A cura di Laura Pugno

 

Nel 2022 si compiono 15 anni dall’inizio della mia personale avventura con l’ibrido, la pubblicazione del mio primo romanzo, Sirene, nel 2007. Da allora, le figure più che umane, oltreumane, si sono moltiplicate, in letteratura e nell’immaginario, intorno a noi, fino a essere in un certo senso ovunque, o forse solo nell’occhio di chi guarda. La parola Chimera, oltre i Canti Orfici e i Dialoghi con Leucò, riecheggia oggi gli ibridi interspecie della scienza contemporanea insieme alla mitologia greca, etrusca ed egizia, e per questo ce ne serviamo qui: il campo delle ibridazioni, come si vedrà, è molto ampio (lp).

 


Serena Gatti, l’ibrido che ho scelto per te è doppio, Icaro/Fenice. Vuoi raccontarci, a modo tuo, la sua storia?

 

Rispondo come da un diario di bordo, andando per tracce. L’ibrido Icaro/Fenice si è rivelato fecondo. Dopo tutto c’era da aspettarselo. Si manifesta in una fertile rete di connessioni, da un territorio all’altro, tocca elementi tra loro apparentemente distanti. Chi vola ha la capacità di connettere i mondi, di fare da sponda tra i pianeti. Procedo dalla terra del mito per analogie, suggestioni, rimandi, per esplorare, inventare, per sbagliare. Seguìto da terra il battito delle ali depista. Forse è questa la sua maniera di parlarci.

 

Ancora prima che me ne accorgessi è successo che le figure alate, le creature volanti, ibride tra  fuoco, aria, acqua, emergessero nelle mie creazioni, come un elemento ricorrente, che via via si presenta a mia insaputa, l’ospite inatteso. C’è in loro vitalità e una tensione alla trascendenza, l’incuranza degli ostacoli terreni, l’avere un corpo che non ha il peso del corpo, o che prova a non averlo. Sono esseri in ricerca, in evoluzione, con ali che librano dall’istinto e portano con sé un potere trasformativo. Creature che, seppur terrene, non sono in balia della forza di gravità, trovano nella leggerezza la loro forza o nella caduta la loro identità. Hanno qualcosa di selvaggio e libero. Si precipitano in cielo o precipitano dal cielo, ribaltano le leggi, tendono verso altri pianeti.

 

Per una serie di coincidenze ho iniziato a lavorare sul mito di Icaro. Senza volerlo la ricerca è durata anni. Nasceva e rinasceva in versioni diverse, in un processo che sembrava non arrestarsi, sempre sorgivo di nuove immagini e sensi. Ha preso vita in spazi extra-teatrali (un bosco, i calanchi, un aeroporto, per citarne alcuni) e poi in teatro. In questo emerge già chiara la Fenice: le tante vite di un processo di creazione, di distruzione e nuova creazione, la possibile rinascita di un atto artistico. Anche una volta compiuta, l’opera rinasce negli occhi di chi legge o di chi assiste all’atto. La Fenice rinascendo ritrova la sua forma, eppure è un’altra. A differenza di Cristo, che risorgendo trascende, la Fenice ritrova la sua forma incarnata. Questa è la natura stessa del teatro, si rigenera ogni volta, si avvera nella fiamma del momento presente e nella relazione. Vale anche per l’universo della parola, la necessità di tenerla viva, pulsante, restituire forza alle sue sfumature di senso, alla sua ricchezza di suono.

 

Ma torniamo a Icaro. Nella nostra creazione teatrale lo studio Radio Falling Stars, che si occupa di stelle cadute, intervista Icaro per fare luce sul suo caso. Parto da qui per ibridare la ricerca con la Fenice. Per il mito Icaro vola contro il sole e viene punito con la morte. Secondo Luciano di Samosata invece, Icaro cade non perché da vanaglorioso si è montato la testa, ma perché ha il terrore e il desiderio della vita: dalla prigione-labirinto dove è cresciuto vola verso la luce come gesto estremo, disperato e vitale. Il suo andare contro le regole non è, come si crede, orgoglio, ma l’atto ribelle e folle di seguire l’estasi. Noi seguiamo questa versione e il nostro Icaro inizia dallo schianto, riemerge dal mare dove è affondato. Lo cogliamo con uno scheletro d’ali, si trova nel mondo di oggi a vivere un’altra possibilità. Un mondo di cui non conosce le leggi, la vita reale, nelle sue mani, risulta assurda. Da un lato viene accolto come un mito, dall’altro ritenuto un idiota, un perdente, un sognatore. La sua pulsione è recidiva, sceglie di volare ancora verso la luce, luogo pericoloso e vitale al tempo stesso.

