di Carlo Londero

 

[Pubblichiamo un estratto dal volume di Carlo Londero “Ulisse”, o dell’Amore. Lettura della poesia di Umberto Saba, uscito nelle scorse settimane per i tipi di Quodlibet].

 

Ulisse

 

Nella mia giovanezza ho navigato

lungo le coste dalmate. Isolotti

a fior d’onda emergevano, ove raro

un uccello sostava intento a prede,

coperti d’alghe, scivolosi, al sole

belli come smeraldi. Quando l’alta

marea e la notte li annullava, vele

sottovento sbandavano più al largo,

per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno

è quella terra di nessuno. Il porto

accende ad altri i suoi lumi; me al largo

sospinge ancora il non domato spirito,

e della vita il doloroso amore.

 

da Umberto Saba, Mediterranee, Mondadori, Milano 1946; ora in Tutte le poesie, a cura di A. Stara, introduzione di M. Lavagetto, Mondadori, Milano 1988 (19942)

 

Provo a mettere in relazione quanto emerso dalla mia analisi con tre brani prelevati da altrettanti saggi che qui si fanno specimen delle derive di quella vulgata di commenti interpretativi di Ulisse, in cui la poesia viene sempre cattedraticamente illustrata in rapidi scorci di comodo a seconda del caso. C’è chi intravede come «l’effetto finale» di Mediterranee «rappresenti un’inversione di quello del Leopardi dell’Infinito: “e il naufragar m’è dolce in questo mare”»[1]. Sebbene in Ulisse sia impossibile risalire al giudizio di valore che l’io assegna alla navigazione e di naufragio non si possa parlare (mai un naufragio in tutto Mediterranee!), non si può dubitare che la navigazione sia dolce, giacché «l’amore, l’amore vero, l’amore intero, […] vuole la fusione perfetta della sensualità e della tenerezza»[2]. Si aggiunga che questa “serena disperazione” dell’io – in questo simile al dolce naufragar leopardiano – è assimilabile al «diletto» sperimentabile dinanzi al sublime, sentimento che «è quanto nell’immaginazione minaccia la nostra selfpreservation, in particolare la morte», sublime che è, «in forma derivata e allegorica, il prodotto irrappresentabile dell’assenza (buio, silenzio, vuoto, infinito, vasto). Proprio le caratteristiche del mare»[3]. Per altri ancora in Ulisse il poeta «è spinto ora come un tempo da un destino tanto individuale quanto collettivo», ossia per «placare quell’irrequietezza, quel malcontento, quell’ansia di assoluto e quel montaliano ‘male di vivere’ così tipici dell’uomo contemporaneo»[4]. E c’è chi legge nei versi «disillusione e rimpianto, memore tristezza e delicata malinconia, amarezza e vaghi accenti di nostalgia»[5]. La poesia non si impernia sulla «dinamica dolce e triste, piena di ricordi dolorosi eppure cari del passato» da cui deriverebbe quell’«avventura infinita dello spirito» che saprà «consentire magari il riscatto dall’abbandono e dalle cupe tenebre di un nichilismo senza risposte»[6]. La poesia è ben distante dal mal de vivre, dal nichilismo tenebroso, dalla modernità e ancora più dalla contemporaneità (o dalla classicità, ça va sans dire). Ulisse è astorica e atemporale: esprime e dà forma alla cosa «più antica» e «difficile del mondo»[7]: l’amore, l’aspetto più universale e differenziato dell’esperienza umana – penso alle vicende più antiche e contemporaneamente esemplari che mi affiorano alla memoria: il Cantico dei cantici, l’episodio di Piramo e Tisbe narrato da Ovidio nelle Metamorfosi.

 

Sorge il dubbio che, trattando d’amore, la poesia odisseicamente dissimulata abbia prevalso sul senso reale dei versi. Allora ci si deve nuovamente interrogare in merito a quale possa essere il senso di sigillare un libro intriso d’eros come Mediterranee e il Canzoniere (nella forma suggellata da Mediterranee) con una poesia che inscena il parallelismo tra Saba e l’azione dell’eroico e avventuroso Odisseo. Meglio concludere con una poesia in cui si possa scorgere un «Lichtlein»[8], una piccola luce (amorosa) che dia un vitalistico tormento sentimentale alla vecchiaia scacciando il senso di morte, invece di terminare il libro di una vita con un testo memoriale e nostalgico o avventuroso e gnoseologico. La vicenda amorosa, proprio perché offre speranza, lascia aperto il finale: non guarda indietro né fa bilanci, ma si getta nel futuro possibile.

