di Ernesto Sferrazza

 

Ho sempre ritenuto che le polemiche culturali, che l’espressione “scambio di idee” tende a nobilitare eccessivamente, fossero uno dei tanti modi mediante cui la novecentesca industria culturale rimpolpa ancora oggi le proprie carni. Partecipare a una polemica, addirittura lanciarla, significa collocarsi nel mercato delle idee, vendere la propria opinione, e magari coltivare la misera speranza di poterla prima o poi capitalizzare. La mia posizione, a dire il vero assai defilata, di giovane accademico “specialista” mi ha concesso finora il privilegio di questo sguardo sospettoso. Non ho mai dovuto scendere nell’agone culturale, né peraltro sono mai stato invitato a farlo. Probabilmente me ne sono beato, agendo in maniera più o meno inconsapevole come la volpe della nota favola. Nonostante ciò, sento la necessità tutta personale di scrivere qualche riga di commento all’articolo di Sergio Benvenuto “Vi informo: siamo in guerra” pubblicato su Le parole e le cose. Poco male qualora le mie riflessioni non venissero pubblicate. La favola evita di dire che la volpe, dopo un po’, si convince che l’uva è davvero amara.

 

Come sono solito fare, entro in medias res. Benvenuto apre il suo contributo equiparando la propria percezione di essere in guerra con l’essere, in quanto cittadino italiano, davvero in guerra. La percezione di partecipare al conflitto, senz’altro ben pasciuta nell’immaginario collettivo da mezzi di comunicazione che in questi giorni stanno agitando senza vergogna le peggiori passioni, è sufficiente per siglare la sentenza per cui siamo realmente in guerra. Dobbiamo immaginarci come tali, cominciare a vivere, pensare, forse addirittura scrivere, come tali. Nonostante qualsiasi cosa possano affermare le parti politiche in gioco che non siano Russia e Ucraina, e anche qualora, come riconosce lo stesso Benvenuto, l’Europa non mandasse un solo soldato a combattere, la guerra è una realtà qui e ora. La percezione della guerra è così vivida e potente da realizzarsi magicamente, senza scarti, senza obiezioni, senza possibilità di controargomenti. La guerra viene annunciata sin dal titolo del contributo di Benvenuto con la stessa freddezza con cui si comunicherebbe il ritardo di un treno: se non lo sapevate prima, ora lo sapete. Ma questo è lo snodo decisivo: poiché siamo in guerra, bisogna comportarsi di conseguenza. E la prima cosa che si fa, in guerra, è qualcosa che in realtà si subisce: in guerra si soffre. Prepararsi alla guerra significa prepararsi a soffrire.

 

A partire dall’evidenza materiale di una guerra in corso che colpisce anche noi italiani, e ci schiaffeggia sin da subito, il contributo di Benvenuto si risolve presto in un elogio della sofferenza necessaria. In questo, egli si adegua senza scarti alla linea governativa, che nella persona di Draghi ha chiarito senza equivoci, mentre annunciava il numero di militari italiani allertati, quali sacrifici si dovranno sopportare. En passant, dal momento che non è il fulcro di queste poche righe: Benvenuto si dichiara assai d’accordo con l’invio massiccio di armi in Ucraina, ma la questione è quantomeno problematica dal momento che questa pratica tende a trasformare i civili in combattenti (poiché le armi, è cosa nota, vengono ormai distribuite alla popolazione tutta), erodendo quella linea tra combattenti e non-combattenti, prezioso patrimonio del diritto di guerra modernamente inteso, che se non inibisce l’uso de facto della forza illimitata, quantomeno lo rende illegittimo. Ma questa, come si dice in questi casi, è un’altra storia. Ciò che rileva è che già tempo fa Mario Monti prometteva “lacrime e sangue”, ma almeno all’epoca le voci si levavano critiche e sgomente. Ciò che prima appariva scandaloso, ora può senza vergogna essere semplicemente annunciato e recepito. È un’informazione come un’altra.

