di Mario Farina

 

Nel mio liceo insegnava un giovane docente di fisica e matematica con cui mi piaceva chiacchierare. Persona interessante, di buona cultura, era decisamente distante dalle mie frequentazioni abituali. Era un laico consacrato e già questo lo collocava in una posizione eccentrica rispetto all’anticlericalismo ateo in cui ci muovevamo. Mi è rimasto impresso un episodio che risale a un paio d’anni dopo la fine delle scuole. Stavamo parlando dell’elezione di Ratzinger e io commentavo sprezzante, sostenendo che la Chiesa avesse sbagliato a scegliere un papa percepito come reazionario. Il Pastore Tedesco del titolo al solito pungente del Manifesto, insomma. Lui mi aveva dato una risposta lapidaria. Mi aveva detto che l’elezione del papa non può essere sbagliata, perché il papa lo sceglie lo Spirito Santo. Lì per lì l’ho presa sul ridere, derubricando la risposta a qualcosa che sta a metà tra la provocazione e l’ostinata ingenuità. Ma ripensandoci credo che quell’insegnante volesse dire qualcosa di più raffinato. Lo Spirito Santo è lo spirito paraclito, la forza soccorritrice che Gesù dona alla sua Chiesa. In poche parole, è ciò che unisce i fedeli nella comunità, una provvidenza capace di esprimere e configurare i rapporti che intercorrono nella Chiesa. E il Conclave fa esattamente questo, esprime nella decisione dei vescovi i rapporti vigenti all’interno della Chiesa. Per questo l’elezione di un papa non può mai essere sbagliata.

 

Le parole di quel professore, ora non più così giovane ma sempre brillante, mi sono tornate in mente in questi giorni, nei quali si è consumato l’ultimo rito genuinamente politico rimasto nel nostro Paese: l’elezione del Capo dello Stato. E come per il papa, anche per la più alta carica dello Stato valgon bene quelle parole: non esiste un Presidente della Repubblica sbagliato.

L’elezione del Presidente è l’occasione in cui il parlamento è chiamato a riconfigurare i propri equilibri politici. Non è un caso il settennio: è la garanzia che non sia mai lo stesso parlamento a eleggere un Presidente. E lo spettacolo che abbiamo potuto ammirare è stato precisamente questo: la riconfigurazione dei rapporti di forze interni al parlamento, purificati da ogni relazione con l’esterno. Non si fa campagna elettorale durante l’elezione del Capo dello Stato. Chi ci prova, si scotta, si vede bruciati uno dopo l’altro tutti nomi e deve poi raccogliere i cocci di una coalizione logorata.

 

I nostalgici primorepubblicani, in questi casi, vanno in brodo di giuggiole. Si rispolverano tutte le vecchie armi della politica di partito, i bizantinismi, i veti, i contro-veti e i veti incrociati, l’attendismo, le alleanze trasversali, le convergenze parallele. A chi si è formato con le maratone di Mentana e si scandalizza per Dino Zoff o Rocco Siffredi sulle schede, tocca spiegare che così si fa, quando occorre segnare pacchetti di voti o tastare la coesione dei gruppi parlamentari. E non è certo un caso che le bocche da cui pendevano i cronisti fossero quelle dei vecchi lupi della Prima Repubblica: Mastella, Cirino Pomicino e De Mita su tutti. E se a Geronimo toccava spiegare la funzione salvifica dell’inciucio, al tipico intellettuale della Magna Grecia chiedevano se fosse immaginabile l’elezione di Berlusconi, guadagnandosi la sbigottita replica: “e con quali voti?”. E da Nusco è tutto.

Dicevo, non è possibile un’elezione del Presidente della Repubblica sbagliata e lo confermo. Ma questo non è cieco fatalismo e non significa che non si possano leggere i segnali; segnali per nulla buoni, a dire il vero. La rielezione di Sergio Matterella (al di là delle indubbie qualità politiche e umane dell’ex moroteo) dice che l’attuale parlamento non è stato in grado di riconfigurare i propri rapporti interni e lo ha detto in modo più chiaro e traumatico di quanto non fosse accaduto con l’unico precedente: la rielezione, a scadenza, di Giorgio Napolitano. Mattarella resterà per il settennio intero e questo significa che tutto il prossimo parlamento, in scioglimento nel 2028, si vedrà agganciato a rapporti di forza stabiliti una quindicina di anni prima: Mattarella, figlio del parlamento del 2013, scadrà nel 2029. In questo modo, si verifica nei fatti uno scollamento poco promettente tra composizione del parlamento e Capo dello Stato.

 

Questa versione secolarizzata della Provvidenza, fa di Sergio Matterella il presidente giusto con cui la politica italiana dà un segnale che non dovrebbe lasciare tranquilli. Il prossimo parlamento sarà profondamente mutato. Al prezzo di un caffè annuo pro-capite, il popolo italiano ha deciso di tagliare di un terzo i propri parlamentari, facendo precipitare l’indice di rappresentanza democratica italiano tra i fanalini di coda europei, cosa che fa rivalutare il biblico piatto di lenticchie. Sarà un parlamento più compatto e con maggiore efficacia decisionale, tuttora nell’incertezza della legge che lo eleggerà. E sarà un parlamento nel quale serpeggerà con sempre maggiore forza penetrativa l’idea di una svolta presidenzialista. Una forza che mira esplicitamente a questo risultato c’è già, ed è il centro-destra di Salvini e Meloni. Ma le voci si rincorrono da più parti, come dimostrano le uscite di Cacciari (che chiama a sostegno uno dei suoi maestri politici, il leghista Miglio) e Amato.

 

Non vorrei è che la rielezione di Mattarella abbia rappresentato l’ultimo colpo di coda della politica parlamentarista italiana, che con lo scollamento tra aula e Presidente potrebbe apprestarsi a entrare in una fase diversa. L’inquietudine mostrata da molti cittadini quando ancora si era al quarto scrutinio dice molto a riguardo. Leone è stato eletto al ventitreesimo e Pertini – il più amato – al sedicesimo. Una politica rappresentativa, moderna nel senso storico del termine, che mette l’elezione del Capo dello Stato al riparo dalla ridda confusa e violenta della campagna elettorale, una politica di questo genere è una delle ultime garanzie che frenano il passaggio a quella che Domenico Losurdo chiamava democrazia Bonapartista.  Perché se sulla Chiesa veglia lo Spirito Santo, sulla Repubblica veglia lo spirito costituente, più modestamente minuscolo, ma non per questo meno efficace. Lasciamo il Presidente al riparo dalla campagna elettorale. In tempi come questi, preferirei fidarmi di una pragmatica provvidenza laica che non di un ennesimo pulpito sul quale esporre le teste che, per restar nell’evangelico, tra Gesù e Barabba…

1 thought on “Non ci sono presidenti sbagliati. Spirito santo e spirito costituente

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