 

A parte mi chiedo se oggi, soprattutto in seno alla critica letteraria, sia ancora possibile questa reticenza nel dire l’amore – quello assoluto in cui Saba stesso si riconosce: né etero né omosessuale, ma amore e basta – in quella che a me pare una tra le liriche erotiche più riuscite che ci siano. Come ha messo in evidenza Lavezzi[9], solo Sereni, recensendo Uccelli di Saba, ha saputo dire senza remore l’amore radicato nelle poesie di Saba:

 

vorrei citare altri versi e trascriverli nel quaderno degli emblemi validi alla vita e alle vicende di tutti, fuori dall’occasione particolare che li ha espressi […]. Ma a quante altre vicende e protagonisti di questo non potrebbero essere riferiti fuori dal mondo dei volatili che è l’oggetto primo del libro? Al punto da sembrare l’epilogo, figurato e concretissimo insieme, di una imprecisata storia d’amore[10].

 

Se gran parte della poesia di Saba è votata all’erotismo, credo che l’acume di Sereni sia giunto al cuore di Uccelli, senza celare alcunché al lettore. L’amore non è nascondibile, né occultarlo era l’intenzione di Saba – semmai preservarlo con discrezione.

 

Ma è d’obbligo ora, dopo averlo estromesso perentoriamente, permettere a Odisseo di rivestire il ruolo che gli spetta. Se è vero che il titolo Ulisse funge da mascheramento all’intera poesia, ciò non significa accantonare del tutto la figura dell’eroe omerico. Leggere Ulisse esclusivamente in quanto lirica erotica equivarrebbe a diminuirne il portato semantico. Cerchiamo allora di reintegrare Odisseo nella poesia. La metafora della navigatio vitae implica che «vi siano coloro che accettano l’alea del viaggio, che sono pronti a essere attori nella propria esistenza» e coloro che all’opposto «mostrano una minore propensione al rischio e che quindi preferiscono essere spettatori»[11]. L’io lirico e il Laerziade appartengono entrambi alla categoria degli attori, pur con diversi gradi di partecipazione: se Odisseo è l’intraprendenza per antonomasia, l’io di Ulisse è più indolente, forse deve ancora imparare a conoscere e «guidare il suo cammino periglioso attraverso tutti gli ostacoli […] che gli vengono frapposti»[12]. L’io deve tenere testa al cieco Eros, non desidera «divenire del mondo esperto». C’è però un punto di maggiore adesione tra l’io e Odisseo, un’adesione che si verifica nel momento in cui gli «isolotti» costituiscono il luogo del desiderio conquistato virtualmente grazie alla rara avis. Il potere di seduzione e di pericolo che l’io avverte quando viene attratto dagli «isolotti» insidiosi è affatto paragonabile a quello esercitato dalle due Sirene che incantano i marinai promettendo consolazione ai loro affanni con voce suadente. Se nel XII libro dell’Odissea l’eroe è l’unico del suo equipaggio che gode del canto delle Sirene, così l’io, unica vela a non spingersi «al largo» dagli «isolotti», tenta a suo rischio e pericolo un accosto. Un altro contatto si stabilisce mediante l’avverbio «ancora» (v. 12), per mezzo del quale è possibile istituire una connessione con il canto XXVI della Commedia. L’eroe fa rientro a Itaca solo per ristorarsi brevemente e ripartire per altri mari, in conformità con la profezia inferna dell’indovino Tiresia (Odissea, Libro XI). La narrazione che Dante ci propone dei viaggi di Odisseo successivi al ritorno in patria indica che nonostante tutto il campione è ancora per mare: «ma misi me per l’alto mare aperto», dice l’anima dannata sospinta dal suo inesausto (e scellerato, per Dante) spirito indomito, sottintendendo ‘nuovamente’ o ‘ancora’, poiché gli affetti familiari (filiale, paterno, coniugale) «vincer» non «potero dentro a me l’ardore / ch’i’ ebbi» tanto che, con un’avversativa dal sottinteso valore protrattivo (‘ancora’, ‘di nuovo’), si mette per mare.

