di Alessandra Sarchi

 

[Esce oggi per minimum fax Via da qui, un nuovo libro di racconti di Alessandra Sarchi. Pubblichiamo un estratto del racconto Il palazzo della principessa].

 

Ripensare, era una parola. Da quando si erano conosciuti, in una vacanza su un’isola dalmata due anni prima, la loro vita insieme era stata una scommessa contro se stessi e contro il mondo. Melissa era ospite di un’amica che gestiva la sola galleria d’arte del posto: sculture di piccolo formato e disegni esposti nei venti metri quadrati tinteggiati color avorio di quelle due stanze al centro del paese. Di sera organizzava qualche festa nel giardino sul retro, un’attrazione su un’isola che faceva poco più di cento abitanti che diventavano qualche migliaio d’estate. Filippo e Melissa si erano conosciuti a una di quelle feste. Melissa gli aveva dato l’impressione di essere una donna abituata a vivere con molta fantasia e pochi mezzi. Senza padre, la madre l’aveva mantenuta all’accademia garantendole un certo agio finche non si era risposata. Tra Melissa e il nuovo marito della madre era scoccata una feroce inimicizia, erano volate parole come parassita e nullafacente da parte di lui, impotente e maschilista da parte di lei. Gli aiuti economici si erano diradati e se voleva vedere sua madre, doveva essere lei a prendere un treno; cosa che aveva sempre meno voglia di fare. Filippo non ci aveva messo molto a capire che Melissa viveva nel disancoraggio affettivo più totale, eppure sapeva godersi la vita e a lui questa era sembrata una virtù. Lavorando nell’alta finanza era diventato ricchissimo, poi di colpo aveva perso tutto. All’epoca in cui si trovava sull’isola dalmata e aveva conosciuto Melissa, l’unico bene materiale in suo possesso era un monolocale affittato a Milano con un contratto di cinque anni a un professionista, quindi nemmeno utilizzabile come abitazione, e un conto corrente su cui c’erano alcune migliaia di euro. Gli erano rimaste camicie, cravatte, giacche e scarpe in quantità, resti di un’esistenza di cui non riusciva a immaginare una prosecuzione in tono minore. Voleva in qualche modo continuare a vivere di estremi e, a quel punto tanto valeva ammetterlo, in un’opulenta decadenza. Melissa vedeva diamanti nella sabbia dorata della spiaggia e nel materassino gonfiabile su cui dormiva in quello che, più che una stanza, era un ripostiglio. Usciva dalle onde proclamando che non c’era felicità più grande al mondo. Non gli era sembrata un’esaltata svampita, come forse l’avrebbe giudicata qualche anno prima, ma una persona in grado di decretare la propria felicità per un bene che non era di suo esclusivo possesso bensì di tutti come l’aria, il mare, l’incanto di una sera di settembre.

 

Tornarono insieme a Bologna e Melissa gli propose di andare a cercarsi una casa insieme nella zona industriale: lì poteva capitare che, con un po’ di fortuna, qualcuno ti affittasse un capannone o un magazzino attrezzato per essere abitato, avrebbero avuto tutto lo spazio che volevano con un affitto basso.

Filippo aveva trovato la proposta divertente ma impraticabile.

«Bologna non è New York, non possiamo seppellirci in mezzo a fabbrichette e magazzini in attesa che una tribù di talenti della moda e dell’arte scopra quel posto, lo colonizzi e venga a farci compagnia».

Gli tornò in mente quel sottotetto disabitato che aveva visto, qualche anno prima, facendo una visita insieme all’unico nipote della principessa di cui aveva gestito le finanze.

Era stato lui a dirgli che al piano terra viveva, illegalmente, la figlia della vecchia portinaia. «Non credo paghi l’affitto», aveva aggiunto «e se non sbaglio s’è portata dietro anche un amico. Una specie di usucapione, mi capisce. Vivendo lontano, chi li controlla undicimila metri quadrati di palazzo?»

Undicimila metri quadrati. Già, chi li controlla? Filippo si era sentito autorizzato; lui che aveva sempre guardato male i compagni di università che avevano occupato edifici, e passato del tempo nei centri sociali, stava per occupare il palazzo della principessa o meglio la sua parte più nascosta.

