di Marzio Breda

 

[E’ uscito il 7 gennaio per Marsilio Capi senza stato. I presidenti della Grande Crisi italiana, di Marzio Breda. Ne pubblichiamo qui l’introduzione].

 

Introduzione

 

«Ho spianato la strada a tutti loro e adesso non li ferma più nessuno. Lo sapevi che Scalfaro mi disse che avevo ragione? Che il capo dello Stato ha un sacco di poteri e se lui aveva potuto usarli era perché io gli avevo aperto il solco? Lo stesso mi capitò con Ciampi. E l’identica scoperta la farà chiunque salga lassù. Sarà forte grazie alla formula che ha tenuto in piedi il Quirinale, e con esso l’Italia: i nostri poteri sono altissimi e vaghissimi, imprecisati e imprecisabili. Lo sostiene il giurista Carlo Fusaro, ma io l’ho affermato molto prima di lui. Poteri che vanno dunque interpretati e, quando serve, dilatati. Ed è qui che potrebbe sorgere un problema. Perché l’ambiguità di queste funzioni, per come sono scritte, è contro la certezza del diritto e potrebbe in futuro indurre qualche presidente a far politica in proprio. Finora non è accaduto, ma domani? Ecco come mai avevo chiesto la riforma della Carta costituzionale.»

Ho ripensato spesso a questa riflessione con cui Francesco Cossiga rispondeva senza sofismi ai miei dubbi sull’inafferrabilità del ruolo del presidente della Repubblica e sulla metamorfosi cominciata proprio con lui. Nella sua risposta sentivo l’eco di quel che il cardinale Giovanni Colombo aveva spiegato ad Alberto Cavallari, grande firma del «Corriere», impegnato nel 1966 in un’inchiesta sul Vaticano, per fargli capire gli effetti prodotti Oltretevere dal Concilio: «La nostra logica esige che molte cose rimangano nel vago onde possano prendere forma col tempo, secondo le epoche e le esigenze della Chiesa». Un chiarimento rivelatore che, proiettandolo sulla massima istituzione italiana, traducevo così: un certo Quirinale non esiste più, ma un nuovo Quirinale non è ancora nato. Mentre si tenta di prenderne le misure, già cambia. Di sicuro resta che il cambiamento sembra permanente. L’epoca dei presidenti taglianastri, certificatori silenziosi delle scelte dei partiti, è finita e indietro non si torna. A meno che non si metta in cantiere un progetto di ingegneria istituzionale in grado di incidere su un Dna che si è progressivamente modificato.

 

Negli ultimi trent’anni ho potuto verificare di persona questo processo evolutivo, seguendo cinque capi dello Stato mentre fronteggiavano, dopo aver allargato la «fisarmonica» delle prerogative di cui dispongono, una transizione politica, economica e sociale ancora irrisolta. Una crisi infinita, che li ha visti trasferire in atti concreti – ognuno secondo il proprio stile, temperamento, cultura – una funzione cruciale, con obiettivi diversi. C’è chi ha fatto il profeta della catastrofe, come Francesco Cossiga, e chi l’antagonista delle prime forme di populismo e sovranismo, con l’avvento di Berlusconi e della Lega, come Oscar Luigi Scalfaro. Chi ha voluto rianimare il patriottismo costituzionale, come Carlo Azeglio Ciampi, e chi è stato sollecitatore di riforme impossibili perché imposte dall’alto, come Giorgio Napolitano. Infine, chi ha predicato un’idea di Stato-comunità in un paese tormentato dalle divisioni, come Sergio Mattarella.

 

Questa una classificazione sommaria degli obiettivi perseguiti. Per quanto riguarda gli strumenti utilizzati, gli inquilini del Colle ne hanno escogitati molti di nuovi: le esternazioni su ogni tipo di mass media, il sistematico ricorso a esecutivi tecnici o di scopo o di salute pubblica, la firma «con osservazioni» (cioè con riserva) delle leggi più delicate per evitarne il rinvio, un attivismo incisivo nella formazione dei governi (nomine dei ministri comprese), un maggior peso dato al Consiglio supremo di difesa, la supplenza da Lord Protettori dell’Italia in politica estera, l’insediamento di comitati di saggi per pianificare riforme e persino programmi da affidare al premier, gli appelli pedagogici a una società civile che è sempre più spesso «molto incivile», secondo il sociologo Alessandro Pizzorno. Iniziative senza precedenti messe in campo per colmare i vuoti della politica, a costo di trasformarsi in jolly risolutivi nella partita del potere. Ciò che li ha esposti ad attacchi, polemiche, congiure, minacce di impeachment, accuse di inseguire disegni presidenzialisti e d’aver commissariato i partiti, mentre intorno a loro tutto crollava e il sistema democratico entrava in torsione.

 

Ogni presidente si è preoccupato di garantire la stabilità, e in qualche caso la salvezza dell’Italia, come ha fatto Mattarella, alle prese con i disastri della pandemia e della crisi economica, affidando Palazzo Chigi a Mario Draghi, autorevole risorsa della Repubblica. E ciascuno si è trovato spesso solo contro altri poteri: il governo, il Parlamento, la magistratura. Insomma, dei capi senza Stato.

