di Massimiliano Manganelli

 

Esattamente al centro del primo libro di Francesco Pecoraro, Dove credi di andare, che nel 2007 ne segnò l’esordio letterario, c’è un racconto dal titolo Il match. Il protagonista è un «pittore: cioè non artista ma pittore», come si definisce lui stesso, alle prese con un’opera che costituisce una sfida, un match, appunto, tanto con sé stesso quanto con il gallerista che gliel’ha commissionata. Nelle pagine del racconto compaiono molte riflessioni sulla pittura, che con qualche forzatura si possono utilizzare come chiave di accesso al nuovo libro di racconti di Pecoraro, Camere e stanze (Ponte alle Grazie). In quelle pagine compare spesso e in varie forme l’idea della stratificazione, della sovrapposizione di «velature», di «nuovi segni e nuove strutture». Ora, la stratificazione risulta leggibile almeno in due direzioni: da un lato può semplicemente indicare il modo in cui è costruito questo libro, dall’altro può invece fornire qualche spunto utile all’interpretazione della scrittura di Pecoraro.

 

In primo luogo, il libro è stratificato nel tempo: ai sette racconti della prima raccolta di cui si è detto, molto compatta sia in senso strettamente tematico che stilistico (i protagonisti sono uomini maturi alle prese con uno snodo esistenziale, spesso una sconfitta), seguono una seconda sezione occupata dal solo racconto lungo Tecnica mista, pubblicato in e-book nel 2014, e infine una terza composta da quattordici testi di varia lunghezza, intitolata Altre forme (va detto che il termine racconti non è sempre appropriato). Ci si trova dunque davanti a «una sequenza di strutture più o meno complesse» – sono sempre parole tratte da Il match –, che in alcuni casi denunciano una stretta parentela con i due romanzi pubblicati dall’autore, soprattutto La vita in tempo di pace. È difficile, infatti, non leggere due racconti davvero notevoli come Cormorani e Non so perché quali materiali saldamente connessi al romanzo del 2013. Nel primo si racconta senza sentimentalismi lo strazio di un amore che finisce e torna il nome che percorre molti testi di Pecoraro, quel Clara/Carla che rappresenta una sorta di emblema del femminile, anzi di tutte le potenzialità positive del femminile, incarnazione di quei momenti, direbbe la voce di Mi suicido per via dei miliardi di anni, in cui di una donna capita di amare «il corpo e lo spirito allo stesso tempo», e «allora è troppo». In Non so perché fa la sua ennesima comparsa invece un’altra delle figure cardine di quella sorta di Bildungsroman infinito che Pecoraro va componendo da anni, cioè «Padre», stavolta colto in una rarissima pausa del suo modo furibondo di essere uomo e padre. Quadri di un grande romanzo di formazione sono anche alcuni racconti della terza parte, nei quali si narra di «anni di sperdimento adolescenziale» (Il Fregno) o di un ragazzino abbandonato da solo in una casa vuota mentre i genitori hanno traslocato altrove (il bellissimo North American P-51 Mustang): sullo sfondo lo scenario degli anni Cinquanta a Roma.

 

