di Sergio Bozzola e Chiara De Caprio

 

[È uscito il 18 novembre, per la Salerno Editrice, la monografia Forme e figure della saggistica di Calvino. Da “Una pietra sopra” alle “Lezioni americane” di Sergio Bozzola e Chiara De Caprio, dedicato a lingue e stile nelle tre raccolte di saggi composte direttamente o indirettamente da Italo Calvino e, dunque, pensate dall’autore come macrotesti. Pubblichiamo un “doppio” estratto, rispettivamente a firma di Sergio Bozzola (da Una scrittura tentativa) e Chiara De Caprio (da Il saggista e il lettore), accompagnato dal video di un’intervista televisiva realizzata da Calvino per la RAI il 27 maggio 1981].

 

Sergio Bozzola

Una scrittura tentativa*

 

Nelle interviste e nei documentari in cui compare Calvino negli anni Settanta il lettore potrebbe trovare una conferma audiovisiva del ritratto che ne ha fatto Cesare Cases ricordandolo nelle riunioni editoriali della Einaudi.[1] L’amico e critico di Calvino lo rappresenta nel suo modo di parlare e nelle dinamiche posturali sottolineando indirettamente quella che lo stesso scrittore ha definito nel 1980 come la propria «attitudine di perplessità sistematica».[2] Alle domande degli intervistatori Calvino risponde con voce e sintassi incerte, lunghi intervalli di silenzio, prolungamenti e appoggi vocalici, sguardo che corre intorno come alla ricerca dello spunto visivo per la parola da cercare, esitazioni più o meno prolungate nella «paziente ricerca del “mot juste”, della frase in cui ogni parola è insostituibile» (Rapidità, LA, p. 670).[3] Ciò nondimeno lo scrittore accuserà più volte una persistente, assidua «scontentezza che ci si porta dentro nello scrivere», situazione insieme psicologica e stilistica già delineata a consuntivo della sua prima stagione critica:[4] «Le pagine di riflessione […] non riesco mai a vederle come definitive […] sono sottoposte alle perplessità del ragionamento, alle sospensioni del giudizio, e quasi direi anche agli accidenti fonetici dell’espressione vocale» (Sotto quella pietra, PS, p. 399, corsivo mio).[5] Nelle Lezioni americane il motivo ritorna in particolare in Esattezza (già cit. sopra), quando, descrivendo le due vie della propria scrittura, quella della «razionalità scorporata», astratta e geometrica, e quella che si muove «in uno spazio gremito di oggetti», Calvino si dice alla fine scontento di entrambe: «Sono due diverse pulsioni verso l’esattezza che non arriveranno mai alla soddisfazione assoluta» (LA, p. 691).[6] E più sopra, la contrapposizione fra parlato e scritto non si risolve banalmente in quella fra imprecisione e precisione, ma in un diverso grado di approssimazione:

 

[…] il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto (p. 677, corsivo mio).[7]

 

L’insoddisfazione non è che il risvolto psicologico dell’idea del disordine come controvalore dell’ordine: «Questo che voi chiamate ordine è uno sfilacciato rattoppo della disgregazione».[8] E infatti «l’ordine vero è quello che porta dentro di sé l’impurità, la distruzione» (Ti con zero, RR ii, p. 256), e viceversa: «l’ombra acquista nettezza proporzionalmente al prender forza del sole» (Dall’opaco, RR iii, p. 97).[9] Da qui la refrattarietà calviniana alla soluzione concettuale dal taglio netto, dalla consistenza unitaria: «[…] un groppo essenziale di tutto Calvino, e quindi anche del critico: la realtà è vista come intrico e dispersione, che la ragione cerca imbrigliare […] imponendovi il suo ordine, cioè la semplificazione; ma quell’intrico e quella dispersione sono anche ricchezza, vitalità, attraente disordine»,[10] una «materia oscura ma incandescente».[11] Appartiene cioè sempre al saggista una posizione problematica e plurale, come di chi «cerca di farsi un’opinione volta per volta ma non è mai sicuro che sia la giusta»:[12] «Non c’è nessuna realtà conoscibile, modificabile con cui stabilire un rapporto critico; resta soltanto la possibilità di una osservazione interrogativa e congetturante».[13] Il viaggiatore di Collezione di sabbia porta sulle città e le civiltà che visita uno sguardo che «somiglia a una domanda» e «la risposta è la domanda stessa»;[14] e l’alter ego Palomar, «ai “richiami” che gli arrivano dalle cose […], alla richiesta di “un’attenzione minuziosa e prolungata”, che esse gli rivolgono […] oppone o l’incapacità di formulare una vera risposta o una proliferazione di risposte che altro non sono se non l’eco prolungata di una domanda».[15] Ne consegue che la scrittura saggistica (in particolare Collezione di sabbia) diventa il regesto di osservazioni senza alcuna verticalizzazione metafisica o psichica o filosofica, mera «interrogazione di sempre nuove superfici»,[16] ponendosi proprio la superficie come il luogo della conoscenza («la superficie che nasconde la profondità»):[17]

