di Alexandra D’Angelo

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

 

Produrre e scartare, addomesticare e sabotare: sono questi i binomi attraverso cui si può indagare il funzionamento della nostra epoca descritta da Marco Armiero nel suo ultimo libro, L’era degli scarti: cronache dal Wasteocene, la discarica globale, edito da Einaudi.

Un insieme di luoghi, territori, comunità umane e non umane compongono il panorama di protagonisti di un viaggio intercontinentale che l’autore invita a intraprendere per capire un presente dominato dalla crisi socio-ecologica, per allenare lo sguardo a individuare le ingiustizie che la regolano, e per immaginare nuove forme di costruzione della comunità.

 

Un viaggio in quattro capitoli, che ha inizio con la proposta di raccontare una storia politicizzata e giusta della crisi socio-ecologica, che dall’Antropocene giunga al Wasteocene (capitolo 1), passando per un’analisi delle narrazioni tossiche che permettono di creare e mantenere comunità e territori di scarto (capitolo 2). Geografie di contaminazioni che vengono osservate al microscopio, come nel caso della crisi dei rifiuti di Napoli e Pianura (capitolo 3), ma che sono anche in grado di rivelare, dulcis in fundo, le potenzialità delle comunità contaminate di trasformarsi in comunità resistenti, capaci di smantellare il progetto discriminatorio del Wasteocene e minarne il funzionamento (capitolo 4).

Il tutto in uno stile narrativo nel quale l’autore non risparmia aneddoti ed esperienze di vita personale, uniti a racconti provenienti dal Rio Doce in Brasile, dal Vajont, dalla Cancer Alley in Louisiana fino a giungere alla discarica di Agbogbloshie in Ghana, passando per Napoli e per la Milano colpita dal Covid-19. Non mancano, inoltre, numerosi riferimenti alla produzione cinematografica che alimenta e riproduce una visione apocalittica del disastro a venire – quel disastro in realtà già ampiamente presente nella realtà che ci circonda: il Wasteocene, appunto.

 

Ma che cos’è, questo Wasteocene? Certo, esso ha a che fare con gli scarti, ma non con i rifiuti in quanto tali. Infatti, il Wasteocene inquadra i rifiuti nell’azione che li produce, ovvero nell’insieme di relazioni socio-ecologiche che creano persone e luoghi di scarto.  Inquadra, per meglio dire, una delle sfumature attraverso cui il capitalismo contemporaneo esibisce il suo funzionamento, ovvero mediante la (ri)produzione di esclusioni e disuguaglianze. Perché nel (ri)produrre sé stesso, il capitalismo deve scartare qualcosa e qualcuno. Produrre comunità ed ecosistemi scartati, gli stessi scarti di cui si alimenta, è ciò che mette in gioco il capitalismo contemporaneo: un processo che si introduce nei corpi malati che vivono in territori contaminati e che disegnano la geografia, al contempo planetaria e situata, della nuova era.

Su questo termine occorre far subito una precisazione – la stessa che preme fare all’autore già nelle primissime pagine: ‘L’era degli scarti’ non nasce dalla volontà di aggiungere un ennesimo neologismo al dizionario delle ere geologiche o delle epoche socio-ecologiche – né tanto meno sostituirsi del tutto a etichette già esistenti – bensì dalla necessità di porre un’enfasi costitutiva sui rapporti socio-ecologici ingiusti della nostra epoca.

 

“Per essere chiari: non penso che sarà un’etichetta a modificare l’ingiustizia di queste relazioni”, afferma Armiero; “ma, qualunque sia la parola che useremo, dovremo cambiare il messaggio” (p.14).  Il messaggio da cambiare è quello insito nella narrazione dell’Antropocene, di cui l’autore è apertamente critico; una narrazione che – all’interno del dibattito contemporaneo sulla crisi ecologica in atto e su chi o cosa ne sia il maggiore responsabile – diffonde un discorso depoliticizzato in grado di rendere invisibili le disuguaglianze sociali,  etniche e di genere disseminate sul percorso storico che ha portato alla crisi socio-ecologica attuale. Tuttavia il Wasteocene non intende porsi in toto quale alternativa all’Antropocene; piuttosto, si inserisce nelle briglie del già esistente Capitalocene, concetto che Armiero afferma essere alla base della sua personale riflessione. Perché parlare di Capitalocene, e non di Antropocene, significa dimostrare che non è una generica umanità ad aver portato il pianeta e gran parte della popolazione mondiale al collasso, bensì un particolare modo di organizzare la produzione e le società: il capitalismo.

