di Lorenzo De Marinis e Mario Farina

 

Per sommi capi, la vicenda è piuttosto semplice. Nel luglio del 2014, il comico Alessandro Gori, noto con il nome d’arte di Lo Sgargabonzi, pubblicizza una propria serata al circolo Aurora di Arezzo con un post su Facebook nel quale si annunciano, tra le altre cose, “curiosità pruriginose su Denise Pipitone con diapositiva e Simmenthal” (il post è riportato integralmente qui https://www.ilpost.it/2021/11/20/sgargabonzi-processo-claudio-giunta/). A questo post, segue una telefonata dell’avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, madre di Denise, che minaccia il circolo Aurora di querela nel caso non venisse annullata la serata. Alessandro Gori, nel frattempo, cancella il post su Facebook, assieme a un altro paio di brani precedenti nei quali veniva nominata Denise Pipitone e, sempre via social network, spiega le sue ragioni, scusandosi con la madre. Nel del 2015, Alessandro Gori si vede notificata una querela per diffamazione da parte della signora Piera Maggio che, assieme al post relativo alla serata, contesta altri passaggi, sempre ripresi dall’account Facebook del comico, tra i quali: “Piera Maggio, madre di Denise Pipitone, nuovo volto degli spot lerdammer”. L’intera vicenda della querela è stata riassunta esaustivamente da Francesco Pacifico su Il Tascabile (https://www.iltascabile.com/letterature/pacifico-sgargabonzi/).

 

Piera Maggio, per voce del proprio legale, chiede il procedimento penale, non civile, per diffamazione, di fronte al quale l’imputato rischia una pena detentiva che va da tre mesi a sei anni. Nel 2018, arriva la comunicazione che si andrà a Processo e Alessandro Gori viene sentito da Giulia Maggiore, PM che si occupa del procedimento e che decide per l’archiviazione immediata. L’avvocato Frazzitta impugna l’archiviazione davanti al GIP, che decide di riaprire il fascicolo e procedere. Ora il dibattimento è nel vivo, con le udienze fissate per il 3 e il 16 di dicembre. Questa, la fredda cronaca.

Come inquadrare una vicenda di questo tipo? Non è semplice, ma muovendosi con attenzione crediamo sia possibile sbrogliare un intreccio che incrocia questioni morali, legali e non ultime letterarie.

 

C’è un ordine della questione che è chiaramente morale: c’è una tragedia, c’è il dolore di una madre e c’è il rispetto che a questo dolore si deve. Di fronte a questo dolore, sempre stando a quanto ci dice il discorso morale, bisognerebbe tenere due possibili atteggiamenti. Uno è il silenzio, l’altro è la serietà dell’analisi, qualora se ne fosse in grado. Ogni altro uso del dolore, che si tratti di esibire strumentalmente un cordoglio o di utilizzarlo come espediente di un pezzo umoristico, è improprio e come tale condannabile. Chi ha trattato questa vicenda, su questo specifico punto ha utilizzato argomentazioni scivolose. Non si può sollevare il genio, anche ammesso che di genio si tratti, dalla responsabilità che condividiamo noi comuni mortali. Non esiste una patente di genialità che permette ad Alessandro Gori di infrangere il veto sul vilipendio del dolore. Se il discorso morale regge, allora Gori ha sbagliato. Come hanno sbagliato in tanti, quando hanno inquadrato le lacrime delle madri ai funerali, quando hanno trascinato in studio il dolore, con la voce rotta, che giurava (o spergiurava) sull’indicibile.

