di Gilda Policastro

 

Esuli, rubrica a cura di Gilda Policastro

 

Giorgio Vallortigara è uno dei nostri scienziati più famosi all’estero. Il suo ultimo libro, Born Knowing, è uscito anzitutto negli Stati Uniti per MIT Press, lo scorso anno, ma presto dovremmo poterlo leggere anche in italiano. Mi è capitato di ascoltarlo in diversi interventi divulgativi, in rete: le sue lezioni sono sempre chiarissime e allo stesso tempo eretiche, perlomeno rispetto alle nostre credenze comuni: uomini e animali sono diversi (no, per il neuroscienziato), uomini e donne sono uguali (falso pure questo, stando sempre ai cervelli), sappiamo ormai abbastanza di come funziona il cervello (in realtà ne sappiamo pochissimo, e quel che sappiamo lo dobbiamo agli esperimenti sugli animali, evidentemente). E anche quando a incalzarlo è una candida liceale che si domanda se i cervelli degli animali sottoposti a esperimenti subiscano dei cambiamenti irreversibili, la risposta è spiazzante, e il tono ancora di più: “Sì, è così”.  Abbiamo avuto occasione di conversare di letteratura durante una lezione di poesia sull’”io lirico”. Vallortigara dal punto di vista del neuroscienziato ha chiarito che l’io si può considerare un portato della continuità della memoria, e che non esiste una “coscienza pura”. D’altra parte del funzionamento della memoria sappiamo altrettanto poco che del cervello: quello che sappiamo è che la memoria non trattiene una copia degli eventi bensì una continua ricostruzione riposta in uno stato labile nella corteccia cerebrale, che ne viene modificata a ogni richiamo. Ne è seguito un discorso complicato che non saprei ricostruire nei suoi singoli passaggi, ma di cui ho trattenuto un elemento: i tanti esempi letterari (da Conan Doyle a Borges) che mi hanno fatto riconoscere in lui un “esule”, ovvero un letterato prestato alle neuroscienze. Tra l’altro lo scorso anno è uscito un libro, Lettere dalla fine del mondo, in cui dialogava con uno scrittore, mostrandosi non solo parecchio interessato alla letteratura, ma assai più incline a considerare il mondo da una prospettiva non scientista di quanto non faccia sospettare il suo status (tanto è vero che nel sottotitolo si costituisce, dichiarandosi “uno scienziato che voleva essere uno scrittore”). Di sicuro Vallortigara ha una curiosità non comune verso i libri (e verso chi li scrive). Ne ho approfittato.

 

Giorgio, è vero che volevi essere uno scrittore? E quando la tua vita invece avrebbe piegato in un’altra direzione? Di chi è la colpa, per citare il titolo di un romanzo recente?

 

Nel mio ultimo libro, Born Knowing, che sarà presto tradotto in italiano, racconto che da ragazzo ero molto incerto sulla scelta degli studi da intraprendere e quindi sul genere di vita professionale che immaginavo per me: volevo essere, allo stesso tempo, un etologo, un antropologo, un logico matematico, uno psicoterapeuta e una spia (sì, un agente segreto…). Nella lista non mi è venuto in mente di aggiungere “uno scrittore”. Forse perché ho sempre pensato che scrivere sarebbe stato il necessario complemento di ciascuna di queste attività, quale che fosse quella che avrei scelto alla fine. Perché per me, l’antropologia era Tristi tropici, e l’etologia L’anello di Re Salomone, e la logica matematica Alice, e la psicoterapia L’uomo dei lupi e poi, certo, La spia che venne dal freddo – tutti libri meravigliosi, autentica letteratura. Ma con queste premesse come avrei potuto fare qualcosa di diverso da studiare il cervello?

 

Non so davvero cosa sia la prospettiva scientista. Io ho sempre pensato alla scienza come una formidabile generatrice di storie. Diceva Carl Sagan: «Somewhere, something incredible is waiting to be known». Conosciuto e quindi raccontato. Se potessi esprimere un desiderio, credo che vorrei essere capace di impersonare una sorta di Tusitala della scienza, in minore s’intende. Ricordi? Tusitala è la parola della lingua samoana che usavano gli abitanti dell’isola per riferirsi a Stevenson, che trascorse lì gli ultimi anni della sua vita. Significa “il raccontatore di storie”.