 

Da un certo punto di vista, Benvenuto ha ragione quando dice che la percezione della guerra è alimentata dal suo sconfinamento ben al di là dei canoni classici e moderni. La guerra oggi è combattuta in mille modi e mille forme: guerre informatiche, economiche, sanzioni, targeting. Ma quanto dura questo “oggi”? Quanto è lungo questo presente? Non certo da oggi la forma della guerra è mutata rispetto all’immaginario ancora ottocentesco di guerre campali. E soprattutto, non certo da oggi la popolazione tout court (vorrei per una volta abbandonarmi al lessico foucaultiano e dire: la popolazione come costrutto biopolitico) è parte significativa del conflitto. Insomma, è quantomeno bizzarra l’idea per cui “essere in guerra significa, oggi, che la popolazione del paese in guerra ne paga in qualche modo i costi”. È proprio il Novecento, sin dai prodromi della Grande guerra, a consegnare tutta la popolazione direttamente agli effetti del conflitto scatenato. Almeno da quando gli italiani decisero, guadagnandosi un triste primato, che un aereo in sorvolo poteva tranquillamente trasportare bombe da buttare alla bisogna su un’oasi in Libia, il confine sempre più labile tra belligeranti e non-belligeranti si è fatto evanescente. Perché allora Benvenuto sembra volere insistere su una rottura paradigmatica che analiticamente non trova spazio? Detta ancora diversamente, e forse in maniera più fastidiosa: perché Benvenuto si sente in guerra oggi ma non si sentiva in guerra ieri?

 

Il motivo è presto detto: la guerra di oggi ha potenziali conseguenze immediate che la guerra di ieri non aveva, o che comunque non rientravano nel campo d’intellegibilità di un ceto medio colto che, tuttavia, non ha gli strumenti per comprendere che anche le guerre di ieri hanno avuto un impatto devastante, per quanto diluito nel tempo. Ma la buona notizia è che questa guerra può essere vinta, e può essere vinta nel dolore. Quella che si apre è una hegeliana gara della sofferenza tra vincitore e vinto, dove a vincere sarà colui in grado di sopportare la propria sofferenza mentre ne distribuisce di più all’avversario. Ben vengano, per vincere questa guerra, tutte le sofferenze inflitte a un intero popolo, come se quelle già a disposizione non fossero abbastanza. Gli Ucraini hanno sofferto finora? I Russi da domani soffriranno un po’ di più. Lavoriamo dunque a questo scopo, cosicché finalmente capiranno e agiranno di conseguenza. Ben vengano le sanzioni, le armi, gli ostracismi, l’economia distrutta. La “colpa metafisica”, come forse l’avrebbe chiamata Jaspers, dell’Altro, del Russo, va in qualche modo punita, per quanto non possa esserlo fino in fondo.

 

E noi? Anche noi rientriamo in questo gioco al massacro, e vi rientriamo per le conseguenze delle sanzioni lanciate da parte europea. Ma ciò che conta, in ogni caso, è il rapporto tra sofferenza inferta e sofferenza subita. L’esito di questo scontro di civiltà dipende dall’equilibrismo: rimanere in piede dopo il colpo per colpire un po’ di più. Nel ragionamento che Benvenuto ci propone, la sofferenza si tramuta così in un vero e proprio apprendistato politico per Noi, in una pedagogia del dolore per Loro, un insegnamento che li convinca una volta per tutte di essere in guerra. Da qui procede la strabiliante lettura che ci viene proposta: vincerà chi sarà disposto a soffrire di più adesso. La minaccia dei rubinetti del gas chiusi andrebbe affrontata a cuorcontento. La vittoria passa, in maniera direi muscolare, dalle resistenze eroiche del popolo che soffre ora al solo scopo di far soffrire di più l’altra parte domani.

 