 

Questo adolescente con le ali, capace e incapace di volare, mi ha condotto in una miniera di segni: il rischio, l’ebbrezza, la perdita di controllo, lo slancio verso l’inconoscibile, vivere di luce e avere dentro l’abisso. Icaro ibridato con la Fenice è una creatura che porta dentro di sé l’anelito, la spinta vitale, la capacità rigenerativa, il fuoco centrale, l’ardire che permette di compiere il salto, di superare il limite. In lui si coglie nell’adolescenza, seppur eterna, del mito, nella Fenice in un ciclo di vita longevo. Viene in mente l’immagine di Artaud, l’attore che si lancia nel rogo e fa segni attraverso le fiamme, disperde forme dando forma al fuoco che lo divora (Cfr. A. Artaud, Il teatro e il suo doppio, Einaudi, Torino, 2000, p.133). Creare è un atto di coraggio, di audacia,  un “esercizio autogenerativo”, che nell’azione “espone la realtà alle sue metamorfosi” (F. Cambria, Il corpo esploso, Jaca Book, Milano, 2021). L’intento è “Farla finita col giudizio di dio”, con gli schemi di potere, con tutto ciò che impedisce la trasformazione. Vengono in mente anche i versi di T.S. Eliot in Little Gidding (V) “E ogni azione/ è un passo verso il patibolo, il fuoco, giù nella gola del mare/o verso una pietra illeggibile: ed è qui che cominciamo”.

 

È bruciandosi che Icaro acquista la sua piena identità, si rinnova, si traforma. Non solo perché fisicamente si brucia e precipita, ma perché nella prospettiva della rinascita che ipotizzo, quel gesto lo fa rinascere al mondo, genera in lui una nuova prospettiva. Una delle funzioni della Fenice è quella di riportare i pianeti nella loro orbita, a compiere il loro ciclo. Nell’orbita della vita mitica di Icaro sta lo scontro-incontro con il sole. È questo a fare di lui Icaro, a renderlo una stella. Da qui l’analogia con le star o i poeti che nell’arco di una breve vita splendono e muoiono, lasciando un’opera che continua a vivere dopo di loro. La memoria non è solo ciò che ricordiamo ma ciò che ci ricorda. La memoria può essere un presente che continua ad alimentarsi, come il fuoco. Icaro si brucia e in quell’istante racchiude tutta la sua vita. Segue il tempo di attesa di Dedalo, che non ritrova suo figlio: perchè è stato punito con la morte, dice il mito. Io azzardo che non lo trova perché lo ricorda diverso da quello che è diventato: suo figlio porta avanti un altro tipo di concezione, un altro modo di intendere la vita, che Dedalo non riconosce e la sua ricerca si perde nelle acque del mar Egeo.

 

“Il mito mi vuole morto in mare

ma io sono tornato sulla terra per tentare.

È tempo d’essere non più mitici

ma inattuali, audaci, randagi

è tempo di vivere dei nostri errori,

no, non chiamarli errori, vivere dei nostri tremori,

sgravarsi di padri e maestri ed essere quel che si è.

Io non so, no, non so, non so sentire un peso

dentro, che mi tolga questa infinitezza.

Sono solo, sono solo solo, solo un’idiota”.

 

(Metto in corsivo e tra virgolette le frasi che Icaro pronuncia, per ibridare le mie parole con le sue)

 

La fiamma, secondo Martin Buber, “tiene dentro sé un numero infinito di tensioni sotterranee senza unificarle in un’immagine fissa data una volta per tutte” (Martin Buber, Il problema dello spazio scenico, in Marcella Scopelliti, L’attore di FuocoMartin Buber e il teatro, Accademia University Press, Torino 2015, p. 229). È quello che accade in questo ibrido, ci offre segni molteplici, lampi. Ci parla dell’essere fiamma e piuma allo stesso tempo, del far convivere fuoco e aria. Il fuoco ha bisogno dell’aria per ardere. L’aria è il mezzo che mette in relazione, l’elemendo mercuriale, il mezzo di trasmissione che avvera la comunicazione: “La parola è alata, compie un volo verso il bersaglio, come una freccia, dotata di ali”. Come simbolo del sole che sorge e tramonta, la Fenice, sorgendo per prima, è stata associata al pianeta Venere, la stella del mattino. Come Venere, che nasce dall’acqua, così la Fenice col suo volo mima il sorgere del sole dalle acque. Si dice che ogni mattina faccia il bagno nell’acqua e canti con voce così splendida che il dio del sole arresta la sua barca, o il suo carro, per ascoltarla. Se Icaro si scontra col sole, che lo infiamma, la Fenice ha il potere di arrestare il carro del sole col suo canto, di sovvertire, anche solo per un attimo, le leggi della natura. La sua voce è generativa, c’è chi la paragona al logos: avvia ciò che è e che ancora non è nella creazione. Col suo canto scorta il carro del sole, dispensa la prima luce sul giorno che nasce, ridesta la vita. Anche in punto di morte emette un canto di rara bellezza, mentre lascia che i raggi del sole l’incendino e mentre si lascia consumare dalle sue stesse fiamme.

