di Camilla Marchisotti

 

Tra il 6 e il 7 dicembre, mi sono imbattuta in una serie di foto su Internet: il luogo era Atene; l’oggetto erano delle masse pacifiche di manifestanti, alternate a scene di guerriglia urbana nel quartiere anarchico di Exarcheia; l’occasione, l’anniversario della morte di Alexis Grigoropoulos, un ragazzo greco di quindici anni ucciso dalla polizia nel 2008 mentre si recava ad una festa di amici. Il poliziotto che ha ucciso Alexis è stato condannato all’ergastolo, ma successivamente scarcerato nel 2019, dopo aver scontato una pena ridotta e da molti ritenuta insufficiente se rapportata al crimine commesso. Nel 2008, all’epoca dei fatti, la sua morte fu l’inizio di una serie di proteste che si diffusero in Grecia e continuarono per tutto il mese di dicembre. Gli scontri si ripetono – in maniera più o meno partecipata, più o meno pacifica – tutti gli anni da allora.

 

 

Conoscevo già la storia di Alexis, ma il 7 dicembre di quest’anno, all’indomani dell’anniversario, ho avuto l’occasione di commentare questi fatti con un’amica di Atene che quell’ingiustizia l’ha vissuta “sotto casa sua”. Faceva fatica a parlarne; mi ha mandato da leggere, però, una poesia di Giannis Ritsos. Scritta nel 1957 e non nel 2008, in occasione della morte della nipote di due anni e non per quella di Alexis, si tratta di una una poesia-fiume che ha raccolto nel tempo vari detriti di significato, caricandosi di una valenza politica universale. Inizia così: “Ποτέ δε φεύγουν τα νεκρά παιδιά απ’ τα σπίτια τους”, che vuol dire: “i ragazzi morti non se ne vanno mai dalle le loro case”.

 

A volte, il filo rosso delle ingiustizie ha la capacità di unire spazi e tempi anche molto diversi tra di loro: mentre leggevo la poesia, usciva sui principali giornali italiani la notizia di qualcosa che ingiustizia non è, semmai il contrario: la scarcerazione di Patrick Zaki, studente egiziano dell’università di Bologna detenuto ingiustamente nelle carceri egiziane da 22 mesi. Mentre raccontavo la sua storia alla mia amica di Atene, mi è venuto spontaneo allungare il filo, e pensare a una serie di ingiustizie simili a quelle di Alexis, avvenute più o meno “sotto casa mia”. Ho snocciolato insomma nella mente la mia lista di “νεκρά παιδιά”, di ragazzi morti che non se ne vanno mai dalle loro case, o che a casa non tornano più: Giulio Regeni, Stefano Cucchi, Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi. Alla fine, avevo attorno un cimitero e ho rischiato di perdere il filo, o quantomeno il filo ha rischiato di deviare nella traiettoria di una catabasi.

 

Nella storia di Alexis, mi sorprendono le somiglianze con queste altre storie che conosco meglio della sua: nei suoi 15 anni rivedo gli appena 18 di Federico Aldrovandi; nel rapporto balistico che ha dimostrato come il colpo di pistola che lo ha ucciso non fosse stato sparato verso l’alto, a mo’ di avvertimento, ma ad altezza d’uomo, ritrovo la storia di Carlo Giuliani, morto sette anni prima di lui; nel tentativo di alcuni media greci di dipingere un quindicenne come un pericoloso sovversivo che “se l’è cercata”, ritrovo la colossale macchina del fango messa in moto per anni contro la memoria di Stefano Cucchi, “un drogato”, uno che tanto sarebbe morto comunque. Nella storia di Alexis mi sorprende anche la tenacia della memoria, rinnovata anno dopo anno in queste manifestazioni. Di nuovo, penso a Giuliani, e alla fioritura di memoria che è stato questo 2021, occasione di una vera e propria riflessione collettiva e postuma sui fatti di Genova, vent’anni dopo (da Limoni, il podcast di Internazionale curato da Annalisa Camilli, passando per i fumetti di Zerocalcare, fino al volume collettivo sul G8 edito da Effequ).

