di Thomas Hardy (trad. di Edoardo Zuccato)

 

[E’ uscita in questa giorni, per Elliot editore, un’antologia di poesia di Thomas Hardy, L’orologio degli anni (poesie 1857-1928), traduzione e cura di Edoardo Zuccato. Ne pubblichiamo qui una scelta].

 

Mezzanotte d’agosto

 

I

 

La lampada schermata, le imposte che oscillano

e il rintocco d’orologio da un piano remoto:

su questa scena, con ali, corni e pungiglioni,

ecco una tipula, un bombo, una falena

mentre sta sulla mia pagina inebetita

una mosca che si sfrega le zampe…

 

II

 

Così ecco noi cinque, in questo luogo quieto,

in questo punto dello spazio e del tempo.

Gli ospiti mi imbrattano un verso fresco di penna,

o cadono supini sbattendo sulla lampada.

“Di Dio, loro, le più umili creature”, penso. Ma perché?

Della Terra loro conoscono segreti ignoti a me.

*

 

Merlo nelle tenebre

 

Ero all’ingresso di un boschetto

            in un Gelo spettrale

e l’occhio del giorno si spegneva

            squallido fra scorie invernali.

La ramaglia dei rampicanti rigava il cielo

            come corde di arpe rotte

e tutti gli umani di quelle parti

            erano corsi al focolare.

 

Nelle aspre forme di quella terra sembrava

            spuntasse la salma del Secolo,

il baldacchino di nubi come cripta,

            il vento il suo rantolo mortale.

L’antico impulso di seme e nascita

            si era ormai rinsecchito

e ogni spirito in terra

            sembrava moscio, com’ero io.

 

All’improvviso ecco una voce

            in alto fra i tetri ramoscelli

piena di vita in un vespro

            di gioia sconfinata;

un vecchio, gracile merlo

            arruffato dalla bufera,

si era deciso a buttare l’anima

            sulle tenebre sempre più nere.

 

Nessun motivo di canto

            in suoni tanto estatici

era scritto in terra nelle cose

            lontane o appresso,

così pensai che vibrasse

            nella sua lieta buonanotte

una speranza benedetta, a lui nota

            e a me niente del tutto.

*

Il promemoria

 

Mentre guardo il fuoco natalizio

che rossastro dipinge la stanza

qualcosa mi fa slittare l’occhio

alla scena esterna di ghiaccio.

 

Lì un merlo si danna per prendere

una bacca marcescente, spinto

dall’inedia estrema agli scarti

del cibo, grato di poter afferrarli.

 

Oh creatura alla fame, quando io

per un giorno giustificherei la gioia

sviando lo sguardo dalla miseria

ci sei tu che da me ti fai notare.

 

*

 

Prima della vita e dopo

 

Ci fu un tempo (come si intuisce,

e mostrano le prove sul pianeta)

prima che nascesse la coscienza

in cui tutto andava bene.

 

Nessuno soffriva perdite, malattie o amore,

né conosceva rimpianto, speranze vane o rancore,

né badava che fastidio o schianto

mandasse in rovina le cose.

 

Se qualcosa finiva, nessuna lingua si lamentava,

se sussultando qualcosa declinava

nessun cuore si stringeva;

se si offuscava la luce e il buio prevaleva

nessun senso ne soffriva.

 

Germogliò il cancro del sentire

e la giustezza originaria si tinse di iniquità;

prima che la nescienza si riaffermi

quanto tempo, quanto ci vorrà?

 

*

Storni sul tetto

 

“Questo camino non spande fumo,

quelli che qui abitavano sono partiti

e chi sta arrivando non sa chi erano.

 

“Se ascolti subito, con orecchio attento,

le voci, scoprirai, sono diverse

da quelle solite di chi è partito.”

 

“Partito per dove? Quelle tenue voci

al nostro gruppo erano familiari,

quelli nuovi non li capiremo.”

 

“Cercano vita nuova, ricca e strana;

non sanno che, girino pure

fin dove gli pare, non si può cambiare.

 

“Trascinino anche all’estremo le loro masserizie

cercando una casa scevra da miserie:

scopriranno di essere com’erano,

 

“Che ohimè c’è un fantasma in ogni focolare,

che è solo la scena di un bivacco

fino al trasloco estremo — dove non serve impacchettare.”

 

*

 

La vita prosegue ridendo

 

Giravo in cerca di un’antica magione

dove era vissuto un conoscente;

sul posto apparve in effetti una dimora

ma era nuova.

