di Franco Buffoni

 

[Cento anni fa nasceva Pier Paolo Pasolini. Per il centenario, pubblichiamo la versione italiana dell’articolo di Franco Buffoni intitolato Pasolini en Roma, uscito in Spagna in occasione dell’anniversario della nascita nel libro Pasolini, a cura di Andrés Catalán, Ultramarino Editorial].

  

I. In un intrigante raccontino pubblicato alcuni anni fa su “Nuovi Argomenti”, Flavio Santi provava a immaginare come si sarebbe svolta la vita di Pasolini se non fosse stato costretto ad abbandonare il Friuli. La conclusione era che sarebbe rimasto un insegnante di provincia con qualche velleità letteraria regolarmente frustrata dagli editori importanti; che sì, probabilmente, qualche idea per il cinema l’avrebbe avuta lo stesso, magari avrebbe anche scritto una sceneggiatura sugli umili del Tagliamento destinata a restare nel cassetto; e forse avrebbe formato una coppia di fatto con Tonuti.

 

Studiando la biografia del Pasolini “romano” negli anni cinquanta e sessanta ci si rende conto del fatto che nessun romano avrebbe potuto assumere a Roma atteggiamenti e comportamenti a tal punto “pasoliniani”. Perché, all’interno del cosiddetto clan Moravia, le visioni erano sì ampie e di aperta contestazione al “sistema” democristiano, ma poi in pratica non si andava aldilà della scrittura di testi poetici su “Nuovi Argomenti” o di invettive sull’”Unità”. Per il “Corriere della Sera” si scrivevano elzeviri e sull’”Espresso” si pubblicava al più critica cinematografica. Il coraggio sfrontato di Pasolini ruppe ogni consolidato schema – permettendo al costume italiano di compiere un formidabile salto di qualità – solo perché si verificò una reazione chimica altrimenti irripetibile. Come in un laboratorio finirono nello stesso crogiuolo da una parte le irrefrenabili pulsioni erotiche di un cocciuto friulano acculturato; dall’altra l’atteggiamento di sfida intrinseco al salotto romano di sinistra, che chiama “quello” il ministro dell’Interno e ha parenti stretti tra i gentiluomini del papa.

 

In altri termini, nessun romano avrebbe potuto scrivere i romanzi “romani” di Pasolini o girare una trilogia della vita; e Pasolini – se fosse rimasto in Friuli – al più sarebbe riuscito a girare qualche cortometraggio amatoriale.

Riflettendo sull’importanza del luogo con cui per varie circostanze un genio viene a contatto – reagendo artisticamente fino a produrre quanto altrove sarebbe stato impensabile – l’analogia che i miei studi mi suggeriscono è quella di Byron con Venezia e gli ex dominî mediterranei della Serenissima, a cavallo tra il secondo e il terzo decennio dell’Ottocento.

Malgrado le tipologie di giovani preferite dai due poeti fossero molto diverse, il denominatore comune per la reazione chimica resta il medesimo: l’Inghilterra come il Friuli da cui fuggire con cucita addosso l’”infamante” accusa di sodomia. E dunque la nuova grande città come un universo in cui rimescolarsi e conoscersi e mutare. Roma per Pasolini – come Venezia per Byron – fu il contesto dove produrre artisticamente quanto altrove sarebbe stato impossibile.

 

II. Il messaggio del Pasolini “romano” e di Ermanno Olmi “lombardo” ha un forte denominatore comune: l’esaltazione della società contadina pre-borghese, coi suoi ancestrali valori, le sue ritualità, la conoscenza dei cicli naturali nella loro ineludibile spietatezza. Con una fondamentale differenza. Olmi è profondamente, convintamente cristiano: lì si trovano la sua chiave di lettura degli uomini e del mondo e la sua motivazione all’arte. Il cristianesimo di Pasolini – come per altro anche il suo marxismo – sono dati estetici, sovrastrutture da utilizzarsi in chiave anti borghese. La sua motivazione profonda all’arte è l’attrazione per il giovane maschio nature, che la permanenza a Roma negli anni Cinquanta portò alle estreme conseguenze. Olmi esalta l’animo, Pasolini giunge a tale esaltazione (quando vi giunge) solo attraverso il corpo. Come scrive in “Correvo nel crepuscolo fangoso” (dal Diario 1950): “e sotto la liscia / parete di una chiesa si stendevano, / viziosi, i giovani”.

 

III. Pasolini era il potenziale di scandalo che si portava appresso dopo la fuga dal Friuli. Ed era diventato il regista, il polemista, l’intellettuale a tutto tondo che abbiamo conosciuto, perché era poeta. Ma la sua immagine pubblica “romana” non era quella del poeta. Paradossalmente, perché Pasolini, con la sua antologia dei dialettali, negli anni cinquanta era riuscito ad aprire da poeta nuovi orizzonti alla cultura italiana. Da poeta gramsciano. Perché ogni volta che si opera sulla lingua, si opera anche sui rapporti sociali.

