di Giuseppe Nibali

 

[Esce oggi per Italo Svevo Animale di Giuseppe Nibali. Pubblichiamo qui il primo capitolo del romanzo]

 

Un ululato, poi un secondo e un terzo, poi ecco il coro. Viene fuori dal buio, non dà tregua. Solo non è seguito dai corpi, non entrano in scena i lupi. La prima voce è quella del capobranco, che ulula tre volte. È la sua la nota più intensa. Si potrebbe pensare che sia stato lasciato solo, che si lamenti, ma subito si capisce che quella solitudine significa rispetto. I lupi armonizzano l’ululato su quella nota, e sembra che siano molti, che siano più di loro stessi. Se il capobranco smette, è la chiusa del coro.

 

Altri secondi di nero, poi il buio si apre al colore dell’argilla. Arriva il giallo delle rovine. Si mostra uno scavo archeologico. Forse delicati reperti e nuovi tesori stanno emergendo, oppure le croste di un’epoca sparita. I latrati coprono tutto, è difficile capire: macerie umane, dall’alto, segnano il dorso di una creatura abissale. Appare così il corpo devastato della città. Quello che doveva essere stato un multipiano adesso è una grande scatola vuota in cemento e ferro, uno stomaco di trenta metri, senza porte né finestre.

 

Le auto che una volta lo ingrassavano sono sparite, risucchiate sul fondo dai bombardamenti. Dall’alto se ne intravede solo una, giallastra, resa irriconoscibile dalla sabbia che l’ha divorata. Poco distante, una costruzione recente che stona con il paesaggio. È elegante, geometrica, tirata su da non più di dieci anni. L’appartamento superiore, al terzo piano, è esploso, i due piani inferiori sono quasi completamente diroccati. In mezzo ai due edifici doveva esserci un bazar, il tendone ha resistito finché ha potuto, poi ha ceduto sotto il peso delle macerie, e adesso se ne sta sulla strada, come un circo crollato sul pubblico. Una nuova via. Una nuova via è nata tra gli scheletri delle case.

 

Gli ululati continuano mentre il drone procede veloce. Inquadra un altro palazzo, forse un con- dominio, sulla destra. È enorme. Sul tetto c’è un tavolo e accanto ci sono cacti e piante cresciute tra le macerie. Ancora un edificio, il più grande ripreso finora. I calcinacci e la sabbia ne hanno sigillato le finestre, la bomba che lo ha sventrato è caduta perpendicolare, ha incrinato le vertebre di ferro che lo reggevano, così il palazzone è crollato sul fianco e poi è rimasto ad agonizzare. Cambia l’inquadratura. Il drone si è sposta- to sulla strada principale. Su quella che era la strada principale e che adesso è calcestruzzo. Ci camminano gli uomini, se ne contano cinque, paiono formiche, le loro ombre sono macchie nere che si allungano al sole e spariscono dentro le case. Hanno paura di altri crolli, per questo si sparpagliano sul disastro.
Gli ululati non smettono, per tutto il video van- no e vengono senza mai tacere. Si possono qua- si immaginare, i lupi. Un branco intero: quattro, sei esemplari. Le loro urla riecheggiano nelle orecchie degli uomini che setacciano la città, accanto alle palme, dentro i rimorchi dei camion, attentissimi a non cadere nei crateri colmi di acqua colore acido.

 

Il drone prosegue per poi spegnersi nel buio. Il canto degli uccelli del paradiso sovrasta il branco, prendendone il posto. Lo schermo del telefono ritorna nero e compare la scritta: Animale, Aleppo est, 2016, seguita dai titoli di coda.

 

Chi ha montato il video è uno bravo, ha occhio e orecchio per il poetico, pensa Giuseppe, ma non ha immediatezza, il suo lavoro può annoiare, soprattutto se lo spot integrale dura più di due minuti. Questo pensa, e altre cose, mentre alza lo sguardo e dal finestrino coglie l’ultimo sole di un pomeriggio di novembre che sparisce dietro la stazione di servizio di Galdo, dove il pullman ha fatto una sosta. Ha preso un panino all’autogrill Tevere Ovest, cinque ore prima, ma la cotoletta gli ha fatto male, così adesso non ha voglia nemmeno di scendere per andare a pisciare.

 

Il corridoio è illuminato, i suoi compagni di viaggio cominciano ad affollarlo mentre indossano i giubbotti. Durante il tragitto, nessuna schermaglia, nessuna ressa. Hanno sempre parlato tra loro a bassa voce, come se ci fosse un segreto da passarsi e custodire, un segreto che Giuseppe non poteva conoscere. Circa la metà è scesa tra Firenze e Napoli. Nessuno di quelli rimasti, pensa, toccherà le coste della Sicilia, si sparpaglieranno via via, tra Rosarno e Villa San Giovanni.

 

Il pullman riparte dopo neanche venti minuti. Tra poco saranno a Cosenza, e da lì una serie di tunnel e di gallerie che ulcerano la Calabria fino al mare. E oltre l’abisso, l’isola.

 

Sta andando da suo padre. Finalmente potrà entrargli dentro la testa, scavare tra le macerie, separare le parti vive da quelle morte. Il buio vuole cercare, quello che la distanza ha covato, e che l’ictus ha poi reso libero.

 

Il telefono è quasi scarico e le prese non funzionano. Gli rimane il dieci per cento di batteria, si spegnerà prima di arrivare in Sicilia. Anche questa è una cosa che pensa insieme alle altre, mentre fa partire di nuovo il video, per risentire gli ululati cedere il passo al cinguettio degli uccelli, e rivedere Aleppo, ancora una volta, con le sue crepe e le sue buche, e quindi il buio che si porta via la città distrutta.

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