 

Le collezioni, musei, esposizioni, scavi, monumenti, marchingegni, lontani paesi (Giappone, Messico, Iran) frequentati e letti dall’intellettuale viaggiatore Calvino, sono altrettanti mondi peregrini, singolari, imprevedibili, che rimandano spesso alla forma del groviglio, dell’intrico, di una molteplicità sconfinata.[18]

 

Ma ne consegue in secondo luogo la forma tentativa di questa scrittura, cromatica e non diatonica,[19] scrittura che si presenta tutta formulazioni e riformulazioni, tutto un «riscrivere una frase quattro o cinque volte prima di trovare la forma giusta»[20] la cui manifestazione in vitro è rappresentata dalla Prefazione 1964 al Sentiero: l’incertezza e la riformulazione sono i principi costitutivi di quel pezzo «congegnato apposta per sfaldarsi tra le mani del lettore»,[21] e che rappresenta l’equivalente testuale dei valori stilistici su cui si incentrano i paragrafi seguenti. Questa nevrosi o «sindrome» del ricominciamento e «della pietra sopra»,[22] si dispiega in quella specie di ostinazione a scrivere purchessìa: di fronte al dato di realtà caotico o lacerato, di fronte ad un paesaggio in rovina, il signor Palomar, quelle rovine, «le vuole comunque catalogare», in una «disperata forza di coesione su un cumulo di detriti» (così, benissimo, Domenico Scarpa).[23] Lo stesso valore nevralgico dell’esattezza è rappresentato nelle Lezioni americane come un punto di fuga che rimane al di fuori del quadro; la scrittura che la insegue (ma se ne sono accorti i suoi lettori più acuti)[24] sarà approssimativa, sarà una scrittura che procede per scorci, per esperimenti:

 

penso a Francis Ponge in quanto con i suoi piccoli poemi in prosa ha creato un genere unico nella letteratura contemporanea: proprio quel “quaderno di esercizi” di scolaro che per prima cosa deve esercitarsi a disporre le sue parole sull’estensione degli aspetti del mondo e ci riesce attraverso una serie di tentativi, brouillons, approssimazioni (p. 692).

 

Il lato problematico e incerto di queste antinomie è qui ora oggetto di un esame stilistico.

 

[…]

 

Chiara De Caprio

Il saggista e il lettore

 

In due saggi del 1962 e del 1967 il gesto discorsivo è presentato come una conversazione:

 

[…] Invece, voi vedete che oggi ho scelto questi aspetti come tema della mia conversazione (I beatniks e il «sistema», PS, p. 99).

[…] intento della mia conversazione è solo fare il punto sulla situazione, collegare tra loro alcune letture recenti e situarle nel quadro di alcune riflessioni generali (Cibernetica e fantasmi, PS, p. 209).

 

In entrambi i casi siamo dinanzi a testi letti più volte in occasione di conferenze; ma si tratta anche di testi pubblicati, talora in forme parziali e ridotte, su riviste e quotidiani, prima di essere accolti in Una pietra sopra.[25] Muovendo da queste due attestazioni lessicali, possiamo domandarci se (e in che misura e modo) il testo scritto riflette, sul piano della forma e dello stile, il carattere di una conversazione; e possiamo anche domandarci che cosa accada nei testi che non prendono origine da riflessioni e ipotesi presentate a viva voce dinanzi ad altri interlocutori e a un pubblico di ascoltatori.

