di Gilda Policastro

 

[Per rendere omaggio a Vitaliano Trevisan, ripubblichiamo due contributi già apparsi nel nostro sito. Dopo quello di Andrea Cortellessa pubblicato ieri, proponiamo oggi la conversazione che Gilda Policastro ha avuto con lui qualche anno fa per la sua rubrica Esuli, preceduta da queste parole:

 

Ieri la notizia della morte di Vitaliano Trevisan ha rapidamente invaso i nostri social: siamo rimasti attoniti, sgomenti, una sassata in fronte. Vitaliano Trevisan aveva esordito nei tardi anni Novanta ed era presto diventato un autore di culto (soprattutto grazie a I quindicimila passi. Un resoconto, del 2002). Era stato attore (de Il primo amore di Garrone, tra gli altri) e autore e regista di numerosi testi teatrali. Il suo ultimo romanzo, Works, nel 2016 era stato il libro “obbligatorio”, quello di cui tutti parlavano, che tutti dovevano aver letto. Aspettavamo il prossimo con impazienza. Negli ultimi mesi abbiamo vissuto con lui, dal momento che lo ha documentato per immagini e didascalie, il suo disagio. Un tema difficile, impudico, a parlarne adesso. Ma ancora più impudico sarebbe tacerne, tacere del suo tormento, della malinconia dei suoi ritratti dal ricovero, alcuni agghiaccianti. Adesso non possiamo fare più niente per l’uomo, ma è preciso dovere di tutti noi fare in modo, chiedere, pretendere che lo scrittore, uno dei più grandi degli ultimi vent’anni, torni in libreria con tutti i suoi libri, i racconti, i romanzi, le opere inclassificabili (come Tristissimi giardini del 2010). E tutti, non solo gli scrittori e non solo quelli orrendamente definiti “di nicchia”, devono, ancora e ancora, confrontarsi, anzi, sentirsi obbligati a leggere, amare, consumare ogni opera e ogni pagina di Vitaliano Trevisan (gp)].

 

*

 

«Sì, so di fare questo effetto», dice Vitaliano Trevisan quando lo invito a tenere una lezione al mio corso di poesia e gli preannuncio che è molto atteso e temuto dalla classe. In effetti non fa niente per sottrarsi alla fama di antipatico: dai post in cui prende a prestito da Gramsci lo stigma nei confronti dell’attuale ossessione propagandistica per gli ultimi («sposta l’attenzione dalle disuguaglianze e dai conflitti di classe a quello del colore della pelle che non è un vero problema per nessuno»), alla sua vita solitaria, in un paese di montagna, lontano dalla società letteraria con cui non intrattiene rapporti se non «sporadici e inevitabili». Prima di arrivare alla scrittura ha lavorato in diversi ambiti dall’arredamento all’edilizia, come ha raccontato in Works, il suo ultimo libro, uscito nel 2016, con cui si è fatto diversi nemici («Garrone non l’ha presa bene»), ma dal 2002 la critica si accorge di lui e con I quindicimila passi comincia la sua vita da scrittore: vince il Campiello in Francia e ottiene altri importanti riconoscimenti, nel 2003 è attore e sceneggiatore del Primo amore del succitato Garrone, scrive e recita in diversi spettacoli teatrali, film e serie televisive («sono un caratterista ormai: mi fanno fare il delinquente o il leghista, di recente ho fatto il medico che fa nascere un bambino o il prete che dà l’estrema unzione. È un lavoro che mi dà la libertà di dedicarmi alla scrittura senza dover rendere conto a nessuno»).

 

Prima di entrare nel vivo della conversazione sulla tua opera, ti anticipo che la rubrica si chiama Esuli: ti senti in esilio, in una qualche accezione?

 

Essenzialmente una: vivo lontano dalle aree urbane e dalle loro dinamiche umane fortemente influenzate dalla comunicazione. In montagna la vita è meno “comoda” sotto molti aspetti; le persone, indigene e non (immigrati – Sikh, ghanesi, serbi e rumeni – molto presenti, circa un 25/30%, e lega al 70%) sono più “rustiche”, ma, forse anche per questo, i rapporti sono più diretti e non si percepisce alcuna tensione razziale. Naturalmente ci vuole pazienza: per essere accettati come membri della comunità serve molto tempo. Quel che mi colpisce, abitandoci da un po’, è la distanza tra la cosiddetta “narrazione”, che è essenzialmente “urbana”, e la realtà di luoghi che dalle città sono lontani molto più di quanto non indichi la distanza chilometrica. Niente di idilliaco, sia chiaro, ma respiro meglio.

