di Sergio Benvenuto

 

[Questo testo, originariamente in inglese, è stato scritto per rispondere alla richiesta di una “autobiografia intellettuale” da parte della rivista American Imago, della cui redazione faccio parte: “Parrhesia”, American Imago, 73, 4, Winter 2016, pp. 435-450. https://muse.jhu.edu/article/643759. Questo dice perché io mi senta in dovere qui di spiegare cose ovvie per il lettore italiano. (sb)].

 

Ci sono due diversi tipi di persone nel mondo, coloro che vogliono sapere, e coloro che vogliono credere.

Friedrich Nietzsche

Un uomo che vuole la verità, diventa scienziato. Un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività, può diventare scrittore. Ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio fra i due?

Robert Musil, L’uomo senza qualità

 

Come lettore e appassionato di psicoanalisi sono stato molto precoce. A 16 anni lessi per la prima volta un libro di Freud, ovviamente era Tre saggi sulla teoria sessuale. Lo leggevo di nascosta a scuola, per non ascoltare le noiose lezioni di chimica. Ma sono stato un paziente ancora più acerbo.

La mia prima esperienza come analizzante – questo è il termine che sono abituato a usare, invece di paziente – la ebbi a otto anni a Napoli, la città dove sono nato. I miei mi portarono da una analista infantile, Anna Maria Galdo, divenuta poi didatta della SPI, perché attraversavo una crisi depressiva. Nell’ambulatorio, delle ragazze sorridenti mi fecero fare tanti divertenti giochini e disegnini; oggi so che erano test mentali, ma allora credevo che quella fosse la terapia. Non ricordo invece nulla dell’analista, ricordo solo che dopo qualche seduta rifiutai di tornarci perché mi annoiavo. Dopo un po’ la mia depressione svanì.

 

Oggi mi chiedo: quella psicoterapia breve fu un successo o un fallimento? In effetti, fu la psicoterapia a guarirmi? Oppure furono i giochini delle dolci testiste? O la remissione fu spontanea?

Atroci dubbi che sorgono ancor oggi, nella pratica analitica, di fronte a rapide guarigioni. Che cosa guarisce che cosa?

 

1.

 

Quando nel 1967 mi iscrissi alla facoltà di Psicologia della Sorbona a Parigi, già allora il mio progetto era diventare psicoanalista. Pur avendo letto Jung, Fromm, Klein, Reich e altri, la mia preferenza andava a Freud. Qualcuno dice che gran parte del successo di Freud sia dovuto alla qualità della sua scrittura; e in effetti, trovavo più eccitante la prosa di Freud di quella di altri analisti. Harold Bloom, in Il Canone Occidentale, ha inserito Freud nel suo elenco dei 26 scrittori più importanti di ogni tempo. A differenza delle scienze, in psicoanalisi il modo di scrivere e parlare è essenziale. Perché analizzare è un lavoro di lettura di quel che dice l’analizzante, e occorre trovare le parole giuste per poter far leggere questa lettura. In psicoanalisi, come in arte in educazione e in politica, la forma e il contenuto non si possono scindere.

Prima di andare a Parigi da “strutturalista” ero già stato “esistenzialista”. Allora per esistenzialismo si intendeva soprattutto Sartre, Camus e de Beauvoir. A metà degli anni 1960 gran parte dei miei amici intellettuali italiani, tutti di sinistra, si proclamavano sartriani e magari fumavano la pipa come Sartre. Uno di loro si vantava persino di essere strabico come Sartre. Mi ero reso conto che l’esistenzialismo francese era una deriva della fenomenologia filosofica, mi dedicai quindi alla lettura di Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty, insomma diventai fenomenologo.

 

Una volta, nel primo mese che ero a Parigi come studente, mi trovai senza un posto dove andare a dormire, e non avevo soldi per un albergo. Decisi allora di passare l’intera notte nei cafés delle Halles, i mercati generali dell’epoca, che restavano aperti tutta la notte, leggendo gran parte di Segni di Merleau-Ponty. Il fatto che la lettura di Merleau-Ponty, oltre alla serie di espresso, mi tenesse sveglio per una notte intera la dice lunga sulla passione che avevo per questo autore.

Con la mia conversione allo strutturalismo – e a quello che si è poi chiamato post-strutturalismo, termine mai usato in Francia – il mio atteggiamento nei confronti della fenomenologia è diventato sempre più severo. Sarebbe lungo spiegare il perché. Quanto alla psichiatria fenomenologica, in particolare quella di Minkovski e Binswanger, la trovo un pregevole esercizio letterario: una descrizione dall’esterno dei malati senza che mai lo psichiatra metta in gioco se stesso e il proprio rapporto col malato. Questa contemplazione fenomenologica di “esistenze mancate” – già questa valutazione della psicosi mi disturba – è a suo modo il trionfo della vecchia psichiatria descrittiva. Al contrario, quando Freud descrive un caso clinico, parla sempre del suo rapporto con il paziente.

 

Va detto però che la fenomenologia ha posto in modo nuovo la questione della soggettività, di cui occorre tener conto. Le teorie analitiche che non ne tengono conto mi appaiono obsolete.

 

Non appena giunto a Parigi, presi a seguire i seminari di Jacques Lacan e a leggere gli Ecrits. All’inizio non capivo né gli uni né gli altri. Poi, non so come, l’anno successivo dei seminari capivo tutto, o credevo di capire tutto, cosa che a sua volta mi fornì delle chiavi per capire anche gli scritti di Lacan.

Così divenni lacaniano, e feci la mia prima analisi con una lacaniana a Parigi. (Anni dopo ne feci un’altra, sempre lacaniana, con Pierre Bauer). Non faceva sedute a tempi variabili come gli altri lacaniani, ma più o meno attorno ai 45 minuti. Non pensai mai di chiedere un’analisi a Lacan stesso; sapevo che allora la sua pratica era diventata minimalista, faceva sedute brevissime, e io avevo bisogno di holding, di essere tenuto per un po’ in braccio, insomma di sedute lunghe.

