di Linnio Accorroni

 

Vocali, rubrica a cura di Linnio Accorroni

 

Caro M.

 

Quante inutili piroette per allietare l’inverno del proprio scontento. Ognuna di esse fallisce. Ma ciascuna a modo suo. Come quando si sciupano ore a cercare, con masochistico accanimento, in quei sterminati Ikea della produzione cinematografica, aperti 24 ore su 24 7 giorni su 7, che si chiamano Netflix, Amazon Prime, Apple TV+, etc… qualcosa di cinematograficamente interessante. Vanamente, hélas. Infatti, a dispetto della copiosa offerta di titoli, l’aut-aut che si ripresenta all’estenuato cinefilo, dopo insaziata geologica ricerca tra curiose categorie che rimandano ad un immaginario tra il novecentesco ed il bamboleggiante (Film corali, Senza impegno, Attualità scottante, Tesori per te – per limitarsi a Netflix), è sempre il medesimo. Rivedere, per l’ennesima volta, il capolavoro tanto immortale quanto conosciuto a memoria, o recuperare filmucoli dejà vu sul grande schermo,  a cui concedere l’elemosina di un’altra chance. Pur sapendo che, come insegna Godard, vedere un film alla Tv, in fondo, è come guardare un autoritratto di Rembrandt su un francobollo. Per sfuggire da questo infausto meccanismo perverso, qualche volta approdo sui patriottici lidi dell’autarchica RaiPlay. Evitando, per questioni di pura igiene mentale, le italiche serie tv, le depressive commedie sotto l’albero, la mortifera triade Varietà-Fiction-Documentari (insomma: «tutta la paccottiglia dell’oggidiano» direbbe Manganelli), mi immergo nella sezione Teche Rai. La speranza è che, grazie alla provvidenziale lungimiranza di qualche illuminato funzionario, siano riesumati dagli archivi  RAI certe geniali prime serate del grande Beniamino Placido o magari, in subordine, qualche puntata dei programmi condotti dalla magnifica coppia Fruttero-Lucentini. Purtroppo, la speranza resta tale: in compenso, nelle catacombali Teche, molta Carrà, tanto Augias, troppo Angela Father&Son, tutto Mike Bongiorno. Così, il più delle volte finisco per ingaglioffarmi davanti ai controversi casi giudiziari de Un giorno in pretura, riservando pensieri complicati alla gamma vastissima delle nuances che screziano i foulards della presentatrice del programma.

 

L’altro giorno, per pura serendipity (è così che si chiama quella cosa lì, vero?), sono capitato su una sezione di Raiplay, quella dedicata al programma Maestri, condotta dall’irsuto Edoardo Camurri, conduttore la cui capacità maieutica è pari al quadrato della sua intelligenza. E Camurri è uomo intelligente: un incrocio tra un Mercuzio di esoteriche letture ed un integerrimo allievo della Scuola di Francoforte. La puntata del 9 dicembre scorso, per la precisione. Holy Serendipity Holy. Ospite di gran riguardo, Renata Colorni che sta alla storia della traduzione e dell’editoria italiana del ‘900 come GioanBrerafuCarlo sta a quella del giornalismo sportivo. L’incipit è irresistibile: la maestosa malinconia dell’«Ombra mai fu» dal Serse di Haendel blocca sul nascere ogni tentazione di zapping. E poi è subito Manganelli. Il barbuto conduttore, infatti, inizia la trasmissione citando un estratto da un libro poco letto, ma fondamentale, della bibliografia del Manga e cioè Discorso dell’ombra e dello stemma, uscito da Rizzoli nella prima edizione 1982, poi riedito, con cura di Salvatore Silvano Nigro, per Adelphi nel 2017. Con quella copertina indimenticabile, dove l’Uomo con lanterna di Antonio Cifrondi ci scruta ab aeterno, inquieto e indecifrabile. Arriva il turno della Colorni che spiega, con attitudine dolcemente pedagogica, le matrici del lavoro di traduttore, la «disponibilità affettiva, libertina, dilettantesca» di questo mestiere, perché «i traduttori, a differenza degli scrittori che per tutta la vita sono innamorati soltanto di se stessi, devono continuamente innamorarsi degli scrittori che devono tradurre». Il ping-pong dialogico fra questa splendida decana della traduzione in Italia ed il sulfureo, curioso Camurri è godimento puro. Raro vedere alla Tv tanto scintillante scoppiettio di ingegni, di sensibilità, di eleganza dialettica. Un esempio? «La tribù dei traduttori è una comunità in cui abita l’inconscio della letteratura». Mentre sei ancora lì che tenti di dispiegare il senso profondo di questa frase, partono alcuni preziosi filmati di repertorio: si comincia con quell’incatalogabile dolce dandy straccione di Juan Rodolfo Wilcock che, sdraiato di traverso su di un minuscolo lettino, incastonato fra comodino e libreria, risponde ad un giornalista petulante, con crescente insofferenza. L’autore è lo stile, gli ringhia contro Wilcock e, con la traduzione, si perde l’unico motivo per leggerlo: «Lo stile è quello che non si può tradurre. I traduttori possono prendere tutto dal libro. Ma la poesia no e gli autori valgono solo quando sono poeti».

 

È il turno di un’altra preziosa scheggia, quella dell’intervista con Luciano Foà, deus ex machina dell’Adelphi, che ricorda, con flemmatica allure, pausata da lunghe tirate di sigaretta, la figura di Bobi Bazlen. Pochi minuti che sono, contemporaneamente, un elogio dell’amicizia e del tabagismo. Foà, racconta una Colorni visibilmente commossa, era uomo di «eleganza e finezza intellettuale senza pari». La commozione della Colorni mi commuove. Il gran botto avviene in finale di puntata: un filmato di repertorio di Freud (la Colorni ha tradotto, per Bollati Boringhieri, la sua opera omnia) dove si ammira il Gran Viennese alle prese con la famiglia in un buen retiro (immagino nel suo esilio londinese, fine anni ‘30) attorniato da moglie figli nipoti e che racconta della scoperta della psicoanalisi. Una voce quella di Freud, la cui grana pare curiosamente identica a quella del candido Leonard Zelig quando, nell’eponimo film di Woody Allen, si sottopone all’ipnosi-analisi dell’occhialuta Mia Farrow, ante Soon-Yi e ante Me-Too. E la Colorni chiosa il filmato sottolineando che la lunga sua fedeltà agli scritti di Freud l’ha portata a pensare che il padre della psicanalisi sia, in fondo, un grande scrittore di avventure. Vorremmo durasse ancora qualche millennio questo blob raiplayesco, ma il tempo televisivo non è né incantato, né tantomeno magico, come quello che accompagna la lunga permanenza del buon Hans Castorp nella Davos del Der Zauberberg manniano, la cui impeccabile traduzione, a cura di questa splendida ottantenne, è uscita dieci anni fa.

1 thought on “Vocali /3: Apparizioni televisive: Renata Colorni

  1. Articolo bello, che fa rievocare figure e immagini che ho conosciuto e non conosciuto. Un inizio di giornata promettente..

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