di Vanni Santoni

[È uscito in questi giorni, per Mondadori, La verità su tutto, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto].

 


Poi, un giorno, giusto il tempo di mettermi in posizione, ecco uno schianto, seguito da quattro parole:
Hai perso i’ capo?
Mio padre, che era ancora l’uomo capace di sfondare la porta di un rifugio con uno spintone, adesso, con la neve che per la botta gli era caduta dalla grondaia sui capelli, sulle spalle e sulla poca barba, appariva come un vegliardo, e in effetti la sua faccia, là sotto, era scavata come non l’avevo mai vista – o, a esser più precisa, come mai mi ero accorta che fosse.
O’ babbo.
Che?
M’hai sfasciato la sbarra.
Uh, è vero.
Pace, dopo si rifissa. Insomma? Che versi son questi? È venuta Laura a casa, mi ha fatto una scena… Ora, che non stavate più insieme l’avevo capito, ma insomma, che ti fossi andata a infilare nel bosco, davvero…
Sto meditando.
E lo devi fare qui?
Non lo so, ma penso di sì.
Ma che… Cosa…
Babbo, lasciami stare. Sto bene. Fai conto che sia… un
anno sabbatico, ecco.
Un anno?!
Ohi ohi… Ascolta, ho tutto qua, la legna per il fuoco, le provviste, la moto per scendere se ho bisogno di qualcosa…
Mah, si vede che sei una piantina d’appartamento, quella legna a far bene basterà per quattro fuochi.
Perché ne ho già usata un po’.
L’olio ce l’hai?
Mi strappa un sorriso, mio padre. Ha ragione, l’olio, quello buono di quel pugno d’ulivi che ancora conserva e cura a Ricasoli, poco fuori Montevarchi, non ce l’ho. Neanche faccio in tempo a rispondere e aggiunge: Vuoi che te lo porti? Un paio di chili…
Va bene così, babbo. Davvero. Ora voglio solo fare questa cosa, a modo mio.
Hai sempre fatto tutto a modo tuo, dice guardandomi di sotto in su, con un affetto che è solo e soltanto il suo.
Mai però fuori da canali, diciamo, socialmente accettati. O accettabili. Ora farò davvero in un altro modo. C’ho un’età, lasciami fare.
Ricordati che c’hai anche un padre, dice, e se ne va scrollando il capo. Con questo freddo… lo sento dire tra sé mentre il vecchio Land Rover fa fatica a mettersi in moto.
Riappare dopo due ore. Una stima che viene solo dal sapere quanto ci vuole da Macinaia a Montevarchi: calata come ero, di nuovo e da subito, nella meditazione, era come se fosse passato un attimo, e infatti eccolo che rientra con la cassetta degli attrezzi in una mano e un bottiglione d’olio avvolto nella plastica da imballaggio nell’altra; piazza il bottiglione sul tavolo e poi si mette a riparare i ganci della spranga.
Vai, ho raddoppiato le viti. Così non te lo buttano giù… Insomma, quando pensi di tornare?
Tutti così, eh. Non so se torno, il punto è esattamente non sapere se e quando torno. Liberarsi…
Liberarsi?
Liberarsi dalle catene del tempo. Ecco, l’ho detto.
Mi sembri grulla.
Forse lo sono. Ma già grulla è meglio che pazza, no? (There is a quest asking for the silly road…)
Sicura che non vuoi uno strappo giù?
Sicura.
Stai attenta.
Oh ma mi date pace?!
Fai come ti pare. Uh, guarda! C’hai pure il podalirio.
Che?
Iphiclides podalirius, disse il babbo, e indicò qualcosa sul ramo dell’alberello cresciuto dentro all’edificio, davanti alla finestra piccola. Qualcosa di marrone, che avevo scambiato per una foglia secca, e che ora vedevo essere una crisalide. È della generazione svernante, sfarfallerà a primavera.
È una farfalla, quindi?
Non ti ho proprio insegnato niente eh? O’ non c’avevi anche una ragazza che faceva le opere d’arte con gli insetti, una volta?
Bah.
È una farfalla, sì. Neanche troppo brutta. Questo, almeno, lo sai cos’è?
Un albero.
È un albicocco…

 

 