 

L’aria e il fuoco di questo ibrido sono connessi al creare, al portare luce, all’esprimersi, all’essere demiurghi. Secondo gli Egizi dalla gola della Fenice giunse il soffio della vita che animò il dio Shu. La letteratura arabo persiana considera la Fenice come lo spirito immortale, l’essenza divina che risiede in ogni essere umano. Bennu, il nome egiziano della Fenice, significa brillare, splendere, librarsi in volo, puntare al cielo. Condivide con Icaro questa essenza. Puntare al cielo e morire a sé stessi, sembrano queste le indicazioni di volo.




Pensa alla parola totem. C’è qualcosa nel tuo ibrido che ti parla del passato, tuo e di tutti?

 

“Io sono una forza del passato, vengo dai ruderi dimenticati, dall’orlo estremo di qualche età sepolta, mi aggiro più moderno di ogni moderno a cercare fratelli che non sono più.” (da Ricotta di PPP. Pasolini).

 

Il tempo qui è di altra natura, emerge dall’antico, si protende oltre l’umano e si rinnova. Il totem qui è la trasformazione. Per fare un passo dentro allo slittare dei vincoli tra passato e futuro, immagino che il presente sia il momento in cui lo sguardo si svela e si apre una nuova visione, il momento della rinascita. Da questa prospettiva il passato è il momento della cenere, che contiene il germe del nuovo sguardo, della nuova vita. “Mio padre ha scritto dentro di me tutte le mie poesie” dice Icaro. In quello che ci genera c’è la spinta per andare oltre.

 

Curiosamente sia per Icaro che per la Fenice si parla di un padre, non di una madre, come venissero su da una forza che non tiene conto del femminile. Forse perché il sole, astro a cui questo ibrido è collegato, è in alcune culture simbolo del padre. Secondo Erodoto la Fenice giungeva ogni cinquecento anni a Eliopoli per seppellirvi la salma del padre che portava in un uovo. Secondo Tacito, il volatile si fabbricava un nido da cui usciva la nuova Fenice, che poi bruciava il padre. Altre versioni dicono che la Fenice non ha alcun padre e che sentendo arrivare il momento della trasformazione, raccoglie rami profumati e si costruisce una pira funeraria, bruciata dal sole. Dalla cenere nasce un piccolo verme che poi diviene Fenice. La Fenice va oltre la connesione padre-figlio e per estensione maestro-allievo. Neppure Icaro segue le orme del padre, non diventa apprendista del sapere di Dedalo, forse di lui cattura solo l’aspetto legato all’invenzione, applicandolo a tutt’altro tipo di materia, se di materia sono fatti i sogni. Questo tratto che esprime l’ibrido Icaro/Fenice induce a riflettere sul rapporto con la tradizione. Proseguirla? Incendiarla? Distruggerla e così rinnovarla? Alimentarla di nuova linfa?

 

Nel passato di Icaro c’è un labirinto e un’unica via d’uscita: il cielo. Icaro è figlio di un padre, di un’educazione, che ha fatto della scienza la sua forza, ma che gli è sfuggita di mano. Alcune versioni dicono che Dedalo sia stato chiuso nel labirinto perché non rivelasse la presenza del Minotauro, altre che sia rimasto prigioniero del suo ingegno, per aver costruito un labirinto così perfetto da rimanerci egli stesso imprigionato. Ma si sa, anche i geni sbagliano. Nel labirinto abita l’oggetto dello scandalo, il figlio dell’incesto, il Minotauro, non a caso anch’esso un ibrido, animato da un’illecita pulsione, che sotto altra forma esprimerà anche Icaro. Icaro passa l’infanzia nel labirinto con suo padre e la bestia, convive a contatto con la visceralità, la paura, il tabù. Questo è l’abisso da cui si stacca il suo volo, la cenere da cui prendono forma le ali, per procedere in parallelo con la Fenice. Ogni volo ha un suo abisso, ogni volo prevede di aver affrontato un mostro.