 

Verifiche in questa direzione sono tanto più interessanti alla luce del rapporto contrastato che Calvino mostra d’intrattenere con ciò che affida alla voce: delle parole pronunciate (le proprie e quelle degli altri), infatti, lo scrittore dichiara, in più d’una occasione, di avvertire l’imprecisione e l’insidia.[26] A voler distinguere, si può notare che, nei suoi auto-commenti e nelle sue riflessioni sul parlato altrui, Calvino intreccia e sovrappone questioni differenti: tutte, in qualche modo, legate alla natura del parlato (e al rapporto fra modalità scritta e modalità parlata), ma situate su diversi piani e riguardanti i tre diversi livelli a partire dai quali può essere descritto e analizzato l’uso del linguaggio: quello più generale e universale; quello storico-sociale; quello del singolo parlante, con la sua storia linguistica, il suo idioletto, le sue pause e i suoi tic linguistici. Difatti, ora Calvino ragiona di proprietà generali e universali (necessarie e inevitabili, dunque) della modalità parlata, come la vaghezza e la fluidità;[27] ora, piuttosto, si sofferma su stili del parlato a lui contemporaneo e punta a individuare (e, talora, stigmatizzare) comportamenti linguistici di gruppi e ambienti sociali; ora, come si diceva, palesa diffidenza e insoddisfazione per il suo stesso modo di parlare.

 

Su quest’ultimo aspetto, si prenda, ad esempio, quanto Calvino scrive a Francesco Leonetti (siamo nel gennaio del 1967, cioè nell’anno in cui arriveranno, a novembre, le conversazioni di Cibernetica e fantasmi):[28]

 

[…] Sarà perché io a voce non riesco mai a spiccicare parole che abbiano senso, che io non credo ai nastri magnetici: quando li risento, mi accorgo sempre d’aver detto sciocchezze. Solo ciò che è scritto (cioè pensato scrivendolo) entra nell’universo delle cose scritte.

 

È questo un esempio della topica calviniana sul suo parlato: declinata qui come sfiducia (e, addirittura, incredulità) verso ciò che resta delle proprie idee in un nastro magnetico. Ma del passo varrà anche la pena di sottolineare un secondo aspetto, cioè la formulazione, apparentemente tautologica, «solo ciò che è scritto […] entra nell’universo delle cose scritte». Su questa affermazione torneremo. Prima, osserviamo che la varia aneddotica che Calvino stesso racconta sulla sua vicenda di parlante può essere considerata come ulteriore tassello della sua immagine autoriale. La perplessità verso il proprio dire può, cioè, essere sottratta all’occasionalità effimera di un’insoddisfazione momentanea e trasformata in un altro elemento di una parabola intellettuale in cui si fronteggiano la minaccia della dispersione e la volontà di trovare una forma.[29] In definitiva, per Calvino, la condizione di parlante che riascolta, perplesso, le sue stesse parole ora è la condizione di chi, delle due modalità d’uso della lingua, coglie opposti rischi e opposte potenzialità; ora, con altro movimento del pensiero, piuttosto è la condizione di chi si avvede che, nella forma scritta o in quella parlata, l’esperienza del linguaggio è, comunque, un’esperienza del limite.

 

Ma è proprio mantenendo viva e vigile l’attenzione sulle differenze fra scritto e parlato (e, nello specifico, per il parlato, sulla sua partitura enunciativa e le sue movimentazioni sintattiche) che il programma stilistico di Calvino ne tesaurizza l’opposizione.[30] In effetti, l’osservazione posta fra parentesi nella lettera a Ferretti — «solo ciò che è scritto (cioè pensato scrivendolo) entra nell’universo delle cose scritte» — si può leggere anche come sottolineatura del fatto che la differenza fra parlato e scritto è dovuta alla loro diversa concezione e organizzazione;[31] dunque, lo scritto è tale perché è pensato e concepito tenendo conto di ciò che può stare in una frase scritta e di ciò che non si riesce a farvi entrare.[32]

 

Se il testo può essere costruito in modo da dichiarare «ostentatamente» la sua appartenenza all’«universo delle cose scritte», ciò, però, non significa che, quando lo si progetta e organizza, non si possa innervarlo di elementi dialogici e dinamizzarlo «con movimentazioni» sintattiche:[33] in modo da restituire le peculiari articolazioni concettuali e posture enunciative della voce che, in quel testo, dice io per rispondere ad altre voci, in polemica con loro, oppure a loro sostegno. Del resto, dell’idea di un testo scritto che dialoga programmaticamente con altre voci e risponde alle loro domande, Calvino discute per via epistolare con Gian Carlo Ferretti, mentre prepara la sua «risposta» per l’inchiesta Per chi si scrive un romanzo? Per chi si scrive una poesia?, pubblicata nel novembre del 1967 su «Rinascita»:[34]