 

Il punto nodale della comunanza tra eroe e io si dà nella forte pulsione amorosa che muove Odisseo a far vela verso Itaca per ricongiungersi con Penelope, senza riuscirci per un lungo tempo: «il debito amore / per la sua dolce metà» scrive Gozzano mutuando Dante[13]. La pulsione erotica dell’eroe luminoso è già manifesta nell’Odissea:

 

lui soltanto,

che anelava al ritorno e alla sua donna,

tratteneva Calipso

(Libro I)[14];

sempre, ogni giorno tu sospiri

per la tua sposa, e aneli a rivederla (Libro V)[15].

 

Accanto a Gozzano vanno tenuti in considerazione i contributi di altri autori, apporti poetici che non devono essere taciuti e che hanno certamente influenzato la stesura di Ulisse stratificandola nella decifrazione e nei rimandi. Uno dei riferimenti è naturalmente a Maia, il primo libro delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi di D’Annunzio[16]. Non si può non pensare al Pascoli di L’ultimo viaggio[17], pubblicato nei Poemi conviviali; e dello stesso va segnalata la traduzione dell’Ulysses di Tennyson[18]. Va menzionato pure L’ultimo viaggio di Ulisse di Graf, pubblicato ne Le Danaidi[19]. Eppure, credo siano da escludere rapporti diretti di genitura di Ulisse da ognuna di queste opere, per le ragioni che espongo di seguito per sommi capi. I versi di D’Annunzio si caratterizzano per l’intento di «esaltare il mito» e di «sublimare» l’«io poetico attraverso i miti»[20]. Nella poesia di Pascoli manca il «desiderio» o «libido» e «qualunque sensibilità al diritto che il desiderio ha di manifestarsi e prendere forma»[21]. Graf carezza con la sua poesia un gusto «tra Liberty ed espressionistico» intriso di positivismo, inteso come «accettazione della prospettiva moderato-cattolica, ma in un contesto più “tecnologico” e borghese», e altalenante tra la tradizione «medievale-popolare-romantica» e «quella francese ottocentesca»[22]. I versi di Gozzano, invece, presuppongono le «cadenze di una poesia in re», che «sfiora una condizione apertamente parodica di discorso poetico», dove «sempre agisce la malinconia delle cose perdute e la dolcezza dei fantasmi del sogno»[23]. A mio parere è chiaro quanto Ulisse ammicchi consapevolmente al tema del mito odisseico ripreso da Dante e riemerso tra Otto e Novecento[24], ma superandolo e significando altro. Sono dell’avviso che Saba non abbia voluto riallacciarsi alla tradizione letteraria di riscrittura del mito, sebbene nella poesia non siano da escludere delle reminiscenze da questi autori come avvenuto per il sonetto di Foscolo, riecheggiamenti che tuttavia partecipano alla lettura della poesia in quanto richiami marginali, elementi intertestuali non pienamente convergenti né coerenti al significato della lirica di Saba. Procedendo oltre, risultano quanto mai vicine a una delle interpretazioni di Ulisse le parole dell’Ulisse protagonista della vasta Odissea di Kazantzakis (la vicinanza a quest’opera è puramente suggestiva: con tutta probabilità Saba non la conosceva). L’epopea prosegue le vicende omeriche dell’eroe a seguito dell’approdo a Itaca con la narrazione delle avventure successive alla ripartenza. Il protagonista, mentre «benedice l’esistenza» e la vita tutta, in un brano in cui elogia «la virtù più fertile al mondo, la santa infedeltà», esclama: «Anima, la tua patria è sempre stata il viaggio!»[25], affermazione ben diversa dal «navigare necesse est» dannunziano, indicando la condizione immanente dell’essere di Odisseo (tanto di Saba quanto di Kazantzakis) e non una volontà cui aspirare in potenza.

 