 

Non credo però di essere in alcun modo speciale, varrebbe la pena di scambiarci due parole con gli scienziati – con gli individui, intendo, perché non sono granché interessanti le categorie, non esistono a ben vedere “gli scienziati”: esiste il signor Freeman Dyson che si chiede, con Eliot, Do I dare, and do I dare? (in Turbare l’universo) o il mio amico Sergio Doplicher, fisico matematico, che ha scritto poesie meravigliose con lo pseudonimo di Sergio Doraldi (per esempio, la raccolta Il cassetto dei giocattoli). D’altra parte non è forse letteratura La doppia elica di James Watson con la sua formidabile apertura «In vita mia non ho mai visto Francis Crick in vena di modestia»? E non c’è genuina qualità letteraria nella conclusione del paper pubblicato su Nature in cui Watson e Crick descrivono la scoperta della doppia elica del DNA? «Non è sfuggito alla nostra attenzione che lo specifico accoppiamento che abbiamo postulato suggerisce immediatamente un possibile meccanismo di copiatura del materiale genetico». Grande understatement e grande scrittura!

 

Mi viene in mente che ci sono, per converso, molti autori, anche fra i poeti, che provano a lavorare su concetti scientifici: penso a Gadda e all’entanglement quantistico o all’astronomia in un recente libro di Franco Buffoni (Betelgeuse e altre poesie scientifiche), ma anche al rapporto controverso quando non direttamente antagonista che hanno tra loro i cosiddetti “due saperi”. Ci sono concetti come quello di “bios” che hanno avvicinato la filosofia alla scienza, ma per altri versi sembra che il mondo dell’evidenza e del sapere falsificabile sia opposto a quello del sapere letterario, falso in partenza perché “fictus”, immaginato. In te come si conciliano queste due spinte, l’esperimento, da un lato, quindi i dati, le serie, le ricorrenze della “natura”, e l’eccezionalità, l’unicità e l’immaginativa della “letteratura”? 

 

Spesso faccio uso dell’argomento della «fungibilità» degli scienziati: se non ci fosse stato Charles Darwin qualcun altro avrebbe avuto l’idea dell’evoluzione per selezione naturale (in effetti l’aveva avuta, in modo indipendente, Alfred Wallace), ma se non ci fosse stato Jorge Luis Borges non avremmo avuto Il Giardino dai sentieri che si biforcano, né nulla di simile. Questo aspetto di unicità e di originalità associato a un particolare individuo sembra rendere del tutto speciale il sapere delle discipline umanistiche e delle arti. Oggi non sono più così persuaso dall’argomento, perché mi sono convinto dell’importanza dei singoli scienziati, come individui, nel modellare la nostra immagine del mondo, spesso in modi del tutto accidentali e irrazionali. L’argomento dell’originalità e dell’unicità rimane comunque interessante. Contrariamente a quel che può sembrare non ha molto a che spartire con l’idea dell’aura di Benjamin e del problema della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. È un argomento che si basa invece su qualcosa di annidato profondamente della nostra biologia, l’essenzialismo psicologico, e che semmai rende conto del perché l’introduzione, all’inizio del XX secolo, di tecniche per riprodurre e diffondere a livello di massa l’opera d’arte sia stata associata all’idea della perdita dell’aura. Il rilievo dell’oggetto originale non è infatti specifico del prodotto artistico, si applica ugualmente alle calze di Marylin Monroe e all’originale di un Monet. È come se ci fosse bell’e pronto alla nascita un rilevatore di eccezionalità e di unicità nei nostri cervelli. I bambini di età prescolare non sono disposti ad accettare delle copie degli oggetti d’affezione, per quanto percettivamente indistinguibili, né rinunciare a oggetti speciali perché appartenuti a personaggi notevoli (come facciamo noi adulti con i memorabilia). Ciò che definisce l’unicità e l’eccezionalità, se ci pensi bene, è che l’oggetto possegga una storia (è l’orsetto con cui sono cresciuto, è il braccialetto appartenuto a Gilda). Perciò c’è un legame profondo tra l’essenzialismo e la passione tutta umana per la narrazione. Gli scienziati, secondo me, non sono diversi in questo, cercano di ricavare delle trame, delle congiure (le ricorrenze della natura) dall’osservazione di fatti e di eventi nella convinzione, forse mistificatoria, che non siano poi così disparati. Il fatto che le trame siano supportate sul piano inter-soggettivo non è probante: come potrebbe essere altrimenti considerato che i diversi individui hanno tutti, pressappoco, cervelli che funzionano allo stesso modo?