Restai a Parigi fino al 1973, poi andai a vivere a Milano. Dagli anni 80 abito a Roma, con periodi in cui ho abitato a New York, a Londra e in California. Ho scelto Roma semplicemente perché è una delle più belle città del mondo, non perché sia tanto vivace culturalmente; Milano certamente è più solida. Ma mi sono sempre pentito di non essere rimasto in Francia.

 

A inizio anni 1970 la situazione della psicoanalisi era molto diversa in Italia e in Francia. Mentre la Francia era del tutto dominata dal Ritorno a Freud (e non solo grazie ai lacaniani), in Italia l’egemonia era del kleinismo; in particolare si stava già affermando il dominio di Bion, che sarebbe durato per decenni.

Fu una bella esperienza tradurre per una casa editrice italiana (Einaudi) nel 1975 un seminario di Lacan – il XX, Encore – che io stesso avevo seguito qualche anno prima. In quegli anni le mie letture e riletture di Freud, e degli altri maestri della psicoanalisi, erano fortemente influenzate da Lacan. Per me Freud era già “lacaniano”. Ma si tratta di un miraggio. In realtà sono possibili molte letture acute di Freud; quella di Lacan è geniale, ma è una delle varie possibili. I lacaniani, per lo più, pensano che Freud fosse già lacaniano… Io stesso divergo da molti lacaniani nel modo in cui pensiamo che Lacan abbia letto Freud. E credo che la lettura di Freud da parte di Derrida sia più rigorosa. Anche se i problemi più acuti li ha sollevati un (apparente) critico della psicoanalisi: Wittgenstein.

 

2.

 

A Parigi, per me fu non meno importante seguire i seminari di Roland Barthes per anni. Se Lacan giocava la carta del profeta un po’ oracolare, Barthes invece giocava la carta del calmo conversatore salottiero. Usava un linguaggio semplice da insegnante, ma ironico e saporito. Ho fatto tesoro del modo in cui Barthes analizzava i significanti delle opere letterarie, leggo in modo simile i significanti dei miei analizzanti. A quell’epoca Barthes era fortemente influenzato da Lacan, le sue analisi semiologiche trasudavano psicoanalisi.

Nei cinque anni che passai a Parigi dedicai più tempo a seguire i seminari di Barthes, Lacan, Greimas, Foucault, Althusser e di altri che a seguire i corsi alla mia università, Parigi 7. Ho letto più libri di semiotica, arte, letteratura, storia e filosofia che di psicologia. Un vizio che mi porto dietro da sempre è il rifiuto del lavoro unico: pur avendo dato poi priorità alla psicoanalisi, non ho mai smesso di voler dire la mia nel cinema, in filosofia, in politica. Ho voluto strafare. Per cui ho fatto sempre almeno un triplo lavoro – per lo più, psicoanalista, filosofo, e commentatore nella vena di quel che poi saranno chiamati Cultural Studies. Il risultato di questo accumulo di professioni è che lavoro sempre, anche e soprattutto quando mi svago, quando leggo un romanzo, faccio un viaggio… Mentre vedo un film, può darsi che mi dica “su questo dovrei proprio scriverci qualcosa!”

 

Basti un elenco parziale delle cose su cui ho scritto e pubblicato nel corso della vita: sui rumors e urban legends; sulla sessualità in Freud; sulla gelosia; sui meccanismi delle mode; su eros in Platone; sulle perversioni; una storia dell’accidia; gli argomenti del relativismo filosofico; Rosvita; cubismo e cecità; il linguaggio privato in Wittgenstein; la metafora; la poetica di Aristotele;  il pensiero di Lacan, l’estetica di Benjamin…

A questa fluidità si aggiunge un altro difetto peggiore: il mio rifiuto di “sposarmi” con una teoria e una scuola. In effetti, dopo aver fatto parte per anni della Scuola Freudiana di Milano di ispirazione lacaniana, diretta da Giacomo Contri, smisi di esserne membro e cessai di dirmi lacaniano. Fui membro, in seguito, di un altro paio di organizzazioni analitiche (di una ne fui co-fondatore), ma poi mi sono ritirato da esse. Finché anni fa non creai assieme ad altri un istituto ex novo, Institute for Advanced Studies in Psychoanalysis (ISAP), sezione italiana di un’organizzazione internazionale promossa dall’analista francese René Major. Ho preferito sempre restare single, avere delle “storie” anche lunghe con teorie o scuole, ma senza alcun impegno di fedeltà coniugale. Sono stato e sono un libertino della psicoanalisi; e non solo di essa. È difficile però essere single nel campo intellettuale, perché sei sempre “un invitato”. Hai amici, di rado alleati. So di molti che dicono di me “Benvenuto scrive cose molto interessanti”, ma nessuno dice di me “Benvenuto è uno dei nostri”.

 

Tra le mie love stories intellettuali annovero, negli anni 1980, quella con l’ermeneutica, attraverso Vattimo, Gadamer e Rorty. Ma negli anni 1990 ancora una volta ho “tradito”, l’ermeneutica mi è ormai lontana. L’ermeneutica si riassume nel motto nietzscheano “non esistono fatti, solo interpretazioni”. In questa fantasmagoria interpretativa viene eliminato tutto ciò che è al di là di ogni interpretazione e che per me è invece quello che conta: il Reale, la carne che ci spinge, l’oggettività che ci delude. L’idea che tutto si riduca a testi da interpretare mi sembra una apoteosi cosmica del tipico lavoro universitario in campo umanistico. Invece mi sono sempre più focalizzato sul concetto lacaniano di Reale, relativizzando l’importanza del simbolico e del linguaggio.

Il Reale non è la realtà oggettiva che tutti conosciamo: è ciò che per ogni soggetto rappresenta un punto di rottura, l’emergere di qualcosa di inammissibile. Qualcosa che non dovrebbe starci, e pur ci sta. Come l’universo intero, secondo la mia strana ottica: non dovrebbe starci, eppure c’è.

 

3.