 

“In questa stanza dove il cielo è a un soffio

e la terra attrae a sé ogni forma di volo

faccio i conti con il demone.

In fondo al labirinto, oltre quelle viscere, oltre quelle pieghe,

so che esiste un cielo, l’orgasmo incandescente della gioia”.

 

Dedalo costruisce le ali e lo mette in guardia: “non avvicinarti al sole, ché brucia, come la più grande delle meraviglie”. Icaro non obbedisce. Nell’andare contro le leggi del padre e della natura sta la spinta a creare un’altra natura, un altro ciclo, un altro universo, un altro codice, che fa del volo, del coraggio, dell’estasi, la sua forza. “La tua scienza vuole le cose ferme, certe, pari, ma per me nessun passo è scontato, cado, prediligo le eccezioni, le nuove comprensioni”. Volare via, bruciarsi, cambiare prospettiva, lo porta a intendere il mondo sotto un altro punto di vista. Sublima la paura in un gesto paradossalmente vitale: andare incontro al sole, incontro alla luce è l’essenza della vita stessa, un concedersi pienamente alla vita.

 

“Tenetevelo questo copione,

io voglio una vita d’eccezione

eccedere, sì, cadere, cedere,

procedere per strappi, inciampi, convulsioni.

La mia impresa è fallimentare? Sì

ma fatemi rischiare,

non obbligatemi al consenso,

non obbligatemi all’a tutti i costi,

non ha senso.

Il mio posto è in volo

e noi al nostro posto dobbiamo metterci,

non dove ci hanno messi.

Voglio scoprire nella vita altra vita

grazie ai cedimenti, le cadute, gli inciampi, i tradimenti

scoprire le altre nostre identità, le infinite nostre unicità

e perdere sì, voglio perdere quella certezza,

quella certezza di niente.

Mi voglio scontrare con lo spavento

e sentire tutto tutto l’amore che tento.

 

Un altro approccio alla paura permette in Icaro un’evoluzione. Ed ecco che compare la Fenice che esprime la capacità di affrontare la paura più grande che c’è: la morte. Nella sua essenza c’è il concedersi al ciclo naturale di morte e rinascita. Anche il sole nasce e muore, la stella del mattino cede il passo alla stella della notte. La Fenice incarna il rinnovamento ciclico degli astri e l’evolversi della vita. Ciò che muore è fonte di passaggio, di rinnovamento, questo è il suo modo di guardare alla morte, laddove oggi l’intento è quello di rendere le persone imperiture.

 

Si tratta della morte fisica e di tutte le morti e le rinascite che si compiono in vita, nella nostra  evoluzione, che fanno sì che la vita non proceda sempre uguale, come “un oggi chiamato domani”.  Icaro rinasce con un gesto di rottura, che rende apotropaica la paura della morte e possibile la ricerca di altri sé. Qui si annida un’altra paura: noi stessi, conoscerci, scoprirci. Nella vita, così come nella creazione, siamo disarmati. Ma animati dal daimon. L’inimmaginabile è tutto intorno a noi, l’inimmaginabile siamo noi stessi. Il fuoco e l’aria di questo ibrido non danno la possibilità di restare immobili. Invitano a rischiare, ad addentrarsi in territori ignoti, compiere un disarmo delle abitudini, a puntare dal luogo chiuso e angusto del labirinto verso gli astri, gli orizzonti aperti. Così si guarda al mostro con altri occhi, lo si riconosce dentro:

 

“Il Minotauro spesso era assorto a contemplare la prigionia.

La prigionia dell’avere una pulsione

e venire per questo considerato un mostro.

La prigionia dell’essere uomini ma non per intero.

Il minotauro, come me, è una belva affamata di vita,

di carne, di sesso, di amore”.

 

Dal passato Icaro si porta dietro queste parole “prova a essere il mostro che sei. Diventa chi sei”.

 



Pensa alla parola daimon. Il tuo ibrido può accompagnarci nel futuro?


