni e nessuna cultura cinematografica quando feci, all’inverso, quella cosa che fanno oggi i babbi che “regalano” la Playstation 5 ai loro neonati. Chiesi a mia madre dei soldi per “fare un regalo al babbo”; ricevetti quindicimila lire, con cui comprai un pacchetto di MS, prontamente nascosto in un anfratto della cameretta, e il libro fotografico Clive Barker’s Nightbreed Chronicles (dodicimila lire, parecchio per l’epoca; oggi, scopro cercandone su Google il titolo esatto, è quotato un non disprezzabile 122€ e 50 centesimi sui siti di libri usati). Va da sé che a mio padre non poteva fregar di meno di Nightbreed, film che non aveva visto come non l’avevo ancora visto io (lo avrei fatto anni dopo, restandone tragicamente deluso), e che il libro illustrato, pieno di mostri – e interessante ai miei occhi solo per essi –, era per me. Si dirà, ma Nightbreed non era un goffo tentativo cinematografico dello scrittore horror inglese Clive Barker? Che c’entra con Cronenberg? C’entra, perché in quel film David Cronenberg faceva l’attore, e interpretava lo psicanalista serial killer Philip K. D…ecker. C’era, nel libro illustrato che mi ero regalato, una sola foto del suo personaggio, ma quel tizio distinto, ben vestito e con una gran ciuffa di capelli grigi risultava, per motivi misteriosi, molto più inquietante di tutti i freak rappresentati nel resto del libro. Certo, qualcuno potrebbe farmi notare che il dr. Philip K. Decker era il villain del film, ma non era quello il punto. Quell’uomo esprimeva in modo naturale, al di là del personaggio, una beffarda aura perturbante: c’era qualcosa dietro. Una intera filmografia, in effetti. Ma a quei tempi, al di là dell’oscura fascinazione per i mostri, che veniva soprattutto dai giochi di ruolo (ricordo adesso che mi fissai per quel libro illustrato perché aspettavo l’uscita di “Kaos”, la rivista mensile di GdR che arrivava in edicola un mese su tre), ero più preoccupato dei videogiochi per PC e Amiga che del cinema, e quella fotografia rimase lì, a sedimentare nel mio subconscio per ben sei anni.
Sei anni dopo – eccoci nel 1996 – andai con alcuni amici a vedere Crash: non che nel frattempo avessi capito, o anche solo scoperto, chissà cosa su Cronenberg, ma di certo su “Italia 7 ” e “Odeon”, nella notte, avevo visto almeno La mosca e Il demone sotto la pelle (ignobile titolo italiano di Shivers, ed ecco che mi sovviene il ricordo di un compagno delle elementari che mi diceva di aver visto un film in cui qualcuno “aveva il diavolo in corpo, ma proprio fisicamente” – benemerite TV locali!), e tra un Almanacco della paura e l’altro (per chi non fosse della mia generazione, trattasi di uscite speciali di “Dylan Dog” ove, a parte un paio di storie di poche pagine che servivano ad attirare i lettori, si faceva la summa di quanto uscito nell’anno nel campo del cinema, della letteratura e della musica horror, che corrispondeva nella mente degli autori ai vari death metal, black metal e grindcore, fatto curioso visto che Dylan Dog col suo clarinetto suonava sempre e solo il Trillo del diavolo di Tartini) avevo forse intuito – non oso dire capito – che quel David Cronenberg era importante. Forse maledettamente importante, ma questo l’avrei pensato molto tempo dopo, visto che sul momento Crash non ci piacque punto: c’entra, credo, il fatto che a diciott’anni anche solo riuscire ad accoppiarci ci sarebbe parso un risultato così eccellente da renderci del tutto impervi a qualsivoglia riflessione sulle parafilie.

 