 

Partirei dalla domanda inevitabile, visto che quando sei emerso come scrittore ti è stata subito appioppata l’etichetta di clone di Bernhard (da parte di Franco Cordelli, mi pare). Vero che il debito con Bernhard è dichiarato ed esplicito: intanto nella stessa forma che hai scelto per i tuoi primi libri, dei non-romanzi in cui la trama non ha grande rilevanza e tutto procede in forza di lingua, la lingua di una deriva, di un processo mentale fatto di ossessioni, che non sarà stato facile restituire nella scrittura.

 

Cordelli in verità si è ricreduto, ha scritto poi in seguito di altre mie cose che gli erano molto piaciute. Non so quanto c’è di vero in quel che dico nel Ponte rispetto al fatto che ho comprato il mio primo Bernhard il giorno dopo la sua morte. Sta di fatto che quando l’ho letto mi ci sono riconosciuto: era possibile scrivere senza seguire necessariamente una trama, e soprattutto rinunciando al cosiddetto “discorso diretto” – modalità che non mi ha mai convinto. E non si tratta di un “monologo interiore”, ma di un “processo di scrittura” (si inizia sempre con uno “scrive Thomas”), che è cosa ben diversa perché permette di muoversi sulla pagina con maggiore libertà. La critica italiana ha colto solo Bernhard, ovvero il riferimento più immediato, vista l’adozione, da parte mia, di alcuni stilemi tipicamente bernhardiani (senza contare il fatto che l’ascendenza è dichiarata apertamente). La critica francese, da parte sua, ha colto immediatamente anche l’influenza di Beckett, che nei miei testi è altrettanto presente. Immagino dipenda dal fatto che, in Italia, Beckett è poco letto. Il mio disinteresse per la trama è autentico ed è tutt’ora così: la vera sfida è quella di riuscire a raccontare una storia rinunciando il più possibile a trama e personaggi. Una sfida e una ricerca: d’altra parte la scrittura o è ricerca o non è. La forma rimane il monologo, anche in Works, che pure è molto diverso dai precedenti. Il problema è togliere peso alla prima persona, ovvero all’io. Da Tristissimi Giardini in avanti, dapprima inconsapevolmente, il mio “io” si frammenta: diventa un “noi”, o un egli (l’autore). L’obiettivo, in scrittura come nella vita, è renderlo il più possibile trasparente.

 

Il lavoro sulla scrittura è sicuramente il tuo tratto distintivo sin dall’inizio: intanto il ritmo e la cadenza sintattica, con le ripetizioni dei predicati in funzione narrativa (pensò, pensava, dissi, disse, anche a incastro, quando nel monologo si inserisce il discorso diretto). Questo è effettivamente un punto di contatto forte con Bernhard. Quindi più che sapere quando hai incontrato Bernhard, mi piacerebbe capire come questo autore ha incontrato te, cioè come hai realizzato che quel tipo di andamento sintattico e di costruzione di una non-trama poteva rispondere alla tua idea di “narrazione” o di “scrittura”.

 

Non si è trattato di una scelta consapevole. Semplicemente la mia “voce” (scrittura) rendeva al meglio nell’ambito di quel registro – ovvero, per dirla molto semplicemente, la mia è una voce simile a quella di Bernhard, che risuona in un altro contesto. Ma non c’è stato un conato imitativo, uno sforzo per così dire “tecnico” volto all’imitazione; solo un lasciarsi andare lungo una strada tracciata da altri, che non per questo sentivo meno mia. Poi: niente trama, è vero, ma un forte legame al “percorso”, inteso in senso fisico. Nella trilogia di Thomas (chiamo così i miei primi tre non-romanzi, Un Mondo Meraviglioso, I quindicimila passi e Il Ponte), il protagonista si sposta da A a B, compie un percorso ben definito, ed è a questo che la scrittura si tiene. Il Ponte chiude il ciclo. Da lì in avanti, proprio perché mi ero accorto che il percorso era di fatto trama, per quanto travestita, ho rinunciato anche a questo escamotage. E ho perso per strada anche Bernhard – intendo quello dei “predicati in funzione narrativa”, e della “cadenza sintattica” ossessiva, strumenti utilissimi per tenere insieme una “storia” in assenza di trama, ma che non sento più necessari. Forse perché, seguendo la mia natura, più che cercare di tenere insieme la storia, tendo a esploderla.