 

Non dimentichiamoci però che per Benjamin la perdita dell’aura segna il passaggio dal “rituale” alla “politica”, attraverso l’accorciarsi delle distanze tra l’opera e le masse. Nell’unicità dell’esemplare c’è anche la pretesa eccezionalità di chi lo produce, viceversa ciò che è riproducibile dovrebbe procedere sul binario della democratizzazione. In realtà ad essere riprodotta, oggi, è l’arte che parte già come “di massa”, cioè “per le masse” (con un equivoco rispetto al termine perché le masse come diceva Leopardi sono fatte di individui, non sono una sommatoria indifferenziata). E questa è un’operazione tutt’altro che democratica, perché l’arte che necessita di maggiori competenze per essere apprezzata (penso all’arte concettuale, alla poesia di ricerca, al romanzo sperimentale) resta appannaggio di pochi, e non perché non vi sia una richiesta esplicita (non si può chiedere ciò di cui non si sospetta l’esistenza), ma perché manca un’offerta realmente differenziata. È la grande questione della bibliodiversità, che si è posta in Francia un decennio fa e che è poi finita nel dimenticatoio. Sembriamo contenti di leggere romanzi seriali, poesie sempliciotte, e soprattutto di abboffarci di serie tivù, che sono proprio l’apoteosi del riproducibile nell’accezione vulgata del termine. E questo riguarda esattamente le trame, ma per fortuna nell’opera d’arte c’è molto altro. Tu cosa cerchi, in un’opera d’arte, o cosa ti aspetti da un’esperienza estetica, o cosa pensi ci si debba aspettare, in un’ottica conoscitiva e non solo di intrattenimento (in realtà ti sto suggerendo una risposta, un po’ subdolamente…)?  

 

Penso che libri diversi consentono forme diverse di esperienza estetica, e che la disputa su intrattenimento versus letteratura con l’iniziale maiuscola sia un poco artificiosa. Cosa cerco (cerchiamo) nell’opera d’arte? La qualità, ovviamente. Penso che questa possa dimorare con agio sia nella combinazione felice di trama e scrittura sia, a volte, in carenza dell’una o dell’altra. Cos’ha di speciale la lingua di Robinson Crusoe o di Treasure Island? Nulla direi, se non la limpidezza. Certo non è quella dell’Ulysses. Ma non è forse grande letteratura quella di Defoe e di Stevenson? E non è ridotta a niente la trama in certi romanzi di Bernhard, sostenuta solo da una scrittura spiraliforme e ossessiva?

 

Non saprei dirti, tuttavia, come io riconosca la qualità, e mi dispiaccio all’idea che tu e io potremmo (ma davvero?) divergere nei giudizi. Ne abbiamo già parlato, con passione, e ribadisco quello che già ti dissi: Simenon, per me, è un grande scrittore, e lo è quando scrive Betty ma anche quando scrive i Maigret. Per essere sicuri di dissentire, però, dovremmo prestarci a un tentativo di scienza sperimentale, tu per verificare se, pur conoscendo già tutte le trame, la combinatoria degli elementi che genera una storia non possa destarti meraviglia, io, suppongo, per convincermi che la lingua da sola possa suscitare il medesimo incanto. Quindi tu, poetessa snob, potresti leggere Le Carré, mentre io, rozzo neuroetologo, che cosa dovrei leggere? Suggeriscimi tu; anzi, meglio, come la Principessa Shahrazād raccontami una storia (perché le storie, lo sai bene, non sono 1001 bensì innumerevoli).

 