Come uscire da questa sacca? Cosa opporre a una prospettiva politica che sgrana il rosario delle passioni tristi? Come sottrarsi all’elogio della sofferenza, al suo inconsapevole spirito bellico, alla terribile ode al sangue versato? Benvenuto nel suo contributo richiama di sfuggita la celebre dottrina di Karl von Clausewitz, e ne critica la massima per cui la guerra sarebbe politica continuata con altri mezzi. Ma c’è un’altra lezione in Clausewitz troppo poco ascoltata e alla quale dovremmo riandare. Non bisogna dimenticarsi che uno dei nodi concettuali principali di Vom Kriege è l’attrito. Nelle sue opere Clausewitz insiste su tutti quegli attriti e frizioni che necessariamente trasformano il conflitto da guerra a tavolino, astratta, metafisica, in guerra reale, concreta, dove gli esseri umani che la combattono e dirigono sostituiscono pedine e statistiche. I mille inciampi tattici cui una guerra va incontro sono anche attimi di sospensione del conflitto. Quando qualcosa va storto e deraglia dal piano strategico fatto sulla carta, si apre lo spazio dell’attesa. La guerra reale diventa così necessariamente una guerra limitata, per certi versi contenuta. Catastrofica, drammatica, ma non totale, non integrale. L’attrito è la via di fuga dalla catastrofe di una guerra totale senza via di scampo per nessuno. Ciò che da Clausewitz si può trarre è forse l’imperativo a individuare quei momenti di crisi immanenti la guerra stessa, e riconfigurarli nell’unico modo oggi possibile per evitare la deriva infernale: come spazi di diplomazia.

 

Non bisogna avere il coraggio della sofferenza né rivendicare il dolore come virtù politica. Per quanto possa apparire brutale e dispotico, è il dialogo con il nostro nemico di oggi che ci salverà domani. Non bisogna lasciarsi accecare dai successi tattici del momento, poiché essi tendono a rovesciarsi in sciagure strategiche. In un mondo globale e interconnesso non ci possono essere vinti e sconfitti, come se questi universi fossero separati e non comunicanti. Nonostante sia stata proprio la globalizzazione della violenza a riattivare la figura del Grande Altro, del nemico assoluto, in realtà essa reclama l’abbandono una volta per tutte della dicotomia Noi/Loro, Democrazia/Dittatura, Liberali/Autoritari. L’interconnessione globale non concede spazio di legittimità al vocabolario binario. E non perché non vi siano opzioni politicamente e moralmente preferibili (il sottoscritto si dichiara democratico e liberale), ma perché esse convivono in uno spazio in cui sono mediate da altre opzioni che non possiamo non riconoscere. E il riconoscimento potrà e dovrà essere critico, ma in sua assenza a spadroneggiare sarà la violenza perpetua tra parti in costante conflitto. Per quanto ciò possa apparire faticoso, per quanto gli schiaffi del presente portino il nostro immaginario a ben altre soluzioni, il Nemico ha la enne minuscola. Non un’alterità assoluta da annientare a tutti i costi, in una logica spavalda Noi vs. Loro che ha dato fin troppi esiti insanguinati.

 

L’invito è di opporre alla brutalità dello scontro tra forze la libera coazione delle ragioni in dialogo. Benvenuto, di contro, soccombe con sconsolato cinismo al richiamo di una sofferenza necessaria e gloriosa. Egli scrive: “per vincere bisogna accettare di soffrire e di infliggere sofferenze al nemico”. Ormai rassegnato ad aderire in tutto e per tutto alla sua percezione di belligerante, la vittoria, per lui, non può che passare dallo stringere i denti. Ma con quanta facilità, in questo modo, si mette in soffitta l’uso della ragione nella sua incarnazione internazionale, vale a dire la potenza della diplomazia! Con quale facilità si accetta che la forza debba chiamare altra forza, senza rendersi conto che così si lavora non alla pace – al cui orizzonte abbiamo forse già rinunciato –, bensì a un’instancabile violenza perpetua. A salvarci non sarà la capacità di soffrire. Ben più prosaicamente, l’unica e ultima chance di salvezza sarà il dispiegamento di un corpo diplomatico europeo di prim’ordine, autonomo per quanto possibile rispetto alla volontà egemonica statunitense, a fare da mediazione tra le parti in gioco. Si tratta di una scommessa, questo è evidente. Come un rumore bianco, la minaccia nucleare incombe su tutti noi. Ma una volta di più, soprattutto in queste ore buie, è necessario scommettere, piuttosto che sulla sopportazione del sangue versato e sulla rivalsa di una civiltà sull’altra, sull’uso di una ragione non rassegnata al peggio. Dalla diplomazia passa il futuro mondiale, la possibilità stessa del futuro. Essa ha finora fallito, muovendosi a casaccio. Ma la partita per la pace non è ancora finita, e come sapeva bene Walter Benjamin, il colpo decisivo si sferra con la mano mancina.