 

I quindicimila passi sono quelli che il narratore Thomas impiega per andare da casa propria allo studio del notaio Strazzabosco a Vicenza. Durante questo tragitto si abbandona a una serie di memorie che portano in luce due caratteristiche principali del libro: la maniacalità e l’ossessione per la morte, oltre a una certa morbosità nei rapporti familiari. Anche qui è Bernhard, ma è un modo tuo di concepire l’esistenza che tornerà nei successivi libri. Questa cupezza esistenziale ha altri padri, madri, fratelli, letterariamente?

 

Di nuovo un’affinità (esistenziale) e non una paternità. Stessa cosa con Beckett, che non è meno maniacale, ossessivo, morboso e ripetitivo nei temi, pur in altra forma. E anche Beckett è prima di tutto una voce.

 

Nel tragitto di Thomas, la sua protesta non risparmia nessun obiettivo polemico: ce l’ha con le persone che incontra (l’avida proprietaria di immobili e l’ostinata affittuaria che le nega il «fuori busta»), l’architettura urbana, ce l’ha con l’università, da cui racconta di aver rassegnato delle vere e proprie dimissioni non essendosi accontentato di abbandonarla, ce l’ha con i giornali, ce l’ha con tutti gli esseri umani in cui non vorrebbe mai imbattersi per non costringersi a interrompere il computo dei passi. Questa radicalità torna poi in chiave ancora più esplicitamente politica nel Ponte. Qui il riferimento diretto è Pasolini. Non lo trovi, oggi, superato, reazionario, idealista? Ti riconosci in questo profilo per così dire destrorso che anche a te talvolta viene attribuito?

 

Il sottotitolo del Ponte è un crollo, e Pasolini ne è parte. Poi: superato presuppone una visione prospettica che non mi appartiene – da ciò che leggo traggo ciò che mi è utile: Pasolini è senz’altro legato al suo tempo, ma la visione (parlo soprattutto del PPP scrittore politico) è lucida; sarà che sono figlio di un celerino. Quanto al reazionario, anche la reazione può essere rivoluzionaria: dipende tutto dal contesto. Idealista, invece, mi fa venire in mente Sentieri di Gloria, di Kubrick: Lei è un idealista e per questo la compiango, dice il colonnello a Kirk Douglas. Si può dire anche di PPP, ma, essendo frutto di passione autentica, non lo vedo come un difetto. Quanto al riconoscermi in qualcosa non saprei. È certo che, senza voler essere “scorretto”, non sono “politicamente corretto”; e non sono pubblicamente “impegnato”, né in azioni né in opere, in nessuna cosiddetta “battaglia civile”. L’impressione è che basti questo a fare di chiunque un destrorso.

 

A un certo punto del Ponte Thomas dice di voler scrivere un saggio sulle madri. Si capisce bene che sarebbe un saggio contro le madri. C’è tutta una tradizione letteraria, in Italia, di scrittori che hanno avuto bisogno di uccidere le madri simbolicamente (o di farle morire/assassinare nei romanzi), da Gadda a Manganelli. Che ci hanno fatto le madri, qual è la colpa? In effetti anche qui torna Pasolini, con la sua avversione per la procreazione come fattore di accelerazione della crisi economica e sociale: “i figli, nuove bocche da sfamare”. Ma per te sembra essere un problema esistenziale, più che storico-politico, se capisco bene.