 

Andai dove le zolle di recente

avevano diviso due petti;

era pieno di liete margherite, come sotto

non ci fosse una tomba.

 

Camminai lungo case a schiera dove al sole

sgambettavano bimbi chiassosi;

la figura che là una volta si sedeva

a nessuno mancava.

 

Rideva la vita procedendo indomita,

vidi che il Vecchio soccombeva al Giovane:

è un bene. Il mio senso di rimpianto

mi morì sulla lingua.

 

*

 

Trasformazioni

 

Parte di questo tasso

è un uomo amico di mio nonno

chiuso qui, nell’abbraccio

della terra ai suoi piedi:

questo ramo forse è sua moglie,

una vita umana rubiconda

divenuta verde germoglio.

 

Queste erbe sono fatte

di colei che nel secolo scorso

pregava spesso per il riposo;

e la bella che in anni remoti

tante volte cercai di conoscere

sta forse entrando in questa rosa.

 

Perciò loro non stanno sottoterra,

ma come nervi e vene prosperano

nella verzura più aerea

e sentono pioggia e sole

e di nuovo l’energia

che li rese ciò che erano.

 

*

 

Una primavera in ritardo

 

Le piante temono di germogliare

e c’è timidezza nell’erba,

sono grigi i terreni sarchiati

e se la settimana passerà senza venti

aspri e subdoli è ciò che agita i cespugli

di berberis che aspettano la fioritura.

 

Però i bucaneve non si mostrano tetri

e ansima la primula con slancio incurante,

benché il mirto chieda se serva combattere

con brina e gelo quest’anno

e avventurarsi ancora una volta

su tenere foglie e boccioli bianchi

dal medesimo ramo della scorsa primavera,

e mai meditare o ricordare

ciò che gli accadde a metà dicembre.

 

*

 

L’orologio degli anni

 

“Uno Spirito sfiorò la mia faccia, mi si drizzarono i capelli.”

 

E lo Spirito disse:

“posso invertire l’orologio degli anni

ma sono restio a fermarlo dove vuoi tu.”

Esclamai: “d’accordo,

procediamo,

sempre meglio che morta!”

 

Lui rispose: “tranquillo”,

e me la fece apparire davanti, finalmente;

poi lei rinverdì sempre più, fino all’anno

in cui la vidi

donna fatta

esclamando: “fermo!

 

va bene così,

è abbastanza, non toccarla più.”

Per mia disgrazia Lui scosse la testa

e non si fermò,

lei in una bella bambina

e poi nell’infanzia declinò.

 

Sempre meno lei,

con mia grande pena, divenne pian piano,

rimpicciolendosi fino a sparire

nelle sue grinfie senza freno;

ed è come se lei

non fosse mai esistita.

 

“Meglio”, dissi papale,

“morta come prima! Il suo ricordo

in me era stato vivo, ma ora è impossibile!”

E quella fredda voce:

“sei tu che hai scelto

di scompigliare l’ordine delle cose.”

 

****

 

An August Midnight

 

I

 

A shaded lamp and a waving blind,

And the beat of a clock from a distant floor:

On this scene enter – winged, horned, and spined –

A longlegs, a moth, and a dumbledore;

While ’mid my page there idly stands

A sleepy fly, that rubs its hands . . .

 

II

 

Thus meet we five, in this still place,

At this point of time, at this point in space.

– My guests besmear my new-penned line,

Or bang at the lamp and fall supine.

‘God’s humblest, they!’ I muse. Yet why?

They know Earth-secrets that know not I.

           Max Gate, 1899

 

The Darkling Thrush

 

I leant upon a coppice gate

       When Frost was spectre-gray,

And Winter’s dregs made desolate

       The weakening eye of day.

The tangled bine-stems scored the sky

           Like strings of broken lyres,

And all mankind that haunted nigh

           Had sought their household fires.

 

The land’s sharp features seemed to be

       The Century’s corpse outleant,

His crypt the cloudy canopy,

       The wind his death-lament.

The ancient pulse of germ and birth

           Was shrunken hard and dry,

And every spirit upon earth

           Seemed fervourless as I.

 

At once a voice arose among

           The bleak twigs overhead

In a full-hearted evensong

           Of joy illimited;

An aged thrush, frail, gaunt, and small,

           In blast-beruffled plume,

Had chosen thus to fling his soul

           Upon the growing gloom.

 

So little cause for carolings

           Of such ecstatic sound

Was written on terrestrial things

           Afar or nigh around,

That I could think there trembled through

           His happy good-night air

Some blessed Hope, whereof he knew

           And I was unaware.

