Documento di Elisa Donzelli

 

Casa della poesia di Milano, 27 gennaio 2022 ore 19.30 – piattaforma on line

serata a cura di Amos Mattio

con

 

Amos Mattio (1974)

Federico Italiano (1976)

Elisa Donzelli (1979)

Marco Pelliccioli (1982)

Laura Di Corcia (1982)

Marco Corsi (1985)

 

qualche domanda e qualche risposta; letture edite e inedite.

 

A chi è nato dopo il 1968 – l’anno non è arbitrario ma più simbolico che reale, retrodatabile di un biennio – in poesia, e non solo, non è stato possibile o non è interessato concepirsi come collettività. Siamo cresciuti leggendo padri e zii della poesia (meno madri e zie) in chiave geologica, senza considerare, se non come una circostanza, i primi ancorati e poi delusi dalla politica, i secondi cresciuti nel solco delle cose senza storia. Di fronte a questa mancanza di historia ci siamo affezionati molto ai nonni (di nonne nelle antologie su cui ci siamo formati ce n’erano ben poche) e, nel caso di molti di noi, in particolare ad uno: Vittorio Sereni, che ci ha per forza e per destino prefigurati, mancando, primo tra tutti, al grande appuntamento con la storia. Con una differenza imbarazzante ed epocale. Che Sereni, che superati i trent’anni con Diario d’Algeria aveva da tempo abbandonato la frontiera della giovinezza, qualche anno prima del 1947 era stato un prigioniero consapevole di ciò che gli stava accadendo intorno. Consapevole di eventi e di fatti che lo escludevano ma lo riguardavano anche nella poesia, riguardando l’Europa e il mondo.

 

Il Novecento è stato un secolo di nevrosi artistica. Conflittuale e scarsamente adattabile era, almeno per chi scriveva, il contatto con la realtà; ma era contatto. Chi è nato negli anni Settanta e Ottanta ha instaurato un rapporto psicotico con l’ambiente, il fenomeno era già accaduto negli anni Sessanta ma non in maniera sistemica. Gli eventi più eclatanti e i volti che hanno segnato il tempo della nostra crescita e poi della formazione, da Gorbaciov a Chernobyl e alla caduta del Muro, dall’uccisione di Falcone e Borsellino al ventennio berlusconiano, dal G8 di Genova alle Torri gemelle, sono stati per lo più vissuti e rivisti attraverso i video. E in principio, a differenza di chi oggi è nato negli anni Novanta e alle soglie del nuovo millennio, il nostro accostarci alla realtà instant e virtuale è avvenuto per intuizione e passa parola, non naturaliter. Negli anni Novanta molti di noi accedevano bulimici ma impreparati al sistema della comunicazione ‘immediata’ con l’uso dei telefonini, sostituito in pochissimi anni dall’uso degli smartphone, dei social network, delle immagini come stories. Non possiamo allora colpevolizzarci troppo pensando alle ragioni ‘collettive’ che contraddistinguono il nostro non essere in comune. Altra cosa è non accorgersi che la poesia ha inevitabilmente assorbito la singolarità storica e personale delle nostre infanzie e adolescenze.

 

Se si esclude il lavoro compiuto per promuoverci da padri più generosi di altri (Franco Buffoni con i Quaderni italiani di poesia contemporanea avviati nel 1991; un dipinto di noi quando ancora eravamo davvero giovani I poeti di vent’anni a cura di Mario Santagostini del 2000; lo spazio editoriale dedicato a voci più giovani da parte di Maurizio Cucchi – del 2004 Nuovissima poesia italiana curata con Antonio Riccardi. E, se occorre sottolinearlo, fare nomi di maestri o riferimenti cardinali non significa escluderne altri che ci sono stati), noi nati dopo il ’68 – noi per noi, da soli e globalizzati – in poesia, a fare sentire la qualità delle voci, non siamo riusciti sino in fondo ad auto-organizzarci. Non che qualche tentativo con buoni propositi non sia avvenuto, penso ad esempio ad antologie a soggetto libero come L’opera comune per i nati negli anni Settanta (Ladolfi 1999) e per gli anni Ottanta a La generazione entrante del 2011 dove Matteo Fantuzzi evidenziava la possibilità in filigrana di una poesia “sociale (piuttosto che civile) che per vivere deve necessariamente stare in mezzo alle persone”. Oppure ad una operazione antologica come Velocità della visione del 2017 (a cura di Marco Corsi e Alberto Pellegatta) che hanno tentato di condurre con rigore una ricerca sulla natura stilistica e linguistica delle nostre forme, con il merito senz’altro non scontato di superare le sole ragioni di età come criterio di appartenenza. Eppure in questi dieci anni, diventati anche più ‘grandi’ di prima, non ci siamo concessi o non è stato ammissibile considerare di poter perseguire e affinare soprattutto la strada di una ricerca pronta a valutare – di necessità nel confronto con la tecnica come principio di letterarietà – la nostra discesa, più spesso il nostro astenerci dallo scendere nel mondo. E aggiungerei che quando ci viene attribuito l’appellativo desueto di poeta civile, nel nostro caso, occorrerebbe pensare che si tratta di ‘ripensamento’, o piuttosto di un genere incerto e ibrido che mi verrebbe da chiamare, semmai, poesia civile à rebours.