 

Un problema esistenziale personale – peraltro in comune coi citati Bernhard e Beckett – che direi oggi più che mai centrale. Il padre è stato archiviato da tempo – al presente non è più un ruolo essenziale, ma puramente accessorio. La madre non è possibile archiviarla, ma il ruolo continua a definirsi in rapporto a un padre che non esiste. Bisognerebbe forse, anziché aprire a famiglie “altre” rispetto al modello, ma comunque basate sulla “coppia” (che sia etero o omo cambia poco), archiviare finalmente il concetto stesso di famiglia, e procedere accettando come presupposto il fatto che i figli sono delle madri. Sarei per una poliandria che perdesse per strada il concetto di padre “biologico”, e non costringesse uomini e donne a vivere per forza insieme, costrizione culturale da cui vengono, se non tutti, molti dei guai.

 

Works arriva in un momento in cui, nella letteratura italiana, si è un po’ placata l’onda del precariato come tema privilegiato. Ma a me pare che più che a quel tipo di narrazione, per un periodo commercialmente vincente, Works si collochi in un filone che ha tra i padri Volponi e Morselli. Da un lato, con l’idea che il lavoro non sia altro che una necessità economica (potendo, lo dici esplicitamente, non lavoreresti). Dall’altro anche però con l’idea che le condizioni di lavoro siano migliorabili: quello che mi pare emergere da Works sia un’etica del ben fatto, del lavoro come craftsmanship. Il lavoro intellettuale, invece, cos’è?

 

Premesso che Works non è certo un libro sul cosiddetto “precariato”, che è categoria della comunicazione e, in quanto tale, non mi riguarda; e premesso anche che non ho letto né Volponi né Morselli, sì: per la mia esperienza le condizioni di lavoro sono senz’altro migliorabili, anche perché, nel frattempo, mi sembrano molto peggiorate, specie ai gradini più bassi della scala. Quanto all’etica del ben fatto, il lavoro intellettuale non è per me diverso da quello manuale e si informa allo stesso spirito.

 

In Works parli anche di come sei diventato scrittore, è il libro in cui racconti una Bildung, una formazione in senso professionale e una presa di coscienza di tipo intellettuale. Racconti anche di come tu non riesca a considerare la scrittura un vero approdo, visto che il mondo dell’editoria con cui fatalmente si viene a patti quando si scrive non sfugge alle dinamiche e alle leggi del sistema produttivo capitalistico. Scrivere, allora, è un lavoro o una forma di prostituzione?

 

Senz’altro prostituzione. Ma non vedo la dicotomia: prostituirsi è un lavoro. Come tutti i lavori si può fare bene o male.

 

Quel che esce fuori da Works è il quadro di una umanità sempre più imbecille quanto più si trova “in alto” nella gerarchia aziendale, mentre la gente che lavora, la “bassa” manovalanza, è degna da parte del protagonista di una fiducia incondizionata: è la gente a cui puoi chiedere, alla lettera, di afferrarti per la vita mentre ti sporgi a lavorare da grandi altezze. È ancora una questione di classe o non c’è, dietro, una specie di mitografia (ancora una volta, consentimi, di matrice pasoliniana)?

 

Nessuna mitografia. Semplicemente, in basso si è molto più a contatto con la realtà, che si presenta semplice: se lascio la presa, il mio compagno precipita; non c’è alcun bisogno di pensare. Più ci si alza, più la realtà si fa astratta, va pensata, e pensare non è facile, specie se a influenzare il pensiero entrano in gioco altri fattori, dinamiche di potere in primis, per non parlare poi di quelle familiari. E sì, è molto questione di classe; ma la grande vittoria del capitalismo si è realizzata anche attraverso la distruzione della coscienza di classe – mi rendo conto di usare parole e concetti desueti, ma tant’è. Le classi sociali esistono oggi più che mai, ma sono state tolte dalla lingua e di conseguenza anche dall’immaginario, cosa molto conveniente in termini economici.

 

Nella parte conclusiva di Works scrivi: «mai riuscito a pensare, mai, neanche una volta che se tornassi indietro rifarei tutto. Se tornassi indietro, questo libro non esisterebbe». Guardare indietro però si può: che rapporto hai con i tuoi libri precedenti?

 

Non ho mai riletto nessuno dei miei libri. Non li voglio nemmeno più vedere: in casa li ho nascosti.