 

Caro Ferretti,

sai che quella tua domandina «Per chi si scrive?» è maledettamente difficile? L’ho ripresa in mano tante volte, e ogni volta parto sbagliato: o comincio l’autobiografia dal ’45 in poi, o la storia della letteratura mondiale dall’Ottocento, o la rassegna delle posizioni attuali sull’argomento, insomma m’impelago in discorsi lunghissimi e finisco per strappare tutto. Forse non sono adatto per figurare tra quelli che aprono la discussione, perché non riesco a dire una cosa chiara e tranchante. Intervenendo in polemica o a sostegno degli altri forse riuscirei meglio. Oppure rispondendo alle domande d’una intervista.

Scusami, ma sono inceppato, e aspetto tue ulteriori spinte.

 

La lettera restituisce un autocommento sulle dinamiche di scrittura del testo saggistico: le domande possono agire come meccanismo d’innesco di un processo reattivo e agonistico che permette di superare “l’inceppo” e definire timbro e qualità della propria voce. Le domande altrui sembrano, anche, funzionare come tappe di un percorso tematico che, se fosse privo di quell’interrogazione, sarebbe esposto a divagazione e paralisi: per l’ampiezza stessa del tema e per i molteplici modi in può essere declinato.

 

Note

* Sono qui sciolte le sigle adoperate per le opere di Calvino: CS = I. Calvino, Collezione di sabbia, in Saggi, I pp. 407-625; LA = I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, in Saggi, I pp. 627-753; PS = I. Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, in Saggi, I pp. 5-405; Lettere = I. Calvino, Lettere 1940-1985, a cura di L. Baranelli, Introduzione di C. MILANINI, Milano, Mondadori, 2000; RR = I. Calvino, Romanzi e racconti, ed. diretta da C. Milanini, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Prefazione di J. Starobinski, 3 voll., Milano, Mondadori, 1991-1994; Saggi = I. Calvino, Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, 2 voll., Milano, Mondadori, 1995.

 

[1] Vd. C. Cases, Ricordo di Calvino, in Patrie lettere, Torino, Einaudi, 1987, pp. 172–175 (già in «L’indice dei libri del mese», II, 1985, n. 8): a p. 173 «Cominciava, come Hegel secondo i ricordi di Hotho, a fatica, con molta lentezza, con balbettamenti e borborigmi […] una tecnica seria in cui gli alti e i bassi, le pause, i soprassalti, l’uso della sordina e degli ottoni trasmettevano le fasi e i ripensamenti di un processo di lettura […]».

[2] Nota a Una pietra sopra, PS, p. 8 (e vd. M. Barenghi, Italo Calvino, le linee e i margini, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 141).

[3] Il lettore può ad esempio vedere il documentario parigino Italo Calvino un uomo invisibile di Nereo Rapetti, 1974, Televisione della Svizzera Italiana. Sulla diffidenza di Calvino stesso verso il proprio parlato vd. cap. III, par. 1, pp. 107-109 [qui come secondo paragrafo dal titolo Il saggista e il lettore].

[4] Lettere, p. 954 (a Benvenuto Terracini, 1967).

[5] G. Ferretti, Le capre di Bikini. Calvino giornalista e saggista, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p. 147. Nel 1974, ancora, scrivendo a Caterina De Caprio in margine al saggio Le tante città di Calvino della studiosa (sulle Città invisibili), lo scrittore apprezza il rilievo che in quel saggio si dà al «carattere problematico del libro che procede registrando e contrapponendo e rimettendo in discussione» (Lettere, p. 1235).

[6] Su tale «biforcazione», M. Lavagetto, Dovuto a Calvino, Torino, Bollati Boringhieri, 2001, pp. 118-120.

[7] Ancora dall’ultimo Calvino si può estrarre l’affermazione (1985) in risposta ad un’inchiesta di Libération: «Perché scrivo? 1) Perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa» (Saggi, ii p. 1863).

