di Guido Baggio

 

Niente è così difficile come non ingannare se stessi

Ludwig Wittgenstein

 

Un sacco di grandi logici nel corso della storia hanno finito per uccidersi, questo è un fatto

David Foster Wallace

 

«La validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità» (Infinite Jest, Einaudi 2006, p. 242). In questa affermazione che troviamo in Infinite Jest, D.T. Max, l’autore della biografia di Wallace Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi (Einaudi 2013), rintraccia la trasposizione letteraria del motto «A ridurmi così sono state le mie grandi idee» che ha accompagnato Wallace nel periodo passato alla Granada House, il centro di riabilitazione in cui è entrato alla fine degli anni ’80, dopo aver lasciato il dottorato ad Harvard, e a cui è ispirata la Ennet House di Infinite Jest. A una analoga distinzione epistemica tra validità logica e verità Wallace era giunto già nel 1985, al tempo della sua tesi di laurea all’Amherst College, scritta parallelamente al suo primo romanzo. In quell’occasione, attraverso la costruzione di un sistema di logica modale Wallace si era occupato di confutare l’argomento fatalista proposto dal filosofo analitico Richard Taylor nel 1962, sostenendo che una posizione metafisica non può essere argomentata su un piano puramente semantico ma deve porsi su un piano di necessità e possibilità reale. Per quanto la conclusione a cui era giunto contro una preclusione sulla possibilità stessa del libero arbitrio fosse modesta e puramente negativa, il suo interesse per il tema della volontà risulta particolarmente illuminante, soprattutto alla luce dell’attitudine mostrata al tempo nei confronti della dipendenza da droga e alcool. Come nota Max, la fine dell’estate del 1989 fu un periodo particolarmente difficile per Wallace. Era spesso «ubriaco o strafatto, se la svignava dagli incontri del gruppo di sostegno e li frequentava saltuariamente». Quando l’amico Mark Costello, con il quale Wallace al tempo conviveva, tornava a casa da lavoro, lo sorprendeva in camera col ventilatore acceso per disperdere il fumo, e dato che a Costello non importava che l’amico si drogasse, arrivò alla conclusione che «l’unica persona a cui Wallace voleva tenere nascosta quella abitudine fosse se stesso» (Ogni storia d’amore…, p. 203).

 

L’implicita parentela dell’espressione sulla distinzione tra validità logica e verità con il motto utilizzato alla Granada House risulta ancor più significativa se collegata ad altre due frasi che seguono in Infinite Jest. La prima è immediatamente successiva a quella sulla logica: «le persone cattive non credono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri» (Infinite Jest, p. 242); la seconda, che si trova qualche capoverso dopo, recita: «la maggioranza delle persone con una dipendenza da Sostanza è anche dipendente dal pensare, nel senso che ha un rapporto compulsivo e insano con il proprio pensiero» (p. 243). Lette insieme queste tre frasi permettono di rintracciare un legame sotteso con il motto della disintossicazione e rivelano un’associazione filosoficamente stimolante fra la constatazione della mancanza di connessione necessaria tra coerenza logica e verità e l’idea che il rischio di costruire tale connessione si annidi in una mente alle prese esclusivamente con se stessa, una mente per la quale il mondo esterno è prevalentemente una propria inconsapevole proiezione, una mente che, alle prese con la dipendenza, “se la racconta”. Detto altrimenti, si palesa qui una connessione tra solipsismo, dipendenza e autoinganno. Quest’ultimo, in particolare, è la chiave di lettura di gran parte delle storie riguardanti i residenti della Ennet House. Come ritroviamo in Infinite Jest, per riuscire a chiedere aiuto e intraprendere il percorso di recupero, chi partecipa al programma degli Alcolisti Anonimi di Boston è invitato innanzitutto a riconoscere la propria condizione, il proprio “Disagio”, deve in un certo modo abbracciare l’immagine che gli viene offerta dell’alcolista indifeso preso nella morsa di un’irresistibile costrizione. Ci si aspetta, cioè, che l’alcolista o il tossicodipendente rinunci a una falsa immagine di sé in favore di un’altra falsa immagine, che nasconde una particolare narrazione riguardo al ruolo che il tossicodipendente riveste nella realtà sociale. Leslie Jamison sintetizza bene nel suo memoir Rinascere (Mondadori 2019) questo aspetto quando, riprendendo Jacques Derrida e Avital Ronell, sostiene che ciò che la società rimprovera al tossicodipendente è il suo esiliarsi, il suo allontanarsi dalla realtà, dalla città reale e dalla comunità effettiva, per fuggire nel mondo del simulacro e della finzione. La droga o l’alcol, in altre parole, farebbero perdere il senso della vera realtà, per cui al tossicodipendente e all’alcolista viene rimproverato un piacere tratto da esperienze non veritiere perché non socialmente riconosciute. La dipendenza, continua Jamison, può essere vista tanto come «l’alterazione di una serie di neurotrasmettitori» quanto come «un insieme di storie che sono state raccontate su tale alterazione. A seconda della narrazione, la dipendenza è un’epidemia contagiosa e un pervicace rifiuto di assolvere i doveri civici, o una coraggiosa ribellione contro l’ordine sociale e il nobile grido di protesta di un’anima tormentata» (Rinascere, p. 65).