Giunse, poi, l’epoca, più che della parafilia, della cinefilia, quel momento in cui scopri che il cinema è qualcosa di straordinario e guardi due o tre film in VHS (oggi: in streaming, ma ci siamo capiti) al giorno… Fu allora che vidi tutti i suoi altri film e capii che le mie intuizioni avevano sostanza. Tanto più che qualche anno dopo, a cinefilia ancora in corso, arrivò anche la bibliofilia, e all’incrocio delle due passioni, come un diavolo su un crocevia, trovai proprio lui. Il diabolico canadese. Lo psichiatra serial killer con la ciuffa grigia. David Cronenberg.
Dirà qualcuno, cosa c’entra Cronenberg con la letteratura? C’entra molto, e non solo perché da ragazzino non voleva fare il regista ma lo scrittore, anzi “essere uno scrittore così oscuro da essere riscoperto solo dai posteri”: il fatto è che, se si parla di adattamenti, David Cronenberg è il regista che in assoluto ha osato di più rispetto alle fonti scelte. D’accordo, c’è Stephen King, che l’hanno provato un po’ tutti, con risultati che vanno dal tremendo al sublime, ma andiamo oltre. Parliamo di William Burroughs (e mi tengo ancora il “carico” pesante): chi avrebbe mai potuto osare tradurre in film Pasto nudo? Fermi, voi là in fondo: lo sappiamo che non è un adattamento all’altezza del libro (gli adattamenti all’altezza del libro, in genere, lo tradiscono, si veda, appunto su King, quanto fatto da Kubrick – e poi Pasto nudo è più una summa in forma di film dell’intera opera di Burroughs, o almeno della sua parte centrale). Il punto è un altro. Il punto è chi possa osare adattare al cinema la narrativa di William Burroughs; chi sia in grado di visualizzarla e sistematizzarla al punto di dire Ok, bene, ho quanto serve per farne un film. Siamo d’accordo che l’unica cosa che resta veramente del Pasto nudo di Cronenberg è quella macchina da scrivere, come dire… strana, ecco, ma intanto Cronenberg il film lo ha fatto. E se guardiamo a quella parola, strana, ovvero weird, è impossibile non notare l’influenza di Cronenberg su una parte consistente dell’attuale “fronte d’onda” del romanzo. Autori come Olga Tokarczuk, Antoine Volodine, Mircea Cărtărescu, László Krasznahorkai, Georgi Gospodinov (ma anche, sul fronte più sci-fi, Jeff VanderMeer) ovvero coloro che più di tutti stanno, oggi, innovando la literary fiction, non nascondono l’influenza che ha avuto su di loro l’immaginario weird, dalle riviste di fantascienza di serie B alla mitologia lovecraftiana, da Alfred Kubin ai fumetti della E.C., fino naturalmente al cinema, dove i nomi più decisivi e ricorrenti sono due: Tarkovskij e, appunto, Cronenberg.

 

Possiamo dire che questa influenza sulla letteratura sia naturale per Cronenberg, che ha da sempre un rapporto molto stretto, più stretto di quanto normalmente non si creda o dica, col mondo dei libri. Si pensi anche solo alla lunga lista dei suoi adattamenti: La zona morta viene dal romanzo omonimo di King. Inseparabili è l’adattamento del romanzo Twins di Jack Geasland e Bari Wood. Il pasto nudo viene, come si è detto, da Burroughs. Crash è tratto da un romanzo di J.G. Ballard. Spider, pure, è un adattamento, dal romanzo omonimo di Patrick McGrath. Cosmopolis è un (difficilissimo, considerando le modalità espressive della fonte e il fatto che il libro si svolge interamente in una limousine) adattamento da uno dei più bei romanzi brevi – anzi, uno dei più bei romanzi tout court – di Don DeLillo. A History of Violence, infine, viene da un graphic novel di Vince Locke e del John Wagner della gloriosa rivista “2000 AD”, quella di Slaíne, ABC Warriors e Judge Dredd, dove si sono fatti le ossa ibridatori di generi della stazza di Alan Moore e Neil Gaiman.

 

Già questa lista ci mostra con forza il legame tra Cronenberg e la letteratura, ma se andiamo a mettere uno accanto all’altro i nomi degli scrittori più importanti da cui ha scelto di trarre i propri film – Stephen King, William Burroughs, James Graham Ballard, Patrick McGrath, Don DeLillo – ne emerge un vero e proprio “piccolo canone” di grandi irregolari. C’è stato, a un certo punto, una decina di anni fa, anche un progetto di adattamento da parte di Cronenberg di Oggetto amoroso non identificato, terzo romanzo di Johnathan Lethem e suo primo a essere pubblicato in Italia, da Tropea: un altro irregolare che ha sempre citato Cronenberg tra le sue influenze e che ha fatto della commistione tra generi una prassi e una poetica. Entrambi, Lethem e Cronenberg, citano Dick come un’influenza capitale, e il cerchio si chiude con Kafka, uber-padrino di tutto il new weird contemporaneo: in un’intervista al “New York Magazine” di quindici anni fa, David Cronenberg raccontò che i suoi idoli letterari, da ragazzino, ancor prima di scoprire la fantascienza e lo “strano”, erano Franz Kafka e Djuna Barnes, anzitutto per la loro caratteristica di esser stati riscoperti e rivalutati solo dopo la morte, un fatto che per Cronenberg “equivaleva a una garanzia di purezza artistica”. Cosa scriveva il giovane Cronenberg? Cose piuttosto diverse, a quanto pare, dal suo unico romanzo Divorati, tratto da una pièce teatrale e uscito da noi nel 2014: il futuro regista di culto scriveva “tentativi di romanzo alla Pynchon”, e se quel romanzo pynchoniano firmato David Cronenberg non è mai arrivato sugli scaffali, agli appassionati di entrambi i giganti resta tuttavia una speranza: chi se non Cronenberg potrebbe tentare l’impossibile, un’adattamento di V. (il suo romanzo di Pynchon favorito) o addirittura dell’Arcobaleno della gravità? Li si dicono impossibili da adattare al cinema, ma si diceva la stessa cosa di Burroughs e DeLillo.

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