Non leggerò mai un libro che abbia il suo unico motivo di interesse nella trama, perché ho lasciato dietro di me l’infanzia e l’incanto per le storie, e se devo lasciarmi intrattenere lo faccio più volentieri da una serie tivù, perché la lettura costa fatica, ingobbisce, fiacca la vista e perciò, a una certa età, deve valerne la pena, anche quando si legge non per professione (come per lo più faccio) ma per passione o per evasione: se in un libro non accade qualcosa a livello di struttura, di linguaggio, di organizzazione del pensiero e del discorso sulla pagina, cos’altro può succedere, a livello di trama, che non sia già accaduto nella Bibbia o nella tragedia greca? Cosa possono fare le spie di Le Carrè o i commissari di Simenon che non ho già sentito altrove? Non a caso sono libri che si prestano agli adattamenti fuori dal loro genere, e invece per me la letteratura (o la qualità, per citarti) sta proprio dove c’è qualcosa di irriducibile a una trama. Mi chiedi una storia? Ecco, c’era una volta il Modernismo, un tempo in cui i romanzieri scoprivano che non esisteva nessun narratore onnisciente, che la vita era un flusso, che i personaggi erano scissi, che le storie non avevano una morale. E c’era una volta un anno fatato, il ’61, in cui un’antologia di poeti dimostrò che la rima fiore/amore, la più antica del mondo, meritava finalmente di riposare in favore di una nuova concezione ma soprattutto una nuova pratica della poesia, come linguaggio tra altri linguaggi. La storia finisce con uno che dice: è insensato citare come esempi di stile scrittori di secoli da noi così lontani come Dickens o Stevenson! Insomma, non lo devo raccontare a uno scienziato che qualcosa è successo, dall’Ottocento, e il nostro senso del mondo non può essere consegnato a un’idea di letteratura ancorata a paradigmi che le scienze e le altre arti hanno abbondantemente archiviato. Non è un peccato che le librerie siano invase da non-libri-di-sola-trama e che gli autori che provano a fare qualcosa più che di nuovo direi di importante con le forme, i generi, le strutture, il linguaggio, muoiano semisconosciuti? Penso a Vitaliano Trevisan, o a Carlo Bordini, per la poesia, scomparsi di recente. Attenzione, però: quando dico linguaggio non penso a una bella pagina, ma a una pagina in cui passa la tua visione del mondo, e se la tua visione del mondo si consegna a una storia che inizia, procede e finisce, si vede che la tua visione del mondo è parecchio infedele, per non dire ingenua. Ma adesso lo chiedo allo scienziato, prima che al lettore: perché restiamo così ingenui, rispetto all’esperienza estetica? E perché anche se sganciamo missili e bombe, quando leggiamo un libro vogliamo sentirci rassicurati sul fatto che il mondo sia un posto meraviglioso e comunque, in qualche modo, decifrabile?

 

Ma questo è il punto Gilda! Le Carrè è straordinario a livello di struttura, di organizzazione del pensiero e del discorso sulla pagina. Esattamente come in un tessuto, la struttura in un libro è fatta di ordito, l’insieme dei fili verticali, e di trama, l’insieme dei fili orizzontali: non puoi tessere in una sola direzione (con il solo gusto per la lingua, ad esempio).

Sono più che felice di leggere Trevisan o Bordini (e, come sai, ho letto i tuoi di libri) mi meraviglia però che tu non voglia verificare se, magari, sulle spie di Le Carrè o i commissari di Simenon tu ti possa sbagliare, perché, no, non sono libri che dicano cose che hai già sentito altrove. E non lo dicono proprio perché hanno una qualità, anche nella lingua.

 

Qualcosa è successo dall’Ottocento, non c’è dubbio. Ma questo, sarai d’accordo, vuol dire solo che i libri degli scrittori che leggiamo adesso sono diversi, non che sono migliori. E, d’altra parte, Borges o John Banville sono forse scrittori dell’Ottocento? Mi fermo qui: non riuscirò a convincerti in questa occasione, ma c’è tempo e io sono pervicace.

Invece, davvero credi che i lettori vogliano essere rassicurati? Non penso sia così semplice, e non vale solo per la lettura: le persone vanno sulle montagne russe, guardano i film horror, fanno bungee jumping o paracadutismo… E certamente leggono libri che li fanno piangere e angustiare, anche con finali tristissimi. La malinconia è fascinosa molto più della felicità (non voglio insistere, ma Le Carrè non è rassicurante e ci racconta un mondo di fatale cinismo).

 

Anche se non ne sono consapevoli, leggendo buona letteratura le persone esercitano e migliorano la loro teoria della mente. La nozione di teoria della mente è stata sviluppata nell’ambito delle scienze cognitive. Non si tratta propriamente di una teoria, quanto piuttosto dell’intuizione che gli altri posseggano degli stati mentali, che credano, pensino, desiderino… Secondo alcuni studiosi gli esiti di un’assenza di una teoria della mente si possono osservare in certe manifestazioni dei disordini dello spettro autistico, persone che considerano le azioni degli altri nei termini dei puri comportamenti, senza alcuna interpretazione mentalistica.