Domandiamoci: qual è la vera tematica della trilogia della vita (Racconti di Canterbury, Decameron, Mille e una notte)? Non arrivo nemmeno a Salò, o addirittura a Petrolio. E mi chiedo: con quale messaggio Pasolini “andava verso il popolo”? Rifiuto della scuola media unica, processo alla DC: d’accordo; ma sotto il processo alla DC che cosa c’era? C’era il ribrezzo per i ragazzi che non avevano più le nuche pulite e si lasciavano crescere i capelli; il ribrezzo per le nevrosi piccolo-borghesi che ormai stavano contaminando anche le immense periferie romane.

Di che cosa privavano i ragazzi le nevrosi piccolo-borghesi? Toglievano loro la naturalezza dei gesti e degli atti della civiltà contadina. Nella naturalezza di quei gesti e di quegli atti consisteva l’aspirazione estetica di Pier Paolo Pasolini. Quella naturalezza, che estesa anche all’affettività e al sesso, era l’unico vero grande tema di Pasolini. Fu quel tema di fondo che in seguito lo portò a scrivere certi elzeviri sul “Corriere della sera”. C’era in lui una molla ineludibile che Roma coi suoi ragazzi di vita e le sue borgate riuscì a portare alle conseguenze estreme.

 

IV. L’omosessualità era stato il filtro attraverso il quale, da adolescente in epoca fascista, Pier Paolo era stato costretto a conoscersi e a conoscere il mondo. Come scrisse lo stesso Pasolini: “Sono nato nell’era fascista, in un mondo fascista. E non mi sono accorto del fascismo, come un pesce non si accorge di trovarsi nell’acqua”. E se nelle poesie della melopea in lingua friulana Pasolini era riuscito a trasformare questa sua ricerca in purissima arte, poi a Roma l’arte divenne anche e soprattutto scandalo, e la poesia divenne quella della logopea delle Ceneri di Gramsci.

Lo scandalo di Ragazzi di vita e il processo che ne seguì penetrarono nel costume romano (alle bancarelle di Campo de’ Fiori i “finocchi” venivano venduti come “pierpaoli”) e servirono molto a Pasolini per affermarsi come autore e come regista: anche il grande Visconti era perseguitato dalla censura e subiva denunce. Nei numerosi processi, spesso intentati con ragioni pretestuose, tutta Roma veniva coinvolta, dai cattolici ai comunisti. Come ha scritto Alberto Arbasino, Pasolini riusciva a “provocare scandalo con i costumi prevalenti, così come lo suscitava con la religione di Stato e con le ideologie alla moda”. Turbare e scandalizzare i praticanti con le loro stesse pratiche poteva essere il suo slogan. Fino a fare all’amore con il corpo stesso di Roma, sub specie del marchettaro di turno. Un’immagine che diviene assolutamente esplicita e dominante nei salotti e nelle borgate descritti nell’ultimo romanzo incompiuto, Petrolio.

 

V. In occasione dei cinquant’anni dalla morte di Totò, si è molto dibattuto sulla rivalutazione delle innumerevoli pellicole di serie B e C girate dal “principe”, e sulla collaborazione con Pasolini negli ultimi anni di vita.

Sulle ragioni per cui Totò non sia stato più selettivo nella scelta dei film da girare, l’unica risposta plausibile concerne la remunerazione che questi garantivano. E qui ci si collega al secondo argomento. Perché nell’ultimo decennio di vita il grande attore si convinse (erroneamente) che per entrare davvero nella storia del cinema avrebbe dovuto girare anche qualche film d’autore.

Totò non amava affatto Pasolini. Notoria è anche la sua omofobia, presente in modo palese in molte pellicole: un esempio per tutti, la sequenza al m 38.45 dell’Imperatore di Capri.

Tanto meno Totò amava i partner che il regista gli mise accanto. I biografi ricordano la visita che il regista compì con Ninetto Davoli a casa del principe prima di girare Uccellacci e uccellini, al termine della quale il padrone di casa fece disinfettare le poltrone del salotto e il bagno, bofonchiando: “Con certa gente non si sa mai…”.

Ma Pasolini era proprio il tipo di regista adatto al suo scopo. E Totò decise di girare per lui, anche senza compenso.

Dal canto suo, al regista Pasolini, dell’uomo De Curtis non importava nulla. Romanamente – e dunque cinicamente – cinematografaro, ormai, gli serviva solo quella maschera che per decenni aveva ipnotizzato i giovani proletari italiani.