Ai versi conclusivi di UC, Rds, P3, F e U si legge che l’io è sospinto «al largo» dal «doloroso amore della donna» (vv. 11-13). Secondo la lettura odisseica di Ulisse, nelle stesure autografe la donna andrebbe additata nella figura di Penelope. Mi appare alquanto ambiguo instaurare un parallelismo del genere, dacché sarebbe assurdo pensare la sofferenza originata dall’amore che Penelope prova per il marito lontano e irraggiungibile come la causa dell’allontanamento dal porto di Odisseo[26]. Chi impedisce il ritorno a Odisseo sono il fato e gli dèi, che agiscono variamente a disturbare la sua navigazione verso il polo erotico che lo attrae e dal quale è sempre sospinto «al largo» (v. 11). È possibile affermare che ad allontanare l’eroe dal porto-Penelope – e a incrementare così la tensione erotica della navigazione – è la Natura di cui il personaggio fa parte, l’esistenza stessa di Odisseo influenzata dall’ambiente (vorrei dire kósmos, ‘mondo’) nel quale vive le proprie esperienze e compie le proprie scelte. È così pure per la barca-io, la cui pulsione amorosa (lo «spirito», v. 12) desidererebbe raggiungere un porto, ma a cui la vita ha riservato una tensione erotica destinata non alla soluzione, ma a una continua riproposizione del desiderio-pulsione-passione (il «non domato spirito», v. 12): infatti è «ad altri» che «il porto / accende […] i suoi lumi» (vv. 10-11), ciò determinando di conseguenza il «doloroso amore della vita» (T1, P4, R+ms, P2, v. 13).

 

Infine non vanno scordati i versi di Kavafis: «Itaca ti ha donato il bel viaggio. / Non saresti partito senza di lei»[27], versi che il poeta indirizza a un Odisseo mai nominato nella poesia. Certo il fine è il raggiungimento (o la speranza) della destinazione, ma: «Se ti metti in viaggio per Itaca / augurati che sia lunga la via»: «Tienila sempre a mente, Itaca. / La tua meta è approdare là. / Ma non fare fretta al tuo viaggio»[28]. Oppure – ecco un’altra giravolta ermeneutica: «la polysémie des métaphores […] montre quelque chose qui se tient au-delà de la possibilité d’une connaissance claire et distincte»[29] – il porto irraggiungibile è quello della vecchiaia prossima alla morte (ancora metafore: ‘giungere in porto’, ‘ammainare le vele’), il quale corrisponderebbe a una sorta di atarassia negata all’io a causa di Eros che soffia e mena la barca infaticabile per rotte imprevedute: quelle d’Amore.

 

Note

 

[1] Deirdre  O’Grady, Da Milano al mito: acqua e mare in “Mediterrane” di Umberto Saba, in Giorgio Baroni (a cura di), Saba extravagante, Atti del Convegno internazionale, Milano, 14-16 novembre 2007, «Rivista di lette­ratura», xxvi, 2008,  pp. 449-452 , a p.  449.

[2] Umberto Saba, Tutte le prose, a cura di A. Stara, con un saggio introduttivo di M. Lavagetto, Mondadori, Milano 2001, p. 12.

[3] Remo Bodei, Navigatio vitae, in La letteratura del mare, Atti del Convegno di Napoli, 13-16 settembre 2004, Salerno Editrice, Roma 2006, pp. 21-35, alle pp. 29-30.

[4] Enrica Mezzetta, Eroi nel “Canzoniere”. Oreste, Ippolito, Ulisse tra ritorni e partenze, in Giorgio Baroni (a cura di), Saba extravagante, cit., pp. 189-194, a p. 194.

[5] Raffaele Cavalluzzi, Mediterranee: ancora «della vita il doloroso amore», in Giorgio Baroni (a cura di), Saba extravagante, cit., pp. 363-367, a p. 364.

[6] Ivi, pp. 364 e 367.

[7] Umberto Saba, Amai, in Id., Mediterranee, Mondadori, Milano 1946 p. 41 (ora in Id., Tutte le poesie, a cura di A. Stara, introduzione di M. Lavagetto, Mondadori, Milano 1988 (19942), p. 538).

[8] Giovanni Giudici, Salutz. 1984-1986, con uno scritto di G. Raboni, postfazione di C. Londero, il Saggiatore, Milano 2016, VII.2 e soprattutto VII.10; si noti l’emersione-presenza di «Lichtlein» solo in chiusa al libro: nella sezione VII (l’ultima) e all’interno di questa nella poesia 10 (l’ultima della sezione).

[9] Gianfranca Lavezzi, Oltre “Mediterranee”: una conclusione provvisoria?, in Jacopo Galavotti, Antonio Girardi, Arnaldo Soldani (a cura di), L’ultimo Umberto Saba: poesie e prose, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2019, pp. 25-42, a p. 37.

[10] Vittorio Sereni, Gli uccelli sono un miracolo, in Id., Poesie e prose, a cura di G. Raboni, Mondadori, Milano 2013, pp. 972-975, a p. 973.