 

 

Esuli, rubrica a cura di Gilda Policastro

 

1 thought on “Per Vitaliano Trevisan /2

  1. VITALIANO TREVISAN: IL CALVARIO DI UN DISSIDENTE

    (Gianni Sartori)

    All’età di 61 anni è morto lo scrittore vicentino Vitaliano Trevisan. Attore, drammaturgo e uomo dai mille mestieri.

    Perennemente afflitto dal pericoloso sogno dell’autenticità.

    Di Vitaliano Trevisan, pur conoscendolo di fama (inevitabile a Vicenza), in passato non mi ero voluto interessare più di tanto. A parlarmene erano state persone – buone, brave, colte, di sinistra e beneducate – ma, dal mio punto di vista, comunque “borghesi”.

    Anche se negli ultimo tempi si era trasferito in una contrada di Alta Collina (eccessivo definirla “Montagna”, stando ai miei parametri e conoscendo bene le Prealpi venete), scherzando ma non troppo, lo definivo un “Mauro Corona di pianura”. Quella pianura del Nord-est, inflazionata di capannoni, impestata lavoro nero e inquinamento che lui aveva raccontato, descritto e smascherato nei suoi imperdibili libri.

    Ossia – credevo allora, sbagliando – un “personaggio” folcloristico, pittoresco e deviante quanto basta. Falsamente “autentico” e “genuino” come in genere piace appunto a certa borghesia progressista.

    Solo pochi mesi fa, intervistando un vecchio compagno, impegnato da una vita non solamente nel “sociale”, ma nella lotta di classe (Luciano Orio), mi era stato citato in relazione agli incidenti (omicidi) sul lavoro. Nel suo “Works” (Einaudi editore) Trevisan denunciava apertamente quello che magari conoscono in molti, ma su cui in genere si preferisce stendere un velo pietoso. Ossia sul fatto che dai macchinari di lavorazione (laminatoi, presse, macchine utensili…) – per aumentarne la produzione ovviamente – spesso viene disinnescato il sistema di sicurezza. Con le ovvie conseguenze: arti amputati quando va bene, corpi maciullati nell’altro caso. In quantità – e qui ci sta – industriale.

    Lessi il libro e verificai quanto mi aveva segnalato Luciano.

    Ma scoprii anche altro.

    Intanto il fatto che – come il sottoscritto anche se in anni diversi – Vitaliano Trevisan aveva lavorato come facchino alla Domenichelli di viale Torino nei turni di notte.

    Anzi, avevo anche colto una variante. Da parte sua non considerava quel lavoro, (notturno e in nero, tanto per la cronaca) particolarmente gravoso e parlava di turni di otto ore.

    Personalmente, confrontandolo con altre mie esperienze simili (nelle celle frigorifere della Ederle, alla Veneta- Piombo, i traslochi…), lo ricordavo comunque abbastanza pesante. Anche perché all’epoca di giorno cercavo di frequentare l’università, al punto che ricordo di essermi appisolato più di qualche volta in piedi, appoggiato al carrello nella ripetitiva spola tra i camion e il deposito.

    E poi, mi sembra proprio di ricordare, nella prima metà degli anni settanta i turni erano di dieci ore, non di otto. Con una “pausa- pranzo” (un panino portato da casa) di venti minuti, mezz’ora.

    E’ possibile naturalmente che in seguito (seconda metà degli anni settanta, quando toccò a Trevisan scaricare e stivare) le cose fossero cambiate. Come avvenne – questo lo avevo verificato di persona – nel settore traslochi (grazie anche all’impiego di elevatori che permettevano, per esempio, di non dover portare sulle spalle, da soli, pesanti frigoriferi per diversi piani di scale).

    E poi in “Works” raccontava a sua esperienza in un territorio che conosco bene, il Basso Vicentino.