[8] Ti con zero, RR, ii p. 251. Il tema è indagato nel Calvino prefatore da G. Patrizi, Dal testo opaco. Calvino prefatore, in Calvino e l’editoria, a cura di L. Clerici, B. Falcetto, Milano, Marcos y Marcos, 1993, pp. 121-140, pp. 134-136.

[9] E vd. P. Zublena, L’inquietante simmetria della lingua. Il linguaggio tecnico-scientifico nella narrativa italiana del Novecento, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2002, pp. 97-98; A. Cortellessa, Libri segreti. Autori-critici del Novecento italiano, Firenze, Le Lettere, 2008, pp. 317-320.

[10] P.V. Mengaldo, Profili di critici del Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, p. 85. Vd. Ferretti, op. cit., p. 36: «Riemerge sul suo cammino intellettuale una zona oscura, imperscrutabile, non integrabile, irrisolta. È come una vena nascosta».

[11] C. Garboli, L’identità di Calvino, in La stanza separata, Milano, Mondadori, 1969, pp. 209-214, p. 209.

[12] I nostri prossimi 500 anni (1977), Saggi, ii pp. 2294-2299, a p. 2294.

[13] Ferretti, op. cit., pp. 146-147.

[14] D. Scarpa, Italo Calvino, Milano, Bruno Mondadori, 1999, p. 91. E vd. ancora R. Donnarumma, Da lontano. Calvino, la semiologia, lo strutturalismo, Palermo, Palumbo, 2008, p. 70: «l’opera […] non è risposta, ma domanda» e lo scrittore non è più «colui che ammaestra e che possiede il senso».

[15] E. Testa, «No se sabe lo quiere décir»: la ricerca della saggezza di Palomar, «Nuova corrente», xxxiv 1987, pp. 199-212, alle pp. 202-203.

[16] Ferretti, op. cit., p. 147.

[17] Cortellessa, op. cit., p. 49, che riecheggia Esattezza, p. 693: «Come Hofmannsthal ha detto: “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”».

[18] Ferretti, op. cit., p. 146 (corsivo mio).

[19] Idea che sembra collocarsi nella scia novecentesca del concetto adorniano di “saggio”: vd. T.W. Adorno, Il saggio come forma, in Id., Note per la letteratura 1943-1961, Torino, Einaudi, 1979 (i ed. or. 1958), pp. 5-30; alle pp. 21-22: «l’utopia di far centro da parte del pensiero si unisce alla coscienza della propria fallibilità», cosicché lo stile saggistico comunica «un’informazione che è tanto più importante in quanto non la si ha per programma ma come caratterizzazione dell’intenzione di difficoltosa ricerca» – ma sulla diffidenza calviniana verso Adorno e la Scuola di Francoforte vd. C. Milanini, Introduzione, in Lettere, pp. ix-xli, alle pp. xxix-xxx.

[20] F. Camon, Il mestiere di scrittore. Conversazioni critiche con Alberto Moravia, Vasco Pratolini, Giorgio Bassani, Carlo Cassola, Pier Paolo Pasolini, Paolo Volponi, Ottiero Ottieri, Roberto Roversi, Italo Calvino, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2019 (1973¹), p. 163. Analogamente, nella lettera a Ferretti già richiamata nel cap. III, par. 1, p. 110 [qui infra, par. 2]: «L’ho ripresa [la domanda di Ferretti «Per chi si scrive?»] in mano tante volte, e ogni volta parto sbagliato» (Lettere, p. 947); e nell’intervista del 1985 a Maria Corti: «Per cominciare a scrivere qualcosa ho bisogno ogni volta di uno sforzo della volontà, perché so che m’aspetta la fatica e l’insoddisfazione di provare e riprovare, di correggere, di riscrivere», Intervista di Maria Corti, Saggi, ii, pp. 2920-2929, a p. 2924). Vd. inoltre l’osservazione dello stesso Ferretti, op. cit., p. 66, in margine ad un saggio pubblicato nel «Menabò» del 1964: «Ma anche qui, in definitiva, Calvino non prende posizione. Tutto il saggio, a ben vedere, è un’altalena di ipotesi e di obiezioni, di affermazioni e di smentite, o comunque di ipotesi parallele equivalenti: che sottintendono appunto incertezza e sospensione del giudizio». E vd. ancora G. Bertone, Italo Calvino. Il castello della scrittura, Torino, Einaudi, 1994, pp. 137-138: «[Calvino] sostituisce al procedimento della cancellatura […] quello della riformulazione».