Larva, oh larva… Dimmi, che fai, silenziosa larva?
Che non fossi sola, lì dentro, lo sapevo: troppi i ragnetti negli angoli, gli insettucoli senza nome che ogni tanto venivano a morire nel piatto dove avevo mangiato la mia farinata o il mio riso; troppi gli scricchiolii notturni, dalle travi del soffitto, a volte forti come squittii, che nella mia ignoranza entomologica avevo stabilito esser di tarli; ma quella larva, che quando era ancora bruco si era scelta per svernare l’albicocco interno, più salvo dal freddo, mi era di più cara compagnia: sapevo che non era morta, che non era ormai un involucro secco, magari vuoto – cosa c’è di più triste di una larva che senza saperlo muore? – perché captavo, nei giorni lunghi della meditazione e a volte nelle notti, dato che il sonno scemava, un po’ per il freddo, un po’ perché la mente, messa a bada, chiedeva minor riposo, un movimento infinitesimo che non pareva di vento; una singola, minuscola pulsazione, o singulto. E una volta, sfiorandola appena con un polpastrello – col polpastrello dell’anulare, piano, pianissimo – sentii qualcosa; definirlo un vibrare sarebbe troppo: una tensione, ecco, che dall’interiorità di quel bozzolo aspirava all’esterno, al compiersi di un atto lungamente atteso; una tensione che era anche – ne ero convinta, per quanto ogni convinzione, in quella solitudine, vestisse non dico i panni, ma almeno il minuscolo distintivo della follia –, che era anche gioia.
Se solo, pensavo, se solo avessi una tensione verso l’assoluto – verso il discernimento – pari alla tensione di quella crisalide verso la farfalla, sarebbe forse possibile, forse possibile, arrivare a qualcosa. Pensavo, e tornavo a meditare, cercando e ritrovando la posizione migliore per le gambe, grattandomi subito per non farlo dopo, portando l’attenzione al diaframma e cercando poi di elevarla, di elevarla subito assieme al respiro…

 

 

Be’ come andiamo?
Si va.
Pure il caminetto, che lusso!
Prendi poco per i fondelli, Simone…
E… Uno, due, tre… Sette libri, soltanto! Proprio tu?
Ho l’impressione che non mi serviranno più.
Sì? Mi guarda sorniona, da dietro gli occhialetti a culo di bottiglia.
Magari dopo, per catalogare meglio quello che forse troverò. Sai qual è il paradosso? Il fatto che perseguire obiettivi spirituali attraverso lo studio fosse un’assurdità, l’ho capito proprio grazie a un libro. Ascolta: Senza conoscere la realtà suprema, lo studio dei testi è inutile. Se si è conosciuta la realtà suprema, lo studio dei testi è ugualmente inutile.
E fin qui ci sei arrivata.
Spero. Anche se non mi è chiaro questo passaggio: Tra i mezzi e le condizioni necessarie per la liberazione, solo la devozione, la bhakti, è suprema.
Ah, il Vivekachudamani! Il sommo gioiello del discernimento!
Lo conosci, sì?
Se sono una tua tulpa, e lo conosci tu…
E se non lo fossi?
Se non lo fossi, visto che mi hai scelta come guida, a maggior ragione dovrei conoscerlo! Ci sarei arrivata, prima o poi: avevo cominciato con la Gita, proprio come te… E poi, come dice quel passaggio? Un vero cercatore deve procedere nel suo percorso solo dopo aver trovato un maestro ben stabilito nella sua esperienza del vero sé, che sia un oceano di compassione. Oceano di compassione, sì, mi si addice.
Sei qui per aiutarmi o per prendermi in giro?
A volte le due cose coincidono. Tu che sei sempre stata così assertiva, perentoria, ancora non lo afferri eh? C’è, vedi, nell’intimo di ogni essere umano, dalla prima infanzia sino alla tomba e nonostante tutta l’esperienza dei crimini commessi, sofferti e osservati, qualcosa che si aspetta invincibilmente che gli si faccia del bene e non del male. È questo, prima di tutto, che è sacro in ogni essere umano. Il bene è l’unica vera fonte del sacro. Il concetto di morale laica è un’assurdità appunto perché la volontà è impotente a produrre la salvezza. Ciò che si chiama morale, infatti, fa appello solo alla volontà, e proprio a ciò che essa ha, per così dire, di più muscolare. La fede, invece, si appella al desiderio. È il desiderio che salva. Ecco la tua bhakti.

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