    Quel pezzetto di Riviera Berica sdraiato ai piedi dei Colli Berici che operatori turistici e amministrazioni comunali si ostinano a descrivere come bucolico, con paesaggi (ormai è un classico, non si nega a nessuno) “mozzafiato”. Nonostante la pianura sia quasi completamente cementificata (oltre che inquinata, vedi la A31) e sui Colli proliferi di giorno in giorno la metastasi delle ville e villette di borghesi grandi, medi e piccoli che “amano la Natura” (senza peraltro esserne corrisposti). Costruzioni talvolta semiabusive (tipo sedicenti ”depositi attrezzi” provvisti di colonnato esterno – “pompeiane” – e piscina), case di 2-3 cento metri quadri dove prima c’era soltanto “el staloto del mas-cio”. A spese del paesaggio e degli ecosistemi.

    Ma comunque qualcosa c’era – e c’è – a mozzare letteralmente il fiato: gli innumerevoli capannoni dove languiscono segregati a migliaia i polli da allevamento. E la puzza – come scriveva chiaramente Vitaliano – si sente, eccome. Anche da lontano.
    Pur senza volersi soffermare sulla sacrosanta compassione per quelle povere creature imprigionate (rileggersi in proposito quanto scriveva Eugenio Turri sugli analoghi allevamenti nei Lessini), pensiamo soltanto a cosa sta accadendo proprio ora in Veneto con l’epidemia di aviaria e lo sterminio di milioni di volatili.

    Ma quello che più mi rode è il modo in cui sembra se ne sia andato. Dopo un ricovero psichiatrico formalmente “volontario”, ma in realtà sotto il ricatto di un TSO.

    Ora, mi chiedo, è mai possibile che una persona con il suo livello culturale, con un così alto grado di consapevolezza (esistenziale, sociale, politica…) derivata dall’esperienza vissuta, non certo dagli studi accademici (anche se la sua preparazione letteraria era ottimale) sia stato trattato in tal modo?

    Non so se – come aveva azzardato qualche vicentino – Trevisan fosse veramente da considerarsi il maggiore tra gli scrittori attuali della Penisola. Ma sicuramente è lecito interrogarsi in proposito. E uno così, su cui ora tutti spandono lacrime e tessono lodi, è stato rinchiuso come un pericoloso demente?

    Nei giorni immediatamente successivi alla sua morte disperata, in molti lo hanno ricordato con commozione.

    Alimentando tuttavia l’idea che comunque il Trevisan era (a scelta): depresso, fuori di testa, predisposto al suicidio….

    Invece di esprimere rispetto non solo per lo scrittore, ma anche per un uomo che ha saputo esplorare il lato oscuro (o forse meglio: non del tutto colonizzato) dell’animo umano. Con estrema lucidità, andando ben oltre la propria sofferenza personale e le proprie (indiscutibili) contraddizioni. Arrivando a un alto grado di consapevolezza dei rapporti umani e – più ancora direi – dei rapporti sociali in una società capitalista (lui che tra l’altro, se non forse negli ultimi tempi, non si considerava di sinistra, “non di questa sinistra almeno”).

    Un esempio, un modello per come si possa affrontare la tragicità della vita senza soccombere, rielaborandola.

    A meno che – ovviamente – non intervenga qualche fattore esterno (in stile santa inquisizione) a disciplinare, omologare, addomesticare, “guarire”…

    Chissà come è andata veramente. Ma rimane il dubbio che senza l’umiliazione di quel ricovero formalmente volontario, ma in realtà coatto, forse – dico forse – ne sarebbe uscito ancora per conto suo, magari con un altro libro o andando in giro per i boschi…

    In questo momento mi vengono in mente altre persone (Majakóvskij Pavese, Debord, Paolo Finzi…) che hanno compiuto scelte estreme, analoghe a quella del Trevisan. Travolte forse dal disgusto per la mediocrità, la miseria spirituale di un mondo che incatena i dissidenti e imbavaglia i poeti (talvolta non solo metaforicamente) imbalsamandoli poi da morti.

    Così come mi vengono in mente “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Walter Benjamin (letteralmente braccato) e la tragedia (l’assassinio si può dire?) di Mastrogiovanni.

    In fondo anche Vitaliano Trevisan era un soggetto scomodo, indigesto, non compatibile. Magari letto, apprezzato, recensito e premiato…ma comunque alla fine segregato e umiliato.

    Niente di strano se uno come lui (un intellettuale, ma anche “uomo d’azione”) avesse deciso di mandare il mondo, questo mondo, a fare in culo.

    Gianni Sartori

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