 

Benché io non abbia fatto studi accademici di filosofia, mi sono sempre sentito “di casa” in filosofia. Perché l’avevo in casa. Mio padre era professore di filosofia nei licei a Napoli e sin da bambino seguivo le lezioni private che lui dava in casa a studenti per surrogare un modesto stipendio. A Napoli si diceva che mio padre era capace di far capire la filosofia anche alle teste più di rapa. Il suo studio era separato da un’altra stanza da una tenda, e io me ne stavo dietro la tenda ad ascoltare. Ho sempre letto e scritto di filosofia. Purtroppo anche in questo campo ho voluto strafare.

In Europa l’alternativa è netta: o si pratica “filosofia analitica” (quella che si fa al top nelle facoltà di filosofia anglo-americane) o si pratica “filosofia continentale”, che in US si fa invece a Comp-Lit (Comparative Literature) o ad Arts o in Gender Studies o Queer Studies o History o Cinema Studies. Se si aderisce a un filone, si disprezza l’altro. Eppure in qualche modo i due seguono strade parallele, sono interrogati dagli stessi problemi. Ad esempio, attualmente entrambe le filosofie sono polarizzate dal biologico; solo che gli analitici parlano di darwinismo, mentre i continentali parlano di biopolitica. Pur essendomi formato nella filosofia continentale, ho preso sul serio la filosofia analitica. Forse per spirito di contraddizione rispetto alle mie origini così parigine, e Parigi è ben poco analitica. Vi domina una cultura che chiamerei in senso lato dionisiaca. Credo di essere tra i pochi ad avere questa doppia maschera, analitica e dionisiaca. Il risultato è che non sono “dei nostri” né per gli analitici, né per i continentali.

 

Ha fatto da cerniera a entrambi i “modi” Ludwig Wittgenstein, il filosofo che ho frequentato di più. Negli ultimi decenni si è compiuta una mutazione: prima Wittgenstein (delle Ricerche filosofiche) era considerato il padre fondatore della filosofia analitica, ma col passare del tempo ho l’impressione che la filosofia analitica stia lasciando cadere Wittgenstein, si sia orientata al cognitivismo, che è un po’ il contrario di Wittgenstein. Invece è stata la filosofia continentale ad appropriarsene come una svolta fondamentale del pensiero. Non stupirà allora il fatto che, dopo l’autore del Tractatus, il filosofo che ho letto di più sia stato Martin Heidegger, che viene di solito contrapposto al primo. Al di là della diversità dei loro stili, ho sempre trovato tra Wittgenstein e Heidegger un’affinità di fondo: vedono il mondo come un tutto limitato, e allo stesso tempo vogliono dire o mostrare qualcosa che è oltre il mondo, anche se non c’è altro che il mondo.

Tra i filosofi che ho potuto conoscere di persona o comunque recenti, mi hanno impressionato maggiormente Jacques Derrida, Michel Foucault, Giorgio Agamben non politico, John Searle, Gregory Bateson, W. O. Quine, T.S. Kuhn, Paul Feyerabend, Slavoj Žižek non politico, Ian Hacking, Ernesto Laclau. Vedete una qualche coerenza in questa lista? Io poco. I meandri della mia Bildung.

 

Un’altra mia contraddizione: pur praticando la filosofia continentale, non ho mai trascurato le scienze. In particolare, ho tenuto sempre un piede dentro le scienze sociali e la biologia (ho una laurea in sociologia). In effetti ho lavorato per 30 anni in un istituto scientifico del CNR, Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica, analogo al CNRS francese. (Un tipo di istituzione che non esiste in US: si è assunti a vita come ricercatori di stato. E si continua a esserlo, anche quando non si ha più nulla da ricercare, fino alla pensione. Io eliminerei il CNR integrandolo al sistema universitario. Un ricercatore che non ha più nulla da cercare potrebbe insegnare benissimo, all’inverso, chi ha da trovare qualcosa perde tempo a insegnare.)

Questa mia faccia scientifica è incomprensibile in molti ambienti della filosofia continentale e anche tra molti psicoanalisti. “Ma che te ne frega di quel che dicono ‘sti scienziati?” mi disse una volta un amico filosofo, marxista e quindi spiritualista. I lacaniani, anche se non parlano mai esplicitamente contro le scienze, per lo più ignorano quel che viene scoperto dalle scienze; accettano solo la matematica, in particolare la topologia, perché si tratta di pure forme che non parlano di cose empiriche. Si perpetua oggi la perenne opposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica, come se appartenessero a due civiltà diverse e non fossero invece due facce della stessa medaglia della modernità.

 

Per molti, il peccato peggiore è che mi occupo di scienze sociali, le sciences humaines dei francesi, dismal sciences (scienze tristi). Va bene la fisica, ma guai la sociologia! Per non parlare poi dell’economia! Credo che questo disprezzo per le scienze sociali, la psicologia e l’economia sia dovuto al persistere del presupposto religioso del libero arbitrio: se gli umani possono essere oggetto di indagine scientifica significa che non sono liberi. Guai a pensare che gli umani siano determinati!

Anche in psicoanalisi, le mie preferenze non sono accettabili per molte scuole, proprio perché metto insieme nello stesso piatto la zuppa di fagioli e la mousse au chocolat. Ad esempio, almeno fino a non molto tempo fa era assolutamente proibito, anche per gli analisti IPA italiani o francesi, ammirare analisti americani, in particolare dell’Ego Psychology. Per decenni c’è stata una frattura netta: benissimo i britannici (Klein, Winnicott, Rosemberg, Bion ecc.), malissimo gli americani, che in genere però erano mitteleuropei americanizzati. (Oggi le cose sono cambiate, molti analisti americani – in particolare la Self Psychology e il relazionismo – sono caposcuola per gli italiani.) Ricordo che in mezzo a illustri analisti italiani SPI osai dire di apprezzare Erik Erikson, e di preferire Anna Freud in fondo a Melanie Klein … Sentii un gelo silenzioso attorno a me.