 

Iniziato il nuovo millennio, in venti anni di crescita, come coetanei, o generazionalmente più vicini l’uno all’altro, abbiamo tentato di parlare di noi (più che tra noi) in spazi franchi, scoprendo che le riviste militanti si spostavano sul network e che forse non bastavano atlanti o mappe di un presente difficile da solcare e censire per segnare una ‘appartenenza’. Più di recente, mi pare almeno negli ultimi quattro o cinque anni, un dato buono è che abbiamo incominciato a farlo di più in editoria e in autonomia rispetto a chi è più grande di noi, con una rilevante crescita di nuove collane di poesia, ed una altrettanto rilevante assenza di voci femminili nei cataloghi dei neo-editori – non risparmierò di sottolineare che la questione della maggiore difficoltà di pubblicare voci femminili richiederebbe un incontro a parte, altrettanto urgente. Nel complesso, fatta salva qualche eccezione, ognuno ha più che altro ‘riconosciuto i suoi’ per micro-nuclei (l’espressione è abusata anche, ma affatto superata), oppure tentando antologicamente di tratteggiare il profilo di una generazione.

Una generazione che però non c’è, e non può esserci.

 

Da autrice, da editore di poesia, e ancor più da lettrice mi preme dire che la variabilità di forme e motivi che ci contraddistingue come non-generazione, oltreché come voci e come soggetti, non è stata la marca distintiva di un atteggiamento culturale complessivo. Divenuti biologicamente adulti noi nati negli anni Settanta e Ottanta siamo stati ‘individui’ più che persone, talvolta anche gruppi ma non ‘collettivi’. Ed è da qui che mi sembra meno utopico ripartire. Impossibile, forse sorpassabile, essere collettivi per chi è nato dopo il ’68 e gli ex-sessantottini. A prescindere dai nomi che si possono e che si potranno fare, nel complesso, il tragitto poetico di chi è nato tra il ’68 e gli ultimi anni Ottanta non è stato percepito, né auto-percepito, in virtù di una a-specificità socio-culturale e per ragioni nient’affatto banali, di certo non esauribili in questo discorso, che coinvolgono il modo nuovo e diverso che l’io giovane e poi adulto ha dovuto trovare, ed inventare, per restare in presenza non remota nel mondo. Di questa età anagrafica (che è poi un ventennio di età anagrafiche; diversa è l’infanzia di chi da bambino, magari non sapendolo, ha attraversato il terrorismo e di chi ha vissuto la prima infanzia già nel disimpegno degli anni Ottanta. O di chi, proprio tra anni Settanta e Ottanta, è nato nel pieno di questo passaggio, trovandosi poi a fare i conti con la crisi del 2008 nel momento dell’ingresso nel mondo del lavoro), rimangono da capire, da prendere sul serio, ma anche da selezionare con maggiore cura ed attenzione all’opera – attraverso i libri di poesia, non solo per il tramite di antologie o di plaquette, o di presenze sul web – voci attive e distinguibili, note e meno note, nel panorama della poesia contemporanea. Voci spettatrici visionarie di eventi che, in quanto eventi, non spariscono ma continuano, sempre più assurdi e incontrollabili, ad accadere. Senza negare una evidenza spiazzante, forse l’unico tratto distintivo e ‘a noi’ comune: che il maggiore talento di una non-generazione come la nostra si annida proprio nel motivo della fuga, o dell’attesa, con punte di più elevata originalità a mio avviso in quello del gioco.

 

Mi sembra allora che un buon punto di ri-partenza potrebbe essere quello di porci alcune domande in modo diverso ma soprattutto incrociato, e non una domanda soltanto. Per esempio: quale è stato il nostro rapporto con la memoria e con la storia? O forse sarebbe più leale chiederci perché, nella maggior parte dei casi, è stato rimandato o sembra non esserci quasi stato un rapporto con ciò che accadeva, un po’ di più con ciò che accade in tempi di pandemia, nel mondo? Se ciò vale, a mio avviso, soprattutto per chi è nato negli anni Ottanta. Che cosa dei maestri che abbiamo scelto e studiato ci è rimasto in dosso e per quali ragioni? E viceversa cosa dei padri, come suggerirebbe Freud, siamo stati disposti simbolicamente ad uccidere per crescere? Se siamo stati realmente disposti a farlo, con consapevole lavoro di studio e di ricerca alle spalle ma anche desiderio e forza di autonomia.