[21] F. Serra, Calvino, Roma, Salerno, 2006, p. 60.

[22] Ivi, p. 61.

[23] Scarpa, op. cit., p. 59; a p. 130 la citazione a seguire.

[24] Ad esempio, Garboli, op. cit., p. 209: «Sotto la precisione, la lucidità impeccabile del segno […] ho sempre avvertito una presenza diversa».

[25] Come informa la nota di Calvino, nel primo caso si tratta di un testo (poi rivisto e abbreviato) scritto per una conferenza tenuta nel marzo del 1962, le cui parti furono pubblicate nello stesso anno anche come articoli su «Il Giorno» (vd. I beatniks e il «sistema», PS, p. 96). Come richiamato nel cap. I, par. 3, p. 35, Cibernetica e fantasmi è letto nel novembre 1967 in diverse conferenze in città italiane (e poi anche all’estero), ed è pubblicato in «Le conferenze dell’Associazione Culturale Italiana», xxi 1967-1968, pp. 9-23 e, in versione ridotta, col titolo Appunti sulla narrativa come processo combinatorio, in «Nuova Corrente», xlvi-xlvii, 1968, pp. 139-48.

[26] Vd. cap. V, par. 1, pp. 171-176 per il riflesso stilistico di questa scontentezza [qui come primo paragrafo].

[27] Su queste caratteristiche del parlato prototipico vd. da ultimo M. Voghera, Dal parlato alla grammatica. Costruzione e forma dei testi spontanei, Roma, Carocci, 2017, pp. 173-187 e 189-198.

[28] Lettera a Francesco Leonetti del 25 gennaio 1967 (Lettere, p. 943).

[29] Vd. Cap. V, par. 5, pp. 171-176 [qui come primo paragrafo], ove si offre la complementare ipotesi critica, verificata sul piano delle piccole strutture, e ampliata dall’insoddisfazione per ciò che si è detto, allo scontento per ciò che si è già scritto.

[30] Vd. P.V. Mengaldo, Aspetti della lingua di Calvino (1989), in Id., La tradizione del Novecento. Terza serie, Torino, Einaudi, 1991, pp. 227-291, alle pp. 250-268; V. Coletti, Storia dell’italiano letterario. Dalle origini al Novecento, Torino, Einaudi, 1993, pp. 369-371; E. Testa, Lo stile semplice. Discorso e romanzo, Torino, Einaudi, 1997, pp. 284-291; L. Matt, La narrativa del Novecento, Bologna, il Mulino, 2011, pp. 80-82.

[31] Per la differenza concezionale fra parlato e scritto si rinvia al classico lavoro di M.A.K. Halliday, Lingua parlata e lingua scritta, Firenze, La Nuova Italia, 1992 (i ed. or. 1985), in part. pp. 117-118 e 141-148 (da ultimo, vd. Voghera, op. cit., pp. 61-94, e la bibliografia ivi richiamata).

[32] Si potranno, forse, curvare alla prospettiva qui proposta le parole della chiusa di Mondo scritto e mondo non scritto: «Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall’ordine regolare delle righe scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione» (Mondo scritto e mondo non scritto (1983), Saggi, ii pp. 1865-1875, a p. 1875).

[33] La prima e l’ultima citazione sono tratte rispettivamente da Testa, Lo stile semplice, cit., p. 289 e Coletti, Storia dell’italiano letterario, p. 369. Le caratteristiche linguistiche qui menzionate sono state capillarmente documentate da Mengaldo, Aspetti, cit., pp. 262-268 e Testa, Lo stile semplice, cit., pp. 289-291. Per l’uso di figuranti metaforici relativi all’atto di scrittura nella prosa narrativa, vd. ancora Testa, Lo stile semplice, cit., pp. 289-290.

[34] Lettera del 15 marzo 1967 a Gian Carlo Ferretti (Lettere, p. 947; primo corsivo dell’autore). Il testo-risposta è Per chi si scrive? (Lo scaffale ipotetico), in PS, pp. 199-204. Su questa lettera e “il partire sbagliato” vd. anche cap. V, par. 5, pp. 174-176 [qui come primo paragrafo].

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