 

Apprezzo il genio clinico di Winnicott. Costui gode di un privilegio unico: a parte Freud, è l’unico analista accettato e stimato da tutte le scuole analitiche, anche quando queste si combattono fieramente tra loro. Questo anche perché, forse, ha rifiutato di formare una propria scuola. Fondare scuole è un’arma a doppio taglio: il fondatore conta sulla propria sopravvivenza post-mortem, ma si legano i propri discepoli a una lotta eterna per l’eredità del fondatore. La mediocrità della maggior parte degli allievi o discepoli compromette il fondatore stesso, che appare sporcato dai suoi eredi. Aveva ragione Nietzsche quando diceva che un vero maestro ha un solo vero allievo, ed è quello che certamente prenderà una propria strada del tutto autonoma…

Ho ammirato la magica capacità di Françoise Dolto nel capire i bambini e nell’interagire con loro. Di Dolto, analista francese amica di Lacan ma non lacaniana, ho tradotto anche alcuni volumi in italiano. Negli USA Dolto non è nota, mentre è popolare in molti altri paesi, in Francia, in Italia, in Russia, ecc. Popolare perché i suoi libri, pur non cadendo mai nella banalità edificante, sono apprezzati dalla gente comune. Dolto riusciva a combinare una materna chiarezza con uno stile raffinato. Non faceva psicobanalisi.

 

Con Jean Laplanche ho preparato un dottorato, che però non ho concluso per divergenze sul contenuto (la malinconia). Era un ottimo insegnante. Laplanche considerava la sua lettura di Freud alternativa a quella di Lacan, di cui era stato allievo; ma sento che Laplanche leggeva Freud con una sensibilità nel fondo lacaniana. Anche lui si inseriva nella sfida del Ritorno a Freud. Oggi Laplanche è molto apprezzato dai non-lacaniani, ma credo che, se non ci fosse stato Lacan, non ci sarebbe stato nemmeno Laplanche. In un certo senso, Laplanche ha ristrutturato il dolce Lacan per renderlo commestibile ai palati IPA, che si sono essenzialmente formati con gli sciroppi della medicina.

La differenza fondamentale tra Lacan e Laplanche? Per il secondo c’è un primato dell’altro (a minuscola) in psicoanalisi, per il primo c’è un primato dell’Altro (a maiuscola) in psicoanalisi. Da questa differenza, che pare infima, discendono poi tutte le altre differenze.

 

Quanto alla pratica psicoanalitica, i due maestri che più di altri mi hanno formato sono Diego Napolitani ed Elvio Fachinelli, entrambi di Milano, entrambi scomparsi. Nessuno dei due è stato mio analista in Italia. (Ho avuto un analista foulksiano e uno self-psychologist.)

Napolitani è stato il creatore dell’analisi di gruppo in Italia, ispirata a Bion. Grazie a lui ho potuto lavorare in una comunità terapeutica per psicotici dove ho imparato molto. Elvio Fachinelli, che comincia a essere tradotto in inglese, è oggi considerato tra le più importanti figure della psicoanalisi italiana. Fachinelli era analista membro della SPI, ma era un ribelle, si era inserito nell’onda dei movimenti di contestazione dell’epoca. Nel 1969 assieme ad altri analisti IPA aveva contestato, in modo ironico e simbolico, il Congresso Internazionale di Psicoanalisi che si tenne a Roma. Fachinelli non scriveva solo di psicoanalisi, ma pubblicava su riviste e settimanali popolari ma prestigiosi (come il settimanale L’Espresso), commentando fatti del giorno ed eventi politici. Ispirato a Walter Benjamin e a Jean Baudrillard, egli elaborò una scrittura psicoanalitica originale per parlare della vita sociale. Ho cercato di fare come lui, anche se con meno successo di lui.  Da sempre scrivo su riviste culturali, commento i fatti politici e di costume, non da analista ma da intellettuale… critico? No, direi da intellettuale disincantato.

 

4.

 

Da giovane non ero solo freudiano, ero anche marxista e nietzscheano. Insomma, ero perfettamente conforme alla temperie intellettuale dell’epoca. Veneravo quella che oggi chiamo la Moderna Trinità che ha dominato il pensiero europeo continentale: Marx, Nietzsche, Freud. Esistono poi dei “profeti” all’interno della Trinità: Gramsci e Althusser per il marxismo, Bataille e Foucault per il nietzscheanismo, Lacan per il freudismo. Non ho mai subito invece il fascino della Scuola di Francoforte, e tanto meno di Marcuse, che fu promosso dal giornalismo a ispiratore dei movimenti di rivolta attorno al 1968. Oggi invece gli intellettuali marxisti o post-marxisti si appellano tutti ai francofortesi, in particolare a Benjamin. Quest’ultimo era a mio parere il più interessante in quel tipo di cultura, ma è anche sopravvalutato. Ho scritto un saggio, pubblicato in Francia e in Italia, per confutare la sua teoria dell’arte all’epoca della sua riproducibilità tecnica. Quasi un delitto di lesa maestà. Un saggio passato assolutamente inosservato.

 

Col tempo, ho abbandonato la Trinità. Con questo non voglio dire che Marx, Nietzsche e Freud non siano dei giganti: vanno letti, sono pieni di straordinarie intuizioni ancora attuali. Ma per quel che mi riguarda, li leggo con la distanza del disincanto storico.

Non credo nel marxismo (che non è Marx). Penso che il suo paradigma – la storia come storia di lotta di classe – non faccia capire la realtà sociale, passata e presente. Marx annunciava la Buona Novella, il socialismo, ma io sono scettico, come lo era Freud, sull’happy end della storia. Condivido la profonda diffidenza di Freud e il Lacan nei confronti dell’ottimismo socialista. Molti marxisti corrispondono a quelle che Hegel chiamava “anime belle”, ovvero, in sostanza, denunciano il mondo in cui vivono senza rendersi conto che quel mondo è anche un loro prodotto, un mondo a cui attivamente contribuiscono. Non che io non sia sensibile al dramma delle povertà; perché anche io, da giovane, sono stato povero; un povero quasi per scelta, diciamo un bohémien. Ma non credo che il socialismo e il comunismo siano la soluzione del problema delle povertà.