 

Ma qui non si sta parlando di morale, si sta parlando di diritto e infatti la querela mossa da Piera Maggio è per diffamazione, basata sul fatto che l’imputato “con più azioni esecutive di un disegno criminoso […] offendeva la reputazione di Maggio Pietra e Pipitone Denise”. Stando così le cose, occorre osservare più da vicino il testo e comprendere in che modo si possa essere perpetrato il disegno criminoso. Bisogna capire cosa fa Alessandro Gori con le parole, a cosa mirano quelle parole e in che modo. C’è un passaggio, citato nella querela, che può esserci particolarmente utile. Scrive lo Sgargabonzi: “Stasera al supermercato ho visto la signora Piera Maggio, mamma di Denise Pipitone, la bimba scomparsa qualche anno fa. Così sono andato a riempirmi il carrello con un sacco di roba e gliel’ho portato, dicendole: …. E non voglio più vedere quel faccino triste”. Questo il testo presente nella querela. Perché in realtà il brano prosegue: “E poi me ne sono andato senza aspettarmi chissà quale roboante ‘encomio’ ma felice di aver fatto un piccolo gesto bello. È una goccia nel mare, certo…”.

 

Ecco che ci è subito chiaro ciò di cui lo Sgargabonzi sta parlando. I suoi enunciati, come spesso accade a chi fa il comico, vanno presi secondo un senso non denotativo, ma performativo. Lo Sgargabonzi, qui, non è sé medesimo Alessandro Gori che pronuncia una frase in discorso diretto, è un personaggio qualunque che usa il dolore altrui come lavatrice per la propria coscienza, una delle numerose figure che popolano l’universo televisivo e che tanta presa fanno su di noi, pubblico che si abbevera del dolore e della morte. Questo è ciò di cui parla Alessandro Gori. E nulla c’entra che lo faccia in modo geniale, l’unica cosa che resta è una precisa tecnica letteraria, nella quale il discorso diretto viene piegato per alludere a un significato spostato che emerge, così, in modo ben più efficace che in una requisitoria morale saggistica. Nella risata amara che Lo Sgargabonzi ci strappa c’è il riconoscimento di un comportamento condiviso e morboso, nel quale assistiamo incantati alla tragedia pagando per il biglietto d’ingresso il misero prezzo di una solidarietà a buon mercato, che Alessandro Gori trasfigura nel carrello di un supermercato offerto alla vittima.

 

C’è poi un’altra confusione in cui sono occorsi molti di quelli che lo hanno difeso, vale a dire la celebrazione dell’universo dello Sgargabonzi. Un universo fatto di nomi provenienti dal mondo dei media, trasferiti in una realtà parallela nella quale perdono il loro significato di partenza, per assumere una consistenza nuova, eterea, che poco ha a che vedere con quella reale. Non si tratta dell’universo Sgargabonzi, ma di nuovo di una precisa tecnica letteraria. È la fantasmagoria del Brocken nel Faust di Goethe, sono le inversioni di senso di Rabelais, è il malevolo Scorate sbertucciato da Aristofane nelle Nuvole, ma soprattutto è Dante, che nella Commedia manda all’inferno mezza Firenze a cadavere ancora caldo, umiliando i morti con pene infamanti. E di nuovo, non è questione di abilità, ma di tecnica. Si citano i grandi, perché i grandi sono rimasti, ma la licenza di genialità in queste cose non ha cittadinanza. In questo caso, a essere condannata non sarebbe una persona – Alessandro Gori, alias Lo Sgargabonzi – ma una tecnica letteraria sedimentata, a cui peraltro la letteratura italiana deve molto.

 

Assodato questo, possiamo guardare nello specifico l’oggetto del discorso di Alessandro Gori, che ovviamente non è Denise Pipitone e nemmeno la madre. È quella coazione a ripetere intrisa di dolore e esibizione del dolore che viene costruita attorno ai casi come quello di Denise Pipitone. È il primo piano del volto di Anna Maria Franzoni che singhiozza in prima serata sul primo canale televisivo nazionale, sono i diari di Salvatore Ferraro letti al telegiornale, le immagini rubate di Erika che gioca a pallavolo nel centro di detenzione. È Netflix, che ci tiene moltissimo a farci sapere quanto sia stato visto il film sulla storia di Yara Gambirasio. Questo è il materiale di cui Alessandro Gori riempie i suoi testi. Non è Denise Pipitone, bambina in carne e ossa, quella rappresentata, è la sua immagine in controluce, trasposta all’interno del desiderio collettivo di dolore. È la figura che noi abbiamo costruito, proiettando una serie di sentimenti che non siamo noi le persone più qualificate a indicare, ma che hanno con tutta probabilità a che fare con il sacrificio e l’esorcizzazione della morte.