 

La falsa immagine che invece il tossicodipendente costruisce di sé e che dovrebbe abbandonare per il programma di recupero è quella secondo la quale egli non è padrone di se stesso ma è posseduto dalla droga o dall’alcool a cui non gli è possibile resistere. In realtà, le dipendenze motivano ad agire in modi che sono perfettamente familiari nella vita di tutti i giorni, impegnano il desiderio perché promettono ricompense per la propria dipendenza e sollievo dal dolore, fisico e psicologico, indifferentemente che questo dolore sia ciò che porta a cercare la sostanza o ciò che deriva dalla sua sottrazione. La dipendenza fornisce forti motivazioni all’azione ma la giustificazione che queste motivazioni siano “irresistibili” in quanto basate su un impulso incontrollabile o, per così dire, irrazionale e fuori controllo, è il frutto di un meccanismo più articolato di autoinganno che ha lo scopo di delegittimare l’idea socialmente condivisa di razionalità e auto-controllo che attribuisce al tossicodipendente la responsabilità del proprio stato e disinnescare in tal modo il giudizio morale sul proprio agire. In breve, a creare dipendenza non sono la droga o l’alcool ma una carenza umana di base. Pertanto, ammettere la propria dipendenza non risolve la questione dell’autoinganno perché la dipendenza rende innanzitutto particolarmente difficile il riconoscimento di se stessi.

 

È proprio in questo tipo di autoinganno che lo stesso Wallace confessa di essere caduto prima di entrare alla Granada House e che riporta sui residenti della Ennet House. Sono le sue “grandi idee” ad averlo portato lì, ed è forse lì che ha scoperto come «la manipolazione, l’intellettualizzazione senza senso», ovvero i meccanismi di autoinganno che metteva in campo, fossero un modo per «eludere terribili verità». La maggior parte di chi soffre di dipendenze vive tra i due corni di un dilemma: da un lato, vede la propria vita sotto il controllo di droga e alcool, ma dall’altro ama veramente quelle cose, «come in quel tipo di amore in cui tu puoi fare qualsiasi cosa, e ti dici ogni bugia possibile per evitare di dover lasciar andare il tuo beneamato». È in questo dilemma che l’autoinganno si insidia, palesando la stretta commistione tra il piano logico-semantico e quello psicologico-esistenziale. La dipendenza si inserisce nei meccanismi cognitivi vulnerabili, diventando parte delle abitudini quotidiane, come l’illusoria panacea di ogni delusione e sofferenza, come una letea farmacopea di insidie, inganni e creazioni della propria mente. L’autoinganno è il raccontarsi delle storie, ogni bugia possibile pur di non ammettere la propria situazione e in questa tragica ambivalenza convincersi che l’autocontrollo sia il passare «da un periodo di solo droga a uno di solo alcool» o giustificare le proprie bugie discettando «con i terapeuti sulla differenza tra una volgare bugia pragmatica e una bugia “estetica”, raccontata solo per la sua bellezza» o ancora, punzecchiare i tutori «nel programma dei 12 passi riguardo a certi ovvi paradossi inerenti al concetto di negazione» (La storia di un ex-residente: un probabile inedito).