 

Non mi interessa diminuire le diseguaglianze (si intende: economiche), mi interessa eliminare la fame e la povertà. Del resto le diseguaglianze economiche sono solo una delle tantissime e importanti diseguaglianze tra gli esseri umani, le quali sono solo in parte riducibili. Una diseguaglianza a cui sono rassegnato da tempo, per esempio, è quella per cui esistono vari ranghi di stupidità umana che ci circonda.

Quanto a Nietzsche, ci ha resi sensibili alla forza essenziale dei rapporti di potere. Comunque il progetto di un Super-Uomo od Oltre-Uomo, che ha avuto vari applicatori nel XX° secolo, rischia sempre di produrre danni catastrofici. Temo che resteremo sempre, semplicemente, uomini e donne. E LGBT+, come oggi è d’uopo dire.

 

Quanto a Freud, sono “freudiano” con le virgolette. A differenza di quel che pensavo da ragazzo, non credo più che Freud avesse in mano la verità, leggere Freud per me non è come per i cristiani o per gli ebrei leggere la Bibbia. Non ho più Bibbie, non sono credente in alcuna religione, anche se mio padre era un teologo cattolico. Oggi sono completamente solo di fronte alla complessità della realtà e all’improbabilità delle speranze. Seguo un precetto di Gramsci molto popolare in Italia: “Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà”. La volontà mi fa freudiano, ma capisco chi è anti-freudiano per ragione. Sono freudiano non in modo fideistico, ma direi per tropismo spirituale. La cosa più grave che mi separa da Freud è il fatto che lui pensasse alla psicoanalisi come a una scienza. Per me, non lo è. La psicoanalisi è come la politica, un coacervo di spinte ideali e di arte d’arrangiarsi.

 

Questo disincanto mi separa da autori recenti che in parte apprezzo, ma che sento ancora invischiati in quel culto marxiano-nietzscheano-freudiano. Penso a scrittori che non mancano di acume come Slavoj Žižek, Alain Badiou, e altri ancora. Mi sembrano essere restati là dove io ero da ragazzo. Anche se non è molto chiaro dove io sia arrivato. In effetti, molti che hanno abbandonato la Trinità si sono convertiti puramente e semplicemente all’”altra” cultura, come i nouveaux philosophes, ovvero: free market economy, filosofia analitica o positivismo, esaltazione delle attuali società liberal-democratiche, venerazione per la scienza, cognitivismo. Io non sono passato a quel campo. Sto in mezzo a queste due culture che si detestano? O non sto in nessun luogo? Diciamo che nella mia vita sono passato dall’Utopia all’atopia.

Mi hanno distolto dalla Trinità autori diversi. Mi scuso per la noia degli elenchi. A parte l’influsso di Wittgenstein e degli altri filosofi citati sopra, hanno significato qualcosa per me le letture di Italo Calvino, Susan Sontag, S.J. Gould, Richard Lewontin, Umberto Eco, Paul Veyne… Ma non sarei sincero sulla mia formazione se non citassi alcuni maestri del cinema che mi hanno segnato: B. Keaton, Ejsenstein, Buñuel, Mizoguchi, Hitchcock, O. Welles, Fellini, Pasolini, Godard, Truffaut, Kubrik, Scorsese, Rohmer, R. Scott, von Trier, fratelli Cohen… Ovviamente, da grande farò il regista cinematografico.

 

5.

 

Malgrado la mia miscredenza nella Trinità, la mia pratica analitica di oggi ha comunque un impianto freudiano. Con Freud, ho un rapporto simile a quello di un divorziato che continui a essere amico e sodale con la ex moglie. Penso che la psicoanalisi resti fondamentalmente il prodotto di un solo uomo, Freud.

Un’indagine fatta anni fa tra tutti i libri delle discipline umanistiche e sociali del mondo mostra che solo Lenin, Shakespeare, Platone e la Bibbia sono citati più di Freud. Non è un caso che, quando un filosofo, un saggista, uno scienziato serio voglia confrontarsi con la psicoanalisi, quasi sempre si confronti solo con Freud (talvolta con Jung e con Lacan) – il confronto con Freud è considerato necessario ma anche sufficiente per capire la psicoanalisi in generale.

 

Il fatto che la psicoanalisi resti freudiana, malgrado gli sforzi immani di creare psicoanalisi non freudiane, deriva dal fatto che Freud ha inventato un legame sociale originalissimo, che poi altre psicoterapie hanno ripreso con aggiustamenti ad hoc. Il successo storico di questo legame è dovuto al fatto che esso dà forma ai valori fondamentali della modernità, e cioè: l’ideale della parola libera, che la libera associazione in analisi promuove; l’ideale dell’autonomia etica del soggetto, che porta l’analista a non esercitare alcuna pressione sul paziente facendo appello a norme etiche o sociali; l’ideale dell’autenticità, che esclude qualsiasi forma di censura nei confronti di ciò che passa per la mente; la promozione della sessualità e dell’amore sessuale come bisogni primari che non vanno repressi; e l’ideale dell’ascolto scevro da pregiudizi morali e cognitivi. Insomma, l’homo psychoanaliticus costruito dal legame analitico corrisponde in gran parte a ciò che la nostra epoca – o meglio, le élite che caratterizzano la nostra epoca – considera il proprio ideale etico. Questa etica fu formulata da Nietzsche riprendendo Pindaro, “Diventa te stesso”.

 

Molti aspetti della teoria freudiana possono oggi essere respinti, oppure, come faccio io, usati in modo metaforico od ironico. Ripeto, il vero capolavoro di Freud è il tipo di legame sociale da lui inventato. E che, malgrado i periodici annunci di morte della psicoanalisi, continua a funzionare. Freud chiamò transfert il motore di questa efficacia, ma lo stesso transfert è parte di questo legame.