Quello che ha preso avvio nel 1990 è uno dei peggiori periodi di limite della storia repubblicana. Ha inaugurato anni che si sono fatti via via più difficili e cupi: «tempi che civettano sinistramente da notte dei tempi», li ha definiti il poeta Andrea Zanzotto in un epigramma che vale anche per tratteggiare i rapporti tra politica e Quirinale. Raccontarli è stato un compito impegnativo, cadenzato da ventuno crisi di governo e otto elezioni politiche, senza trascurare le consultazioni amministrative, europee e i referendum. Migliaia di articoli per ricostruire scena e retroscena del Quirinale. Che è, sì, un osservatorio privilegiato per comprendere le dinamiche della nostra oligarchia democratica, ma complicato da descrivere. Lì ha resistito a lungo una forte riluttanza ad aprirsi agli «esterni», quasi che vigesse ancora la regola del segreto di quando questo palazzo era la residenza dei papi. Non per nulla manca una sala stampa, che invece c’è a Montecitorio e a Palazzo Chigi, e si accede lassù solo su inviti mirati. Come se lo stesso lavoro dei presidenti vincolasse a una sacrale custodia degli arcana imperii che vi si svolgono. Soltanto fra l’era del Pertini anticonformista, che comunque si prestava più che altro a cronache di colore, e quella dell’ultimo Cossiga, il «picconatore», il canone informativo si rovescia. I presidenti ora vogliono parlare al paese. In modo informale e sempre più spesso, vestendo i panni del difensore civico o del pedagogo costituzionale. Nel loro dialogo con gli italiani, accettano anche gli inevitabili effetti di spettacolarizzazione. Una svolta che impone a giornali, agenzie di stampa e tv di creare una nuova figura professionale, il «quirinalista», perché non si può più alternare occasionalmente i reporter al seguito. Servono cronisti collaudati in politica interna ed estera, oltre che in materie economiche, temi centrali del discorso pubblico. Ma anche in grado di destreggiarsi tra Costituzione formale e Costituzione materiale, prassi consolidate, precedenti, scatti innovativi. Condizione preliminare per ottenere risultati apprezzabili, il rapporto con i consiglieri, una dozzina di persone. E, se ce la si fa, con la fonte numero uno, lo stesso capo dello Stato.

 

È quello che riesco a fare, per andare oltre l’ufficialità trasmessa dai portavoce, più o meno espansivi o arcigni, con i loro comunicati, nei quali di importante c’è soprattutto l’allusione e il non detto. La relazione personale con i presidenti, sfociata in molte interviste, matura attraverso colazioni a palazzo o a Castelporziano, negli alberghi in cui si soggiorna durante i viaggi o perfino a casa mia (dove vengono Cossiga e Scalfaro), nei «colloqui al caminetto» a casa loro oppure, ancora, nelle frequenti telefonate (ne ho registrate una settantina solo con Napolitano).

Ecco da dove può nascere il valore aggiunto dei resoconti da quella corte chiusa: l’opportunità di ricomporre eventi, cogliere umori e anticipare scenari. Ciò mi ha permesso, raddoppiando lo sguardo, di dare un’interpretazione (giornalistica) di un’interpretazione (del ruolo presidenziale). Mi ci sono appassionato, consapevole che la fiducia concessami dai presidenti implica una confidenza che rischia di sconfinare nella deferenza omertosa, di impigrire lo spirito critico. Di più: accentua il pericolo di immedesimarmi emotivamente nel mio interlocutore, a vantaggio esclusivo di una parte, la sua. Ho cercato sempre di evitarlo, razionalizzando il mutamento in corso, in nome dello sforzo di neutralità che è dovuto ai lettori, anche se so che l’oggettività è un’utopia. In particolare, nei momenti di crisi acuta e multipla, che si riflette anche sulla più alta istituzione del paese.

 

Prendiamo il caso di Scalfaro. Si trova di fronte alla tabula rasa dei vecchi partiti, a una questione morale che con Tangentopoli diventa esplosiva, a una Lega secessionista, a un’economia prossima al default sotto l’attacco della speculazione finanziaria internazionale e con le aste dei Bot che vanno deserte, a un capopartito come Berlusconi che recrimina sui pesi e contrappesi della democrazia parlamentare e pretende la riapertura delle urne solo otto mesi dopo che si è votato, perché il suo governo si è dissolto. Spiegare ciò che il presidente ha fatto in quel caos, come e perché l’ha fatto, è un lavoro in divenire. Spossante ma illuminante su una certa deriva imboccata dall’Italia. Due fenomeni, fra i tanti, hanno ripercussioni sul futuro. La constatazione che le leadership si avviano a sostituire la politica e che quindi «sta scadendo il tempo della politica», come si sfoga Scalfaro. E, in parallelo, la consapevolezza che l’inquilino del Colle, nelle fasi in cui il sistema s’inceppa, legittimamente diventa «il motore di riserva» (a sentenziarlo è stato il padre del costituzionalismo liberale, Carlo Esposito).