“C’è in me non so che spirito divino e demoniaco”

 

Lumi di futuro si intravedono nel passato appena scorso. “Nella fiamma, l’uomo si contempla e nel suo contemplarsi si riscrive, si rinnova alla luce di un riconoscimento” (G. Bachelard, L’intuizione dell’istante – La psicoanalisi del fuoco, Dedalo, Bari 1993, p. 140). Icaro, una volta tornato in vita, si allena a rinascere, ovvero a cadere. Affronta il volo con il suo scheletro d’ali, ma con un nuovo sé, che ha conosciuto la morte. Due ali rotte insorgono, affrontano le altezze, si offrono al tremito di vivere. È la rottura a generare il volo, quel sentirsi tutti vivi, tutti persi. Il volo è libero solo quando la caduta non spaventa. “Faccio palestra, palestra cosmica”. Forse prende lezioni di rinascita dalla Fenice, esplora come far leva sulle proprie risorse. Lui ha una prospettiva più umanamente mitica, fallisce, cade. “Nell’abisso più profondo, a nervi ormai scoperti, si invertiranno i segni, tra le mani stringerò l’estasi, il piacere supremo, il volo”.

 

La Fenice è esperta dell’invertirsi dei segni, riunisce in sè gli opposti: è origine e fine, vita e morte, maschio e femmina e anche, seguendo quanto dice Ovidio, sole e luna, perché spiega le sue ali negli Elisi. Esprime l’armonia dell’universo, il suo corpo è una mistura dei corpi celesti: la testa il cielo; gli occhi, il sole; la schiena, la luna; le ali, il vento; le zampe, la terra, e la coda i pianeti. Secondo i cinesi, che la chiamano Feng-huang, armonizza yin e yang, la forza pensatrice, psichica, profonda e la forza legata all’azione. È equilibrio di pensiero e azione e simbolo di unione. Quest’ibrido parla di trasformazione e di armonia, di caduta e di ricerca di armonia. Allenarsi al volo prevede di prendere le misure con l’equilibrio e di sentirsi parte di un tutto.

 

La Fenice, che supera le dicotomie, si ibrida con Icaro, che pare così giovane, avventato e fallace. Forse riesce a trovare perfezione nell’imperfezione, a riconoscere la fiamma, ad accompagnare il volo. E lo fa attraverso i secoli, accompagnando l’umanità, come vuole la sua lunga vita anche letteraria che attraversa le geografie, le filosofie, i culti. Con la sua storia sembra indicare di allargare il panorama, aprirsi a varie ipotesi, offrirsi a interpretazioni diverse, avere tanti nomi, essere illuminazione per ogni epoca. Così muore e risorge e continua a riscoprire sé stessa e il suo mito, lei che si erge solitaria sulla sommità delle piccole isole di roccia affioranti dall’acqua, dopo l’invasione delle fertili acque del Nilo.

 

Il daimon di questo ibrido spinge a rinnovare le proprie idee, a mettere in crisi il proprio ego, a convivere con i cicli, a bilanciare fuoco e leggerezza. Sa che c’è un costruire nel decostruire e fertilità nel cadere. Concepisce domande, sollecita a non puntare i piedi nella terra delle certezze, ma sollevarli ed esporli ai venti, aprire il petto al divenire. Dove sono le nostre ali? Dove sono quei pochi centimetri di noi capaci di prendere la paura e trasformarla? Da quali luoghi passa il coraggio di svelarci? Dove ci facciamo trovare dalla luce del giorno, dalla luce dei nostri occhi? Della Fenice si dice che sopporti grandi carichi, “che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Non aspettiamo di vederla, l’unica via è essere Fenice noi stessi. Che il daimon ci risvegli, come fa la prima stella del mattino. La domanda è come uscire fuori dal labirinto. Forse dovremmo mettere la magica Fenice alla prua della barca sacra della nostra vita.

 

E se vivere sarà ancora un cadere, mi piace

mi piace non essere capace,

mi piace fallire e ancora fallire.

Amami amami amami

Ho brama di tentarti tutta vita

di rischiarti tutta

lo slancio dentro grida,

la vita impenna le ali, io non so,

no non so, non so, non so non so

frenare il desiderio che monta dentro al seno

dentro a questo corpo

miniera irrequieta, vaso di tenerezze.

Arrivare all’ignoto, perdere i sensi.

Estasi ancora, un’altra vertigine prego

la vita viene meno sì, ma non l’ardire,

un’altra vertigine almeno.

Ho conosciuto il labirinto, la prigione, la fuga,

la mia, sì va bene da me voluta, uccisione.

L’ultimo schianto il più crudele, è vivere

vivere senza tentare

a quello no no, non mi voglio rassegnare.

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