In generale, la moltiplicazione dell’offerta psicoterapica in Occidente esprime la popolarizzazione di quella che Michel Foucault ha chiamato “cura di sé”[1].  Viviamo in un’epoca di spasmodica cura di sé. Ma quel che distingue la psicoanalisi dalla maggior parte delle cure-di-sé, fisiche e psichiche, che dilagano – dalle palestre fino ai massaggi – è il fatto che comunque essa si basa su un appello alla verità. La sua pretesa è di curare attraverso la verità. Non scoprendo la verità, ma facendola dire. Da qui, credo, il suo persistente prestigio, malgrado i fallimenti che le vengono contestati.

 

6.

 

Ho avuto esperienza di analisi con analisti di scuole diverse: foulkesiana, kohutiana, lacaniana, kleiniana. Sono stato insomma un analizzante promiscuo. Questa Babele delle lingue mi permette di parlare più di una lingua, non solo quella di una scuola. Non mi piace battere sempre sullo stesso chiodo, ma avere molti chiodi da pestare, nel senso di far anche loro male.

Allora sono eclettico e sincretico? Non credo. Si prenda l’uso del controtransfert. La psicoanalisi di derivazione kleiniana usa molto il controtransfert come strumento di comprensione dell’altro, fino a sfociare nel relazionismo; i lacaniani invece non fanno uso del controtransfert.  In effetti, io posso trovare noiose o irritanti certe cose che dice un analizzante; ma non posso dedurre che inconsciamente lui mi voglia annoiare o irritare, perché un altro analista avrebbe reagito diversamente a quelle parole. L’abuso dell’analisi del controtransfert mira a scardinare la specificità di ogni analista, a farne un semplice ricettacolo dei fantasmi dell’analizzante. Quindi non faccio abuso dell’analisi del controtransfert. Ma ci sono situazioni e occasioni in cui l’identificazione proiettiva è in atto; e allora bisogna coglierla. Non tutto è sempre identificazione proiettiva, ma talvolta sì. Insomma: ogni importante teoria psicoanalitica ha i suoi limiti di applicazione.

 

Mi confronto con qualsiasi tipo di paziente, non solo quindi con quelli che accettano il setting analitico classico di due o tre volte a settimana a tempo indeterminato. Il legame sociale analitico non coincide con il setting analitico classico, che può variare col tempo e con le occasioni. L’importante è che l’analista sappia esser tale anche al di fuori del setting standard, e di volta in volta dovrà inventare il setting che la realtà permette. Darei a questo atteggiamento il nome di psicoanalisi minimalista.

Non penso che la psicoanalisi sia una scienza, ma che sia una pratica come governare o educare (lo disse Freud stesso). Anche se la psicoanalisi contiene una elaborazione teorica, come contengono una elaborazione teorica le idee politiche ed educative. Non ci sono forti evidenze empiriche a sostegno dei concetti psicoanalitici, ma questi stessi sono un modo di interpretare le evidenze empiriche, di vederne la struttura. Penso quindi che gli interminabili dibattiti sulla validità scientifica della psicoanalisi siano del tutto svianti. La teoria analitica è l’emanazione della sua pratica, e dell’etica che la orienta. L’analisi non è una pratica scientifica, ma una pratica di cura (cura in senso lato), come la politica, la pedagogia, la giurisprudenza…

 

La verità è che lo sguardo freudiano su molte cose mi diverte di più dello sguardo di altri autori. In psicoanalisi si finisce col fare quel che diverte, nella misura in cui questo divertimento contagia anche i propri pazienti. Ma il divertimento può diventare una sorta di spia della verità.

Che cosa pensare allora di alcune teorie-cardine di Freud, come l’Edipo o l’interpretazione dei sogni? L’Edipo, come la maggior parte dei nodi teorici freudiani, va preso come un mito (Lacan stesso lo riconobbe). È però un mito fruttuoso e non mistificante: esso dice che l’accesso alla sessualità si fa in un rapporto non a due, ma a tre, che il desiderio sessuale comporta sempre una figura di rivalità e gelosia. Si può anche non credere in questo mito, ma certo esso è molto potente, come ad esempio, in politica, lo è il mito secondo cui nasciamo tutti liberi ed eguali. Nessuno ha mai dimostrato che nasciamo liberi ed eguali (anzi, tutto mostra che è vero il contrario), ma come concepire gran parte del mondo contemporaneo senza questo mito?

 

Anche se francamente trovo molto più verosimile il mito freudiano dell’Edipo che quello del “nasciamo tutti liberi ed eguali”.

Anche la teoria freudiana del sogno va presa come un mito fruttuoso. Freud ha scommesso sull’idea ardita, che poi coincide con il sapere comune, secondo cui ogni sogno realizza immaginariamente un desiderio (e non timori). Quando Martin Luther King disse “I have a dream”, tutti capirono che non stava parlando di un suo sogno notturno ricorrente, ma di quello che desiderava. Questa idea “popolare” di Freud – sognare è desiderare – permette una penetrazione dei sogni molto più acuta di altre teorie alternative del sogno.

 

Un altro punto delicato è la sessualità. Col tempo quasi tutti gli analisti hanno lasciato cadere la centralità della sessualità. Più che di sessualità, si parla di affetti, emozioni, vissuti, empatia. Lacan ha transustanziato il pene in un significante, il fallo, così come il pane si transustanzia nel corpo di Cristo… Io invece continuo a dare a esperienze e fantasie sessuali – in senso lato – un’importanza cruciale. Freud non ha fatto altro che riprendere l’importanza enorme che la sessualità ha nella nostra vita. Di cosa parla la maggior parte dei film, canzoni, romanzi, gossip, ecc., se non di amore e di sesso? Certo, anche di violenza e di guerra.  Ciò che ci interessa di più, è come degli esseri umani si accoppiano o si accoppano. Sex life matters. Killing matters.

Essere freudiani è partire dal presupposto che l’essere umano sia prima di tutto carne significante, un nodo di pulsioni che si esprimono comunque in qualche modo. Una concezione grandiosa alternativa alla psicologia evoluzionista e alle psicologie cognitiviste in genere.

 

7.