 

Mi chiedo anche, però, se la memoria di tutte queste storie, l’affastellarsi di tutte queste date significative, e la commozione che naturalmente ne deriva, bastino da sole. Negli anni del liceo, ho spesso partecipato alla giornata della memoria e dell’impegno in favore delle vittime di mafia, promossa da Libera ogni 21 di marzo. In quel giorno ogni anno, un lungo corteo organizzato in una città italiana si conclude presso il palco di una grossa piazza, sopra il quale viene letta una lunga lista di nomi e cognomi, la lista delle vittime di mafia. Un’altra lista di “νεκρά παιδιά”. Credo che siano stati proprio i nomi di quei morti, e la sensazione di non riuscire a “tenerli insieme tutti”, a farmi allontanare gradualmente da quella realtà di associazionismo – non sono più stata a un corteo del 21 marzo da allora. Di nuovo: il rischio che la commozione si trasformi in catabasi, che la troppa morte paralizzi.

 

Cerchiamo allora di riportare il filo in orizzontale. C’è una foto, tra le molte di Patrick che iniziano a circolare sul web in questi giorni, che mi è sembrata particolarmente parlante. È questa:

 

 

La fotografia mi ha colpito per l’alto tasso di stridore che contiene, nella sua capacità di fare attrito e di tenere insieme un momento bellissimo, tanto atteso (l’abbraccio con la sorella) con uno sfondo oggettivamente brutto, desolato (i camion, una strada grigia come tante altre, i caseggiati dimessi). Mi ha colpito soprattutto per un dettaglio, apparentemente casuale. Roland Barthes chiamava punctum quel dettaglio di una fotografia che sembra irrilevante, marginale, ma che è invece il perno – inaspettato e inconsapevole, anche per chi l’ha scattata – che regge e illumina l’intera composizione. In questo caso, il punctum della foto mi sembra essere quel ragazzo decontestualizzato sullo sfondo, che guarda in camera ma sembra quasi voler uscire dalla cornice. Perché?

 

Questa svolta nella storia di Patrick è una svolta felice: ci racconta di come, a volte, i ragazzi rimangono vivi e tornano a casa. È giusto rallegrarsi, quando tornano, e ci siamo tutti trasversalmente rallegrati per il ritorno di Patrick, ci siamo tutti indifferentemente commossi per quell’abbraccio. È necessario però che il nostro sguardo – e, fuor di metafora, il nostro impegno – vada oltre al ricordo e alla commozione. È questo il movimento che mi pare misteriosamente suggerire il ragazzo sconosciuto finito per puro caso nella foto, che molte testate hanno deciso di tagliare, stringendo invece sull’abbraccio. La faccia rivolta indietro, verso Patrick, ma i piedi ed il corpo tesi in avanti: in quel doppio movimento ci vedo tutta la differenza di potenziale tra l’espressione di un umanitarismo solo di facciata e una presa di coscienza più consapevolmente politica.

 

Se è vero, infatti, che il fondamento di ogni lotta è la commozione, e l’indignazione per le ingiustizie vicine e lontane; se è vero anche che esiste un filo rosso che unisce le ingiustizie “sotto casa nostra” con quelle che accadono in Egitto, in Palestina, in Yemen, o nella Grecia da cui stiamo partiti, e questo filo rosso è la necessità di affermare ovunque il rispetto dei diritti umani e di schierarsi sempre contro gli abusi del potere e dalla parte di chi li subisce; è altrettanto vero che l’espressione commossa di un umanitarismo senza frontiere, ad ampio raggio, nasconde delle insidie. Esso si traduce in una postura politica efficace solo se viene problematizzato, approfondito; evita il rischio di degenerare in “zucchero filato” (o peggio, in ipocrisia) se viene inserito e alimentato da un preciso sistema di valori (l’anticapitalismo, il transfemminismo, l’intersezionalità, tra gli altri). Non bastano, da soli, i buoni sentimenti, e quei valori a-politici che oggi ci vengono invece surrettiziamente venduti come tali, come l’onestà, il rispetto, la gentilezza; è necessario che attorno alla commozione e al ricordo di queste ingiustizie nasca e si sviluppi un pensiero compiutamente politico, verticale, ma questa volta in un altro senso, quello della lucidità, dell’analisi. Per questo la fotografia di Patrick mi ha così colpito: nel doppio movimento del ragazzo sullo sfondo, vedo un invito alla verticalizzazione del pensiero. Parafrasando il titolo del primo libro di Andrea Zanzotto, Dietro il paesaggio, la domanda di cui si fa involontariamente portatore il ragazzo-punctum suona all’incirca così: che cosa c’è dietro alla fotografia, che cosa c’è oltre, dopo, al di là?