 

La sostanza dei nostri percorsi, plurimi e diversi, le occasioni di vita dalle quali sono scaturite le nostre singole scritture, rispondono a ragioni private ma anche pubbliche e collettive, ragioni che storicamente e letterariamente sono molto diverse da quelle dei nostri nonni o dei nostri padri. Nuove forme, nuovi stili e nuove tecniche (davvero così nuove?) – l’uso della prosa in poesia in testa a tutte le tendenze, gli aspetti narrativi, la lirica e l’anti/lirica, la dimensione teorica della poesia – sono stati posti al centro delle nostre più recenti riflessioni. Ma credo sia utile ricordare a se stessi che ‘strumenti’ di scrittura ed ‘occasioni’ in poesia non sono mai due vasi non comunicanti. E che poeti non ci si improvvisa (come fanno sempre più spesso i filosofi negli ultimi tempi) senza avere fatto i conti con le tendenze anche più diverse da quelle che più ci assomigliano e con la letteratura e con la storia. Così come non andrebbe trascurato un fatto nuovo: che altre forme artistiche hanno penetrato dall’interno le nostre raccolte tanto da costringerci a fare i conti con il principio di legittimità, o illegittimità, della scrittura poetica stessa.

 

Come direttrice di una collana di poesia, e nei limiti delle ristrettissime possibilità dell’editoria di poesia, ci tengo oggi a sottolineare che il mio impegno e la mia cura nelle scelte future saranno quelli di dare quanto più voce e spazio, per volontà e forza di cose selezionatissimo (e con tutti i limiti di una scelta pur sempre soggettiva), a chi ha la mia età o dintorni ed abbia saputo dare forma e struttura ad un’opera che mostra lo sforzo di fare i conti a modo proprio, anche rigettando il reale ma sapendo di averlo fatto, con ciò che ci è accaduto e ci accade intorno. E ciò vale non solo per le voci italiane ma anche nel confronto con le voci straniere a noi coetanee che altrettanto mi auguro possano circolare in versione italiana nelle collane di poesia. Un percorso, se non programmatico, marcatamente distinguibile (la storia dell’editoria ci insegna che l’eccesso di programmaticità non porta mai bene in letteratura) che prende il suo avvio con la pubblicazione, tra qualche giorno nella collana di poesia Donzelli da me diretta, di Ballate di Lagosta di Christian Sinicco (1975). Anche se già altri titoli del catalogo, negli ultimi anni, hanno tracciato tappe di questo potenziale e sino ad ora sfocato tragitto.

 

Giovedì 27 gennaio la Casa della poesia di Milano ospita sei poeti nati negli anni Settanta e Ottanta che hanno espresso tramite il proprio impegno letterario e la propria opera, per case editrici diverse l’una dall’altra ma di elevato impegno culturale, la volontà ed il desiderio di fare i conti – anche irregolari, non sistematici e contraddittori – con un’esigenza di considerazione, dovrei dire di riconsiderazione, del proprio essere divenuti autori in modi e forme specifici ma mai per caso. Semmai in una certa e determinata epoca costellata di eventi reali e simbolici, spesso inevitabilmente comuni. Sono sei voci e tengo a sottolineare che avrebbero potuto essere ben di più, augurandomi a seguire possano confrontarsi tra loro altri nomi. È bello e significativo che un luogo centrale per la poesia italiana contemporanea come il Laboratorio di via Formentini a Brera – con tutta la cultura illuminata che da sempre Milano mostra più di altre città e province – apra le danze a questo genere di iniziative.

Nel solco dello scollamento tra scrittura e ambiente, dell’anomalia relazionale che investe realtà e visione artistica, si colloca la possibilità di iniziare a dare uno spazio di incontro oggettivo a una ‘non-generazione’ di poete e poeti che ha vissuto la propria giovinezza a cavallo del nuovo millennio ed è percepita, o si percepisce, ancora con fatica come voce adulta. Perché si accorga, tra progresso e dissolvenza, di se stessa. Soprattutto, perché si accorga di non essersi accorta.

 

2 thoughts on “Sei poeti post ’68. Il divieto di accorgersi

  1. Non so, quel che si vede da tanti anni nei “nati dopo il ‘68”, anni settanta, anni ottanta, ecc. e’ tante brave, belle e buone persone che fanno spesso gruppo, attentissime ai contorni, ai contesti, al limite al paratesto, sostanzialmente nascondendosi. Di poesie, invece, quelle robe ancora fatte di qualche decina o centinaio di parole e stop, se ne sono viste davvero poche finora, se non fondanti almeno memorabili. Alla fine della fiera, un/una poeta dovrebbero farlo ancora i testi, fossero anche solo cinque o dieci in dieci, trenta o cinquanta anni.

  2. Articolo pienamente condivisibile, una generazione dipendente dai padri, una generazione a cui il bene comune ha tolto i diritti. La poesia é uno dei tanti riflessi di questa realtá.

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