 

Credo che per certi versi la posizione dell’analista sia “scettica”. Del resto, intellettualmente mi inscrivo in un filone della cultura occidentale che chiamerei pessimista o disincantato, un filone che da Lucrezio giunge fino a Wittgenstein, passando per Montaigne, Schopenhauer, Leopardi, Kraus, Kafka, Freud… Penso però che la posizione pessimista, lungi dal farci rassegnare passivamente al mondo, sia la matrice di una sorta di eroismo possibile, di un gusto disperato per l’azione. Paradossalmente, è proprio il pessimismo della ragione a rendere incisivo l’ottimismo della volontà.

Condivido quindi il pessimismo dell’ultimo Freud. Si dice: “Come può essere pessimista uno che deve curare le persone?” Ma credo che la forza dell’analista consista proprio nel suo disincanto, nel fatto che egli sappia quanto le nostre pulsioni e passioni ci accechino. L’analisi riesce perché dissolve una serie di illusioni. Ma anche l’analista deve rinunciare alle illusioni.

 

Uno mi può chiedere: “qual è la tua passione vera, fondamentale?” Quasi ognuno di noi è polarizzato da una passione più o meno esplicita, che dà una direzione univoca alla propria vita, e che Lacan chiamò la Cosa. Nel mio caso, la Cosa è la verità.

Lo ammetto quasi con vergogna, perché la verità non gode di buona stampa nella nostra epoca di pragmatismo anche filosofico. Parlo della verità non posseduta nella conoscenza, ma come aspirazione che non viene mai pienamente realizzata. E anche nel senso di “essere vero” con gli altri. Tra le varie attività che svolgo, la pulsione che anima tutte è sempre un irresistibile bisogno di verità. Fino al punto che preferisco leggere libri di storia ai romanzi. Come alcuni sono soggetti al demone del gioco, altri a quello di accumulare danaro, altri a conquistare più donne possibili… io sono soggetto al demone della verità. E l’analisi mi piace perché l’analizzante viene spinto verso quella che i Greci chiamavano parrhesía, la libertà del parlar franco, dell’essere verace. Quella parrhesía che l’analisi riserva all’analizzante, la pratico talvolta io stesso altrove, purtroppo. In società non sempre ci si può permettere la parrhesía. Si rischia di diventare come Alceste, il misantropo di Molière.

 

Forse questa mia addiction alla verità ha a che fare con la befana. In Italia non c’è solo Santa Claus che porta regali la notte di Natale: il 6 gennaio di notte viene una sorta di strega vecchia brutta e bonaria chiamata Befana, che porta regali ai bambini.  Per me bambino la festa migliore era la befana. Poi, cresciuto un po’, mi si disse che la befana non esisteva, che i regali venivano portati dai genitori. Ci restai molto male, soprattutto per il fatto di essere stato turlupinato per tanti anni. Da allora mi sono detto: “Niente befane, solo la verità”. Per cui ho speso parte della vita a cercare di mostrare a molti, adulti, che credevano ancora nella befana. Ho visto sempre tante ideologie e fedi – sia trascendentaliste che immanentiste – come illusioni di cui disincantarsi. Anche se invecchiando sono più tollerante; e tendo a pensare, come Relling, il medico dell’Anatra selvatica di Ibsen, che molti vivano grazie a una sorta di “menzogna vitale”. La maggior parte delle persone non hanno bisogno di verità. Vivere dediti alla verità è anche un supplizio, e capisco che per molti il gioco non valga la candela.

 

Qualcuno dice che quella per la verità non è una passione da analista. Ad esempio, l’analista dovrebbe invece desiderare di aiutare chi soffre. Certo la volontà di aiutare chi soffre è importante, ma si può alleviare la sofferenza in molti altri modi, per esempio prescrivendo un ansiolitico. Per quel che mi riguarda, è il bisogno di parrhesia ad avermi spinto verso l’analisi, riattualizzando il detto evangelico “la verità vi renderà liberi”. Anche la psicoanalisi associa in qualche modo la verità e la libertà (dal sintomo), cosa che la separa da tutte le psicoterapie che si basano su prescrizioni. Ma so anche che troppa verità è pericolosa. L’analista deve dire raramente la verità, ed è quella che – in analogia con giurisprudenza – chiamerei psicoprudenza.

 

8.

 

“Si ripaga male un maestro, se si rimane sempre scolari.”

F. Nietzsche

Alcuni amici e colleghi lacaniani mi hanno confessato, a distanza di anni, che avevano trovato spregevole la mia indipendenza da ogni scuola e società psicoanalitica; pensavano che fosse un’arroganza isolazionista. In verità in passato sono stato membro di un paio di società analitiche lacaniane. Star fuori da ogni istituzione analitica non è però isolarsi dai colleghi: da molti anni conduco un gruppo di confronto clinico a cui partecipano analisti di molte e diverse correnti. Scambiare con colleghi è essenziale, ma mi interessa la polifonia dei discorsi, non la monodia. E questi amici pensano che, siccome apprezzo Lacan, avrei il dovere di fare Masse (nel senso di Freud) con lacaniani.

 

In psicoanalisi ci sono due tipi di istituzioni: le istituzioni ombrello e quelle fer de lance. Istituzione ombrello è certamente l’IPA (International Psychoanalytic Association), dove non si richiede ai membri una fedeltà teorica marcata, vige una certa libertà di pensiero, purché ci si attenga a un determinato standard clinico. Le società lacaniane invece sono di solito fer de lance: sono avanguardie militanti, ciascuna con un proprio leader. Queste lasciano a ciascun membro un’ampia libertà clinica, ma è essenziale essere omogenei alla linea teorica del gruppo. Vi si celebra un culto della Teoria. Ogni discrasia teorica viene ingigantita e sanzionata. Dovendo scegliere, preferisco tutto sommato un’istituzione ombrello a una fer de lance.