           31 December 1900

 

 

The Reminder

 

While I watch the Christmas blaze

Paint the room with ruddy rays,

Something makes my vision glide

To the frosty scene outside.

 

There, to reach a rotting berry,

Toils a thrush, – constrained to very

Dregs of food by sharp distress,

Taking such with thankfulness.

 

Why, O starving bird, when I

One day’s joy would justify,

And put misery out of view,

Do you make me notice you!

 

Before Life and After

 

                       A time there was – as one may guess

           And as, indeed, earth’s testimonies tell –

                       Before the birth of consciousness,

                                   When all went well.

 

                       None suffered sickness, love, or loss,

           None knew regret, starved hope, or heart-burnings;

                       None cared whatever crash or cross

                                   Brought wrack to things.

 

                       If something ceased, no tongue bewailed,

           If something winced and waned, no heart was wrung;

                       If brightness dimmed, and dark prevailed,

                                   No sense was stung.

 

                       But the disease of feeling germed,

           And primal rightness took the tinct of wrong;

                       Ere nescience shall be reaffirmed

                                   How long, how long?

 

Starlings on the Roof

 

‘No smoke spreads out of this chimney-pot,

The people who lived here have left the spot,

And others are coming who knew them not.

 

‘If you listen anon, with an ear intent,

The voices, you’ll find, will be different

From the well-known ones of those who went.’

 

‘Why did they go? Their tones so bland

Were quite familiar to our band;

The comers we shall not understand.’

 

‘They look for a new life, rich and strange;

They do not know that, let them range

Wherever they may, they will get no change.

 

‘They will drag their house-gear ever so far

In their search for a home no miseries mar;

They will find that as they were they are,

 

‘That every hearth has a ghost, alack,

And can be but the scene of a bivouac

Till they move their last – no care to pack!’

 

Life Laughs Onward

 

Rambling I looked for an old abode

Where, years back, one had lived I knew;

Its site a dwelling duly showed,

           But it was new.

 

I went where, not so long ago,

The sod had riven two breasts asunder;

Daisies throve gaily there, as though

           No grave were under.

 

I walked along a terrace where

Loud children gambolled in the sun;

The figure that had once sat there

           Was missed by none.

 

Life laughed and moved on unsubdued,

I saw that Old succumbed to Young:

’Twas well. My too regretful mood

           Died on my tongue.

 

Transformations

 

Portion of this yew

Is a man my grandsire knew,

Bosomed here at its foot:

This branch may be his wife,

A ruddy human life

Now turned to a green shoot.

 

These grasses must be made

Of her who often prayed,

Last century, for repose;

And the fair girl long ago

Whom I often tried to know

May be entering this rose.

 

So, they are not underground,

But as nerves and veins abound

In the growths of upper air,

And they feel the sun and rain,

And the energy again

That made them what they were!

 

A Backward Spring

 

The trees are afraid to put forth buds,

And there is timidity in the grass;

The plots lie gray where gouged by spuds,

           And whether next week will pass

Free of sly sour winds is the fret of each bush

           Of barberry waiting to bloom.

 

Yet the snowdrop’s face betrays no gloom,

And the primrose pants in its heedless push,

Though the myrtle asks if it’s worth the fight

           This year with frost and rime

           To venture one more time

On delicate leaves and buttons of white

From the selfsame bough as at last year’s prime,

And never to ruminate on or remember

What happened to it in mid-December.

           April 1917

 

 

 

The Clock of the Years

 

‘A spirit passed before my face; the hair of my flesh stood up.’

 

                       And the Spirit said,

‘I can make the clock of the years go backward,

But am loth to stop it where you will.’

                       And I cried, ‘Agreed

                       To that. Proceed:

                       It’s better than dead!’

 

                       He answered, ‘Peace;’

And called her up – as last before me;

Then younger, younger she freshed, to the year

                       I first had known

                       Her woman-grown,

                       And I cried, ‘Cease! –

 

                       ‘Thus far is good –

It is enough – let her stay thus always!’

But alas for me – He shook his head:

                       No stop was there;

                       And she waned child-fair,

                       And to babyhood.

 

                       Still less in mien

To my great sorrow became she slowly,

And smalled till she was nought at all

                       In his checkless griff;

                       And it was as if

                       She had never been.

 

                       ‘Better,’ I plained,

‘She were dead as before! The memory of her

Had lived in me; but it cannot now!’

                       And coldly his voice:

                       ‘It was your choice

                       To mar the ordained.’

           1916

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