 

La cosa va tenuta sempre a mente: qui non si parla di morale, si parla di diritto. La condanna morale è sempre libera e si esprime nei modi e nei luoghi che le sono deputati. Si può smettere di acquistare i libri dello Sgargabonzi, si può evitare di guardare i programmi televisivi nei quali compare, si può addirittura scrivere lettere indignate alle emittenti e ai giornali. Possiamo trovare la battuta di cattivo gusto, puerile, a effetto, fuori luogo. Benissimo. Ma bisogna avere chiaro che la legge ha l’obbligo di comprendere i testi. Quando un nome viene trasportato in un mondo narrativo diverso da suo, muta il proprio significato, anche se qualcosa del suo originale resta attaccato. Ed è quello che fa soffrire coloro per cui quel nome non era solo un nome. E questa sofferenza nessuno ha il diritto morale di infliggerla. Ma la legge funziona diversamente e non si può condannare l’autore di un testo perché qualcuno lo ha frainteso.

 

Rimane infine una piccola osservazione. Questo caso ha fatto, involontariamente, da cartina di tornasole per osservare il ruolo che la comicità riconosce a sé stessa in questo paese. Non sono molte le voci che si sono alzate in difesa di Alessandro Gori, che pure era considerato il “comedians’ comedian” già prima che questa vicenda si avviasse alle battute finali. Qualcuno, poi, ha ritenuto doveroso prendere posizione sostenendo che Gori possa essere condannato a una pena detentiva per questa vicenda, ma nessuno ha difeso ciò che ha scritto.

Posizione più che lecita, ma rimane sul fondo una domanda: è questo il mestiere del comico? È questa la comicità? Non citeremo Aristofane, ma da lì in poi c’è una sottile linea rossa che lega tutti i comici che hanno in qualche modo contribuito alla cultura e alla vita di noi tutti: correre il rischio di offendere qualcuno. Il che non vuol dire non chiedere scusa (Gori per altro lo ha fatto subito), ma vuol dire ammettere che questo è il rischio del mestiere del comico. C’è chi offendendo qualcuno ha perso o rischiato la vita, la libertà, il successo, i vantaggi economici. La maggior parte non ha perso nulla. Fa però impressione vedere quasi un’intera generazione di comici dimenticare che tutto quello che fanno deriva dalla parabasi, dal provare con intento scherzoso a fare e dire ciò che siamo tentati di fare o dire, ma non facciamo seriamente.

 

È dovere del comico provare a ridere di tutto, rischiando, sbagliando chiedendo scusa, consapevole di svolgere una funzione utile: perché dopo che è passato il comico se ciò di cui ha riso non ha perso valore, è la prova che è qualcosa che conta davvero. Come sarebbe certamente il caso per quel che riguarda il dolore di una madre. Ma non è questo il caso, visto che Alessandro Gori stava parlando di altro.

 

[Immagine: Lodovico Ottavio Burnacini, Reggia di Plutone]

2 thoughts on “Il processo allo Sgargabonzi. Osservazioni sull’uso letterario del dolore e il mestiere del comico

  1. Quello che non capisco in tutta questa vicenda è perché Gori si sia scusato, di solito ci si scusa quando si riconosce di aver sbagliato. Per farla breve: questa cosa tornando indietro lo Sgargabonzi la riscriverebbe sì o no? Se sì non ha niente di cui scusarsi, se no c’è qualcosa che non torna e che la dotta difesa d’ufficio sopra esposta evidentemente non riesce a cogliere, tanto meno a giustificare. Forse il fatto che Piera Maggio non è tenuta ad avere un post-dottorato in filologia e narratologia, e che quindi era prevedibile potesse prenderla male? Insomma lasciamo che lo Sgargabonzi, come Aristofane e Dante prima di lui, corra i rischi del proprio mestiere ( che non fa affatto male, a mio parere) se questo è il suo mestiere.

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