 

A un certo punto ho capito che il mio interesse per Lacan non era lo stesso interesse che hanno per lui i lacaniani “di scuola”, che fanno cioè parte di un’associazione, di un cult direi. Sono il corollario di una visione inammissibilmente aristocratica del rapporto al sapere: non credo nel pensiero collettivo. Il pensiero è come un tratto fisiognomico, è individuale. In linea generale, possiamo dire che certi colleghi lacaniani cercano le buone risposte, io invece cerco le buone domande.

Quando ero giovane, a Parigi, ebbi una conversazione con un mio amico, uno storico marxista situazionista. Mi disse che all’epoca stava lavorando su Lutero, non perché fosse credente, era ateo, ma per certi aspetti che lo affascinavano del pensiero di Lutero. Poi parlammo della mia attività politica (era d’obbligo all’epoca svolgere un’attività politica, come oggi avere uno smartphone) e dissi che facevo parte di un certo gruppo italiano chiamato Lotta comunista (che esiste ancora, l’unico di quell’epoca che si ostini ad esistere) imperniato sul leninismo. L’amico storse la bocca, era un gruppo spregevole secondo lui, anche perché lui non era leninista. Dissi però che il leader di quel gruppo mi aveva dato una chiave di lettura non banale per leggere Lenin. Del resto, replicai, “Tu trovi interessante leggere Lutero. Ebbene, io trovo interessante leggere Lenin”. Al che l’amico rispose in un modo che mi ha marcato: “Leggo Lutero, ma non vado a pregare in una chiesetta luterana! Se vuoi leggere Lenin, leggilo pure, ma perché ti senti obbligato ad andare in una chiesetta leninista?”

 

Quello fu l’inizio di un processo che mi ha consentito di distinguere sempre i grandi maestri, anche in psicoanalisi, dalle loro scuole. Una cosa è interessarsi a un maestro della psicoanalisi, a cominciare da Freud, altra cosa è essere membro di una chiesetta freudiana. Non perché io sia contrario alle chiesette o alle grandi chiese, peraltro anche le chiesette luterane hanno avuto i loro grandi – Kant, Herder, Bultmann, Tillich, Bonhoeffer, Gogarten…  Non le disprezzo queste chiesette, che poi sono grandi chiese, ma non sono il mio luogo. Andare in chiesa con gli altri non è per me. Da bambino, ero molto pio e andavo ogni domenica alla messa; ma quella folla mi scocciava, e del resto trovavo quella messa in latino molto noiosa. Cercavo concetti nuovi, non rituali. Così cominciai ad andare a messa il lunedì, quando non c’è quasi nessuno. Quando mio padre lo disse al suo amico, il filosofo Augusto Guzzo accademico dei Lincei, cattolico idealista, costui disse: “Se suo figlio preferisce andare a messa di domenica, è sulla strada di diventare ateo!” Aveva del tutto ragione. Ecco, diciamo che io sono un lacaniano del lunedì.

 

Far parte di una scuola lacaniana è come fare il servizio militare. Vedo che molti ricordano con gioia il periodo di naja, come un’occasione che hanno avuto per crescere e socializzare; mentre altri ne parlano come di un incubo assoluto. Io non posso dirlo, perché non ho fatto il servizio militare. Ma credo proprio che esso non sia fatto per me.

Ben vengano le scuole lacaniane, soprattutto quando sono davvero eccellenti. Ma io sono interessato soprattutto al dopo-scuola.

[1] M. Foucault, L’ermeneutica del soggetto, Feltrinelli, Milano 2003.

 

 

[Immagine: © Todd Selby, Karls Library2009].

2 thoughts on “Parrhesia. Un’autobiografia intellettuale

  1. “Uno dei tic di Lacan era di natura polmonare. Lanciava dei sospiri prolungati, profondi, dei soffi, dei rantoli pieni di rassegnazione e di malinconia inconsolabile; ma non si capiva se fossero sospiri veri e propri o ginnastiche respiratorie, esercizi salutari o magari orientali. Un giorno mi spazientii: ‘Que sont ces soupirs que vous poussez presque tojours?’ gli domandai a bruciapelo. ‘Ah, ah’ sospirò Lacan abbandonandosi allo schienale (eravamo in automobile) – e, a un tratto, ebbi davanti a me, inconfondibile, irriconoscibile, Tartuffe; non il Tartuffe con il collarino, recitato da un attore filodrammatico, ma un Tartuffe mai visto, straordinario fatto di sofferenza, di eleganza, di reticenza insolente e volgare.
    Pensai che Lacan fosse un impostore (dico che lo pensai, non che lo fosse). Oggi leggo una testimonianza di Robbe-Grillet secondo cui Barthes di se stesso pensava la stessa cosa: lo ossessionava l’idea di essere soltanto un impostore. Ma se io fossi Dante, non metterei Barthes tra i falsari – soprattutto l’ultimo Barthes, così addolorato, così vinto e sopraffatto dal successo e così pronto a barattarlo, come Consalvo con un bacio. Ma Lacan?
    Le nostre azioni, dice Molière, cambiano nome secondo quello che noi siamo socialmente; ed ecco perché l’impostura di Lacan, sfuggente, misteriosa, e quasi necessaria all’intelligenza, diventa in Verdiglione un imbroglio miserabile. Con Lacan, Tartuffe andava in motoscafo e in jet; con Verdiglione ritorna alle sue origini comiche, alla sua faccia italiota, e alla sua tonaca unta.”

    Cesare Garboli, Come ridere di Lacan?, in Tartufo, Adelphi, Milano, pp.106-7

  2. Fantastica questa autobiografia di Sergio Benvenuto. Come sempre, nei suoi scritti, c’è un condensato di intelligenza, passione, arguzia, ironia, mancanza di arroganza: verità, in una sola parola.
    E se questa è stata la passione della sua vita ( la ricerca della verità, intendo ) mi pare proprio che abbia, quasi, raggiunto lo scopo.
    Soprattutto si dimostra un “ uomo vero “.
    È diventato se stesso.
    Lo ammiro e lo invidio immensamente !
    P.S.: ho detto “ quasi “ memore di quanto sostenuto da Nietzsche. La verità non esiste, ma occorre avere fede nella verità.

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