Dunque…

 

VI. Come scrisse il grande poeta dialettale Biagio Marin sul suo diario il 6 novembre 1975, “sono stato ai funerali di Pier Paolo. Le autorità del Friuli hanno ignorato l’evento; anche i partiti, anche gli uomini di cultura. Non ho veduto neanche il Presidente della Filologica Friulana. Pier Paolo era dell’opinione che sollevare scandali fosse necessario. E la brava gente non perdona di essere stata scandalizzata. A volte mi sono arrabbiato anche io, che pur lo stimavo altamente e lo avevo caro. Ma in ultima analisi, dovevo ammirarlo anche nella sua mania di voler scandalizzare. Penso però che era arrivato il tempo della sua conversione, del suo bisogno di pace, o almeno di equilibrio. Forse il più vero Pasolini è nei suoi versi friulani. Il distacco dal Friuli gli ha fatto del male. Forse sarebbe ritornato e ci avrebbe dato una grande fioritura di poesia.” Forse, aggiungiamo noi oggi, le motivazioni autobiografiche “romane” delle sue anacronistiche invettive contro la società dei consumi e del benessere, contenute in Scritti corsari, rendono ancora più straziante la sua tragica fine.

 

VII.

 

I ragazzi ubriachi di Montecompatri

Gli si buttavano addosso a mezzanotte

Credendo di giocare,

Il sesso flaccido sotto la tela bianca

E quella voglia di parlare

Al rosone impassibile del duomo.

Si traduceva così in mamma ai “non sto bene”

Posando una mano sulla fronte,

O virilmente in padre

Sentendo il polso.

Fu allora che si volse ad un castello antico

E ne addobbò la torre,

L’entrata screpolata

Lo stendardo acceso

Per girare un vero film.

 

Con questi versi, apparsi nel libro Roma (Guanda 2009), volli ricordare quel bisogno di “purezza” che parve cogliere l’ultimo Pasolini quando – al tempo della scrittura di Salò-Sade – acquistò un vecchio maniero in provincia di Viterbo, nella convinzione che i ragazzi del contado fossero meno contaminati dalla civiltà dei consumi rispetto a quelli romani.

 

Ma quando tutta la sabbia insieme e senza vento

Prese le forme sue, si comprese

Che la rimozione urgente non bastava.

 

Sono invece i versi conclusivi di una mia poesia giovanile datata 5 novembre 1975, intitolata “PPP la sua inchiesta”, e rimasta inedita, come molte altre di quel periodo.

“Ti faccio fare la fine di Pasolini”, me lo sentii dire un paio di volte negli anni successivi: era come uno slogan in certi ambienti malavitosi romani; veniva usato come deterrente, quando non ci si comportava propriamente da “clienti”.

Pasolini lo avevo incontrato in un’occasione di poesia a Roma nel luglio del 1972, ma non ero riuscito a suscitare il suo interesse. In compenso sentii parlare molto di lui in quel mese di esami di maturità, come supplente neo-laureato nella commissione dell’Istituto Tecnico-Linguistico Femminile “Caterina da Siena” di via Panisperna. Non come regista o come scrittore, non ce n’era bisogno. Sentivo parlare di lui la sera dal mio aiuto-bagnino.

Aveva vent’anni, lo avevo incontrato sulla spiaggia di Ostia, dove mi recavo al pomeriggio dopo gli esami. Ero sceso a Roma con la mia 128 gialla e la sera mi piaceva scorrazzare con Riccardo, che esibiva le sue camicie sgargianti e i pantaloni lucidi a zampa di elefante: su è giù fino a Piramide e poi al centro. Più tardi lo riaccompagnavo a Ostia e ci fermavamo proprio lì, nei pressi del Lido.

Seppi tutto del Pasolini notturno: abitudini, contatti, preferenze, insistenze, concessioni. Era assolutamente noto presso chi non aveva letto una riga dei suoi scritti. Ma non aveva più “storie” con nessuno.

 

Tre anni dopo, quando avvenne il disastro, Giovanni Testori ricordò sul Corriere che sì, si cena con gli amici, ma più tardi – soli – si finisce col cedere e col cercare qualcuno nella notte. Mentre Alberto Arbasino, più pragmaticamente, scrisse che non era possibile che si finisse in un posto del genere senza avere ben deciso prima chi doveva fare che cosa a chi.

Io avevo capito. Trovavo ragionevole che per Arbasino dovesse essere così, ma sapevo da fonte certa che per Pasolini così non era. Non era più così da tempo. Con alcuni ragazzi il suo gioco era proprio quello di farli anche cedere. Un gioco più che altro cerebrale, che difficilmente concretizzava: gli bastava il gesto del cedimento. Che contestualmente significava anche avere chiuso con lui per sempre. Solo chi gli resisteva e lo “menava” aveva nuove chance di incontro.