 

La risposta potrebbe essere: dopo la commozione, lasciamo che le madri facciano le madri e si godano i loro bambini vivi, tornati a casa. Il nostro è un altro ruolo, necessariamente politico, quello di chi deve sforzarsi di andare dietro e oltre a questa scarcerazione. Il nostro ruolo sta nel continuare a tracciare il filo, unire i puntini per fare un sistema, inserire la scarcerazione di Patrick in un più ampio disegno e dunque chiederci e chiedere a chi ci governa: che legame c’è tra questa notizia e la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta che proprio pochi giorni fa ha individuato nel governo egiziano il responsabile dell’assassinio di Giulio Regeni? E ancora: perché il nostro paese continua ad intrattenere rapporti economici quanto mai ambigui con l’Egitto? Il filo – si capisce – potrebbe andare avanti all’infinito, come una sorta di antidoto contro l’incoerenza. Ci dice che non tutte le commozioni sono uguali, e che soprattutto quelle espresse dalla classe politica che ci governa e dalle istituzioni vanno sempre tarate sulle misure concrete che queste ultime mettono in atto, sulle posizioni indifendibili che si ostinano strenuamente a difendere. Il filo ci invita a smascherare una dinamica disfunzionale, la stessa che riusciva a tenere insieme la commozione generale davanti alla foto di Aylan, il bambino siriano immortalato cadavere sulle spiagge turche, e gli accordi stipulati e continuamente rinnovati con la Libia o con la Turchia per la gestione della crisi migratoria.

 

La memoria delle ingiustizie, così come la commozione davanti alle buone notizie, come è stata quella della scarcerazione di Zaki, non deve servire a metterci tutti magicamente d’accordo – neri e rossi, destra e sinistra – nel mondo fatato della post-ideologia e della gentilezza assurta a valore politico, disinnescando ogni conflitto. Il filo non è un calderone, è per l’appunto un filo, e fa quello che deve fare ogni filo rosso che rispetti: non soltanto unire, ma de-finire un campo, invitare ad una scelta di campo, determinare un “di qua” e un “di là” dove siamo invitati a schierarci. Chi la pensa diversamente, o è uno stupido o è in cattiva fede.

“I ragazzi morti non se ne vanno mai dalle loro case”, i ragazzi vivi a volte tornano: uno è appena tornato, e tutti abbiamo tirato un collettivo sospiro di sollievo. Il ragazzo-punctum sullo sfondo della fotografia sta lì a domandarci: e ora?

2 thoughts on “Patrick Zaki e il filo rosso delle ingiustizie: sulla necessità di politicizzare la nostra commozione

  1. E’ vero, occorre restare lucidi e continuare ad annodare il filo rosso delle ingiustizie che tanto dolore spargono nel mondo…. ma non significa, a mio parere, politicizzare la commozione.
    Anche la commozione ha un suo spazio costruttivo al di là del tempo così come la politicizzazione ha una durata ed è soggetta ad ondate di flusso e riflusso nonché a spazi di grande emotività.
    Non credo sia necessario né fondere commozione con battaglia di giustizia né tracciare un “di qua” e un “di là” oltre il quale i duri e puri combattono e gli altri “stupidi” o “in malafede” al massimo si commuovono.
    Apprezzo l’invito alla forza ed al risveglio della coscienza presenti nell’articolo , ma non condivido la separazione tra forza e gentilezza.
    A questo proposito propongo la lettura del bel saggio di Michele Dantini “Sulla delicatezza” che non ha nulla di equiparabile alle buone maniere ma molto di ” disciplina di pensiero”.
    Bentornato Zaki, i ragazzi morti non se ne vanno mai dalle loro case : non lo dimenticheremo e non smetteremo di cercare giustizia.
    Silvia

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