 

Aveva portato Melissa nel sottotetto, quel salone immenso col soffitto marcio. E non ci era voluto molto per farla innamorare del luogo e di quello che, per ragioni diverse, per entrambi poteva rappresentare: un rifugio di lusso, una clandestinità da nobili decaduti, anzi solo da decadenti, come ogni tanto gli veniva da osservare, contemplando la distese di scarpe di taglio artigianale che teneva allineate e lucidate. A Melissa era piaciuto tutto quello spazio, lo aveva subito immaginato propizio al suo lavoro artistico, ed era stata attratta dalla possibilità di perdersi nei meandri del palazzo, le cui porte erano in molti casi a malapena tenute insieme da catene sciolte e arrugginite. Si era spinta in perlustrazioni con una torcia elettrica, scoprendo stanzini in cui le finestre erano state murate e che contenevano solo vecchi materassi arrotolati; nel salone d’onore, al piano nobile, aveva visto le tracce dell’ultima volta che era stata tirata la cera; infine, spingendosi nell’ala estrema del palazzo, al secondo piano, si era accorta che era stata abitata e abbandonata in tempi non troppo lontani. Due stanze, un cucinino e un bagno che qualcuno aveva lasciati in fretta senza poter decidere cosa raccogliere. Nel lavandino ancora due tazze di caffè il cui segno si era ridotto a un orlo di granellini neri sul bordo. Sul tavolo un giornale cosparso di escrementi di topi, di traverso alla poltrona una giacca di lana qua e là bucherellata dalle tarme. Su tutto un’aria di arresto e di irrealtà. Sarebbero finiti così anche lei e Filippo? Aveva richiuso la porta e resistito alla tentazione di aprirne altre, nei mesi successivi. Lucidava e puliva tutto quello che era nella loro casa, pavimento, scarpe ed elettrodomestici, in maniera maniacale, perché fare pulito le sembrava un antidoto potente contro l’invasione del tempo.

 

Casa. Nei primi tempi avevano avuto qualche resistenza, soprattutto Melissa, a chiamarla così. Però non si sentivano ladri, né delinquenti, anzi. La faccenda andava affrontata razionalmente: in un mondo in cui la promessa di felicità veniva associata al lusso e questo sempre presupponeva una disuguaglianza economica, il loro era un sistema innocuo e marginale per godere di beni senza possedere la forza economica per esserseli procurati né la violenza e l’ingiustizia che tale forza a sua volta presupponeva. Per questo a volte Filippo, passeggiando sulle mattonelle settecentesche di cotto e tastandone la cedevolezza, lo scricchiolio instabile e tra le giunture il pulviscolo illuminato dalla luce degli abbaini, si sentiva perfettamente felice. Di una felicità che non sarebbe mai stata tale se non ci fosse stata Melissa, ma che poteva mantenersi e rinnovarsi solo fintanto che si ambientava in un luogo precario e bellissimo. Quella bellezza era costata una fatica e un dispendio che più nessuno era in grado di mantenere, nemmeno la principessa che ne era proprietaria, e loro ne erano gli ospiti grati ed eventualmente pronti ad andarsene come i piccioni del tetto.

Questo, in teoria. Prima che iniziassero a montare il cantiere e aumentasse il senso di minaccia e di rischio. Prima che Filippo si rendesse conto che quella lunga vacanza dal mondo logorava i nervi, e ora ci mancava solo un figlio. Non erano attrezzati. Melissa aveva ragione, nessuno aveva ancora pronunciato la parola aborto, ma era a quello che lei pensava, in quel sottotetto di semioscurità in cui vivevano come rifugiati e dove qualcuno era entrato mentre si trovavano entrambi fuori.

Filippo chiamò Melissa a tavola, mangiarono le tagliatelle e lei disse che erano buone, poi si versò da bere e questa volta non ebbe rigurgiti. Anzi per poco non si addormentò con la testa appoggiata a un braccio sulla tovaglia. Filippo la portò a letto, si era calmata, gli teneva una mano. Filippo era contento di non averle detto che qualcuno aveva forzato il catenaccio. Al resto avrebbero pensato il giorno dopo.

 

[Immagine: Harry Callahan, Eleanor, 1951].

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