Per questo mi parve verosimile il primo racconto di Pino Pelosi, il giovanissimo assassino reo-confesso. Per questo non mi parvero convincenti le posizioni di chi – come Enzo Siciliano, Alberto Moravia, Laura Betti – da subito parlò di agguato ordito contro di lui.

Erano le attribuzioni relative all’agguato che non mi convincevano: neofascisti e/o il racket della prostituzione maschile romana (sul quale, si aggiungeva, Pasolini da tempo stava indagando). Oppure altre inchieste che forse andava conducendo. Ma a chi potevano dare fastidio le inchieste di un poeta che parlava di lucciole e di nuche di adolescenti? Pensavo: solo chi conosce il nostro mondo dall’interno può capire. Ero d’accordo con Dario Bellezza, con Nico Naldini, che avallarono la versione di Pino Pelosi come unico responsabile.

Trascorsero diciassette anni. Pelosi intanto usciva e tornava in galera per piccoli furti e spaccio. Apparve postumo Petrolio. Non mi bastò: lo lessi a tratti, svogliatamente, infastidito. Carlo, il protagonista alter ego del narratore, nel salotto alto-borghese: narcisista. Carlo che si autoaccusa e tra quelli dei nemici mette anche il suo nome: masochista. Carlo che si presta alle voglie di dieci ragazzi infoiati in fila: non giova alla causa dei nostri diritti civili…

 

Certe parti di Petrolio contro l’Eni e contro la DC le saltai a piè pari, pensando che ormai era cambiato tutto: non aveva più senso pensare alla DC. Un romanzo fallito più che incompiuto, mi sembrava, già era troppo lungo così.

Cambiai radicalmente l’idea che mi ero fatta sulla sua morte solo nel 2005, dopo aver visto le foto scattate all’obitorio del suo corpo martoriato. Chiunque si rende conto che quel massacro non può essere stato compiuto da un ragazzo di diciassette anni ritrovato con una sola macchiolina di sangue sul pantalone. “Erano in tre o quattro, avevano le catene”, disse subito il testimone che abitava nella baracca lì vicino (non più interrogato): gli gridavano “arruso” e “comunista”, lui gridava “basta” e poi “mamma”, che fu la sua ultima parola.

Nelle interviste rilasciate a partire dal 2005 Pelosi ammette di non aver partecipato in prima persona all’aggressione, che in realtà fu compiuta da due persone sopraggiunte in moto e da altri tre individui scesi da un’altra auto.

 

Nelle foto il volto e il corpo del poeta recano i segni della lapidazione. Oggi mi resta solo il dubbio se Pelosi sia stato esca consapevole o inconsapevole. Propendo per la seconda ipotesi. Con forti minacce contro di lui e contro i suoi famigliari, immediatamente dopo l’arresto, fattegli giungere in carcere. Pelosi doveva scappare a piedi nel piano degli assassini. Invece fuggì in auto, senza patente, e fu fermato dalla polizia stradale.

Che la verità sia in Petrolio e soprattutto nel petrolio non lo dice un poeta o uno scrittore, ma un giudice, Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando una sentenza di archiviazione. Pasolini è stato ucciso perché stava per scrivere sul “Corriere della Sera” la verità sul caso Mattei. Stava per rivelare che le Sette sorelle non c’entravano, che la questione era interna, nostra, italiana e soprattutto romana; veniva da una saldatura tra istanze di potere politico-mafioso e certe disinvolture “resistenziali” per le soluzioni drastiche: Cefis e Mattei erano stati entrambi anche uomini della Resistenza.

E oggi possiamo forse domandarci quanto di quella acutezza nella conduzione della sua indagine venne a Pasolini dalla conoscenza dei meccanismi “resistenziali” interni alla fine drammatica del fratello Guido, partigiano della Brigata Osoppo, ucciso da altri partigiani comunisti filo-jugoslavi.

Quindi non è vero che Pasolini è stato ucciso dalla sua debolezza, che lo induceva a porsi in situazioni “a rischio” con giovani maschi “eterosessuali”. L’omofobia ha solo reso più cruento e “mascherato” un delitto politico.

Pasolini sarebbe stato ucciso lo stesso. Avrebbe fatto la fine del giornalista Mauro De Mauro. Che fu fatto sparire proprio mentre indagava sul caso Mattei: mafia-Eni-Dc. Ma a differenza del coraggioso giornalista De Mauro, il coraggioso giornalista Pasolini fu anche un artista, un grandissimo artista, che attraverso il personaggio di Carlo – il cui corpo in Petrolio si consustanzia in merce, divenendo esso stesso petrolio – è riuscito a trasformare l’inchiesta che gli costò la vita nell’opera letteraria-summa della realtà romana – e in gran misura anche italiana – del secondo dopoguerra.

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