Qualche anno fa è stata pubblicata su Science una ricerca i cui risultati credo apprezzerai. L’idea era verificare se la qualità di quello che si legge possa influenzare la teoria della mente. Furono prima indentificate tre categorie di libri, la prima riguardava la narrativa “letteraria”, che comprendeva romanzi e racconti di riconosciuto valore artistico (selezionati da esperti), che narrano di solito personaggi e fatti inventati, ma percepiti dal lettore come verosimili; la seconda riguardava la narrativa “di genere”, per esempio fantascienza, horror o romanzi d’appendice, e la terza le opere “non-fiction”, per esempio i saggi. Per ognuna delle tre categorie vennero selezionati un certo numero di titoli che furono assegnati, con attribuzione casuale, alla lettura di ciascuno dei partecipanti. Dopo la lettura dei diversi generi, i ricercatori valutarono la teoria della mente dei soggetti impiegando dei test standard. Ad esempio, uno di questi test prevede di osservare delle fotografie in bianco e nero di alcuni visi e di dire quale sia l’emozione provata dalla persona raffigurata. In un altro test, fattori quali la direzione dello sguardo o la postura devono essere utilizzati per indovinare il tipo di desideri e obiettivi di una persona. I risultati mostrarono che i soggetti assegnati alla lettura della narrativa letteraria ottenevano in media punteggi migliori rispetto a chi aveva letto libri delle altre due categorie.

 

Sembrerebbe perciò che la qualità della narrativa “letteraria” sia fondamentale per produrre effetti positivi sulla teoria della mente, forse perché richiede un maggiore coinvolgimento intellettivo e un maggiore esercizio di pensiero creativo.

Naturalmente non trarrei alcuna morale da ciò. Detesto l’idea di cercare di convincere le persone a leggere perché questo potrebbe risultare utile per un qualche aspetto pratico delle loro vite. Parafrasando un famoso detto: leggere buona letteratura è come il sesso, certamente può avere qualche conseguenza concreta, ma non è per questo che lo facciamo.

 

D’altra parte sarebbe orribile se anche la letteratura venisse ridotta a qualcosa di utile: quando Montale vinse il Nobel si affrettò a definire la poesia “inutile”. È il suo bello, la sua gratuità. Si legge per piacere, non per essere ammaestrati. Ma quel piacere lo possiamo ricavare da elementi semplici come le trame, o da elementi più complessi come il linguaggio (che, ripeto, non è la bella pagina, ma il modo in cui passa, nelle parole, la tua visione del mondo). Leopardi in un’Operetta che mi pare ancora attualissima a livello di teoria della lettura, diceva che “certe bellezze ad un occhio e a un orecchio poco allenati non sono bellezze in alcun modo”. L’allenamento lo si fa coi classici, per poi apprezzare e discernere nella enorme produzione dei contemporanei, anzi, diceva Nanni Balestrini che sarebbe meglio partire dai contemporanei, per riuscire a comprendere i classici. Che era una provocazione, ma fino a un certo punto. Il problema è che oggi dal romanzo ci si aspetta solo che intrattenga (o che abbia un “gancio” coi temi del presente: non sai quante volte, visto che bontà tua mi tiri in ballo, mi hanno chiesto se il mio ultimo romanzo, che ha come protagonista una donna morta, sia legato al tema del femminicidio). Dalla poesia ci si aspetta che condanni, moralisticamente, quello che del contemporaneo non ci piace. Ad esempio, la guerra, in questo momento. Stavolta vorrei sentire l’etologo e il neuroscienziato. Visto che siamo animali tra animali, come si comporta la specie animale rispetto ai propri simili, in merito alla spartizione del territorio o ad altre situazioni di conflitto? L’atteggiamento predatorio e aggressivo è inevitabile, o esistono forme di mediazione, anche tra gli altri animali? (Nel caso direi solo, visto il fallimento attuale della diplomazia). Una poetessa a me molto cara, Antonella Anedda, ha scritto ai tempi delle guerre nella ex Jugoslavia un libro intitolato Notti di pace occidentale, sull’idea che la pace sia in realtà solo uno stato di tregua, di allarme sopito, ma sempre pronto a riattivarsi. Esistono i concetti di pace e guerra, tra i tuoi formicaleoni?

 

Tra i formicaleoni temo di no, ma in altre specie sì, la guerra esiste eccome, facendoci perdere così un altro primato: quello secondo cui saremmo gli unici animali capaci di infliggere intenzionalmente dolore ai membri della propria specie. A Gombe tra il 1974 e il 1978 Jane Goodall ha descritto come due popolazioni di scimpanzé, la comunità Kahama a sud, e la comunità Kasakela a nord, abbiano dato vita a un violentissimo scontro, la cosiddetta guerra dei quattro anni di Gombe. I due gruppi costituivano inizialmente un’unica comunità, e pare che il primo episodio documentato di violenza vide coinvolto un gruppo di sei maschi adulti Kasakela che uccise deliberatamente un giovane maschio Kahama. Nel corso dei successivi quattro anni vi furono uccisioni di altri sei maschi e di una femmina, due femmine scomparvero, altre furono picchiate e stuprate.