[11] R. Bodei, Navigatio vitae cit., p. 28.

[12] Ivi, p. 29.

[13] Guido Gozzano, L’ipotesi, in Id., Tutte le poesie, a cura di A. Rocca, Introduzione di M. Guglielminetti, Mondadori, Milano 1980, pp. 265-272, a p. 271.

[14] Omero, Odissea, versione poetica di G. Bemporad, Le Lettere, Firenze 1990, p. 1.

[15] Ivi, p. 31.

[16] Gabriele D’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, 2 voll., edizione diretta da L. Anceschi, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Mondadori, Milano 1984, vol. II, pp. 11-252 (ma vd. anche Alle Pleiadi e ai Fati, ivi, pp. 3-5).

[17] Giovanni Pascoli, Poesie e prose scelte, 2 voll., progetto editoriale, introduzione e commento di C. Garboli, vol. I, Mondadori, Milano 2002, pp. 1085-1144.

[18] Leggo la poesia in lingua in Alfred Tennyson, Poesie scelte con introduzione e note di G.N. Giordano Orsini, Vallecchi, Firenze 1928, pp. 87-90; e la traduzione in Giovanni Pascoli, Traduzioni e riduzioni raccolte e riordinate da Maria, Mondadori, Milano 1938, pp. 189-191.

[19] Arturo Graf, Le Danaidi, seconda edizione emendata e accresciuta di un terzo libro, Loescher, Torino 1905, pp. 23-47.

[20] Marinella Cantelmo, Frantumazione e resistenza del mito nel Novecento, in Pietro Gibellini (direzione), Il mito nella letteratura italiana, 5 voll., L’età contempo­ranea, a cura di M. Cantelmo, Morcelliana, Brescia 2003, vol. IV, pp. 5-50, a p. 21.

[21] Cesare Garboli, Al lettore, in G. Pascoli, Poesie e prose scelte cit., pp. 3-76, a p. 21 (ma vd. anche le pp. sgg.).

[22] Gilberto Lonardi, Graf. Il lavoro perduto, la rima, Liviana, Padova 1971, pp. 8, 11 e 9.

[23] Edoardo Sanguineti, Guido Gozzano. Indagini e letture, Einaudi, Torino 1975, pp. 177, 182 e 181.

[24] Sul tema, oltre al già citato volume di Salvatore Nicosia (a cura di), Ulisse nel tempo. La metafora infinita, Marsilio, Venezia 2003 (con particolare riferimento al saggio di Pietro Gibellini, Ulisse nella poesia italiana del Novecento alle pp. 489-515.), vd. almeno il capitolo L’ultimo viaggio e la fine dei viaggi: funzioni dell’ironia, in Piero Boitani, L’ombra di Ulisse. Figure di un mito, il Mulino, Bologna 1992, pp. 149-172.

[25] Nikos Kazantzakis, Odissea, introduzione e traduzione di N. Crocetti, Crocetti, [s.l.] 2020, Canto XVI, vv. 911, 961 e 960. Si tratta della prima traduzione italiana dell’opera. Curiosamente gli anni di nascita e di morte di Kazantzakis coincidono con quelli di Saba: 1883-1957.

[26] In certi luoghi, quanto segue risente della discussione intercorsa tra me e Giuseppe Firrao durante un viaggio in direzione di una marina dell’alto «Adriatico selvaggio» (Umberto Saba, Tre poesie a Linuccia, 2, in Id., Mediterranee cit., p. 64; ora in Id. Tutte le poesie cit., p. 551).

[27] Costantino Kavafis, Itaca, in Id., Poesie scelte, traduzione di N. Crocetti, introduzione di N. Gardini, Crocetti, [s.l.] 2020, pp. 24-27, vv. 31-32.

[28] Ibid., vv. 1-2, 24-26.

[29] R. Bodei, Navigatio Vitae. Métaphore et concept dans l’oeuvre de Hans Blumenberg, traduit de l’italien par J.-C. Monod, in Le mondes de Hans Blumemberg, «Archives de Philosophie», 67, 2, Été 2004, pp. 211-225, a p. 213. Questa la mia traduzione: «la polisemia delle metafore mette in mostra qualcosa che è al di là della possibilità d’una conoscenza chiara e distinta».

 

[Immagine: William Turner, Ulisse schernisce Polifermo, 1829].

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