E tornano anche altre ossessioni: il mare – due personaggi diversi di Dove credi di andare hanno il desiderio di avere il «mare negli occhi» – e la relativa Città di Mare con le sue promesse estive; la voglia di fuga rappresentata dal racconto non a caso intitolato Vivi nascosto e dalla volontà di andarsene «fuori dalle palle» che segna gli stessi due personaggi. In fondo al motto epicureo è improntato anche il primo, straordinario Camere e stanze, storia di una festa che prende una piega inattesa, in cui il protagonista si ritrova espulso dalla casa nella quale vorrebbe vivere imbozzolato. Con il suo incedere da incubo, questo racconto sembra influenzare molti di quelli che seguono: non che Pecoraro sia un narratore onirico, tuttavia spesso la sua scrittura di impianto sostanzialmente realistico è screziata da venature di fantastico, circostanza che la potenzia ulteriormente. Da un incubo, per addurre due soli esempi, sembrano derivare Happy hour, ambientato in un locale in cui tutti hanno «le scarpe nell’acqua e il fondo dei pantaloni zuppo, ma non se ne curano», e il già citato North American P-51 Mustang. Nella terza sezione si possono comunque leggere vere e proprie incursioni nel fantastico e nella fantascienza, come La Tavolata e La città indiscussa, testi che presentano un tono nettamente distopico. Ed è proprio in questa terza parte che si manifesta in maniera più che mai intensa la vocazione sperimentale di Pecoraro, nell’esplorazione dei generi e delle forme della scrittura. Forse il testo più interessante, in tal senso, è Mi suicido per via dei miliardi di anni, una lunga allocuzione al mondo nella quale si elencano le ragioni della propria rinuncia alla vita, dettata dalla «disperazione»: «Un buon suicidio ristoratore, dopo tanto inutile doloroso fastidioso tedioso vivere mescolato ad ogni forma di materia, vivente e non vivente, ammesso che questa distinzione sia davvero fondata».

 

È la vocazione sperimentale di chi cerca ostinatamente e assiduamente qualcosa, come il Thelonious Monk chiamato in causa sempre nello stesso testo, quasi a rappresentare questa instancabile volontà di ricerca: «Mi suicido perché una frase musicale di Thelonius Monk è sempre lì, aperta e inconclusa a tormentarci per l’eternità: e qualora invece si chiudesse non mi piacerebbe, perché non potrei più considerarla incerta e disturbante e squilibrata, come dev’essere». Molti di questi aggettivi si potrebbero agevolmente applicare alla scrittura di Pecoraro, giacché disturbante e squilibrato è per esempio un “romanzo” come Lo Stradone. E se esiste un legame, sia pure labile, tra il jazz e questo modo di scrivere, sta forse qui, tra l’improvvisazione e l’impossibilità di appagamento attribuita a un assolo di Coltrane.

 

Non sorprende dunque che molti protagonisti dei racconti siano artisti ossessionati da una ricerca, per esempio di un certo rosso: «A quei tempi ero ossessionato dal rosso», dice l’artista-attentatore di Tecnica mista, mentre al Rosso Mafai è addirittura intitolato un racconto. In entrambi i casi quel rosso si rivelerà imparentato con la morte, propria o altrui. Lo sguardo di Pecoraro, dunque, non è mai pacificato, non è mai propensa a una contemplazione appagata e appagante. È uno sguardo critico e stratificato, appunto, che nel paesaggio e nel mondo circostante legge molte dimensioni, per esempio quella storica e preistorica, a partire da una visione apertamente materialistica. Si tratta, per così dire, di una visione profonda, fortemente contrassegnata dal dato tecnico, capace, al pari di un carotiere, di sondare la realtà oltre il puro livello estetico, in tutte le sue stratificazioni. La narrazione vera e propria non prende mai il sopravvento, non si legge infatti un racconto di Pecoraro per la trama, bensì per la prospettiva da cui scaturisce, per la scrittura secca e analitica, poco incline alla sbavatura intimistica. Questi racconti – ma lo stesso si può dire dei romanzi – poggiano su una tensione incessante tra il rigore geometrico e il caos del mondo. Lo dice bene, ancora una volta, la voce di Mi suicido per via del miliardi di anni: «Io mi suicido perché odio l’imperfezione e l’incertezza, perché ho come preinstallate in mente queste idee di perfezione di politezza di geometria che mi tormentano. Cioè mi suicido non a causa di queste idee, ma a causa della loro totale non corrispondenza con la realtà, che è confusa caotica sudicia lercia». La scrittura in qualche modo trae origine dalla misurazione di questa distanza e vive su un equilibrio inevitabilmente instabile.

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