Goodall descrisse anche vari altri aspetti del lato più oscuro degli scimpanzé, per esempio l’infanticidio a scopo cannibalistico praticato da una femmina di alto rango e i raid punitivi organizzati in modo sistematico dai maschi durante la guerra.

 

I fattori della iniziale scissione sono stati meglio compresi in anni recenti, applicando ai dati osservativi raccolti all’epoca sofisticate tecniche di analisi matematica. A quanto pare un fattore cruciale fu l’inimicizia e la tensione nei rapporti tra alcuni maschi in posizioni di elevato rango sociale, ma soprattutto il fatto che negli anni precedenti lo scoppio della guerra il rapporto tra il numero dei maschi e delle femmine in età riproduttiva era iniziato a crescere. Insomma, rapporti personali tesi tra i maschi e la presenza di poche femmine fertili sembrano essere stati fattori potenti per l’innesco del conflitto.

Un aspetto interessante e che fa un poco da contraltare alla possibilità che vi sia una radice innata della violenza (tra noi e gli scimpanzé, com’è noto, il passo genetico è breve) sta nell’osservazione che nelle società umane vi sarebbe, a livello mondiale complessivo, un declino della violenza. Secondo Steven Pinker ciò sarebbe in qualche modo connesso, oltre che alla crescita dei commerci a livello globale e all’importanza sempre maggiore della razionalità con l’affermarsi del sapere scientifico, anche a una maggiore femminilizzazione della società. Bene, no?

 

Non so quando Pinker abbia espresso questa idea, ma forse la strettissima attualità avrebbe cominciato a smentirlo, e d’altra parte la guerra resta una cosa di uomini, in cui le donne hanno tutt’al più il ruolo delle prefiche che piangono i morti (o delle madri coraggio che reclamano una spiegazione per i figli mandati in guerra – “operazione speciale”). Anche nei dibattiti televisivi, vedo sempre conciliaboli tra maschi. Donne marginali, due battute. Posto che per te esiste (e lo hai chiarito) una differenza qualitativa tra i cervelli, deve esistere anche una differenza nella visione del mondo e nella scrittura. Tu sei in grado di riconoscere il “femminile” e “il maschile” nella scrittura, e con cosa lo identifichi, eventualmente?

 

Sì, penso che ci siano differenze nella psicologia (e nei cervelli) di maschi e femmine – sarebbe stupefacente che non fosse così, perché i criteri che vengono usati dai due sessi nella scelta del partner sono terribilmente diversi e sappiamo dalla biologia che riflettono, in ultima analisi, un’asimmetria gametica. Credo di essere in grado di riconoscere il femminile e il maschile nella scrittura, certo. Magari mi sbaglio, ma la tua scrittura Gilda, anche senza conoscerti l’avrei catalogata correttamente. Un esempio eclatante che mi viene in mente è relativo a una lettura di tanti anni fa: Anaïs Nin. Lì è davvero facile e non c’è dubbio: quando leggi il Delta di Venere capisci che si tratta di un’autrice, nessun uomo saprebbe scrivere di sesso così. La mia tuttavia è pura intuizione – e magari anche sbagliata: non sottopormi a dei test… Soprattutto non chiedermi chi sia Elena Ferrante! (Qualcosa mi dice che non ti passerebbe mai per la testa di farlo.) Forse assomiglia un poco al riconoscimento dello stile pittorico da parte di un non esperto. Ti sembra che sia una scrittura femminile o maschile, ma non sapresti dire perché; non sapresti verbalizzare quali specifici elementi stai usando per formulare il tuo giudizio. Come quando vedi l’immagine di una persona con le pupille ritoccate in modo da apparire più strette o allargate, nel secondo caso la persona appare più simpatica e calorosa, ma non sai perché. Insomma probabilmente esistono i segnali della scrittura femminile e maschile, e noi tutti siamo sensibili a questi segnali, ma lo siamo sans le savoir.

 

Sarebbero ancora tante le questioni da approfondire, ma la soglia di concentrazione rispetto ai testi lunghi pare si sia notevolmente abbassata, da quando utilizziamo la rete (e sicuramente su questo hai dati più precisi di me). Ne riparliamo?

 

Magari ci scriviamo un libro: “Pro e contro le trame: dialogo tra un rozzo neuroscienziato e una poetessa snob”.

 

[to be continued]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.