 

La connessione tra solipsismo, dipendenza e autoinganno si innesta quindi in una distorsione dei processi di pensiero che creano azioni auto-distruttive, manipolando la percezione della realtà da una prospettiva da essa alienata. Solo smascherando il meccanismo deleterio dell’autoinganno l’intellettualità interiore, razionale e consapevole si mostra per quello che è: qualcosa di emotivamente debilitante. La conseguenza è una fuga dall’interiorità verso una anti-interiorità salvifica, come ritroviamo nella testimonianza di Wallace: «Mi è stato impedito di starmene seduto da solo a fumare una sigaretta dopo l’altra e a diventare matto con domande astratte su cose che erano molto meno importanti del semplice fatto di non mettere sostanze chimiche nel mio corpo.». O come mostra il recupero di Don Gately in Infinite Jest, un recupero descritto come un investimento compulsivo, rituale e fisico in un’entità a lui trascendente, indifferentemente che tale entità esista o meno. Nei passaggi sugli AA presenti nel romanzo si sottolinea ripetutamente che il processo razionale rende vulnerabile all’usurpazione dell’autocontrollo da parte della dipendenza e che il pensiero della dipendenza è un modo distruttivo di auto-coscienza, di interiorità riflessiva, di auto-coscienza che alimenta la visione di un io chiuso in se stesso da cui è possibile salvarsi solamente sostituendo il libero arbitrio con i 12 passi. Questa consapevolezza della capacità razionale autoingannante ed emotivamente debilitante attraversa l’intera produzione di Wallace ma si inserisce in maniera precipua nell’arco temporale in cui Wallace si trovava alla Granada House. Descrivendo quel periodo di passaggio da Harvard al centro di riabilitazione in un’intervista di qualche tempo dopo, Wallace confessava:

 

«Si tratta semplicemente di avere la sensazione che la totalità…  che ogni assioma della tua vita si sia rivelato falso, e che di fatto non ci sia nulla, e che tu non sia nulla, e che tutto era un’illusione. E che ti senti migliore di tutti gli altri perché ti sei reso conto che è un’illusione, eppure stai peggio, perché non riesci a funzionare.» (Ogni storia d’amore…, pp. 212-13)

 

Detta altrimenti: la validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità. Vi è un’assurdità di fondo che la fallacia di una visione del mondo internamente coerente ma staccata da ogni riferimento all’esterno può mostrare: la propria drammatica assurdità rispetto alla realtà dei fatti. Il problema era, per Wallace, che nonostante avesse intuito cosa si trovasse dietro il velo di Maya, lo “svelamento” non gli permetteva ancora di “funzionare”.

1 thought on “Dipendenza e autoinganno in David Foster Wallace

  1. Certo è che quando a funzionare è il sistema nel quale viviamo, accettarlo non dovrebbe essere un problema; il fatto si è che non si pone nemmeno il problema se è il sistema ad accettare noi. L’uso di droghe e di alcool è molto diffuso ma non accettato da coloro che non avendone mai fatto uso hanno considerato una malattia l’uso e si sono autoproclamati “sani” (si veda il libro di Fromm sui “cosiddetti sani) e non solo; si sono resi giudici dei malati condannandoli per ciò che loro pareva deplorevole a livello morale. Inevitabili le sofferenze del “malato” al fine di recuperare un minimo di salute. Va detto comunque che tale guerra fra “sani” e “malati” fa parte delle illusioni reali sulla irrealtà di un conflitto il quale in certi tempi non è possibile evitare di affrontare, da una o l’altra parte della barricata. I sani hanno bisogno dei malati per perpetuare le loro convinzioni, mentre i malati non possono evitare di passare dal giudizio dei sani.

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