 

È così che nel Capitalocene – l’era del capitale – si inserisce, senza soppiantarlo, il Wasteocene – l’era degli scarti. Tuttavia, ciò non significa che il capitale produca rifiuti nel senso materiale del termine. Infatti, i protagonisti de ‘L’era degli scarti’ sono i soggetti della nostra epoca, ovvero luoghi e comunità umane e non-umane che da soggetti divengono oggetti – scarti, appunto – risultanti da ciò che il capitalismo sa fare meglio di qualsiasi altra cosa: produrre. E oltre a produrre beni, emissioni e accumulazione, il capitalismo produce rifiuti, e – nel Wasteocene – questi ultimi non sono (non solo) gli ammassi di plastica e materiale organico che compongono le immondizie delle nostre città, ma rappresentano vere e proprie comunità di esseri umani, di specie animali, di ecosistemi e luoghi sacrificabili e sacrificati che vanno a formare la cosiddetta discarica globale, la quale tiene insieme corpi malati e luoghi contaminati.

 

D’altronde la produzione di scarti non è un processo univoco né fine a sé stesso, bensì estremamente funzionale alla salvaguardia e alla riproduzione del capitalismo stesso mediante il mantenimento di un ‘noi’ ordinato e produttivo: quel ‘noi’ minoritario ma che si trova dalla parte ‘giusta’ del muro, ove vigono corpi sani, luoghi puri e incontaminati. È questo il funzionamento delle ecologie capitaliste descritte dall’autore: decidere cosa ha valore e cosa non lo ha, nonché posizionarlo da un lato o l’altro del muro che divide la discarica globale da quel “noi al sicuro, e che conta” (p.55): la discarica globale è ciò di cui il capitalismo ha bisogno per sopravvivere. Produrre e scartare, per dividere ed escludere. Perché le ingiustizie e le disuguaglianze che attraversano e contraddistinguono le comunità umane e non umane di scarto non sono incidenti del capitalismo: ne sono piuttosto gli elementi fondativi. E più si colpevolizzano le vittime di tale scarto, più gli si fa credere che tale posizione sia quella che si meritano, più il Wasteocene funziona.

 

Ma per produrre scarti, il Wasteocene necessita di una solida ed efficace infrastruttura narrativa, un dispositivo in grado di raccontare una storia che renda il Wasteocene accettabile, digeribile e riproducibile. La diffusione di narrazioni tossiche – cui si contrappone la produzione di contro-narrazioni (o narrazioni contro-egemoniche) – è un organo centrale di quel marchingegno contemporaneo chiamato capitalismo. D’altronde, le modalità attraverso cui si producono e riproducono narrazioni e contro-narrazioni è una tematica che tanto ha impegnato le riflessioni dell’autore anche nella ricca produzione intellettuale precedente a L’era degli scarti.

L’infrastruttura narrativa di cui si arma il Wasteocene fa leva sull’addomesticamento della memoria collettiva, necessario per continuare a riprodurre relazioni socio-ecologiche di scarto e rendere invisibile ciò che viene scartato; significa, in altre parole, “organizzare una certa versione della storia che non rivela le ingiustizie né lascia spazio alla rabbia sociale” (p.38). Addomesticare, invisibilizzare, normalizzare sono i pilastri dell’infrastruttura narrativa basata sull’idea di scarto. Si tratta di processi astratti che producono e mantengono corpi malati, odori nauseabondi e luoghi contaminati come quelli della cosiddetta “emergenza dei rifiuti” a Napoli, descritta ampiamente nel terzo capitolo del libro.

 

Tra i vari meriti di questo libro vi è quello di fornire uno strumento per sabotare tali narrazioni, per raccontare delle storie-altre, quelle storie che rendano i luoghi rifiutati e le comunità scartate nuovamente visibili e protagoniste. “Oserei dire che dovremmo assumere il controllo dei mezzi di produzione – e riproduzione – delle narrazioni” (p.43), scrive Armiero rivelando il suo approccio marxista alla produzione di sapere.

Sabotare il Wasteocene, tuttavia, passa anche attraverso le pratiche, quelle pratiche alternative alla produzione di scarti e che mirano alla creazione di nuove relazioni socio-ecologiche basate sulla cura e sulla condivisione, che si oppongono all’esclusione e alle ingiustizie della nostra epoca. Pratiche e relazioni che costituiscono le protagoniste del quarto e ultimo capitolo de L’era degli scarti, che rivelano la non-passività delle comunità scartate dinanzi alle logiche escludenti e alterizzanti del Wasteocene. È nelle relazioni di commoning che Marco Armiero ripone fiducia e speranza sul presente e sul futuro a venire; quelle relazioni che permettono di essere difesa, resistenza e, al contempo, contrattacco.

 

Recuperare ciò che viene scartato e rimetterlo in funzione è una delle alternative alle logiche del Wasteocene, come nell’esperienza della comunità multispecie del lago ex-Snia di Roma o nelle lotte di liberazione dalle eredità tossiche dell’etno-capitalismo nell’ex città industriale di Tuzla, in Bosnia. Attraverso queste storie Armiero invita a prendere posizione, a situarsi dal lato ‘giusto’, ma non più del muro edificato dalle logiche del Wasteocene, bensì dal lato ‘giusto’ della barricata eretta dalle comunità che lottano per sabotarle.

 

[Immagine: © Andrew McConnell/Panos Pictures].

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