Uno stato di cose che, se si protrae per decenni come da noi, produce un fatale scivolamento verso la Repubblica presidenziale di fatto. Lo abbiamo constatato dall’enorme carico di aspettative poste su Napolitano, quando diede vita al governo Monti e non rifiutò poi la rielezione, e su Mattarella, quando nominò Draghi a Palazzo Chigi. Due governi «del presidente», con l’accettazione, da parte dei cittadini, di «una finestra dischiusa per tempi eccezionali» e di uno «stato di necessità».

 

Anche l’intermittente conflitto sulla giustizia fa emergere dubbi e interrogativi al cronista. Davanti al problema di un potere dello Stato che si scontra con altri poteri dello Stato (Cossiga lo fa con il Parlamento, i partiti, il Csm, e lo stesso accade dal versante delle toghe su bersagli analoghi), come si pongono i presidenti, chiamati dalla Carta costituzionale a guidare il Consiglio superiore della magistratura? A parte Cossiga, durissimo nella sfida ai magistrati perché «hanno travalicato le proprie competenze e vogliono esercitare una supplenza politica», alcuni accenti critici sui metodi delle procure li esprimono tutti, pur difendendo l’autonomia e l’indipendenza di quell’organo giurisdizionale. Sia Scalfaro, che contesta «il tintinnar di manette», sia Ciampi, Napolitano e Mattarella, i quali si muovono sulla medesima falsariga. Tutto inutile: già da Mani pulite, quando sono «i tribunali del popolo a emettere in piazza le condanne contro le nomenklature dei partiti», e lo fanno prima ancora che si esprimano i tribunali veri, la questione eccita forme di giustizialismo qualunquista. E neppure le recenti inchieste, che hanno alzato il velo sul mercato delle carriere e sulle manovre delle correnti per scalare i vertici del Consiglio superiore della magistratura, hanno avvicinato l’ipotesi di una riforma, o di un’autoriforma, del ceto togato, come chiesto con insistenza da Mattarella.

 

Ma se il capo dello Stato è il sismografo della crisi, come è stato avvertito, e gestito, l’avvento del populismo sul Colle? È un esempio di ulteriore discontinuità nella transizione del paese e ha a che fare con il grave deficit culturale (non si dice ideologico perché le ideologie sono tramontate) delle nuove generazioni politiche. Le quali si dimostrano troppo spesso incapaci di capire il senso della complessità e il valore della mediazione, il che spiega i tentativi di alfabetizzarle e responsabilizzarle compiuto da Ciampi, Napolitano e Mattarella.

Non sono soltanto questi i nodi che i capi dello Stato devono sbrogliare dal 1990 in poi. C’è la guerra della memoria su un passato che non passa, che ha visto schierarsi certi anticipatori della cultura della cancellazione (nulla a che vedere con l’arte di Emilio Isgrò), pronti a recidere il nesso tra l’antifascismo e la Costituzione repubblicana, contrastati soprattutto da Ciampi – ma non solo da lui –, tra orgoglio nazionale e prospettiva europea. E c’è la ricucitura del rapporto tra istituzioni e cittadini, che non può avvenire senza che sia superata la retorica del declino in cui ci tormentiamo e senza che siano sgombrate le eterne teorie del complotto dei poteri forti contro i deboli. E qui ha contato più del previsto il settennato di Mattarella. Il quale, con la paziente autodisciplina zen di un monaco giapponese, ha tenuto a battesimo governi fondati su maggioranze fragilissime e di opposto segno, gialloverdi e giallorosse, pur di assicurare la tenuta di un paese entrato anche in una crisi di rappresentanza. È andata come doveva andare, ma non si può certo sostenere che il capo dello Stato non offra a tutti la prova della responsabilità, mentre l’Italia ondeggia tra i soliti catastrofismi (come quello di Cossiga) e trionfalismi (come quelli di Berlusconi e Renzi). La riforma delle istituzioni è stata per mezzo secolo un tabù. Adesso se ne parla, e quelli che l’hanno fatto di più sono i presidenti, ma senza che il Parlamento abbia concluso nulla.

 

Queste pagine, come altre che ho scritto anni fa, sono un libro aperto, giocato sulla prassi psicoanalitica del «regredire per progredire», per guidarci con lucidità al tempo presente. Forse produrrà ulteriori approfondimenti e magari nuove critiche ai capi dello Stato. Del resto, so che «nessuna istituzione è un’isola del sublime», come ha detto il docente di Diritto pubblico Mario Fiorillo. Il mio è un viaggio dentro il Quirinale in cui racconto da testimone quello che ho visto e sentito. Cercando di capire e far capire come sono stati sciolti i dilemmi costituzionali sollevati nell’arco lungo di cinque presidenze e inserendo le soluzioni nel loro contesto storico. Che è stato quello di una permanente lotta tra fazioni, con un costante avvicendamento di protagonisti e con rotture tra poteri al limite del punto di non ritorno.

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