6 thoughts on “La guerra e i denti stretti

  1. P.S. Naturalmente non posso che augurarmi che un “corpo diplomatico europeo di prim’ordine” si materializzi il prima possibile e ponga fine alla guerra con soddisfazione di tutte le parti in causa e riesca là dove il corpo diplomatico europeo attuale, che Sferrazza giudica evidentemente scadente, ha finora fallito.

  2. In questo articolo si parla della erronea dicotomia amico/nemico. Tale dicotomia appartiene innanzi tutto ai regimi totalitari che non ammettono distinguo ed “assolutizzano” le posizioni. Ocvorre 8noltre ristabilire un minimo di appropriatezza fattuale e semantica: l’esercito russo è esercito invasore e occupante. L’esercito ucraino è esercito nazionale che in questo momento difende territorio e sovranità.
    I civili volontari ucraini sono resistenti o von una definizione evocativa romantica, partigiani. Per mon passare per gurragondaio (reputo la violenza in ogni sua forma una sorta di peccato mortale) penso che la domanda da porre sia se c’è una risposta alternativa a Putin che non sia quella di ritorsioni belliche o parabelliche. Immagino una contro invasione pacifica e senz’armi di milioni di europei adiuvati da una logistica civile delle nazioni europee con autobus, treni. Scudi umani volontari che sovvertirebbero la logica di azione/reazione armata con le armi tanto del sentimento che della ragione che in questo caso, lungi dal confliggere, potrebbero dispiegare una disarmante potenza. Sono proposte utopiche, velleitarie? Può darsi. Ma secondo me concentrerebbero l’attenzione non sul binomio tra ragione e torti (che pure ci sono) ma tra violenza e nonviolenza ribaltando la consueta prospettiva.

  3. Condivido pienamente l’analisi, le ben articolate argomentazioni e la proposta.
    Mi vengono in mente Camus e la guerra in Algeria. Camus aveva scritto pagine mirabili sulla miseria della Cabilia, ma si rifiutò sempre di schierarsi invocando la mediazione.

  4. Io rimango amareggiato di fronte alle contorsioni verbali di chi non sa riconoscere le responsabilità delle parti in causa anche quando i fatti sono incontrovertibili. Non prendere le parti, proclamare una presunta equidistanza o distacco non significa essere neutrali nè conferisce uno status di superiorità morale. Le responsabilità per chi non agisce, nel limite delle proprie possibilità, non vengono meno. Nelle tragiche vicende di questi giorni invocare la diplomazia contestualmente al rifiuto del sostegno pratico di chi è aggredito e minacciato nella propria esistenza, o delle sanzioni per l’aggressore, equivale ad accettare l’ovvia conseguenza di questa aggressione: la sopraffazione del popolo ucraino. Quindi, mi spiace ma essere neutrali significa accettare lo status quo e le sue inevitabili conseguenze.
    Con queste premesse, con la contrarietà sulle sanzioni economiche, sull’invio di armi e con un interlocutore inaffidabile (ricordiamoci che Putin il giorno prima dell’invasione riceve il presidente della repubblica francese e lo rassicura circa le sue intenzioni) che cosa rimane da fare se non auspicare, in maniera un po’ naif, l’avvento di un “corpo diplomatico di primordine”? Un appello che Putin sottoscriverebbe volentieri. E che dire poi del fatto che si riesca ad infilare en passant la “volontà egemonica statunitense” in uno scenario in cui la Russia invade l’Ucraina?

    Esistono, pur con tutti i gradi di approssimazione, le democrazie, le dittature, le società liberali aperte e le autocrazie, e non è necessario un grande sforzo ermeneutico per riconoscerle. Per fortuna la narrativa che vuole eliminare le differenze per diluire le responsabilità in un magma indistinto, in una finzione fatta solo di apparenze, non può sopprimere queste realtà ontologiche.

    P.s. La fornitura di armi, anche tra i civili, eroderebbe la “linea tra combattenti e non-combattenti, prezioso patrimonio del diritto di guerra”.
    Un civile che decidesse di imbracciare un’arma diventerebbe, per definizione, un combattente. E’ l’essenza del movimento di resistenza partigiano.

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